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Edizioni R.E.I.

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Ti Sento

Cassidy McCormack

ISBN 978-88-97362-15-9

Copyright 2011 - Edizioni R.E.I.

www.edizionirei.webnode.com

Stampa: Greco & Greco - Milano

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CASSIDY McCORMACK

TI SENTO

Edizioni R.E.I.

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A Riccardo Martino con immensa gratitudine

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1 Non c’è niente di peggio di un telefono che si ostina a squillare ogni giorno alle sei. Scherzo beffardo e crudele di chi al mattino non ha di meglio da fare che interrompere il sonno altrui. Dovrò decidermi a cambiare la suoneria del cellulare, questa canzone ormai non la passano neanche più alla radio. Sì, sì, ho sentito, adesso mi alzo. Dammi solo un altro minuto. Ma dove ho messo gli occhiali? Sono certo di averli visti sul comodino ieri sera, dietro la videocamera. Che li abbia fatti cadere mentre dormivo? Diamo una sbirciata sotto il letto, non si sa mai. Ah, ecco dove sono finite le sigarette. Dio, quanta polvere qua sotto. Devo proprio prendermi un po’ di tempo per dare una pulita qua dentro. Sì, sì, adesso scendo, smettila di rompere! Che strazio che sei. Ma dove diamine sono finiti i miei occhiali? Brrr! Voglio la moquette. Voglio la moquette. Eccoti birbante! Volevi giocare a nascondino sta mattina? Pessima idea, basto già io per fare ritardo. Beh, adesso va decisamente meglio. Questa luce mi acceca. Aggiungere alla lista: cambiare tende di mamma. Quel giallino è troppo femminile. A proposito, dovrei proprio passare a vedere come sta, è da un po’ che non la sento.

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Chissà se si è ricordata del vaccino, c’era il richiamo la settimana scorsa. Mi sa che non faccio in tempo a fare una doccia. Sta volta mi ammazza davvero, ho un ritardo mostruoso. Ha smesso di chiamare, brutto segno. Ha ragione mia madre: devo smetterla di lasciare i vestiti sparsi per casa quando mi spoglio, ci metto ore a ritrovare tutto quello che mi serve. Giubbotto o cappotto? Cappotto, non dovrebbe piovere anche oggi. Però così devo cambiare scarpe. Ma sì, minuto più, minuto meno, tanto la ramanzina mi tocca lo stesso. Camicia, maglione, jeans, cintura, calzini e scarpe uguali, cappotto, capelli ok, occhiali, portafoglio, cellulare. Mi sembra di avere preso tutto. Chiavi, chiavi, chiavi. Giusto! In bagno, sul ripiano dello specchio. Un’ultima rimirata? Perché no? Uff! Ancora? << Sto scendendo!>> << È da un’ora che aspetto!>> Ma che ti strilli? Chi te l’ha chiesto di presentarti a casa mia all’alba? << Scusa, non ho sentito la sveglia.>> << Muoviti!>> Possibile che sia perennemente incazzato quest’uomo? Acc…! Ma dove ho la testa sta mattina? Vabbeh, adesso è tardi per rientrare a prendere il libro di genetica. Tanto l’esame è saltato ormai. Me le sono già giocate le mie tre assenze. << Signora Simonelli, buongiorno! Scendo con lei se non le dispiace.>> Che stronza. Sempre con la solita puzza

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sotto il naso. Mai un cenno, un saluto. Vorrei vedere se faresti ancora tanto la preziosa se sapessi che tuo marito se la fa con la figlia del portiere del palazzo di fronte. Sei piacevole quanto un petardo nel sedere. Fattene una ragione, quell’uomo ti odia. Almeno è quello che dice Sofia. Ecco che ho scordato! La sciarpa. Che freddo che fa. Si sta meglio quando piove. Mmm, di male in peggio, è furioso. << È l’ultima volta che mi fai aspettare così!>> Ma rilassati << Buongiorno anche a te.>> << Fa’ poco lo spiritoso. Sono in ritardo.>> Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto… << Che fai lì imbambolato? Muoviti.>> Conto fino a dieci prima di risponderti che detesto te e odio questo lavoro, ma non ho voglia di litigare oggi, quindi è meglio che sto zitto <<Che hai per me, stamattina?>> dai, tira fuori il tuo solito taccuino. Dio! Come sei prevedibile. Sarebbe anche il caso di comprarne uno nuovo, ti pare? I fogli scarseggiano. << Tieni!>> << Tutto qui?>> << Giornata tranquilla oggi? Passi a prenderli tu? Ti aspetto in Agenzia.>> << Appuntamento nel primo pomeriggio? Ho la mattina libera quindi.>> ma allora perché cavolo mi hai svegliato a quest’ora? << Arriva in ritardo anche sta volta e…>> E…? Dai, continua. Tanto ti si legge in faccia che non mi digerisci. Mi stai stressando dal primo giorno in cui ho iniziato questo maledetto lavoro.

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<< Ti trovo più bianchiccio del solito, ti senti bene?>> Non direi proprio << Ho un po’ freddo!>> << Capisco.>> No che non capisci. << Vai da qualche parte? Vuoi un passaggio in macchina?>> E questo che vuole? << Alessandro? Non ho tutto il giorno. Vuoi un passaggio o no? Ma che stai guardando?>> << Mi è sembrato che quel tipo là giù mi salutasse.>> << Lo conosci?>> Non mi sembra << No.>> << Sei certo che ce l’avesse proprio con te?>> E mica sono un visionario? Ci siamo solo noi due sul marciapiede, e tu gli dai le spalle. Ergo… << Sì.>> << Non ci pensare, è solo uno di quelli.>> Ah sì, e che vuole da me? Se ne vada per la sua strada << Dovrei preoccuparmene? Dovrei fare qualcosa?>> << Non dargli importanza. Non ne vale la pena con gente così.>> Addirittura! << Sì forse hai ragione tu.>> << Allora lo vuoi o no questo passaggio?>> Chissà dove va con quella fretta? << No, grazie, farò due passi fino all’università. Visto che ho la mattina libera vado a lezione.>> << Come ti pare.>> Oppure no, chissà se…

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<< Alessandro?>> << Dimmi.>> << Stai ancora pensando a quell’uomo?>> << Mi ha incuriosito.>> << Non fare niente di stupido. Il capo ce l’ha già abbastanza con te per digerire un altro dei tuoi colpi di testa.>> E di che ti preoccupi? Cosa potrei mai fare? << Vorrei solo sapere chi è.>> << Pensa al lavoro piuttosto. E non ti dimenticare l’appuntamento di oggi. Ti sei segnato l’indirizzo?>> Uff! È successo una volta sola << Sta tranquillo.>> << A più tardi allora.>> << Non mancherò.>> << Non ti dimenticare di passare dall’Ingegnere. Per colpa tua abbiamo dovuto rimandare l’appuntamento di due settimane.>> E vattene! << Non mancherò ho detto.>>

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2 Inutile affannarti tanto, caro il mio professor Melluso. Per quanto tu possa mettercela tutta, quest’aula sarà sempre troppo grande per te. Se non fosse per il Branco in prima fila - che ti presta qualche attenzione per ottenere un trenta troppo scontato per risultare reale perfino a te – e qualche sadico avventuriero, saresti costretto a decantare la tua scarsa sapienza a duecento posti vuoti. Non credere che non l’abbia capito il tuo gioco. Vuoi tenermi incatenato a questo corso perché hai capito che già dal secondo anno ne so molto più di te. Eppure sarai costretto a concedermelo quest’esame prima o poi, ed io non ti darò tregua finché non ti stancherai della mia faccia. Diventerò il tuo incubo ricorrente. Ti sveglierai di notte urlando di non poterne più di me. Non puoi incastrarmi per sempre. Dovrai pur prendere di mira qualcun altro e lasciarmi andare. Tanto io non mollo. Sono paziente, aspetterò. Ah, ecco la piccola Denise. Tocca a te oggi la levataccia all’alba per correre a occupare i posti in prima fila per il tuo branco. E brava la piccoletta! Sarebbe anche ora che te li sistemassi quei capelli ogni tanto. Se li sciogliessi poi, non saresti neanche così poco gradevole come sembri ultimamente, nascosta sotto il multistrato di fondotinta che usi per nascondere la pelle bianchiccia che ti eviteresti se ti decidessi a prendere un po’ di sole. È la terza volta questa settimana che ti tocca venire ad aprire le porte. Poverina! Dopotutto a te tocca faticare un po’ più delle altre per quel trenta, giusto? Garantirti un posto nel branco per te è come arruffianarti il professore,

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una ruffiana fra i ruffiani. Se solo curassi un pochino di più il tuo aspetto come un tempo… Ammettilo, tesoro, avresti preferito rimanere a letto sta mattina. Ma perché non lo fai allora? Ribellati al sistema! Fregatene di perdere il tuo sgabello al bar col professore. Tanto la lode non te la da. Non hai le caratteristiche genetiche fondamentali per questo. Perché mai un insegnante che da fondamento alla sua vita sulla genetica dovrebbe lodare proprio uno scherzo della natura come te? Smettila di studiare per tutti. Pensa a te stessa e abbandona il branco. Sei cento volte migliore di tutti loro messi assieme. Guardati, sei talmente attenta ai particolari da non accorgerti del mondo che ti vive intorno. Non potresti vedermi neanche se lo volessi davvero. Anche se continuassi a fissarti per le prossime due ore, tu continueresti a non accorgerti di me. Potremmo essere io e te soltanto in quest’aula oggi, potrei sedermi accanto a te - a uno dei posti che hai occupato con i fogli pieni dei tuoi appunti disordinati - e tu continueresti a non vedermi. E perché mai dovresti farlo? Sono anni che entri in aula senza concedere il tuo sguardo a niente che non sia un blocco per appunti, uno schermo di tela bianca per i lucidi o la faccia di uno qualunque dei professori. Sei patetica. Non so come facessi a ritenerti interessante l’anno scorso. Sembravi così diversa, così poco scontata. Ora sei banale, proprio il requisito che si richiede per far parte del Branco. Hai fatto presto a conformarti al gruppo, a impararne il linguaggio, le leggi. Che delusione vedere una mente così brillante offuscata dall’umiliazione. Non vince sempre il più forte, Denise. A volte – anche se devo ammettere che succede molto di rado – il più forte perde perché è troppo convinto che non possa accadere, e il perfido Ivan riesce a individuare lo

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spiraglio di luce dove poter puntare il proiettile della propria fionda. Tu non sei Golia, Denise, tu potresti mangiartelo vivo quel furbacchione di Ivan, ma allora perché sei ancora lì a fare la schiava? Ah, certo. Che sciocco! Quasi dimenticavo. Eccolo che si fa avanti con tutti gli altri, il tuo Adone. Marco Tosti, che di tosto ha soltanto il nome. Dì un po’, li hai ancora i segni della nostra ultima scazzottata. Non fai più lo strafottente quando te le suonano, non è vero? Peccato che i tuoi amici non abbiano potuto vedere come incassi bene. Eppure non credere che sia finita, ho ancora un conto in sospeso con te. Ma come fa a piacerti quella specie di sorcio, Denise. Perché continui a volerti così male? Per lui sei invisibile tanto quanto lo sono io per te. Non gli importa niente degli appunti che gli passi, dei favori che gli fai. Uno così non ha occhi che per se stesso. Come fai a non accorgertene? Che rabbia che mi fai! E questo qui che vuole? Va a sederti da un’altra parte. Ci sono centinaia di posti liberi davanti. Non l’hai notato che è dall’inizio dei corsi che qui dietro ci sto solo io? Ma… aspetta un attimo, tu non sei uno di noi. È la prima volta che ti vedo. Hai accompagnato qualcuno e vuoi startene qui ad aspettarlo in disparte? Hai l’aria sveglia, che ci fai qui, va a farti un giro. Non sprecare due ore della tua vita qui dentro, non ne vale la pena. Stai pensando alla mia proposta, vero? Ti mordicchi il labbro inferiore, pensieroso sul da farsi. Beh, te lo dico io cosa devi fare: vattene. Fuggi finché sei in tempo. Tanto fra due ore la ritroverai di nuovo lì seduta. Non la mangia nessuno. Va pure tranquillo, amico. Qui dentro solo la noia potrebbe farle del male.

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Ehi! Ma dove sei finita? Mi distraggo un istante e mi sparisci così? Non è per niente gentile da parte tua. Vediamo un po’! Il resto del Branco è tutto ai propri posti, solo il tuo è vuoto, anche se sulla sedia hai lasciato la Gucci nuova, regalo di papà per il compleanno della settimana scorsa. Com’eri tenera quando la sventolavi davanti alle altre ruffiane. Per una settimana l’hai protetta con fare maniacale, quasi fosse il più debole della cucciolata di accessori costosi piovuti per il tuo giorno speciale. Se l’hai abbandonata così significa che non sei lontana o che è diventata grande abbastanza da permetterti di occuparti di un nuovo nato. So che puoi tenerla d’occhio in qualunque momento, ma allora dove sei? Perché non riesco a vederti? Cosa è successo di tanto importante da costringerti ad abbassare la guardia sulla cucciolata? Forse il fatto che sia accanto a Marco ti rende stupidamente più tranquilla. Non riusciresti mai a credere che quel sorcio non alzerebbe un dito per salvarla, vero? Eppure è così, te l’assicuro. Mmm… c’è un movimento strano nell’aria. Cosa mi sono perso? Perché Melluso non ha ancora iniziato a dare sfoggio alla sua mediocrità? Non si aspetterà mica che arrivi qualcun altro? Ci vorrebbe un intervento divino per questo. No! C’è dell’altro, ne sono certo. C’è qualcosa che non va, ma che cosa? Ah, ecco dov’eri finita? Cosa sono tutti quei fogli? Ohhh! Ma certo. Che stupido! È la solita verifica a sorpresa. Come ho fatto a non arrivarci prima? Ho fatto proprio bene a venire oggi. Mi farò due risate. Guarda che occhi strabuzzati? Poveri novellini. Non immaginate neanche che da questa prova dipenderà tutto il vostro futuro. Avrei potuto avvertirvi all’inizio del corso. Informarvi che chi non supera questa verifica

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diventerà l’ennesimo nome sulla lista nera di quel maledetto. Quando toccò a me, nessuno si premurò di farmi notare questo insignificante particolare, quindi perché per voi dovrebbe essere diverso? Sono certo che rivedrò molte delle vostre facce al prossimo giro. Si da sempre una seconda possibilità. Sono proprio curioso di stare a vedere chi sarà di voi a resistere per più di due anni prima di mollare. Ti senti più sicura ora che sei tornata al tuo posto accanto a lui, vero? Non sembri minimamente preoccupata. E perché dovresti? Di certo voi del Branco eravate al corrente di questo colpo basso da settimane. Avrei dovuto accorgermene quando ti ha fatto posto accanto a sé. Ti concede l’onore solo quando in giro c’è puzza di verifiche. Continuo a non capire come fai a non vedere. Come fa a piacerti uno così? Non lo fai solo perché è un bel ragazzo, altrimenti noteresti me, che non passo di certo inosservato. Lo fai per i soldi? Lo fai perché sarebbe perfetto da presentare a mamma e papà? Che rabbia mi fai! Sciocca e arrivista. Ah! Ben ti sta. Ora ti tocca anche distribuire i compiti. Ti piace proprio il tuo ruolo di maggiordomo del Branco, vero? Poco ti importa se non avrai mai il loro rispetto. Ti basta farne parte e fare contento papà. Ti muovi fra i banchi e quasi sembri un fantasma. Sei dimagrita? Non me ne ero accorto, avvolta come sei in tutti quei vestiti sempre di un paio di taglie più grandi. A che cosa ti serve sfoggiare tutte quelle marche se non sei in grado di indossarle? È solo uno spreco di soldi. L’antitesi del buon gusto. Finito? Sembri sempre un po’ sperduta quando ti guardi intorno a quel modo. Come se non passassi quattro ore della tua vita in quest’aula quasi tutti i giorni da almeno due anni. Ti riscopri a guardarla ogni volta come se fosse

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la prima, cogli nuovi dettagli che prima ti erano sembrati insignificanti e li aggiungi al quadro della tua visuale contorta della realtà che ti circonda. E adesso che fai? Non ti sei mai spinta con lo sguardo oltre la settima fila. Cos’è che ti turba? Ti senti osservata da me? Non sarebbe la prima volta. Perché oggi è diverso allora? Ehi! Ma mi stai fissando davvero. O c’è qualcos’altro qui dietro che cattura la tua attenzione? No no, è proprio me che guardi adesso. Che c’è piccola? Tutto il mondo non ti basta? La BMW nuova non ti basta? Che te ne fai di uno come me? Sì, è proprio me che guardi. Sorridi al mio sorriso. Oh, no tesoro, non ho bisogno del compito io. Sono già stato marchiato da tempo. Potrei farlo a occhi chiusi ormai, potrei essere impeccabile, e non servirebbe a niente. Che strano! È la prima volta che oltrepassi il confine. Sta attenta! Il Branco potrebbe avvertire l’odore del nemico su dite e non riaccettarti nel gruppo. Rischi grosso continuando ad avvicinarti così. Torna da loro, è meglio per tutti. Che ti prende? Ti piacciono così tanto i miei occhi? È la prima volta che ti soffermi a fissare qualcuno negli occhi così a lungo, così sfrontatamente. Smettila! Mi metti a disagio. Riesco già a sentire l’aroma del tuo profumo costoso. Smettila di guardarmi. Smettila di guardarmi. << Ciao!>> Mi parli anche? Allora vuoi giocare. Piccola sfacciatella! << Tutto bene, cara?>> << Andrebbe molto meglio se la smettessi di fissarmi.>>

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Ah, ma allora non sono poi così invisibile. Devo ricredermi, non sei così poco attenta come immaginavo. È tutta finzione. Quello che mi sfugge è perché ti fai avanti proprio adesso, dopo tutto questo tempo. << Vorrà dire che mi sforzerò di guardare da un’altra parte se ti infastidisce tanto.>> << Sì, mi infastidisce.>> E allora perché sorridi ancora? << Signorina Marotti! Ritiene che si possa iniziare o ne ha ancora per molto?>> Mille grazie prof. Ti devo un caffè. << Sì, mi scusi.>> Ehi, ma che fai, arrossisci? Quell’impudente ti ha messo in imbarazzo? << Ehi, Denise!>> è un’impressione o ti ho davvero sentita fremere quando le mie dita si sono fermate sulla tua mano ancora poggiata sul foglio del test davanti a me << Mi dispiace tanto.>> sarò sembrato abbastanza sincero? Adesso ti ho imbarazzata io però. Non te l’aspettavi vero? Eh no! Non sei abituata a chi ti presti attenzione. Ti mette sempre a disagio.

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3 Ha un certo fascino scoprire come l’intera esistenza di qualcuno possa essere influenzata da un dettaglio insignificante come il sorriso di uno sconosciuto. Quella mattina avevo fatto tutto proprio come in quell’ultimo anno della mia vita. Avevo brontolato un po’ prima di alzarmi, avevo fatto innervosire Massimo e – come quando non c’era lavoro – ero andato a lezione. Mi ero seduto all’ultima fila di banchi, quella evitata come un morbo contagioso da tutti quelli che prendono l’università un po’ più seriamente di me, che fin dall’inizio mi sono sempre sentito troppo al di sopra di quelle teste vuote per trovarle abbastanza interessanti da desiderare conoscerne qualcuna. Ho sempre guardato tutti dall’alto in basso. Lo ammetto. Eppure detesto quelli con la puzza sotto il naso, ma forse solo perché li ritengo inferiori a me. Ho scelto una facoltà scientifica perché mio padre insisteva affinché scegliessi Giurisprudenza. È stato un dispetto, ma almeno ho scoperto la mia vera passione: la Medicina. Non ho mai avuto alcuna difficoltà rilevante durante il mio corso di studi, mi veniva naturale, quasi studiassi cose che conoscevo già. Avevo meditato di cambiare ateneo la quarta volta che Melluso si rifiutò di farmi passare l’esame, ma – come con mio padre – ho preferito dichiarare guerra e stare a vedere quanto resisterà al mio assedio. Senza il suo esame, propedeutico, non posso frequentare i corsi dell’ultimo anno, lui lo sa e gli leggo negli occhi un’ardente soddisfazione ogni volta che incrocia i miei.

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Pezzo di m…. mmm… è meglio se non ci penso. Non ho mai saputo a che ora arrivasse in aula. Io di solito mi presento presto, visto che con Massimo tra i piedi, da un anno esco da casa sempre mentre il resto del mondo dorme. I cancelli vengono aperti alle 7:30 circa, ed io di solito sono già da mezz’ora in attesa seduto al bar di fronte. Non l’ho mai visto arrivare, eppure tutte le mattine, quando varco la soglia dell’aula lui è già lì, con la sua giacca pesante sullo schienale della sedia, il sigaro in mano, rigorosamente spento, e gli occhiali quasi in equilibrio sulla punta del naso, mentre affonda la testa in uno dei quotidiani in pila nell’angolo alto a sinistra della cattedra. Se ne sta così per ore, storcendo il naso di tanto in tanto a una brutta notizia o liberando una smorfia quasi sempre illeggibile. Le brutte notizie gli fanno venir voglia di fumare, lo si capisce perché tutte le volte che ne legge una, da un’annusata al sigaro fino a quando i tratti del suo viso teso si distendono per riassumere la forma della maschera inespressiva di sempre. Di certo è sposato. Il suo abbigliamento è sempre impeccabile. Abiti puliti, camicie stirate. Non credo viva ancora dai suoi. È un uomo piacente dopotutto e gli piacciono troppo le donne per non desiderarne una tutta per sé. Chissà se ha anche dei figli? Non ha ancora l’età per essere mio padre, ma ne ha abbastanza per avere un bambino che va già a scuola. Mi piacerebbe sapere se è uno da foto nel portafoglio. Se non fosse che mi disprezza senza motivo, non mi sembrerebbe così sgradevolmente irritante. Ma che ti ho fatto? Lasciami andare. È da due anni che conosco Denise. Frequentava il corso di chimica generale del primo anno ed io, al secondo, facevo

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da assistente al Professore. Tenevo i corsi pomeridiani per le esercitazioni in vista dell’esame scritto. Non è mai stata molto socievole. Sceglieva sempre la fila di banchi più vuota per essere certa che nessuno potesse distoglierla dai suoi doveri. Mi vedeva scrivere formule sulla lavagna, ma non mi guardava mai. Mi ascoltava spiegare la lezione, ma non mi sentiva. Viveva in un mondo tutto suo, fatto di appunti, libri, internet. Era capace di seguire i miei logorroici discorsi, prendere appunti e allo stesso tempo cercare approfondimenti sul pc portatile da tremila euro che si portava sempre dietro con noncuranza. Mi aspetto ancora di vederglielo lanciare sul banco come fosse un libro vecchio. Mi sforzavo meno allora di capirla che adesso. Nonostante le sue stranezze aveva un modus operandi molto elementare. Ogni suo gesto, anche banale, - o che fatto dai più sarebbe potuto risultare perfino… goffo - era aggraziato, perché spontaneo. Al contrario di adesso, che sembra inadeguata anche nel movimento più spontaneo, come camminare, respirare. Più cerca di sembrare interessante, affascinante, più finisce col diventare ridicola e grossolana. All’esame finale capitò con me. Lo scritto era il caos di formule e numeri che avevo sempre immaginato aleggiasse nella sua mente scombinata, ma nei risultati era stata precisa al millesimo. Mi ci volle un pomeriggio intero per capire il ragionamento applicato a ogni singola formula. Una metodica ragionata, non studiata, rese la correzione del compito una battaglia in campo aperto. Non seguiva nessuno dei miei schemi ed io davanti a quel compito mi sentivo come i primi giorni di università, quando cercavo di decifrare gli appunti nella speranza di capire il metodo applicato dal professore per svolgere determinati esercizi.

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Quando il professore mi chiese il giudizio sul suo compito feci un po’ lo stronzo. Mi sentivo poco coinvolto, come il docente che deve esaminare un candidato esterno. Che ci fossi stato o no, in aula in quei tre mesi, a lei non era interessato affatto. Dissi che l’esame era più che discreto – non volevo ammettere che fosse perfetto, e sapevo che il professore si fidava troppo di me per andare a controllare – però troppo caotico per una valutazione troppo soddisfacente. Optammo quindi per un ragionevole 27, che sapevo l’avrebbe mandata su tutte le furie. Si sarebbe chiesta dove aveva sbagliato, mandandola in totale confusione per una volta tanto. Il giorno dell’orale posò il libretto dal lato della cattedra dov’era seduto il professore. L’occhiataccia che mi lanciò mentre lo faceva era abbastanza chiara da farmi capire che aveva incassato il colpo come speravo. Non mi feci nessuno scrupolo neanche in quel caso. Chiesi al professore il permesso di esaminarla io – non avrebbe rifiutato mai di togliersi una di quelle rogne di torno -. Quando fu il suo turno, l’occhiataccia si fece più arcigna. Era stata una delle prime ad arrivare in aula, eppure io la chiamai per ultima. Il professore aveva altri due studenti da esaminare, e di solito non prestava attenzione ai miei. Si mise seduta con movimento pesante, giurerei d’averla sentita sbuffare. Non c’era la minima paura nei suoi occhi. Mi sfidava la sfacciata. Troppo sicura di sé per avere timore in un esito negativo. << Allora, signorina, >> dissi per stuzzicarla ancora << Ha con sé le sue relazioni di laboratorio? Posso vederle?>> Senza un attimo di esitazione, tirò fuori dalla sua borsa una cartelletta arancione. Me la porse senza troppi

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complimenti, ma nel farlo guardò il professore con la coda dell’occhio per assicurarsi che fosse distratto da altro. Mossa poco accorta la sua, perché me ne accorsi e sfruttai a mio favore quel briciolo di imbarazzo che sotto sotto covava, dopotutto. Mi sporsi leggermente in avanti facendole cenno di avvicinarsi e dissi piano, per non farmi sentire << Ceni con me stasera?>> Mi guardò impietrita. Io non riuscii a trattenermi dal sorridere divertito dalla sua espressione offesa. Fece no con la testa, ma non guardava me. Era troppo attenta a non insospettire il professore. Allora mi feci avanti di nuovo per farle capire che volevo parlarle ancora in privato << Perché no?>> stavo per scoppiare a ridere e mi si leggeva in faccia. << Non posso.>> sussurrò dopo aver riflettuto troppo per cercare una risposta abbastanza diplomatica da non costarle l’esame. << E allora ti boccio.>> dissi con una specie di ghigno. Si fece subito indietro facendo rumore con la sedia. << Qualcosa non va?>> chiese il professore al mio fianco. Mentre noi ci eravamo persi in quell’innocente preambolo lui aveva già quasi finito di esaminare il suo ultimo studente. Non che gli ci volesse molto, dato che si limitava a giudicare la preparazione di un esaminando con non più di due domande. Denise raggelò. << Nulla di grave professore!>> risposi << La ragazza è solo un po’ emozionata.>> << Su, su, signorina.>> cercò di spronarla << Non la mangia nessuno. Vorrei tornare a casa per ora di cena se non le dispiace.>>

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Arrossì talmente da farmi sentire perfino un po’ in colpa. << Su, su, signorina.>> infierii << dopotutto le cose o si sanno o non si sanno. Non ci faccia perdere altro tempo.>> Era furente. Imbarazzata e furente. Il mix perfetto per scatenare una crisi di pianto. Decisi di affondare il colpo di grazia solo quando sentii la sedia dell’ultimo candidato muoversi all’indietro. Il professore sbuffava mentre sul libretto tracciava con la penna nera un 18 strappato con le pinze. << Può andare a casa professore, se crede. Resto io con la signorina. La vedo un po’ agitata, sarebbe un peccato bocciarla solo per questo. Sono quasi certo che in quella testolina c’è molto più di quanto vuole farci vedere.>> Senza rispondere, il professore firmò la camicia e raccolse il giaccone dalla sedia accanto. Sbirciò ancora una volta quella tremolante figura sottile incollata alla sedia di fronte a me e, mugugnando qualcosa di incomprensibile, si avviò all’uscita. Il 18 stava riordinando le sue cose per andarsene, ma fui costretto a trattenerlo ancora qualche minuto. La mia vendetta era vincolata alla presenza di testimoni. << Allora>> dissi cercando di risultare il più odioso possibile << vuole farlo o no quest’esame?>> Annuì, nonostante una lacrima sfuggisse al suo controllo bagnandole la guancia. La maschera strafottente che aveva osato sfidarmi era finalmente sparita da quei lineamenti altolocati. Sorrisi. Avevo ottenuto quello che volevo. Ero stato carogna abbastanza. Il 18 sbuffò dal fondo dell’aula nel quale si era rifugiato ad ascoltare un po’ di musica nell’mp3 << Mi dispiace.>> mormorai per essere certo che mi sentisse solo lei.

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Scosse la testa nel vano tentativo di recuperare un minimo di dignità. <<Dico davvero.>> afferrai un pacco di fazzolettini dalla mia borsa e lo posai sulla cattedra invitandola a prenderne, se ne volesse <<È solo che non riesco a resistere a una sfida. È più forte di me, mi piace vincere.>> Continuava a stare in silenzio. Si vedeva lontano un miglio che lottava ferocemente con quel demone interiore che voleva staccarmi la testa a morsi. << Se sei pronta possiamo iniziare.>> L’esame durò meno del previsto. La sua testa non era poi così caotica quando si trattava di esprimere dei concetti a parole. Provai a prenderla in castagna più di una volta, ma riuscì sempre a farla franca. Era evidente che sapeva di cosa stavamo parlando. Avrei voluto rimediare alla carognata dello scritto, ma mi sentii ancora più carogna quando mi accorsi di non poterle dare la lode a causa di quel 27 <<Sei più preparata di quanto mi aspettassi, ma non posso darti più di 30.>> Fece spallucce come a dire che non le importava granché, ma io sapevo che non era vero, lo dimostrava la collezione di 30 cum laude sul libretto. Nonostante si sforzasse però, la calma durò troppo poco. Appena le riconsegnai il libretto, infatti, si alzò di scatto. Rabbiosa. Se ne accorse perfino il 18 che nel frattempo si era appisolato sulla sedia. << Posso provare a parlare col professore.>> dissi << Non è nuovo a questo tipo di eccezioni.>> Fu un attimo << Vaffanculo, Alessandro!>> Ma come? Conosceva il mio nome? Questa nuova prospettiva mi stupì più di quanto avrei desiderato. Scavalcai la cattedra con un balzo- sotto gli occhi del 18 ancora assonnato - e la afferrai per un braccio per

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fermarne la corsa verso l’uscita. Sembravo pazzo perfino a me stesso mentre provavo a riesaminare dall’esterno quella mia reazione improvvisa e senza controllo. << Non mi toccare!>> strillò adirata. In quel momento entrò Salvatore, l’addetto alle pulizie del turno di pomeriggio. Mi guardò in cagnesco prima di indicarmi con la mazza dello spazzolone <<Tutto bene qua dentro?>> Mollai la presa << Certo che sì.>> risposi con lo stesso tono burbero che aveva usato lui. Il 18 uscì dall’aula senza badare minimamente a noi. Non lo odiai mai come in quel momento. Avrebbe anche potuto dire la sua, no? Aveva visto com’era andata. Perché scappare in quel modo? Farmi fare la parte del maniaco rientrava nei suoi piani di vendetta per averlo costretto a trattenersi più del dovuto? Denise non rispose niente, si limitò a seguire il ragazzo, ma non prima di affondare un’ultima volta il suo sguardo gelido nel mio. Ed effettivamente, per quanto mi sforzi di ricordare, credo proprio che quella fu l’ultima volta che mi guardò. L’ultima prima di quella stramba mattina di metà gennaio. Al contrario di me, che da quel giorno non le tolsi più gli occhi di dosso. Ossessionato d’averla ferita in modo irreparabile.

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4 Alle scuse, quella mattina, avrei voluto aggiungere di stare attenta, di non commettere i miei stessi errori, ma dentro di me sapevo che non ne avrebbe avuto bisogno. Mi sforzavo di crederlo almeno. Forse era solo una scusa inconscia per trattenerla ancora un momento lì accanto a me. Il senso di colpa per quanto le avevo fatto mi bruciava dentro, vivo come il primo giorno. Quanto aveva influito il mio crudele comportamento sul suo cambiamento? Ero stato io a trasformarla nell’essere vuoto e frivolo che vedevo allontanarsi da me un passo dopo l’altro, con quell’andatura ondeggiante, incerta, innaturale… che non le apparteneva. Ero stato io a gettarla in pasto al branco? Non avrei mai potuto chiederglielo apertamente senza risvegliare in lei quell’ira furibonda nei miei confronti che l’aveva tenuta così distante in questi ultimi due anni. Però ero curioso di sapere cosa le avesse fatto cambiare idea proprio quel giorno. Cos’era successo? Una sbirciatina? Che ora fosse istintivamente attratta dalla mia vicinanza era logico come un’addizione elementare. E questo pensiero più che altro mi irritava, ma non come quando vedevo Marco posare le sue zampacce su di lei – troppo certo di ottenere il favore che cercava - era un’irritazione più simile a quella che sentivo quando quel sorcio la ignorava. Man mano che i minuti scorrevano verso la fine della seconda ora, cresceva in me l’irritazione per quell’innocente saluto. Che cosa l’aveva portata a quella decisione così drastica? Volevo saperlo. Dovevo saperlo. Quel pensiero iniziò a martellarmi la mente, già sovraccarica di preoccupazioni.

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Mi sentivo un lupo in gabbia. Dovevo fare qualcosa o assecondare le sue scelte? Ma soprattutto, potevo fare qualcosa? Ne sarei stato in grado se avessi voluto? Ero stato crudele con lei, lo ammetto, ma lei lo era stata altrettanto, rifiutando le mie scuse per tutto quel tempo. Imponendosi di credere che non esistessi, che fossi invisibile. E allora perché aveva improvvisamente deciso di vedermi? Dovevo saperlo, o sarei impazzito. Ringraziai Melluso per la sua poca pazienza di fronte al tempo perso a far niente. Aveva terminato di leggere i quotidiani che aveva lasciato da parte e i dieci minuti successivi gli parvero tanto interminabili da decidere che il tempo a disposizione per il test era a sufficienza. Non potei trattenermi dal ridere di fronte alle facce esterrefatte di chi sperava in un colpo di genio dell’ultimo minuto. Lei si voltò, disturbata dalla mia risata sfacciata. Ma era davvero disturbata? Non avrebbe potuto essere qualcos’altro invece? Quell’espressione fredda avrebbe potuto essere il riflesso dell’insoddisfazione, dell’afflizione per non aver terminato il test. Certo che avrebbe potuto essere questa la causa, ma non ci credevo abbastanza. Ero più sicuro che avesse terminato già prima dell’inizio della prima ora. Lo doveva al branco, dopotutto. Era lei che aveva la responsabilità di superare gli scritti anche per gli altri. Scappa, stupida snob che non sei altro! Continuavo a pensare mentre incrociavo i suoi occhi ancora una volta. Non ridevo più però. Sentivo chiaramente la mia mascella irrigidirsi mentre nella mia testa lottavo tra disgusto e disapprovazione.

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Si alzò Simona per raccogliere i compiti. I suoi movimenti erano molto più aggraziati di quelli di Denise, si vedeva a distanza che non applicava nessuno sforzo in quello che faceva. Era naturale. Naturale come la sua innata superficialità. Tanto superficiale e vuota da sembrare perfino attraente. Con quelle sue movenze armoniose sarebbe riuscita a incantarmi di nuovo se avesse voluto, e di nuovo mi sarei lasciato chiedere qualsiasi cosa, e privo di ogni volontà l’avrei assecondata, sentendo che era ingiusto non accontentare un esserino così grazioso. Forse in questo sono perfino più superficiale di lei. O forse sono solo un essere umano. Un uomo, più precisamente, che freme dal desiderio di far emergere il cavaliere che è in sé per salvare la fanciulla indifesa. Credo che fosse questo che mi irritasse davvero di Denise. Irritava e attraeva allo stesso tempo. Lei non sembrava mai indifesa, ed io mi sentivo troppo stupidamente uomo per reprimere il fanatico impulso di possedere qualcosa di delicato e fragile da proteggere per appagare il mio orgoglio maschile. Per un breve momento si voltò di nuovo a guardarmi, quasi riuscisse a sentire le mie parole come se le stessi urlando e non soltanto pensando. Non sembrava più irritata adesso, piuttosto… incuriosita. Accennai un sorriso, pentendomene subito. Però avevo bisogno di una prova. Dovevo essere certo che fossi davvero io l’oggetto della sua attenzione. Forse era stato solo un breve momento il suo. Che male ci sarebbe stato ad ammetterlo? Si cambia idea per molto meno, dopotutto. La risposta alle mie domande giunse quando la vidi chiaramente rispondere al mio sorriso. Sfacciata come al solito! pensai. A quanto pare mi ero sbagliato ancora. Aveva proprio deciso di tornare a vedermi. Non credo di essermi sentito più inquieto di

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allora in passato. Sapevo di dover reagire in qualche modo, ma l’unica reazione che continuava ad assecondare i miei sensi era quella di fissarla. Ogni movimento, per quanto impercettibile si imprimeva nella mia mente come un’immagine sul rullo di negativo delle vecchie macchine fotografiche. Alzati e vattene! Continuavo a ripetermi mentre - come se avessi altri occhi a disposizione - me ne stavo a guardare la piccola folla di facce sconsolate abbandonare l’aula dalla porta secondaria, quella che da direttamente all’aperto, sull’atrio lastricato interno dell’istituto. Con gli altri occhi invece, continuavo a guardare lei. Immobile al suo posto. Il Branco l’aveva lasciata sola, ma per poco. Erano appena le 11:00, troppo presto per riunirsi al bar a pranzare. Forse, semplicemente, non aveva particolare voglia della loro compagnia quel giorno. Dall’alto della mia presuntuosa arroganza giurai che stesse ancora rimuginando sul test. L’aula rimase vuota in un lampo. Eravamo rimasti solo noi due. Lei alla prima ed io all’ultima fila di banchi. Non avrei potuto raffigurare meglio per immagini la nostra evidente differenza. Una il perfetto opposto dell’altro. E, come la fisica insegna… Inevitabilmente mi sentii attratto dalla mia carica opposta e, prima ancora che riuscissi a realizzare questo concetto nella mia testa, ero già accanto a lei. << Disturbo?>> chiesi sperando fortemente in una risposta affermativa. E invece mi sorrise. Piccola impudente! << Come mai qui tutta sola?>> nonostante tutto sembrava non prestarmi attenzione. La testa china su un blocco per appunti aperto nel centro.

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<< Matematica!>> aggiunsi inclinando appena la testa per osservare quale fosse il punto del programma che la impensieriva. Esattamente come con la chimica però, anche in questo caso usava metodi tutti suoi per risolvere gli esercizi. Era ancora impossessata dal caos dei suoi ragionamenti. Non mi guardava, non parlava, eppure - non mi spiego come - riusciva a prestarmi quel minimo di attenzione che bastava a trattenermi lì. << Cosa c’è che non va?>> chiesi ancora, cercando di sembrare disinvolto e il più possibile ambiguo. Naturalmente rispose la cosa più ovvia per la domanda più ovvia << C’è un passaggio che proprio non mi torna.>> Non era sufficiente, ma per il momento avrei potuto accontentarmi. << Permetti?>> chiesi, quasi esitante. Spinse il blocco verso di me, che potei chinarmi un poco per esaminare il problema. Scivolò leggermente verso di me col busto. Voleva mostrarmi il passaggio che l’aveva frenata dalla sua corsa per chissà quanti giorni. Nel farlo quasi mi sfiorò, ma la schivai senza che se ne accorgesse. Mi indicò il punto con la gomma un po’ consumata della matita. Mi trovai di nuovo stupidamente in difficoltà. Avevo bisogno di più tempo di quanto immaginassi per decodificare il suo ragionamento contorto. Da lì a un attimo se ne sarebbe accorta anche lei e avrei fatto una pessima figura. Avrebbe preso la mia esitazione per ignoranza e il mio ego ne sarebbe rimasto profondamente ferito. Non potevo vedermi, ma ero certo che in quel momento sul mio viso ricomparve il ghigno infastidito di quando mi trovai il suo compito di chimica fra le mani. Le sfilai

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accanto, un po’ brusco, cercando di mantenere la calma, per quanto possibile. Se ne accorse? Se ne accorse, ma ormai era tardi per rimediare. Sulla cattedra del professore c’erano i soliti fogli spazzatura ammonticchiati in un angolo. Ne tirai uno verso di me mentre mi mettevo a sedere. Arraffai nervosamente la penna del blocco delle firme e le chiesi -sperando di sembrare tranquillo e gentile - di dettarmi la traccia dell’esercizio. Credevo rimanesse al suo posto a violentarsi il cervello nel tentativo di dimostrare che avrebbe potuto risolverlo anche da sola, invece sentii il rumore della sedia spostarsi e i suoi passi incerti avvicinarsi alla cattedra. Avvicinarsi a me. Fece strisciare un’altra sedia accanto alla mia e si mise in ginocchio, in equilibrio sugli avambracci, attenta a osservare la mia mano muoversi nervosa sul foglio di fortuna. Curvata com’era, riuscivo a sentire il suo respiro profumato sul viso. Allontanati! Allontanati! Continuava a dire la voce nella mia testa. La stessa voce che un attimo prima mi aveva sconsigliato di avvicinarmi. Mi voltai appena per osservarla – mi era quasi impossibile averla così vicina e non fissare i particolari, che fino ad allora ero stato costretto a cogliere solo da lontano, ora che ne avevo l’occasione. – Quando la guardai era ancora concentrata sull’esercizio, che prendeva piano piano significato sul foglio, ma si accorse che c’era qualcosa di strano quando osservò la mia mano fermarsi senza motivo. Sollevò piano il mento a cercarmi, e mi trovò.

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Riprenditi! Sembri un maniaco. Niente di più vero. Scrollai istintivamente la testa nella speranza di cancellare quell’espressione troppo curiosa sul mio viso. Credevo che l’avrei vista ritrarsi, indispettita dal modo morboso in cui l’avevo guardata, invece non si mosse. Era sorpresa, questo sì, imbarazzata - forse sotto tutto quel fondotinta era perfino arrossita -, ma affatto disturbata. << Perché ti sei fermato?>> chiese. Perché mi ero fermato? Ah sì. Giusto! << Riflettevo su un passaggio.>> mentii. << Io non li svolgo così.>> Certo che no! Perché mai avresti dovuto scegliere di seguire il metodo più semplice, più intuitivo? Che gusto c’era? Non gliel’avrei data vinta neanche sta volta e il mio ego perfido rideva di soddisfazione di fronte a quella certezza << Forse è per questo che non riesci a svolgerlo.>> dissi, ma fu più un mormorio, come se dentro di me, avessi saputo che dirlo ad alta voce era tanto sbagliato quanto appagante. Mi preparai a farmi investire da un’esplosione di rabbia, ma non arrivò. Mi fissò con occhietti curiosi invece. << Che c’è?>> chiesi. Mi aveva disorientato. Mi sentivo come perso nel vicolo buio di una grande città in cui non ero mai stato prima. Sensazione nuova. Ho troppo senso dell’orientamento. << Sbaglio?>> sembrava sinceramente sorpresa. E adesso? Come facevo a risponderle senza offenderla almeno un pochino? << Non proprio.>> fu l’unica risposta che riuscì a elaborare il mio cervello in una frazione di secondo.

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Sono sempre stato talmente presuntuoso da dire quasi sempre quello che mi passa per la testa, ma con lei era diverso. Con lei avevo capito quanto potesse essere meschina a volte la verità. Meglio mentire. Le persone si sentono appagate dalle menzogne, quindi che c’è di male nel poter concedere loro quello che desiderano? Se solo non mi risultasse sempre così faticoso… Avrei mentito spudoratamente anche quel giorno. Dopotutto mi ero ripromesso che non avrei più permesso al mio ego crudele di farle del male. Era giusto così! Ma allora perché mi sentivo in colpa? << Diciamo solo non è proprio come con la chimica. Lì puoi mescolare dei passaggi aritmetici e riuscire comunque a ottenere quello di cui hai bisogno. Con la matematica sarebbe il caso di rispettare certe leggi fondamentali.>> non riuscivo proprio ad essere meno garbato di così. << È che non capisco il perché di certi passaggi?>> rispose subito. E chi te l’ha chiesto? << È importante?>> << Cosa?>> << Hai sempre la necessità di sapere il perché di ogni cosa? Non ti puoi limitare come tutti a seguire solo le regole senza chiederti continuamente il perché di tutto? >> e il mostro parlò inorridendo la fanciulla! Stupido, stupido, stupido e cattivo che non sei altro. Non rispose. Non mi guardò. Teneva lo sguardo basso, rossa di vergogna. Chi ero io per giudicare? Perché mai avrei dovuto interferire? Che male c’era se era quello il suo approccio alla vita? Perché devo sempre dedurre che sia

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semplicemente sbagliato tutto ciò che non rientra nel campo visivo della mia prospettiva d’insieme? E adesso che faccio? << ehm…>> che le dico? Non sarebbe meglio che me ne stessi zitto invece, prima di peggiorare la situazione? << Denise?>> mi inorridiva pronunciare il suo nome ad alta voce. Non volevo che mi sentisse, che le risultasse disgustoso pronunciato da me << Ehi!>> ma ce la fai o no a dire qualcosa di sensato? << Mi dispiace!>> ecco, originale come sempre. Complimenti. Mi sentivo davvero un mostro. << No!>> rispose lei, e mi sembrò di congelare << Hai ragione!>> aggiunse poi. Disarmata. Vulnerabile. Vulnerabile? Denise? No! Mi rifiutavo di crederci. Non lei, non la Denise che conoscevo io. Senza dire altro la sentii muoversi. Tornò al suo banco senza mai alzare lo sguardo su di me. Io naturalmente non le toglievo gli occhi di dosso. La vidi radunare le sue cose distrattamente - come se stesse ancora pensando a quello che le avevo detto - poi uscì dall’entrata principale per raggiungere l’aula di matematica per la prossima lezione. Avrei volentieri passato un paio d’ore a flagellarmi se la mia attenzione non fosse stata attirata dall’orologio alla parete. 11:38. 11:38? Come al solito ero in ritardo per il lavoro.

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5 Quanto si può tenere una maschera sul viso prima che inizi a prudere tanto da immobilizzarti la mente sull’unico, convulso desiderio di strappartela via? Ventuno anni, più o meno. La mia maschera è molto sofisticata. Ha l’aspetto di un ragazzo per bene, colto, altolocato, tanto affascinante da suscitare il tipico chiacchiericcio delle signore quando la indosso per presenziare a uno dei tanti noiosissimi ricevimenti di qualche magnate dell’alta società. È l’unica maschera che mi è permesso indossare in pubblico, soprattutto se in presenza di mio padre. Mi sono nascosto dietro quel viso perfetto per oltre vent’anni e rimpiango ognuno di quei giorni per la mia identità occultata per onore di madama Apparenza. Mio padre! Non ho mai parlato molto con lui. Il lavoro assorbiva quasi ogni secondo del suo tempo, quando ero a casa. Gli concedeva qualche istante giusto per non fargli perdere la mano con le solite paternali. Se qualcuno mi chiedesse, ancora oggi, “Pensi che tuo padre ti voglia bene?” mi verrebbe troppo spontaneo rispondere con un secco “No!” Non ci siamo mai andati a genio, questa è la verità. Troppo diversi. Troppo diverso io dall’idea di figlio che lui si è costruito negli ultimi vent’anni. Spesso mi chiedo se mio fratello Stefano l’abbia concepito per riprovare un esperimento fallito piuttosto che per il desiderio di avere un altro figlio. Non è mai stato molto presente fisicamente nelle nostre vite, quindi mi sembra strano provare a guardarlo da una

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nuova angolazione e ammettere che forse, dopotutto, Stefano sia nato come entità a sé stante e non come sostituzione di un pezzo difettoso del puzzle della sua esistenza impeccabile. Stefano è tutto ciò che lui ha sempre voluto che fossi io. Estremamente elegante, educato, rispettoso, prevedibile. Nauseante aggiungerei se non fosse mio fratello, se non fosse che è l’unica persona al mondo per cui senta un sincero affetto senza riserve. I primi anni sperimentati con me sono serviti a mio padre come rodaggio per la sua nuova macchina. Sapeva perfettamente dove aveva sbagliato ed è stato ben attento a non commettere una seconda volta gli stessi errori. Abolito ogni respiro quindi. Ogni traccia di libertà. Nulla sarebbe andato storto sta volta. Anche Stefano ha vissuto il proprio periodo nero dell’adolescenza, questo è certo, ma è passato troppo in fretta per lasciare tracce significative nei nervi labili di nostro padre. La vita di Stefano e, di riflesso, la mia, è sempre stata basata su due condizioni fondamentali. Punto primo: la reputazione di Stefano non può essere macchiata dalla mia condotta. Di conseguenza, per quanto non potesse interessargli nulla di me, la sua stessa condizione gli imponeva di garantirmi tutto il necessario per costruire attorno alla mia persona la reputazione degna di un principe ereditario. Da qui, la maschera. Per quanto assurdo, io che sono il figlio che non esiste, fui costretto a frequentare un collegio privato troppo vicino a casa per impedirmi di farvi ritorno in ogni occasione concessa, mentre Stefano si godeva dieci mesi l’anno, un prestigioso collegio londinese. Il perché di quella scelta è limpidamente spiegato nella seconda condizione. Punto secondo: nessuna cattiva influenza su Stefano.

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Ha cercato di tenerci lontani l’uno dall’altro, o meglio, ha cercato di tenere Stefano lontano da me, il più possibile. Mio padre disapprovava praticamente tutto ciò che facessi. Persino i miei pensieri, le mie idee sembravano infastidirlo. Era come un riflesso incondizionato. Oggi sono arrivato a credere che sotto sotto non ci facesse neanche più caso. Se volevo suonare la chitarra, mi iscriveva a conservatorio per studiare pianoforte. Se volevo frequentare la scuola d’arte mi iscriveva a equitazione. Se volevo la moto mi comprava la macchina. Giorgio, sei sicuro che in fondo anche questo sia un modo per farmi capire che pensa a me? Effettivamente deve impegnargli molto tempo trovare sempre il modo giusto per rovinarmi la vita. Intanto però, mentre Stefano proseguiva il suo esilio forzato per spianarsi la strada che l’avrebbe reso il grande uomo che mio padre vede ereditare le chiavi del suo regno perfetto, io smettevo di nascosto la mia maschera e sperimentavo le prime droghe, le prime ubriacate con gli amici, il primo tatuaggio, la prima infezione da piercing, i primi rapporti occasionali. Avrei provato di tutto pur di mandare mio padre fuori di testa.

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6 Mi infilai tra la folla degli studenti che si spostavano da un’aula all’altra per la lezione successiva. Avevo un ritardo spaventoso. Mi muovevo svelto cercando di non badare troppo alla delicatezza con cui spintonavo qualcuno che mi ostruiva il passaggio. Assurdo! Dovevo ancora passare a casa a prendere la macchina. Sentivo già il fiato di Massimo sul collo, i suoi occhi ardenti sulla pelle. Ero talmente concentrato a sgattaiolare via da vedere tutto offuscato attorno a me, un arcobaleno di macchie più o meno brillanti, non avrei riconosciuto neanche mio padre se mi fosse passato accanto. Una di quelle macchie però, riuscì ad attirare la mia attenzione, era diversa dalle altre. Familiare. Mi fermai un istante per osservarla meglio. La seguii fino al viale dei parcheggi, un po’ in disparte. Alex sei in ritardo! Lo trovai appoggiato, mani incrociate al petto, allo sportello anteriore della mia macchina. Ma come…? << Non credevo avessi le chiavi!>> esclamai avvicinandomi. << Massimo temeva che ti dimenticassi.>> << E ha mandato te a controllarmi?>> Ivan si spostò dallo sportello portando le mani nelle tasche dei pantaloni << Più o meno!>> Detestavo il fatto che Massimo non si fidasse ancora di me, ma più di tutto odiavo che usasse Ivan per mettermi in carreggiata. << Me la so cavare da solo!>> brontolai rabbioso. << Messaggio ricevuto!>> ghignò. Si mosse per uscire dal parcheggio.

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<< Tu non vieni con me?>> chiesi insospettito. Scosse la testa divertito << Mi faccio un altro giro, magari ci si vede più tardi in Agenzia.>> << Non sei qui per me, vero?>> gli urlai dietro, più di quanto ce ne fosse stato bisogno. Ivan si voltò col suo solito ghigno sulle labbra << Il mondo non gira solo intorno a te, Alessandro.>> << Chi è?>> chiesi senza raccogliere la provocazione. << Lo saprai quando sarà il momento.>> rispose riprendendo ad allontanarsi. << Dimmi solo se è qualcuno che conosco!>> Non si voltò neanche per rispondere << Chiedilo a Max! Io non posso dirti niente.>> Quasi volai per arrivare in tempo a casa dell’Ingegnere. Mi stava aspettando inquieto, per fortuna c’era un suo caro amico a fargli compagnia e non innervosirlo per il ritardo. Ero dovuto passare a prendere prima il signor Modilano. << Mi dispiace averla fatta aspettare tanto, signore, ma ho avuto un piccolo contrattempo.>> dissi sfoderando il mio perfetto sorriso da agente immobiliare. Aspettai un minuto che dicesse qualcosa a sua moglie, intanto tenevo lo sportello della macchina aperto per far salire il suo amico sul sedile posteriore. << Ho visto Ivan all’università.>> esclamai per frenare sul nascere i rimbrotti di Massimo per l’ennesimo ritardo. << Sì, ce l’ho mandato io.>> rispose brusco. << E allora?>> << Cosa?>>

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<< Di chi si tratta? Chi ha preso appuntamento con l’Agenzia?>> Si portò la sigaretta alle labbra, noncurante delle mie domande << È un cliente di Paolo, non vedo come possa interessarti.>> << Sono solo curioso!>> Non mi rispose. << Tu sai quanto ci tengo, Massimo!>> dissi con tono accusatorio. << Non ricominciare Alessandro. Abbiamo già fatto questo discorso un milione di volte. Non le faccio io le regole.>> Tranquillo! Respira. << No, è vero, ma prendi tu le decisioni.>> << E credi che una possa essere migliore di un’altra? E poi, in questo caso non dipende da me.>> Sapevo che aveva ragione, non potevo dargli torto, ma non potevo neanche continuare a guardarlo, quindi mi voltai a fissare il panorama dalla finestra del suo ufficio. << Dovresti iniziare a prendere questo lavoro un po’ più seriamente. Questo stupido senso di competizione, che ti prende tutte le volte, sta facendo saltare i nervi a tutti. Non costringermi a cambiarti zona d’azione. Sempre che non sia questo che vuoi, lo sai che in quel caso non avrei obiezioni.>> Sbuffai << No! Mi sta bene il quartiere che ho.>> << E allora smettila di rendere la vita difficile a tutti. Non mettermi nella condizione di dovermi schierare dalla parte di qualcuno. Non mi piace l’atmosfera di tensione tra colleghi.>> Chinai il capo a guardare il pavimento. Non avrei ottenuto altro da lui << D’accordo!>>.

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Intravidi Paolo con la coda dell’occhio, mentre uscivo dall’agenzia. Parlottava fitto fitto con un cliente. Si voltò appena si accorse d’essere osservato. Con un cenno leggero del capo mi invitò a raggiungerli. << Che c’è che non va?>> mi chiese senza tirarla troppo per le lunghe. Il suo sorriso incoraggiante mi ridiede un po’ di speranza. << So che ti è stato affidato un cliente che frequenta la mia università.>> risposi secco, sempre un po’ troppo ostile. << Sì!>> << Chi è?>> Si rabbuiò << Non posso dirtelo.>> << Perché?>> << Max!>> indicò con lo sguardo la porta chiusa dell’ufficio del capo. A quanto pare le mie intuizioni erano giuste. Voleva tenermelo nascosto di proposito. Ma a che scopo? Frequentando le lezioni era impossibile che non me ne accorgessi da solo << Quando avete appuntamento?>> << Non lo so, cambia idea in continuazione.>> Sospirai pensieroso << Hai provato a parlarci?>> << È una decisione sua, non mi va di fare troppa pressione. Rischierei di ottenere l’effetto opposto.>> Vero anche questo. Era già successo in passato di voler convincere un cliente al punto da rafforzare le sue convinzioni. << Ti spiace se provo a fare un tentativo?>> chiesi, con tono troppo retorico per indurlo a rifiutare la mia richiesta. << È una tua conoscenza?>>

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<< Diciamo di sì.>> Annuì << Io non so niente però.>> e indicò di nuovo l’ufficio. << Non ti preoccupare. Questa conversazione non è mai avvenuta.>> Annuì di nuovo, più convinto di prima. << Mi devi un favore!>> mi urlò dietro mentre mi affrettavo verso l’uscita.

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7 Così come per Stefano anche per me fin da piccolissimo si scelse una carriera scolastica accademica. Ero destinato all’Ancharos – così si chiama, in onore del capostipite della famiglia che lo ha istituito – in quanto primogenito maschio, in quanto nipote di mio nonno più che in quanto figlio di mio padre, che non l’aveva frequentato. Non avrei potuto scegliere diversamente neanche se avessi voluto. Ricordo bene il primo giorno che misi piede all’Ancharos. Avevo sei anni. Avevo assistito al primo giorno di scuola di tutti i miei amichetti che, zainetto in spalla si lasciavano accompagnare semplicemente alla scuola più vicina. Non che a quel tempo frequentassi altri bambini all’infuori delle mie cugine e dei figli dei domestici. Volevo andare anch’io con loro. Poter tornare a casa fra le braccia di mia madre per l’ora di pranzo, ma a me non era concesso. Stefano aveva appena iniziato a farfugliare frasi comprensibili di senso compiuto. Eppure quella mattina sembrava rendersi conto che stava per cambiare qualcosa nella sua quotidianità. Era un lunedì di settembre e il cielo mandava giù pioggia da far invidia a una tempesta tropicale. Fu mio nonno ad accompagnarmi <<Tuo padre è occupato in Clinica>> mi disse <<e tua madre deve stare con Stefano, che sta mattina ha un po’ di febbre.>> Questa era la trasposizione letterale della considerazione che la mia famiglia aveva di me. Varcammo il grande cancello in ferro battuto nero intorno alle 7:00. Procedemmo molto lentamente lungo il viale alberato per raggiungere il portone d’ingresso.

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Dall’aspetto aveva tutta l’aria d’essere un bel posto. Guardai mio nonno con attenzione prima di scendere dalla macchina con un saltello. << Tornerò a prenderti venerdì.>> mi disse accennando un sorriso per incoraggiarmi << Sono solo cinque giorni. Passano presto.>> e mi mise in mano un’agendina dalla rilegatura raffinata << Segna qui i giorni che mancano. Ti accorgerai presto che non sono così tanti.>> Dovevo avere l’aria stravolta e affatto convinta, perché non mi aveva mai parlato a quel modo. Ero abituato a sentirlo tuonare rimproveri non a elargire carezze gratuite. Quell’improvvisa gentilezza più che rassicurarmi mi inquietò. Vidi degli uomini scendere le mie cose dal bagagliaio. Solo più tardi mi sarei accorto che le avevano portate in quella che da quel giorno sarebbe stata la mia stanza per quasi tredici anni. Una donna poi si avvicinò a mio nonno per stringergli la mano. Parlarono di qualcosa, dopodiché mi accorsi dalle loro facce che era giunto il momento dei saluti. Credevo mi accompagnasse dentro e invece non ebbi che qualche breve momento per salutare il nonno prima che se ne andasse. La donna mi prese per mano e mi accompagnò all’interno, in un lussuoso androne <<Aspetta qui, d’accordo?>> disse sollevandomi appena per mettermi a sedere su una panchina di legno dall’imbottitura in pelle. Rimasi nell’atrio interno dell’edificio ad aspettare che qualcuno venisse a chiamarmi per quasi tutta la mattina. Ebbi, nel frattempo, modo di dare una prima occhiata a quella che sarebbe stata la mia nuova casa per i prossimi anni. Vedevo solo ragazzi salire e scendere la grande scalinata di marmo al centro dell’androne, in silenzio, libri

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in bella mostra. Erano tutti rigorosamente in divisa, di colore diverso, per ogni sezione di corso. Sabbia era il colore delle divise dei più grandi. Mi sembravano estremamente eleganti, rivestiti di quegli abiti d’alta sartoria. Mi strinsi le ginocchia al petto, intimorito dalle espressioni dure sui loro volti. Il colore dei ragazzi di metà corso era il verde scuro: pantalone grigio fumo e maglione verde. Camicie, tutte rigorosamente bianche. Mentre per i più piccoli, tipo me, il maglione era bordeaux. L’unico particolare comune in tutti gli allievi era lo stemma del collegio cucito su giacche, maglioni gilet e camicie, proprio sulla parte alta sinistra del petto. Un’immagine che non dimenticherò mai, anche perché mi fu tatuata sul dorso della mano destra una settimana dopo il mio ingresso all’Ancharos. Avevo deciso di toglierlo una volta uscito dal collegio, ma poi sono successe tante di quelle cose che quel tatuaggio è diventato l’ultimo dei miei pensieri. Intorno alle 11.30 arrivò un uomo distinto con in mano un paio di opuscoli. << Alessandro?>> mi chiese. << Sì signore.>> << Seguimi!>> Attraversai con lui un lungo corridoio. Col tempo ho imparato a guardare il collegio con occhi diversi, ma quel giorno mi sembrò tutto molto più maestoso di quanto non fosse realmente. Ci fermammo dinanzi ad una porta, con lo stemma in bella vista intagliato direttamente nel legno.

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<< Questo è l’ufficio del Rettore Lombardi.>> spiegò << Attendi un momento qui fuori e tieniti pronto ad entrare non appena ti si chiama. È tutto chiaro?>> Io annuii senza badarci troppo e mi sedetti lì accanto su una panchina identica a quella nell’ingresso. Il silenzio non mi è mai piaciuto granché. Mi rende nervoso. A quei tempi invece mi spaventava. Più i minuti scorrevano e più in me accresceva l’ansia e la paura per quell’incontro. Ma non volevo mettermi a frignare come uno stupido, cercai quindi un modo per distrarmi da quel pensiero e lo feci iniziando a guardarmi intorno. Le pareti erano affrescate di immagini mitologiche. Poco rassicuranti per un bimbo di sei anni impaurito e disorientato. L’attesa a un certo punto divenne snervante, tentai perfino di sentire cosa si stessero dicendo di tanto importante, ma parlavano un linguaggio che allora ancora non conoscevo. Era un parlare fitto fitto il loro, come di due che hanno molto da dirsi. Aspettai ancora qualche minuto, poi fu finalmente il mio turno. << Signor Renzi!>> è così che mi hanno sempre chiamato lì dentro da quel momento in avanti. Bussai quindi, ed entrai quando mi fu chiesto di entrare. Del discorso del Rettore Lombardi ricordo solo un sacco di bla bla bla bla. Un particolare rimasto indelebile come il primo giorno invece, è che mi diede un grosso libro dalla copertina rigida in pelle marrone con lo stemma marchiato a fuoco al centro. Era il Libro degli Ancharos, una sorta di manuale con incise tutte le ferree regole dell’istituto, o della Setta, perché era questo che si nascondeva dietro quella facciata elegante. Lo conservo ancora. Non come ricordo, ma come monito per il futuro.

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Terminato il colloquio, il segretario mi diede uno dei tre opuscoli – se si può chiamare opuscolo un libro di duecento pagine - che aveva tra le mani e si decise a farmi strada per mostrarmi la mia camera All’inizio quando mi accorsi che avrei diviso la stanza con qualcuno fui contento, ma quando vidi il mio compagno di stanza mi scivolò via di dosso tutto l’entusiasmo. Signor Marrui si chiamava, il suo nome non l’ho mai saputo. Era un ragazzetto di dieci anni, tutto eccitato perché l’anno dopo sarebbe entrato a far parte del gruppo di allievi di metà corso. Mi guardò dall’alto in basso non appena mi vide e continuò a farlo fino al suo ultimo giorno di permanenza all’Ancharos. Purtroppo mi resi conto fin troppo presto che la vita lì sarebbe mutata in un inferno. Per tutto il resto della giornata mi lasciarono libero di disfare i bagagli e ambientarmi a quella nuova situazione. Ricordo che il Signor Marrui non mi rivolse la parola per tutto il giorno e anche per quello successivo, e in seguito, quando lo fece, usò la voce solo per offendere. Sistemata la mia roba mi coricai sul letto e sfogliai curioso l’opuscolo che mi era stato dato. Mi stupii nel notare che vi erano semplicemente annotate una serie di norme di buona condotta e gli orari con le aule dei corsi che dall’indomani avrei frequentato con i miei nuovi compagni. Sveglia alle 6:00. Colazione alle 7:00. Si lascia la stanza solo se in perfetto ordine. Orario lezioni mattutine: 8:00-12:00 Pranzo 12:30 Ritiro in stanza 13:30 –15:00

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Orario lezioni pomeridiane 15:30-18:00 Tempo libero 18:00-19:00 Cena 19:00 Palestra (solo per allievi del secondo e terzo corso) 20:00-22:00 Ritiro in dormitorio 22:30 (21:00 per allievi del primo corso) Le luci si spengono alle 23.00. (22:00 per allievi del primo corso) Ogni Venerdì riunione nell’atrio esterno dell’istituto dalle 21:00 alle 23.00 per assemblee di ordine generale gestite dai cinque rappresentanti del corpo studentesco (riservato esclusivamente agli allievi del terzo corso). Un solo giorno al mese è concesso saltare l’intero ciclo delle lezioni per dedicarsi ad altro. Senza ripercussioni. Una specie di assenza giustificata. Non è possibile per nessun motivo correre all’interno dell’edificio se non in palestra o durante le esercitazioni in campo aperto. Non è permesso chiamare un proprio compagno o un superiore senza l’appellativo “Signore”. Non è tollerato per nessun motivo alcun tipo di rissa tra allievi. Non è permesso mangiare oltre l’orario stabilito. Non è permesso proferire parola in presenza di un superiore a meno che non sia stato egli stesso a chiederti di farlo. Non è permesso piangere, ridere smodatamente o lamentarsi. In altre parole non era permesso vivere. (Solo per gli allievi del secondo e del terzo corso) Sono concesse 8 settimane di licenza l’anno, ripartite in modo

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da tornare a casa almeno una settimana ogni due mesi. L’ultima settimana di novembre, febbraio aprile e giugno. Le ultime due settimane di agosto e settembre. All’infuori di quei giorni non c’era peste che tenesse, non era permesso lasciare l’istituto. Tra gli allievi vi era una sorta di elementare gerarchia in base all’anno di corso. Ti era superiore chiunque fosse almeno un anno più avanti di te. Essendo io uno dei più piccoli, parlavo poco e sgobbavo troppo per ubbidire ai fastidiosi capricci dei ragazzi più grandi. Mi consolava però, l’idea di non essere l’unico di quell’età a essere trattato così, era una ruota che girava per tutti allo stesso modo. L’anno dopo, infatti, anch’io ho avuto il mio novello schiavetto. Ogni violazione delle regole aveva la sua specifica punizione, in base alla gravità del caso, dalle umiliazioni più degradanti alle pene corporali. Ce ne erano di tutti i gusti ed io come ogni studente che si rispetti, nei tredici anni passati lì, le ho provate davvero tutte. La punizione più esemplare la subii a quindici anni, quando una sera di marzo, per non ricordo più neanche quale motivo, tentai di fuggire da quell’orrore. Naturalmente non riuscii a evadere, le guardie armate addette alla sicurezza mi ripresero ancora prima che riuscissi ad avvicinarmi anche solo di qualche centinaio di metri al cancello. Per punirmi per quello che avevo tentato di fare, e forse anche per dare un esempio concreto agli altri ragazzi e inibirli anche solo nel pensare di provare la mia medesima impresa, mi legarono a un palo, in cortile e mi diedero tante di quelle cinghiate che, ancora adesso, se ci penso mi vengono i brividi.

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Riportai escoriazioni di secondo grado su tutto il corpo che mi costrinsero a rimanere in infermeria per oltre tre mesi. Saltai quindi le due settimane di licenza di aprile e giugno. Non avevo il permesso di dire a nessuno cosa fosse accaduto davvero, quindi mi toccò inventarmi una scusa qualunque per giustificare la mia assenza da casa quel periodo. Mio nonno probabilmente immaginò che c’era di mezzo qualche magagna, sapeva cosa succedeva lì dentro e non riesco ancora a perdonargli il fatto di avermici mandato con la consapevolezza di quello che sarebbe successo. Nulla di quello che accade all’interno delle mura dell’Ancharos deve essere rivelato all’esterno. La pena per questa trasgressione non l’ho mai saputa, probabilmente ne è venuto al corrente solo il diretto interessato. Se ce n’è mai stato uno tanto coraggioso da affrontare il sistema. Io non lo sono stato. Brevemente ho riassunto oltre quattrocento regole stampate sull’opuscolo di presentazione del collegio. Quattrocento regole che, in fin dei conti, se seguite alla lettera riescono a salvarti la vita. Non sono mai stato visto di buon occhio in collegio. Ero definito il classico figlio di papà, un raccomandato. Sicuramente ero il più facoltoso dell’istituto e questo non era tollerato dai miei compagni. Gli insegnanti poi, non avevano alcun potere, il loro unico compito era insegnare e fingersi estranei a tutto il marciume in cui galleggiava il buon nome della scuola. Il primo compito di responsabilità assegnatomi all’Ancharos fu di accogliere i nuovi arrivati e farli rigare dritto finché non si fossero ambientati a dovere. Ero una sorta di supervisore anziano. Avevo 16 anni e, a parte l’episodio della fuga, a quell’età ero riuscito a guadagnarmi quel briciolo di fiducia nei superiori

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sufficiente a garantirmi di vivere almeno con un minimo di dignità i miei pochi giorni riamasti lì dentro. Anch’io ho avuto un supervisore a mio tempo. Il Signor Wellingthon. Era un ragazzo irlandese di quindici anni. È stato fortunato con me, non gli ho mai dato problemi, e di conseguenza lui non ne ha dati a me. Mio nonno, mio padre, sono sempre stati uomini molto autoritari ed io ho dovuto imparare fin da piccolissimo a obbedire agli ordini senza replicare e questo mi ha aiutato tanto in quegli anni difficili. Ero un ribelle senza speranze, questo lo devo ammettere a me stesso prima che agli altri, ma in fin dei conti non ero cattivo. Avevo solo un’innaturale capacità di mettermi nei guai. Allora come oggi, non ho mai saputo dire di no a una sfida, quale che fosse la conseguenza della sconfitta, mi buttavo a capofitto in quell’impresa ogni volta come se fosse l’ultima. Ne ho prese tante da bambino. Soprattutto da mio padre che, esasperato dai miei continui tentativi di farmi ammazzare da qualcosa o qualcuno, cercava di mettermi giudizio con un ceffone o due, ben assestati. Quando ero su di giri era l’unica cosa che mi tenesse a freno. Se ero particolarmente nervoso, a volte cercavo perfino lo scontro di proposito. Non aveva importanza con chi, andavo a caccia di risse per sfogare la rabbia che accumulavo in collegio ogni giorno. Lo dimostra il fatto che non c’era una volta che non rientrassi all’Ancharos senza un nuovo trofeo di guerra: un livido, qualche punto, escoriazioni di ogni tipo. Forse è in quel periodo che mi è venuta la passione per la medicina, ma non saprei dirlo con certezza. I ragazzetti affidati alla mia supervisione erano alquanto vivaci e spesso sono stato punito a causa loro. Una in particolare di quelle pesti si impegnava più di tutte a mettermi nei guai, il Signor Nosph, un ragazzino austriaco

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di soli undici anni, così tremendo che in un solo anno riuscì a demolire tutto l’Impero di stima che mi ero costruito intorno. Adorava farmi uscire dai gangheri, godeva nel vedermi perdere il controllo, era un vero genio nel creare scompiglio e far ricadere la colpa su di me. Per dodici interminabili mesi non passò un giorno che non finissi in punizione a causa sua. Per mia fortuna, il periodo di supervisione durava solo un anno. Non era il massimo della correttezza il regime disciplinare dell’Ancharos, ma il percorso scolastico non aveva eguali. Ho imparato a fare di tutto nei tredici anni trascorsi tra quelle mura, anche se sembrava più un’accademia militare che un collegio. Si studiava di tutto però: dallo spionaggio alla lotta armata e non, dalla medicina alla filosofia, dal latino ai geroglifici egizi. Ho perfino imparato a dialogare correntemente in Inglese, Francese, Tedesco e Spagnolo, oltre il Peres che ci venne insegnato come seconda lingua madre. Un linguaggio segreto ideato più di seicento anni fa dallo stesso capostipite della setta. I giovani del terzo corso, infatti, potevano comunicare solo in Peres. Era una strategia che preparava all’iniziazione dell’ultimo anno. Come ho già accennato in precedenza, l’Ancharos è una Setta, una potente Setta istituita per preparare un’elite di predestinati a proseguire il delicato incarico che da generazioni portavano avanti con scrupolo e assoluta segretezza. In tredici anni d’istituto ho avuto un solo amico, l’unico di cui conoscessi il nome, l’unico che si sia degnato di rivolgermi la parola come se fossi un ragazzo normale e non una piaga da evitare a tutti i costi. Trascorremmo insieme tutto l’ultimo anno, stando ovviamente accorti a non far trapelare in pubblico la nostra segreta complicità.

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Si chiamava Mark, giunto in Italia direttamente dall’Oregon, dove non tornava ormai da più di un anno. Aveva diciassette anni come me. Un bel ragazzo, alto, fisico asciutto e due occhi penetranti, molto espressivi. L’unico vero amico che in ventitre anni abbia avuto mai. Lo notai in palestra, durante un’esercitazione di lotta. Lui non era molto abile in quella disciplina. La violenza non era proprio nella sua indole. Il suo avversario lo stava pestando a sangue. Gli aveva già rotto il naso con un calcio in pieno volto quando entrai in palestra con il mio gruppo per la lezione. Perdeva sangue a fiumi. Credo non ci vedesse neanche più dal dolore e a fatica riusciva a tenersi in piedi. L’istruttore lo guardava fisso, lo vedeva barcollare sfinito, ma non si decideva a interrompere l’incontro, al contrario, si compiaceva nel vedere l’altro ragazzo che si avventava come un cane rabbioso su un corpo ormai stremato. Quando Mark cadde a terra privo di sensi sotto l’ennesimo colpo di Siloni, non riuscii a trattenere la rabbia e mi scagliai su di lui. Avevamo un piccolo conto in sospeso noi due. L’ultima volta che ci eravamo trovati uno contro l’altro su quel tappeto, mi aveva battuto fratturandomi il metacarpo della destra con una pedata. All’istruttore parve piacere questo improvviso cambio di programma e non mi fermò, ed io non mi fermai finché non vidi quel bastardo andare a tappeto senza avere più la forza di rialzarsi da solo. Mi sentii meglio, mi sentii appagato per quello che avevo fatto, ma allo stesso tempo mi sentii strano, perché ogni giorno che passava percepivo un’incontrollabile rabbia crescermi dentro. Ultimamente, infatti, perdevo il controllo troppo facilmente. Stava cambiando qualcosa in me e questo non mi piaceva.

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Fu in quell’occasione che il Rettore mi convocò nel suo ufficio per comunicarmi personalmente che ero pronto, che da lì a un anno avrei potuto affrontare l’iniziazione e guadagnarmi il mio tanto sudato congedo. Sapevano che non vedevo l’ora di andarmene, sapevano che avrei fatto qualunque cosa pur di lasciare quel posto orrendo. Ho conservato solo dei confusi ricordi degli anni trascorsi all’Ancharos, il mio inconscio e due anni di psicoterapia devono aver rimosso gli incubi di quel periodo. Però i sei mesi che precedettero l’iniziazione non sono riuscito a dimenticarli, quelli sono ancora vivi nella mia mente. Dolorosi come il primo giorno. Lo scopo della preparazione era inibire totalmente le mie facoltà mentali. Dovevo giungere alla rinascita, mi dissero, avrei dovuto risvegliare il mio vero Essere e soccombere l’anima di Comune che aveva prevalso per diciotto anni sulla mia mente. La loro prima azione fu di buttarmi fuori dalla mia stanza. La seconda fu condurmi in un sotterraneo buio e umido. Mi fecero entrare in una delle celle disponibili, chiusero la porta a chiave e andarono via. Non mi dissero cosa sarebbe successo da quel momento in avanti, non mi accennarono nulla, potevo solo sentire di tanto in tanto dei lamenti strazianti provenire dalle stanze vicine e dar libero sfogo all’immaginazione. Ben presto divenni anch’io uno di quei lamenti. Torture, digiuni, abusi, pestaggi ingiustificati sarebbero serviti a renderci più forti secondo un loro macabro e tetro pensiero. Più cattivo! Pensavo io.

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Trascorsi sei mesi in quelle condizioni, ma un giorno mi fecero uscire. Mi sentivo tutt’altro che forte, ma di sicuro ero diventato cattivo, pronto a sfogare tutta la mia rabbia. L’uomo che venne ad aprire la cella non l’avevo mai visto prima, anche se la sua voce mi suonava piuttosto familiare << Sei pronto.>> mi disse << Oggi sarai iniziato.>> Da iniziato sarei divenuto un autentico Ancharos, un Nocchiero per la precisione, uno dei tanti. Nella stanza da bagno dove mi condussero prima della cerimonia c’erano tre donne dal volto coperto. Mi ripulirono per bene prima della vestizione. Indossai un saio bianco allacciato in vita. Il cappuccio mi pendeva sulla schiena a coprire una parte dell’immagine in nero dello stemma della Setta. Ero nauseato, ancora provato dalle fatiche degli ultimi giorni, ma nessuno parve farci caso mentre venivo accompagnato in un enorme salone con le pareti ricoperte di drappi scuri. A presiedere il rito c’era il Rettore, appoggiato dalla presenza di altri sei uomini incappucciati di cui non conosco tuttora l’identità. Mi stavo ancora guardando intorno incuriosito e un po’ inquieto quando uno degli incappucciati, il più basso, mi fece segno di avvicinarmi al tavolo di marmo al centro della stanza. Obbedii senza esitare. Volevo finire in fretta e abbandonare quel posto per sempre. Avanzai finché un altro incappucciato, il secondo da sinistra, mi fece cenno di fermarmi. Solo allora il Rettore iniziò a recitare il testo Peres per l’iniziazione. Conoscevo quel testo, il significato di quelle parole: era presente nel libro degli Ancharos a caratteri cubitali. Mi preparavo a quel giorno dal settimo anno.

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Alla formula del rettore io avrei dovuto solo rispondere: Caris modi not seiu punor mei Terminato il rito mi fecero segno di togliermi la tunica. Indossavo solo un paio di pantaloni bianchi. Su torace e schiena avevo ancora i segni delle ultime torture. Lasciai cadere a terra la tunica e rimasi immobile in attesa di nuove disposizioni. Dopo un paio di minuti, l’incappucciato in fondo a destra si avvicinò per porgermi una coppa piena di una sostanza fluida e scura. L’ultimo ricordo che ho è la sua mano che mi invita a bere. Devono avermi drogato, perché da lì al mio risveglio ho solo il vuoto nella testa. Non ho la più pallida idea di cos’altro accadde in quella sala. Quello che ricordo invece è tutto ciò che accadde dopo il mio risveglio. Mi girava la testa. Provai a tirarmi su dal pavimento freddo, ma un ginocchio mi faceva male, così mi aggrappai alla prima cosa che trovai tastoni lì intorno. La luce intensa, dopo la prolungata incoscienza, mi impediva di mettere a fuoco le immagini. Ero talmente frastornato da non ricordare dove fossi, tantomeno cosa fosse successo. Pian piano la luce smise di infastidirmi e riuscii ad aprire completamente gli occhi. Anche la stanza sembrava aver smesso di vorticarmi intorno. Guardando meglio mi resi conto d’essere sporco di sangue. Il pantalone, le scarpe, ne erano quasi ricoperti. La vista di tutto quel sangue mi spaventò. C’erano nuovi lividi sulle braccia e un graffio piuttosto profondo sul petto. Iniziai a respirare con affanno. Sentivo il panico impossessarsi di me piano piano. Il pavimento era una

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pozza di sangue fresco. Persi il controllo e mi chinai per vomitare. Mi sentivo malissimo, sembrava come dopo un pestaggio. Mi appoggiai di nuovo al tavolo di marmo perché le gambe si stavano rifiutando di sostenermi. Urtai qualcosa di freddo con la mano e la ritrassi d’istinto, alzando lo sguardo a cercare cosa fosse. Un nuovo conato di vomito mi piegò a terra, in ginocchio. Tremavo tanto da battere i denti. Ero talmente sotto shock da non avvertire neanche il dolore ai legamenti rotti del ginocchio flesso sul pavimento. Non volevo credere a quello che avevo visto, non riuscivo a concepire che fosse davvero così. I miei occhi potevano essersi sbagliati. Dopotutto avevo dato solo un’occhiata fugace. Ero esausto e probabilmente ancora sotto l’effetto delle droghe che avevo ingerito. Poteva trattarsi di semplice allucinazione. Non poteva, non doveva essere altrimenti. Cercai di riprendere il controllo sui muscoli e mi costrinsi a rialzarmi. Guardare di nuovo però non mi diede le certezze che speravo. Era davvero Mark il corpo disteso sul tavolo. Mi sforzai ad avvicinarmi. Intontito, incredulo. Non realizzai subito cosa fosse successo. Il cervello non reagiva a nessuno dei miei comandi. Si rifiutava di credere, di capire, di ricordare. Mark se ne stava incosciente con le braccia penzolanti dal tavolo, che lasciavano scorrere sul pavimento anche le ultime gocce di sangue rimastegli in corpo. Lo guardai inorridito. Rimasi lì immobile per qualche minuto, poi cominciai tremare di nuovo, mentre gli accarezzavo il volto pallido e freddo, tremendamente freddo. Dovetti far fede a tutte le mie forze per non

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scoppiare a piangere, per non mettermi a gridare come un matto in preda allo smarrimento. Continuavo a guardarlo, a ripetere dolcemente il suo nome, come per sperare che riuscisse a sentirmi e si svegliasse da quell’eterno sonno. Stetti a contemplarlo per non so quanto tempo, poi all’improvviso, mi sentii stringere debolmente la mano. Non era morto! In un attimo fui invaso dal panico, iniziai a chiamarlo, a scrollarlo per farlo rinvenire, << Mark? Mark riesci a sentirmi? Fallo per me, amico. Sono io. Apri gli occhi, guardami.>> Sapevo che non c’era un minuto da perdere. Mi avventai con forza contro il portone della sala. Lo prendevo a calci nonostante il dolore lancinante al ginocchio, a spallate, ma niente, non voleva saperne di aprirsi. Iniziai a gridare aiuto allora, gridai fino a perdere la voce, tentai di forzare il portone fino a farmi male. Molto presto dovetti rassegnarmi all’idea che non sarebbe arrivato nessuno. Mi asciugai il viso cercando di ritrovare un po’ di contegno prima di tornare a sedermi accanto al mio amico morente. Potevo solo parlargli per fargli sentire che c’ero, che non l’avrei lasciato morire da solo. << Mark?>> riuscivo appena a sussurrare << Mark? Resisti amico, stanno venendo ad aiutarci.>> mentii. Cos’altro potevo fare. Non volevo che fosse il terrore lo stato d’animo che l’avrebbe condotto all’aldilà << Di sicuro hanno sentito le mie grida. Saranno qui tra pochissimo. Tu devi solo resistere qualche altro minuto. Non arrenderti proprio ora che è tutto finito, proprio ora che stiamo per tornare a casa.>> non riuscii più a trattenermi e scoppiai in un pianto quasi isterico <<Mark? Non mi lasciare Mark, non resisterei un giorno qui dentro senza di te. Non mollare

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adesso. Resta con me amico, resta con me…>> lo supplicai di resistere con quel filo di voce che mi era rimasto, continuai ad accarezzarlo, a stringergli la mano. Mi voltai a cercare qualcosa per coprirlo, per riscaldarlo e quando mi voltai ancora… lui mi stava guardando, con i suoi occhi grandi e attenti, mi stava concedendo un suo ultimo sguardo. << Mark?>> strillai senza voce << Lo sapevo che non avresti mollato senza lottare. Sei forte. Sei sempre stato più forte di me.>> continuava a guardarmi, ma i suoi occhi erano sempre meno attenti. Lo vedevo spegnersi ogni secondo che passava e non potevo fare altro che stare a guardarlo morire << Perdonami amico se non sono stato in grado di proteggerti. Non ero in me, te lo giuro. Non avrei mai permesso che ti facessero del male. Perdonami ti prego.>> singhiozzai. Ormai avevo totalmente perso il controllo << Non appena metteremo piede fuori da questo inferno inizieremo una vita tutta nuova, te lo giuro. Ce ne andremo da qui e gireremo il mondo come abbiamo sempre sognato. Parigi, Londra, Atene, New York e ovunque tu vorrai, fratello. Non puoi tirarti indietro proprio adesso. Me l’avevi promesso. Promettimi ancora che faremo insieme tutto questo, promettimi che usciremo insieme da questo posto, promettimelo.>> Mi fissò tutto il tempo << Alessandro?>> sussurrò con la voce strozzata dal dolore, mi tese la mano e con gli occhi mi implorò di non lasciarlo morire. << Mark, io…>> non riuscii ad aggiungere di più. Il cuore mi stava martellando il torace. Riuscivo appena a respirare. All’improvviso vidi un’aura azzurra irradiare dal suo corpo e divenire sempre più scura.

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<< Mark? No!>> strillai. Due calde lacrime gli accarezzarono il viso per l’ultima volta, prima di spirare esausto tra le mie braccia. Il panico… lasciò spazio alla disperazione. Implorai perdono fino allo sfinimento, piansi fino a farmi mancare il fiato, lo strinsi forte per un ultimo abbraccio, gli diedi un bacio sulla fronte e stetti lì, accovacciato sulle sue freddi spoglie, fino all’arrivo di qualcuno che mi facesse uscire. Lo avevo ucciso io. Avevo acquistato il mio biglietto per la libertà versando il sangue del mio unico amico. Non poteva essere andata diversamente. Sono sicuro d’aver lottato ferocemente contro di lui, lo testimoniavano i lividi, le ferite su entrambi i corpi. Io ne ero uscito vincitore. Non mi perdonerò mai per quello che ho fatto a Mark e non mi consola l’idea di sapere che non ero in me quando è successo, anche se la sua morte mi regalò la libertà.

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8 Sono sempre soprappensiero ultimamente. Non mi stupisce quindi che non me ne sia neanche accorto quando, correndo per le scale, l’ho urtata e fatta cadere. Non che ci voglia un uragano per far vacillare l’equilibrio già precario di Denise sui tacchi alti. Ah, le donne! Avvertii l’allarme nel vociare dietro di me e mi voltai per curiosità. << Guarda dove metti i piedi!>> mi accusò un compagno di corso di cui non mi è mai interessato neanche saperne il nome. Stavano tutti guardando me. Che c’è? Mi bastò spostare un po’ lo sguardo da quelle facce accigliate per accorgermi di cosa era successo. Oh oh! Tornai indietro con un paio di falcate e mi piegai sulle ginocchia << Sono stato io? Mi dispiace tanto! Non ci ho fatto caso.>> << Non è niente!>> tentava di rimettersi in piedi per mettere fine a quello spettacolo pietoso << Ahi!>> << Ti sei fatta male!>> Stringeva la caviglia strizzando gli occhi per il dolore. << Sto bene, è solo una storta.>> << Con quei tacchi non mi meraviglierei se ti fossi rotta qualcosa.>> tesi le braccia per aiutarla ad alzarsi, ma mi schivò. << Ce la faccio da sola!>> Sì, come no!

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<< Forse è meglio fare una lastra, giusto per stare tranquilli.>> dissi sorridendo dei suoi continui tentativi a vuoto di mettersi in piedi. Senza dare troppo peso alle sue occhiatacce, la premetti dolcemente con la schiena al muro e le sfilai gli stivali. << Ma che fai?>> chiese indisponente. << Non stai in piedi su quei cosi con entrambe le gambe sane, figuriamoci con una soltanto.>> Che fai? La rimproveri? L’hai fatta cadere tu! Provai a rimediare << Non volevo alzare la voce, scusa. >> Non rispose, provò solo ad alzarsi di nuovo, e sta volta non rifiutò il mio appoggio. Le sfuggì un gemito acuto quando provò a posare il piede a terra. Le cedettero le ginocchia sotto il peso del dolore e mi si accasciò fra le braccia. La sollevai senza sforzo e mi si aggrappò con le braccia al collo sprofondando il viso imbarazzato tra spalla e collo. Era così leggera, così minuta. << Andiamo a fare sta lastra!>> Federica ci seguì fino alla macchina con le cose di Denise in mano. << Vuoi venire con noi?>> le chiesi gentilmente. << Abbiamo il test di fisiologia fra dieci minuti.>> mi ricordò. Cavolo, il test! << Vai pure, ti chiamo più tardi, così mi racconti.>> << Ok!>> Dovetti mettere a terra Denise per aprire la macchina e lei ne approfittò per saltellare fino all’altro sportello. << Se mi davi un minuto ti aiutavo io.>> dissi. << Faccio da sola.>>

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Sorvola, Alex! << Come preferisci.>> Si accomodò sul sedile anteriore con delle smorfiette che mi fecero ridere. << Non sei costretto a saltare il test per me!>> disse dispiaciuta. Io stavo ancora cercando di trattenermi << Nessun problema. Parlerò col professore domani.>> notai la sua auto parcheggiata poco distante << Hai bisogno di prendere qualcosa in macchina prima che andiamo?>> << No no!>> << Ok!>> Mio padre era di turno in clinica quel giorno, quindi la portai direttamente da lui. Mi guardò strano quando mi vide uscire dall’ascensore con Denise in braccio, ma feci finta di niente. Non mi andava di litigare. << Abbiamo finito le sedie a rotelle?>> chiese sarcastico. << Sei impegnato?>> risposi io infilandomi nel suo studio senza badargli. Mi seguì in silenzio, aspettando che adagiassi Denise sul lettino all’estremità destra dalla stanza. << Cos’è successo?>> chiese tornando al suo solito tono rigido << Non l’avrai investita?>> << Più o meno!>> Denise guardava prima me, poi lui, poi di nuovo me. Non capiva. << Quante volte ti ho detto che non mi piace che corri a quel modo? Ammazzerai qualcuno prima o poi. Non costringermi a toglierti le chiavi di nuovo.>> << E dai, papà. Smettila con queste paranoie inutili. L’ho urtata sulle scale ed è caduta. Credo si sia rotta qualcosa,

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la caviglia si è gonfiata e non riesce a posare il piede a terra.>> A sentirmi pronunciare la parola “papà”, Denise spalancò gli occhi verso di me e subito dopo tornò a fissare prima uno poi l’altro, forse a cercare i tratti somiglianti. << Stare attento, mai, eh?>> << Ho già chiesto scusa a lei, devo farlo anche con te?>> Non rispose. Fece cenno a Denise di mettersi distesa << Le dispiace se do un’occhiata, signorina?>> lo disse con un tono così gentile da non sembrare neanche lui << Quand’è che passi a casa? Tua madre è preoccupata e lo sai che assilla me quando sta così. Thomas ha chiesto di te l’altra sera. Capisco il non voler vedere noi, ma lui che c’entra? È troppo piccolo per capire.>> <<Avevo già deciso di passare domani.>> risposi <<Volevo ringraziare mamma per aver dato una sistemata all’appartamento mentre ero via questo fine settimana.>> << Com’è andato il test di fisiologia?>> << Non l’ho fatto!>> confessai evitando i suoi occhi. <<È stata colpa mia, dottore.>> intervenne Denise <<L’ha saltato per accompagnare me.>> Mi guardò ed io confermai. << D’accordo!>> tornò a occuparsi di Denise << Sembra non esserci niente di rotto qui.>> Meno male! << Non si può fare una lastra per scrupolo?>> << Certo che si può.>> Denise balzò a sedere come una molla << Non ce n’è bisogno. Sento che va già meglio.>> Santa pazienza! << È solo per toglierci ogni dubbio!>> spiegai. << Si è fatto tardi, Alessandro. Devo tornare a casa.>> << Tranquilla, Denise, ci vorrà solo un minuto.>>

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Guardava ansiosa l’orologio alla parete << Devo andare a casa.>> Mio padre stemperò gli animi un attimo prima che potessi dire qualcosa di troppo << Alessandro, accompagna Denise a casa. Può sempre tornare domani, o un altro giorno. Dammi solo un attimo per prenderle una cavigliera.>> Prima di lasciarci andare, riuscì perfino a strapparmi la promessa che avrei cenato in Villa quella sera. << Dirò a Beatrice che sarai lì per le sette.>> aggiunse. << Alle sette, non ti sembra un po’…>> << Thomas va a letto presto.>> mi ricordò. Giusto. Thomas! Mi lasciai sfuggire un sospiro rassegnato << Dopotutto, non ho molto da fare oggi, dille pure che accompagno Denise a casa e arrivo.>> << Va bene!>> Il lampeggiare del semaforo attirò la mia attenzione invitandomi a rallentare: il rosso sarebbe scattato a momenti. Meglio non rischiare. Denise sbirciava curiosa tra le mie cose, ma senza osare toccare niente. << Sarebbe il caso che mi dicessi dove abiti se vuoi che ti accompagni a casa.>> dissi sorridendo << Ma se vuoi possiamo girare in tondo un altro po’.>> sapere di non averle arrecato danni importanti mi aveva messo di buon umore. Tra guidare fino al mattino dopo e tornare in Villa, preferivo di gran lunga la prima, ma Denise non era dello stesso avviso.

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<< Prendi la Ugo Foscolo e gira a sinistra al terzo incrocio, casa mia è sulla destra a duecento metri.>> << Posso?>> chiesi con le dita sulla manopola del riscaldamento. Era un po’ troppo alto. Annuì sventolandosi il viso con un cd << Credevo avessi freddo. Io sto morendo di caldo.>> Sorrisi << Pensavo la stessa cosa di te. Comunque, potevi togliere il cappotto. Non l’avrei inteso come un invito a saltarti addosso.>> non le piacque molto la battuta, infatti si rabbuiò all’improvviso, distogliendo lo sguardo che fino a un attimo prima teneva fisso su di me << Sembra proprio che non ne dica una giusta, eh? Mi sa che mi tocca scusarmi ancora. Non volevo essere offensivo, stavo giocando.>> Non rispose, continuò a guardare fuori dal finestrino, in silenzio. Cos’ho detto di tanto grave? Boh! Provai a sdrammatizzare << Siamo suscettibili?>> Niente! Nessuna risposta. Accostai l’auto lungo la strada con una manovra sconsiderata, che mi fece piovere contro i clacson e gli insulti degli automobilisti dietro di me. Denise rimase impassibile, indifferente. << Che c’è, Denise?>> chiesi un po’ alterato << Non mi sembra d’aver detto qualcosa di così offensivo da meritare una reazione come questa.>> Invece di rispondere aprì lo sportello e scese dall’auto, scalza. Potevo vederla appoggiata con la schiena allo sportello posteriore. Prima di scendere presi qualche boccata d’aria per mantenere la calma necessaria <<Puoi tornare in macchina per favore? Fuori si gela, alla meglio ti prenderai una bronchite.>> Mantieni la calma, Alex! Porta pazienza.

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La raggiunsi uscendo direttamente dal suo lato. Ma che fa, piange? << Ehi! Ma che hai?>> le porsi un fazzoletto, ma lei lo rifiutò perché ne aveva già uno in mano << Lo so che spesso ho delle uscite infelici, però sta volta non mi sembrava così grave. Mi dispiace davvero. La stai sentendo un po’ troppo spesso questa frase da me, forse pensi che lo faccia apposta a risponderti in modo sgarbato, ma…>> per fortuna mi fermò perché avrei finito col peggiorare tutto come il mio solito. << Non ce l’ho con te.>> << Dovrei sentirmi meglio?>> le carezzai il viso col dorso della mano << Sono mesi che cerco di capire che ti sta succedendo, Denise. Non ti riconosco più.>> << Forse perché non mi conosci affatto?>> << Non mi hai mai permesso di farlo. Non hai mai neanche accettato le mie scuse per l’esame. Mi hai evitato e basta, fino a oggi. Perché?>> << Ero arrabbiata con te.>> << E cos’è cambiato da ieri?>> Silenzio. << Cosa ti ha fatto cambiare idea, Denise?>> << Non lo so.>> << Denise!>> Mi guardò dritta negli occhi << Forse mi sono solo accorta che non sono più arrabbiata. Ti basta come risposta?>> Eh? << No!>> << Peccato allora, perché dovrai fartela bastare.>> Era meglio se mi allontanavo un po’. Non ho mai imparato a nascondere la rabbia, mi si legge in faccia quando sto per perdere la calma, ma piano piano sto almeno imparando a

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tenerla a freno. Devo convincermi del fatto che non possono pensarla tutti come me, che se qualcuno mi risponde in modo sgarbato non vuol dire necessariamente che ce l’ha con me o che mi sta sfidando. Devo imparare ad abbassare la guardia ogni tanto. Il mondo non è in guerra con me, sono io in guerra con lui. Giorgio mi sta insegnando l’autocontrollo. Non è come Carrie, lui è davvero in gamba nel suo lavoro. Sono in cura da lui da talmente tanto tempo che non ricordo più quand’è iniziata. Mi sembra di conoscerlo da tutta la vita. Dice che sono sempre pronto ad attaccare perché mi sento costantemente in pericolo. Dice che sono intrattabile perché ho talmente tanta rabbia accumulata dentro di me da cercare continuamente una valvola di sfogo, e la mia valvola di solito è mio padre, perché non l’ho mai perdonato. Ultimamente, infatti, stiamo proprio lavorando sul concetto di perdono. È sicuro che se riuscirò a perdonare mio padre sarò in grado di applicarlo anche sugli altri. È stato difficilissimo per lui imparare a interagire con me. Mi ha conosciuto nel momento peggiore della mia vita e, in quel periodo, non mi potevo certo definire un agnellino. Una delle prime dritte che mi ha dato è stata “contare”. Consiglio utilissimo per chi si infervora con troppa facilità. Mi ha insegnato a riconoscere i momenti perfetti per iniziare a contare, in modo da concedermi il tempo necessario per riflettere e rendermi conto che forse non mi è stato detto qualcosa di così grave da reagire con ostilità. Quella sera, fuori dalla macchina, era proprio uno di quei momenti. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto… Ho capito che muovermi mi aiuta a calmarmi e, infatti, quando sento che sto per perdere il controllo inizio a

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camminare avanti e indietro, ma il più delle volte finisco per sembrare in preda a confusione mentale. << Che fai?>> Appunto! …undici, dodici, tredici… << Alessandro?>> Un bel respiro! << Stai bene?>> Attento ai toni. << Potresti rientrare in macchina per favore?>> Bravo, così va bene << Ho promesso che sarei passato dai miei, avrei un po’ di fretta.>> Con le buone potranno non ottenersi le cose importanti, ma le piccolezze di tutti i giorni sono garantite. Mi tremavano ancora un po’ le mani mentre mettevo in moto, ma il peggio era passato. Denise non parlò fin quando non intravide casa sua. Pessimo quartiere! Forse l’avevo spaventata e non voleva turbarmi di nuovo << Che cosa facevi prima? Sembravi così concentrato.>> il peggio era passato anche per lei, perché le era tornato il sorriso. << Contavo.>> Rise << E a quanto sei arrivato?>> << Tredici!>> Fece una smorfia di scherno << Che brutto numero, potevi aspettare di arrivare a quattordici.>> << L’avrei fatto, ma continuavi a interrompermi.>> risposi sorridendo. << E tredici è tanto o poco?>> Poco, molto poco. << È abbastanza.>>

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Il cancello di casa era aperto, quindi mi fermai all’interno per non costringerla a sforzare il piede. Feci per scendere e aiutarla, ma mi fermò << Non voglio entrare a conoscere i tuoi.>> scherzai <<Voglio solo aiutarti a raggiungere il pianerottolo.>> << Faccio da sola, grazie. Ti ho già fatto perdere troppo tempo.>> << Non è un problema per me, ho fatto trenta…>>> << Non c’è bisogno, davvero, ma grazie lo stesso.>> E adesso che c’è che non va? << Sei sicura di riuscire a fare le scale da sola?>> << Sicura.>> Non insistere. << Sicura sicura?>> Riaffiorò l’occhiataccia. Ben ti sta! << Ok, mi faccio gli affari miei.>> Rise forte << Sì, bravo. Comincia a contare!>> Mi arresi e la lasciai andare, ma non mi sentivo per niente tranquillo. Quando c’è qualcosa che non capisco mi assorda un fastidioso campanello d’allarme. Non avevo tempo per dargli retta però, avevo un’incombenza perfino più fastidiosa ad attendermi: la cena con i miei.

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9 Ero finalmente a casa, eppure l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era il modo in cui vendicarmi per tutto il male che mi avevano fatto. “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Io invece vi dico di non resistere al male; anzi, se uno ti colpisce alla guancia destra, volgi anche la sinistra.” Chi non concepisce il perdono, non può non apprezzare la vendetta. Io ero uno di quelli che credeva che vendicarsi di un torto subito fosse rispettoso nei confronti di chi ha subito il suddetto torto. Trascorsi due mesi a escogitare un efficace piano per la vendetta. Misi mano a tutte le più sofisticate tecniche di sterminio che avevo imparato. Doveva essere tutto perfetto, altrimenti difficilmente sarei tornato vivo a casa. Feci arrivare tutto l’occorrente da Londra. Conoscevo ogni singolo mattone di quell’edificio. Non sarebbe stato difficile entrare, avrei dovuto solo aspettare il momento giusto. Più precisamente il ventidue di aprile. 23:00 in punto. Il giorno dopo tutti gli allievi sarebbero partiti per la settimana di licenza di aprile.

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Era il momento perfetto. Soprattutto perché, in quei periodi, a guardia dei cancelli restavano solo due sentinelle armate. Per cui, armato fino ai denti, mi appostai per il resto della notte nel boschetto fuori il confine del parco dell’istituto, così da poter avere sotto controllo ogni spostamento. La mattina seguente, puntualmente alle 7:30, iniziò un via vai di auto che durò fino al tardo pomeriggio. Erano alle 17:00 quando tutto quel frenetico movimento si arrestò. Calò la sera e alle 18:45 arrivarono nuovamente delle auto, ma questa volta non avrebbero condotto via nessun ragazzo. Mi arrampicai su una quercia per vedere meglio all’interno delle mura di cinta e da quelle auto vidi scendere sei uomini. Col binocolo potei scorgere i visi di ognuno di loro, ma non saprò mai se quei volti erano gli stessi che avevano presieduto alla mia iniziazione. Di sicuro però, sarebbe stata una di quelle notti. Di colpo alla smania di vendetta si unì il forte desiderio di salvare la vita a un altro Mark, che come lui non avrebbe avuto via di scampo. Mi era rimasto poco tempo e per di più i piani avevano subito un improvviso cambio di programma. Dovevo agire al più presto. Non appena i sei membri scomparirono tutti oltre il portone, scesi dall’albero e mi diressi verso il cancello principale. Dovevo mettere fuori gioco le sentinelle, ma non fu difficile, avevo un conto in sospeso da più di tre anni con quella gente. Un lavoro pulito, libero da ogni ripensamento o rimorso.

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“Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; infatti chi uccide è sottoposto a giudizio. Io invece vi dico: Chiunque s’adira con il suo fratello sarà sottoposto al giudizio.” Mi avvicinai cauto al cancello. Giocai l’effetto sorpresa, perché la consapevolezza che non ci fosse più nessun allievo in istituto poteva solo andare a sfavore della loro concentrazione. Prima che potessero accorgersi di cosa stava accadendo, recisi la gola di uno e sparai all’altro un attimo prima che mettesse mano alle armi. Ero talmente accecato dalla rabbia che in fondo al cuore sentii perfino una punta di piacere. Abbandonai e corpi dietro una siepe e tornai a recuperare lo zaino con tutto l’occorrente per portare a termine il mio piano. Ero solo all’inizio. Quanto mi pesano sulla coscienza oggi quegli uomini. Oggi non lo rifarei, ne sono certo, ma allora l’istinto guidava la mia mano e il mio cuore credevo mi dettasse questo. Ora so che la cattiveria era mia complice, non il mio cuore. Non appena mi ritrovai di nuovo all’interno della cerchia di mura dell’Ancharos fui trafitto da tutti gli spettri del passato. Mi ci volle qualche minuto per recuperare la lucidità e convincermi che stavo facendo la cosa giusta. Dopo quel breve momento di esitazione però, fui più determinato che mai nel proseguire. Ero inferocito, riuscivo solo pensare al piacere che avrei provato quando fosse tutto finito.

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A fatica varcai la soglia del portone dell’ingresso, ma una volta dentro pensai solo a fare quello per cui ero tornato. Non avevo margini d’errore. Doveva andare tutto alla perfezione. Non potevo permettermi che qualcuno avesse anche solo il vago sospetto della mia presenza. La più piccola distrazione mi poteva costare la vita. Riuscii a salire ai piani anche troppo facilmente. Mi accertai che le stanze fossero tutte vuote e in ognuna di esse posizionai con cautela una carica d’esplosivo. Cilindretti della dimensione di un accendino arrivati direttamente dall’Australia per l’occasione. Le posizionai in tutte e trecento le stanze, e altre dodici nascoste lungo i corridoi, per essere ancora più sicuro della riuscita del risultato finale. Posizionavo le ultime quattro cariche quando l’antico orologio a pendolo nell’atrio suonò le 21:30. Mi erano rimaste solo un paio d’ore per montare l’ordigno e lasciare l’edificio. Mi precipitai quindi, molto silenziosamente, nei sotterranei del palazzo. Non mi aspettavo certo che filasse tutto liscio, e, infatti, non avevo notato che c’erano altre tre guardie armate all’interno. Le notti dell’iniziazione probabilmente aumentavano la sorveglianza. Mi nascosi appena in tempo. Spezzai il collo del primo appena mi passo abbastanza vicino da poterlo cogliere alle spalle. Non fece in tempo a dare l’allarme. Gli altri due temo soffrirono un po’ di più. Feci uscire i ragazzi rinchiusi nelle celle, li accompagnai di sopra e mi accertai che lasciassero incolumi l’edificio. Scesi nuovamente di sotto e posizionai gli ordigni come sopra, tranne che nel salone dei riti. Non sarebbe dovuto rimanere in piedi un solo masso di quel palazzo infernale.

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Attesi nascosto in un angolo che i sei membri e il rettore scendessero regolarmente nel salone per prepararsi alla cerimonia d’iniziazione. Non erano ancora suonate le 23.00 e fino alle 23.30 non si sarebbero accorti della mancanza degli allievi imprigionati. Era la prassi! Avrebbero atteso nel salone fino alle 23.30, solo allora avrebbero fatto preparare l’iniziato per procedere con il rito. Alle 23.00 in punto, come calcolato, scesero tutti e sette nel sotterraneo. Avevo solo mezz’ora per montare l’ordigno nell’atrio all’ingresso e fuggire. 23:27. Accesi il dispositivo e corsi fuori più in fretta che potevo. Non appena fui a distanza di sicurezza poi, dopo un’ultima occhiata ancora al mio incubo ricorrente, premetti il pulsante del detonatore. E … … BHUM…! Un boato inaudito, l’intera struttura si accartocciò su se stessa come un castello di carte. C’ero riuscito! Avevo finalmente abbattuto i miei incubi, mi ero finalmente risvegliato da quell’orrendo sogno. Credevo davvero che da allora in avanti quei brutti ricordi non mi avrebbero più tormentato, ma non è stato così. Mi avvicinai a quel cumulo di macerie in fiamme, mi sedetti sull’erba e stetti lì tutta la notte, ad aspettare che smettesse di ardere, ad aspettare che le grida disperate di aiuto del rettore e degli altri, rimasti imprigionati incolumi nel salone cessassero, proprio come cessarono le mie quella notte, quando l’aiuto che cercavo non arrivò.

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Morirono soffocati tra fumo e macerie ed io provai un senso di piacere che non avrei mai creduto si potesse provare. Quindici persone morirono quella notte. Litri e litri di sangue che tuttavia non bastarono a lavare anni di malvagità e soprusi subiti. Servì solo a restituirmi un po’ di quella dignità che mi era stata sottratta. Per quanto ne so, nessuno più ha messo piede tra quelle macerie, neanche per curiosità, e questo per molto tempo mi permise di dormire tranquillo. La notizia della distruzione dell’Ancharos non trapelò mai dai media. Personalità molto influenti riuscirono a insabbiare l’accaduto in modo impeccabile. L’ubicazione isolata della struttura facilitò il compito delle autorità preposte, che non faticarono a vietare l’accesso ai curiosi a un’area privata e lontana chilometri dai complessi abitati. Seppi che il boato si udì fino in città, ma mai nessuno seppe di cosa si trattò realmente.

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10 Il piano era semplice, elementare. Mi sarei trattenuto quel tanto che bastava a pronunciare un saluto e approfittando dell’ora, mi sarei ritirato di sopra con Thomas. Alla cena avrei pensato al momento. L’espressione sorpresa di Michele, quando mi vide al cancello, la diceva lunga su quanto tempo avessi fatto passare dalla mia ultima visita. Mia madre era già stata avvertita del mio arrivo, infatti, mi aspettava fuori. Si percepiva l’odore dell’impazienza fin dentro la macchina. Nonostante una voce insistente dentro la mia testa mi consigliasse di fuggire, feci un respiro profondo e aprii lo sportello per scendere. Lungo la strada mi ero fermato a prendere qualcosa per non presentarmi a mani vuote. Quella non era più casa mia da così tanto tempo che non riuscivo mai a non sentirmi un ospite. Mia madre mi abbracciò con affetto prima ancora che potessi dire una parola. La lasciai fare, ricambiando l’abbraccio con piacere. Era l’unica a cui concedessi quel lusso. << Come sei sciupato, tesoro mio.>> È incredibile come, dopo tutto quello che le faccio passare, si preoccupi ancora per me << Sto lavorando molto in questo periodo.>> In meno di un secondo il mio piano era già naufragato a picco nell’oceano. << Dovresti prenderti una pausa.>> << Non posso.>> Mi prese per mano << Vieni, entriamo in casa. Qui fuori si gela.>>

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<< Chi c’è?>> Sorrise << Tua zia e le ragazze sono a Parigi per un paio di gironi. Tua nonna è al circolo, ma tornerà a momenti.>> << Stefano?>> << Torna per cena.>> << Siamo soli quindi.>> << Per ora sì. Non vedevo l’ora di poter stare un po’ da sola con te. Non parliamo da tanto tempo.>> Era vero. Dall’incidente il nostro rapporto era cambiato. In peggio. Mi chiese di attenderla in salotto mentre faceva preparare una tisana per entrambi. Thomas era seduto sul tappeto a giocare con La fattoria degli animali che gli avevo comprato l’ultima volta che lo avevo tenuto un po’ con me. Appena mi vide gli occhietti si ridussero a una fessurina, mentre la bocca si modellava in un raggiante sorriso. Barcollò nel mettersi in piedi e corse verso di me, che spalancai le braccia per afferrarlo al volo e tirarlo su. << Diventa sempre più vivace.>> disse Beatrice, che nel frattempo mi aveva raggiunto in salotto << Non sta fermo un attimo.>> << È cresciuto.>> osservai. << Il dottor Terenzi dice che cresce bene.>> << Lo vedo.>> Thomas mi indicò con la manina il pacco che avevo lasciato a terra prima di prenderlo in braccio. << Sta imparando tante parole nuove. Apprende così velocemente.>> Lo feci scendere per scartare il regalo << Forse dovrei prendermela davvero una pausa.>> mormorai << Mi sto perdendo tutto.>>

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Si rattristò a quelle mie parole << Non volevo farti venire sensi di colpa, scusami. Ci tenevo solo a tenerti informato sulle novità.>> << Sto bene. È solo che…>> Mi sentii tirare la mano verso il basso << Giochiamo?>> Annuii sforzandomi di sorridere. Beatrice si schiarì la voce. Allarme rosso. Allarme rosso. Scappa finché sei in tempo. << Come…>> << Niente domande, ti prego. Sto bene. Voglio provare a godermi questa serata senza pensare a nient’altro se non ti dispiace.>> << Stai bene davvero?>> << Sto ogni giorno un po’ meglio.>> Mi abbracciò di nuovo << D’accordo.>> Uno dopo l’altro rientrarono tutti. Zio Sergio tornò con mio nonno, mentre mio padre si trattenne una mezz’ora in clinica per controllare dei documenti. Stefano era stato il primo a rincasare. Era seduto con me sul tappeto del salotto a giocare con Thomas. Gli avevo comprato dei nuovi lego e Stefano sembrava più emozionato di Thomas all’idea di darsi alla costruzione di una nuova opera d’arte. L’ultima volta che ero stato in Villa stava lavorando alla riproduzione in scala della torre di Pisa. A Thomas affascinava starlo a guardare mentre, mattoncino dopo mattoncino creava costruzioni meravigliose con cui poter giocare. Io non sono un ingegnere e il massimo che so fare è qualcosa simile a un castello. Niente a che vedere con i draghi di Stefano e gli altri mostri. La velocità con cui procedeva era impressionante. Sembrava che non facesse altro da mattina a sera. Anche se, di sicuro, aveva più tempo libero di me da dedicare a

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certe cose. Era un modo come un altro per distrarsi, comunque. Da quando Papà l’aveva fatto rientrare da Londra si era ritrovato improvvisamente con molto tempo libero e scarse alternative per occuparlo. Appena rientrò anche papà ci spostammo tutti in sala da pranzo. Teneva Thomas in braccio e lo riempiva di baci. Non è mai stato così affettuoso con me, neanche con Stefano, il che la dice lunga sull’affetto che nutre per il bambino. Le lasagne di Susanna sono imbattibili. Mi fecero tornare un po’ di appetito, ma non riuscii a mangiare il resto. Proprio no. Naturalmente la mia mancanza di appetito fu oggetto di discussione per almeno venti minuti. Era sempre così, mia nonna iniziava la lamentela, gli altri la appoggiavano cercando di farmi mangiare un po’ di più ed io la terminavo alzandomi furioso per lasciare la sala. Fu lo stesso anche questa volta, ma riscrissi il finale. Invece di protestare, presi una fetta di arrosto dal vassoio e ne mangiai una metà zittendo tutti. Giorgio ha ragione, era molto più semplice così. << Allora, come va il lavoro?>> mi chiese mio nonno. << Non lo sai?>> << No! Mi hai chiesto di non immischiarmi e non lo faccio.>> Perché stai sempre sul piede di guerra, Alex? << Va abbastanza bene.>> << Ne sono contento.>> Che conversazione lunga e piena di spessore. Non che io sia d’aiuto nel produrre qualcosa di meglio, però…

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La mia ostilità scaturiva tutta dal terrore che potessero sentirsi incoraggiati ad affrontare argomenti più spinosi. Tabù. Eppure ce n’era uno di cui volevo discutere io, ma che era tabù assoluto per loro. Tutte le volte era finita con me che mi congedavo sbattendo la porta dopo esserci detti di tutto e di più. Avevo voglia di litigare quella sera? Avevo voglia di veder piangere mia madre? Avevo voglia di offendere mio padre, mio nonno e mio zio? Avevo voglia di coinvolgere Stefano in quella guerra soltanto mia? No! Quella sera no. << Metto io Thomas a letto se non ti dispiace.>> dissi a Beatrice. << Certo, fai pure.>> Il tappeto sulle scale era stato cambiato. Non me ne ero neanche accorto. Chissà da quanto tempo era stato sostituito? Non potrei giurarlo, ma non mi sembra che ci fosse prima dell’incidente. Thomas già sonnecchiava sulla mia spalla mentre lo portavo di sopra. La sua stanza era un’esplosione di colori. Sarebbe stato difficile perfino per me avere degli incubi lì. Sugli scaffali della libreria c’erano ancora più libri di quanti ne ricordassi. Gliene compravo spesso, ma a quanto pare ci pensavano anche gli altri. Il volume di Billy il coniglio e la ricerca del tesoro di Azkaban era sul cassettone. Più volte sono stato tentato di comprargliene uno nuovo, perché quello era stato aperto talmente tante volte che la copertina era tutta rovinata, ma alla fine non ho mai avuto il coraggio di farlo davvero.

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Gli misi il pigiama cerando di non farlo svegliare troppo, poi aspettai che riprendesse sonno leggendogli l’avventura di Billy che gli piaceva di più, quella dell’incontro con l’orso e il furto del barattolo del miele incantato. Si era fatto raccontare quella storia tante di quelle volte da saperla a memoria, eppure continuava a chiedere che gliela leggessero, emozionandosi sempre come fosse la prima volta che la ascoltava. Abitudinario. Come me. << Mamma!>> disse tirando in basso il libro dalle mie mani. << Vuoi la mamma?>> Annuì sorridendo. << Non stai bene qui con me?>> << Anche mamma.>> << È tardi, dobbiamo fare la nanna prima. Anche lei è andata a dormire.>> Scosse la testolina col broncio << Mamma!>> Lo presi in braccio << Come vuoi, cucciolo. Ti riporto da mamma.>>

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11 Uno dei pensieri che mi aveva tenuto in vita durante gli anni in collegio era il sogno di viaggiare e vedere il mondo che fino ad allora mi era stato negato. Con Mark avevamo stilato un itinerario dettagliato, ma a quel punto non sembrava avere più alcun senso per me. Il fatto certo era che dovevo andare via per un po’. Dovevo togliermi le grida delle mie vittime dalla testa. Dopotutto avevo ancora due anni prima che acquisissi i miei poteri, e volevo sfruttare quel tempo comportandomi, per una volta nella mia vita, come un ragazzo normale. Quella normalità avrei potuto trovarla solo lontano dalla mia attuale quotidianità, e l’America sembrava abbastanza distante per inseguire quel sogno. Tuttavia, ero perfettamente consapevole che non sarebbe stato facile. All’Istituto ero venuto a conoscenza dell’esistenza del Clan, una società segreta, nata nel X secolo in Gran Bretagna, con l’unico scopo di eliminare la discendenza diretta degli Ancharos: Giudici, Esecutori, Nocchieri. Col tempo si nascosero dietro il falso nome di alchimisti alla ricerca del mito della pietra filosofale, di templari alla ricerca del Graal, di stregoni alla ricerca dell’elisir di lunga vita. Tutti nomi per celare un’organizzazione con l’unico scopo di annientare i discendenti umani della stirpe dei Cherubini preposti a servizio di nostra Signora Morte. Non c’è condanna a morte per l’uomo senza la sentenza del Giudice, non c’è morte senza la mano dell’Esecutore, non c’è trapasso senza la guida del Nocchiero. Il Clan mira proprio a questo: eliminare gli Ancharos per garantire l’immortalità dell’uomo sulla terra.

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Nonostante la Tregua di Fermoy firmata oltre duecento anni fa da entrambe le fazioni, negli ultimi anni la faida si è riaccesa, si è fatta più agguerrita, perché sono scese in campo entrambe le parti in causa sta volta. Gli Ancharos, che fino a qualche anno fa si erano limitati a stare nell’ombra per sfuggire agli Agenti del Clan e rispettare il trattato di pace, ora sono usciti allo scoperto e sfidano il nemico apertamente. Il giorno che ho deciso di partire per New York però, eravamo ancora obbligati all’anonimato. Costretti a strisciare nella notte per non dare nell’occhio, per non rischiare una cattura che avrebbe significato solo torture e morte. Solo quell’anno avevamo perso più di trenta dei nostri. Non mi stupiva quindi, che mio padre si ostinasse a impedirmi di partire. Era passato un anno dal giorno dell’iniziazione. Avevo appena compiuto diciannove anni e a vent’uno avrei ereditato in pieno i miei poteri di Nocchiero. La mia vista avrebbe subito irreversibili cambiamenti. Mi sarebbe stata assegnata un’area di azione in cui avrei agito per adempiere il mio compito di guidare le anime fino all’Hahicòs, la dimensione spirituale creata per ospitare le anime dei trapassati prima del giorno del giudizio. Nient’altro che una proiezione immateriale del mondo terreno. Se fossi sopravvissuto a sufficienza da vedere quel giorno, naturalmente. Non sono ancora immortale. Ho le stesse probabilità di chiunque altro di finire accidentalmente investito da un autobus di linea in qualsiasi momento. Sapevo a cosa andavo in contro mentre consegnavo il biglietto aereo all’hostess di terra dell’aeroporto. Sapevo che così lontano da casa non avrei goduto della stessa

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protezione che avevo in Italia, e sapevo anche che l’unico potere di cui disponevo già dal mio diciottesimo anno - comune in tutti gli Ancharos –, un flusso energetico di morte imprigionato nel palmo della mia mano destra, non era sufficiente a difendermi dagli Agenti del Clan, abilmente addestrati, grazie a secoli e secoli di studi sulla nostra gente. Si combatteva ad armi pari, per quanto possa sembrarmi ancora assurdo. Ho sempre odiato profondamente il collegio, – e non l’avrei mai raso al suolo se non fosse stato per vendicare Mark - ma se sono ancora in vita lo devo sicuramente agli anni di insegnamenti che ho ricevuto lì. Riuscii a convincere mio padre a lasciarmi partire permettendogli di strapparmi la promessa che minimo tre volte la settimana avrei trovato il tempo di fargli una breve telefonata, tanto per accertarsi che stavo bene. Avrebbe potuto azzardare una pretesa più soddisfacente, ma mi conosceva troppo bene per sapere che se avessi avuto anche solo il sentore che stesse tirando la corda di proposito mi sarei messo sul piede di guerra negandogli qualsiasi condizione. Non sarei partito, certo, ma avrei accettato di tutto pur di non dargliela vinta. Gli anni all’Ancharos mi avevano profondamente incattivito. Ero un arco teso al limite, bastava un soffio a farmi scattare. Oggi sono convinto che fosse sinceramente preoccupato per me all’idea di sapermi tutto solo in una città grande e affollata come New York, brulicante di Agenti. Quel periodo però, credevo cedesse perché temeva la mia cattiva influenza su Stefano. Oggi capisco perché lo tennero lontano da casa, lontano da me, ma fino a cinque anni fa ero solo un ragazzo geloso delle attenzioni particolari riservate al fratello minore.

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Quando ho messo piede a New York per la prima volta, mi sono sentito gelare il sangue nelle vene, non avevo mai visto dal vivo dei palazzi così alti e ammassati tutti insieme. La mia conoscenza della città era limitata alle immagini concesse dalla Tv. Non potevo dire lo stesso dell’inglese, anche se il mio accento era marcatamente britannico. Prima di partire mi ero ripromesso che non avrei fatto fin da subito la figura del turista dall’organizzazione maniacale. Sbarcai con un borsone soltanto. Il resto lo avrei acquistato all’occorrenza strada facendo. Iniziavo una vita nuova e volevo lasciarmi alle spalle tutto ciò che mi ricordasse il passato. Dell’Ancharos portai con me solo la placchetta d’acciaio di Mark, avremmo dovuto farlo insieme quel viaggio e quel piccolo ciondolo me lo faceva sentire accanto. Subito fuori dall’aeroporto, dopo aver compilato con cura un assurdo questionario, fui investito dal caotico vivere Newyorkese. Un’interminabile coda di taxi pronti a scattare lungo il marciapiede al primo richiamo. Il chiacchiericcio assordante di migliaia di persone che mi scorrevano frenetiche quasi attraverso. Palazzi tanto alti e maestosi da dare il capogiro. Un impatto davvero forte per chi ci arriva la prima volta. Non avevo mai preso un taxi prima di allora. C’erano quattro autisti a servizio della mia famiglia. Vedevo tutte quelle mani alzate sul ciglio del marciapiede… Sarei mai stato capace di tuffarmi fra la folla e reclamare il mio passaggio? Rimuginavo su questo quando sentii afferrarmi il braccio da qualcuno alle spalle. Prima ancora che il cervello potesse avvertire il pericolo avevo già stretto quel polso scaraventando con forza l’uomo in avanti per poterlo bloccare alle spalle torcendogli il braccio fino a farlo inginocchiare a terra. Se avessi

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volontariamente voluto dare nell’occhio non avrei saputo fare di meglio. L’uomo gemette sotto la mia stretta. Il braccio doveva sembrargli immerso nei carboni ardenti, perché man mano che realizzavo cosa fosse successo, la collera si impadroniva di me, lasciando fluire un po’ di influsso di morte dal palmo della mano che immobilizzava il braccio dell’uomo. << Mi ha mandato tuo padre!>> riuscì a dire chinandosi in avanti fino a toccare la fronte sul marciapiede freddo, tormentato dal bruciore sempre crescente. << Chi mi dice che non stai mentendo?>> domanda inutile, non riusciva più a parlare. Allentai la presa per fargli riprendere fiato, ma non mi allontanai di un centimetro, sempre sulla difensiva. Si teneva il braccio premendolo a terra per trovare un po’ di sollievo << Perché non lo chiedi direttamente a lui?>> farfugliò nel tentativo di rimettersi in piedi << Credevi davvero che ti avrebbe lasciato vagare da solo senza la minima sorveglianza?>> Nella fretta non avevo neanche avuto il tempo di guardarlo in faccia. Appena lasciai che si alzasse potei notare che il suo viso non mi era poi sconosciuto, lo avevo visto molte volte fra i tirapiedi di mio Zio << Non ho bisogno di chiamare nessuno!>> risposi seccato << Così come non ho bisogno di te!>> << Mi dispiace, ma gli ordini son…>> Prima che potesse finire di parlare il mio braccio era attorno al suo collo << Allora non mi sono spiegato!>> ringhiai << Ho detto che non ho bisogno dell’aiuto di nessuno. Quali che siano gli ordini che hai ricevuto non mi importa. Sta lontano da me se non ci tieni a rientrare in patria dentro una bara.>> << Sì signore!>>

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<< Perfetto!>> << Adesso lasciami però, ci stanno guardando tutti!>> Era vero << Io adesso andrò via, ma guai a te se mi accorgo che mi stai seguendo.>> lo liberai, allontanandomi di qualche passo. << Che cosa devo dire al signor Renzi?>> chiese mentre si dava una sistemata nervosa al vestito di Armani. << Digli la verità! Digli una bugia! Non mi interessa!>> Avevo una prenotazione per la suite dell’Hotel più lussuoso della città. Tipico di mio padre. Sapevo che Federico – a quanto pare mio padre si fidava tanto delle mie capacità di sopravvivenza da assegnarmi una guardia del corpo - avrebbe potuto tenermi d’occhio finché fossi rimasto lì. Fuggii dall’hotel dopo una settimana. Non era così che avevo programmato il mio viaggio. In quel modo mi sembrava di non essere mai uscito di casa e io volevo fuggire da quel mondo, volevo mescolarmi un po’ tra la gente normale. Avevo almeno quattro intollerabili guardaspalle alle costole. Sentivo il loro fiato sul collo ovunque andassi, benché fossero assurdamente in gamba a non farsi identificare. Mi diedi alla fuga in piena notte. Passando, abilmente inosservato, dall’area di servizio del ristorante. Uscii dalla porta sul vicolo destinato alla raccolta dei rifiuti del ristorante. Non sapevo da che parte andare, mi spinsi a naso nella direzione opposta alle illuminazioni del corso principale e mi inoltrai per la città in cerca di un appartamento più umile. Non impiegai molto a trovarne uno nel centro, i soldi non mi mancavano, era al trentaduesimo piano di un palazzo molto raffinato, non come l’Hotel, ma non era male, dalla

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mia finestra c’era una bella vista e a due passi c’era Central Park, dove avrei potuto fare jogging la sera prima di uscire. Era perfetto per me, ora dovevo solo tornare all'Hotel, chiudere la prenotazione e ritirare le mie cose dalla camera. Avendo ben chiaro dove andare, non mi sarebbe stato difficile seminare i quattro carcerieri e far perdere le mie tracce. New York è così grande e affollata che la rende perfetta per nascondersi. Avevo calcolato tutto e, infatti, mi ritrovai all’aperto, solo, borsone in spalla, pronto finalmente a iniziare una nuova vita. Sarebbe andato tutto liscio, se non fosse che, mentre mi dirigevo verso la mia nuova sistemazione, un balordo mi strappò il borsone dalla spalla con tutta la mia roba, carte di credito comprese. Oh oh! Lo rincorsi per oltre tre isolati, e l’avrei raggiunto se non fosse saltato in sella alla moto del suo compare. Buon per lui che non mi è capitato tra le mani, perché infuriato com’ero non sarebbe mai tornato a casa. Non ho più rivisto né lui né il mio bagaglio. E adesso? Come il più sciocco dei dilettanti avevo tolto il portafoglio dalle tasche per non rischiare di essere derubato e non avevo pensato che avrebbero potuto tranquillamente rubarmi il borsone. Mi sentii molto stupido in quel momento, e ammetto che per una frazione di secondo mi balenò in mente il pensiero di rinunciare e tornare a casa. Non ci sarebbe stato niente di male nell’ammettere di aver fallito. Mio padre poteva avere mille difetti, ma non si era mai burlato dei miei

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errori. Era tipo da rimproveri, spesso alzava le mani, ma mai una volta aveva osato ferire il mio orgoglio rinfacciandomi d’aver fallito in qualcosa. Nonostante ciò, il mio orgoglio era sempre andato oltre quel banale atto di cortesia, spingendomi ogni volta al limite delle mie capacità, portandomi spesso ad avanzare quando avrei solo dovuto arrendermi e farmi da parte, mettendomi spesso in situazioni di estremo pericolo. Mio padre mi aveva tirato fuori dai guai tante di quelle volte da non ricordarne il numero esatto. Lo avrebbe fatto di nuovo se avessi avuto il coraggio di ammettere che aveva ragione ancora, che, dopotutto, avevo davvero bisogno del suo aiuto. Lo chiamai? Assolutamente no! Ciò non toglie che fossi precipitato in un attimo dalle stelle alle stalle più fetide. Non avevo più niente, solo qualche contante che mi bastò appena per soggiornare prima di notte in una squallida locanda nel quartiere più malfamato della città. Ho visto qualcuno dei miei in azione quel giorno. Non nascondevano il tatuaggio sul polso come me. Agivano indisturbati, anche se sempre in gruppo. La reputazione del quartiere giustificava molto la loro presenza. Sarebbe stato facile per gli Agenti del Clan venire a scovarli proprio lì, eppure li vedevo agire senza alcun timore. Forse sapevano cosa aspettarsi, cosa cercare. Forse in gruppo sapevano difendersi senza troppe difficoltà. Forse erano solo semplicemente abituati a svolgere il lavoro con estrema attenzione, niente di più. Ricordo ancora il cattivo odore proveniente dalla cucina della locanda, un misto di broccoli e carne vecchia. Il locandiere non mi accompagnò neanche alla porta della mia stanza. Intascò i miei ultimi soldi e mi indicò semplicemente la strada. Parve perfino seccato di ciò.

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Non descrivo il disgusto provato una volta varcata la soglia di quello schifo di camera. Il letto non era neanche stato rifatto dall’ultimo pernottamento, le lenzuola non erano state cambiate e da quello che ho visto dovevano essersi divertiti abbastanza quella notte. Le pareti erano grigie per la nicotina imprigionata da anni. Scarafaggi mostruosi passeggiavano indisturbati sul pavimento e sui muri. Il bagno era un misto di urina e vomito accozzati da settimane, la doccia poi, era impraticabile, a dire il vero in quella stalla era tutto impraticabile, c’era un buon 98% di probabilità di prendere una peste se solo avessi provato a toccare qualcosa. In confronto, le celle dei sotterranei dell’Ancharos erano suite imperiali. Tuttavia non avevo molta scelta, dovevo starmene buono al sicuro per qualche ora e quello era l’unico posto che ero riuscito a trovare per pochi dollari. La locanda era vuota a quell’ora di mattina, non mi sorprendeva che non fosse abitata dalla mia gente, Ancharos come me. Noi siamo più raffinati. Attesi impaziente che calasse il sole, sbirciando curioso i movimenti dei miei nel vicolo sotto la mia finestra, e non appena si fecero vive le prime ombre, abbandonai per sempre quel posto. Era gennaio, sentivo freddo ed ero tremendamente affamato. E vivere nella città dei venditori di cibo ambulanti è una tortura per chi soffre la fame da giorni. Avrei dato qualunque cosa anche solo per un bel bicchiere di latte caldo. Non mi ero mai trovato in una situazione simile. Il collegio in quei momenti non mi sembrava neanche tanto brutto e per un breve istante - solo uno e molto molto breve -, mi dispiacque perfino d’averlo distrutto.

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Però non era tanto la fame a darmi noia quella sera. Mi scioccava soprattutto l’idea di non avere un tetto sulla testa. Di giorno ero troppo esposto alla vista degli Agenti. Era passata la mezzanotte e non mangiavo niente da due giorni. Mi stringevo nel cappotto vagabondando per le strade del centro. Passai davanti ad un carretto di hot dog e, istintivamente, mi assalirono brutti pensieri. Non sarebbe stato difficile mettere fuori combattimento l’ambulante e concedermi almeno un morso di quei panini dall’odore invitante. Ritrovai la ragione ricordando che avevo giurato a me stesso che, per quanto possibile, non avrei più ucciso nessuno dopo la strage dell’Ancharos. Proseguii dritto per la mia strada, nonostante continuassi a voltarmi involontariamente nella direzione del carretto. Mi stupii nel constatare che New York di notte è ancora più viva che di giorno. I locali gridavano la loro musica invitando chiunque volesse entrare. Chiunque avesse denaro, si intende. La calca all’ingresso di uno di quei locali mi incuriosì al punto da provare a dare una sbirciatina all’interno. Credevo fosse di libero accesso, poi, all’entrata un bestione mi chiese di esibirgli i documenti ed io come un cretino glieli mostrai. Quelli per fortuna li avevo lasciati in tasca insieme a una parte dei contanti il giorno che ero stato derubato. << Ehi tu? Dove credi di andare bello! Non hai ancora ventuno anni! >> Che scoperta! Stupido io che non ci avevo pensato. Non ero mai stato buttato fuori da un locale prima d’allora. In Italia potevo entrare ovunque, soprattutto perché nessuno avrebbe mai osato rifiutare l’ingresso a un componente della famiglia Renzi. Qui sei solo uno dei tanti, sciocco! Ammetto di esserci rimasto male!

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Erano quasi le 2:00, non avevo ancora messo nulla sotto i denti e il mio stomaco cominciava a emettere capricci rumorosi e imbarazzanti. Che strazio! Sarebbe stato così semplice aggredire qualcuno nella notte e procurarmi il denaro di cui avevo bisogno e, invece, mi ostinavo a fare il bravo ragazzo, a rispettare le regole. Le 2:00 divennero presto le 4:00. Mi trovavo nella snervante posizione di dover abbandonare l’idea della colazione e mettermi in cerca di una sistemazione. Non potevo permettermi neanche qualche ora nella stalla del giorno prima e poi, avevo tutta l’intenzione di trovare qualcosa di meglio, ma era tardi e non avevo più tutto questo tempo. Voltato un vicolo cieco nella 34a udii dei lamenti provenire da dietro un cassonetto. Mi avvicinai cauto e vidi una ragazza di colore accovacciata a terra priva di forze. Non gli avrei dato più di diciassette anni. Era terrorizzata. Aveva avvertito la mia presenza, ma non alzò gli occhi per guardarmi, era troppo spaventata, magari all’idea di ritrovarsi davanti il suo aggressore. << Posso esserti d’aiuto?>> le chiesi stranamente intimidito. Lei non rispose, fece solo cenno di no con la testa, sollevandola appena per guardarmi. Le porsi la mano per aiutarla ad alzarsi e quando l’afferrò, notai che aveva la sua leggermente arrossata. Ebbi tutto chiaro poi, appena si alzò. << Grazie!>> mi rispose lei singhiozzando. Non era una ferita grave la sua e dalla profondità dell’ustione sull’addome capii che l’aggressione era stata solo superficiale, forse l’aggressore era stato disturbato da qualcosa e costretto a fuggire prima di finire il lavoro. Non

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ne fui sorpreso, avevo sentito molte volte di aggressioni di questo tipo da parte della mia gente: una vita in cambio di un’altra. Non mi turbò affatto trovarmi di fronte a una queste realtà, ma mi scioccarono i suoi occhi… vi si leggeva il terrore stampato a chiare lettere. << Com’è successo?>> le chiesi. << Mi ha preso alle spalle mentre tornavo a casa.>> mi rispose ingenuamente. << Non dovresti girare da sola a quest’ora di notte, non è prudente.>> dissi io. << Ora lo so!>> Te ne sei resa conto solo ora? << Comunque sta tranquilla, non è nulla di grave, domani non lo sentirai neanche più e la cicatrice sparirà nel giro di una settimana.>> la rassicurai. << E tu come fai a saperlo?>> mi chiese incuriosita dalla mia insolita cultura su quell’argomento. Risposi col sorriso più rassicurante che avessi. Ricambiò il sorriso, fissando la sua mano ancora stretta nella mia. D’un tratto però la vidi raggelare. << Sei uno di loro!>> esclamò impaurita. Vidi il mio tatuaggio sbucare dalla manica del cappotto << Aspetta! Non è come credi tu!>> provai a spiegarle, ma ormai lei aveva già tratto le sue conclusioni e non ne voleva sapere delle mie spiegazioni. << Stai indietro!>> gridò incattivita dalla paura. Quello era esattamente il tipo di reazione che mi indisponeva << Non voglio farti del male! Se avessi voluto non ti avrei chiesto il permesso e di certo non servirebbero tutte le urla di questo mondo a salvarti la vita.>> le urlai contro sperando di calmarla. Naturalmente servì solo a farla spaventare di più. Feci qualche passo indietro aprendogli la via di fuga. Senza rispondere,

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afferrò al volo il suggerimento e fuggì senza più voltarsi indietro. Albeggiava ormai da qualche minuto ed io avevo solo perso tempo. Tirai su il cappuccio della felpa e continuai la mia ricerca. Erano le 6:20 e il sole di gennaio era ancora timido e gelido a quell’ora. Alle 7:00 poi, mi ritrovai davanti l’ingresso di una chiesa. Non vi entravo da così tanto tempo. Comunque, che male poteva farmi? Stetti ancora qualche minuto a pensare, poi entrai. Era maestosa al suo interno, eppure da fuori non sembrava così grande. Le vetrate in alto, vicino al soffitto, erano in vetro colorato. Emanavano luce, ma impedivano ai raggi del sole di penetrare direttamente all’interno dell’edificio. Mi piacevano le chiese, ma dalla morte di Mark ero talmente in collera con Dio da averlo ripudiato dal mio cuore. Mi sedetti su una delle panche e me ne stetti tranquillo per un po’. Vi regnava un silenzio surreale, come se nessuno avesse mai potuto infrangere la pace che sprigionava quel posto. Di tanto in tanto qualche fedele entrava per portare dei fiori, accendere qualche cero o semplicemente per pregare. Avevano tutti un’area gentile e in pace con se stessi. Mi piaceva guardarli, mi rassicurava sapere che non esisteva solo violenza in questa città. All’improvviso poi, devo essermi addormentato, perché ricordo solo di essere stato svegliato dal reverendo. << Tutto bene figliolo?>> mi chiese, preoccupato che mi fossi sentito poco bene.

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<< Sì Signore! Mi scusi, devo essermi addormentato.>> risposi fregandomi gli occhi assonnati. << Volevi parlarmi?>> mi domandò. << No Signore, no!>> << Perché sei qui allora? Con questa bella giornata dovresti essere a spasso con i tuoi amici. Cos’è che ti trattiene?>> << La voglia di vivere.>> mormorai sincero. Il reverendo non mi capì e a dire il vero, questo non poteva che farmi piacere. << Hai problemi con qualcuno? Ti nascondi per questo?>> continuò insistente. << Più o meno!>> risposi. << Beh! La casa del Signore è sempre aperta per i fedeli in cerca di aiuto.>> mi disse. << Io, veramente… non…>> come facevo a dire a un sacerdote che ero arrabbiato con Dio perché aveva permesso che uccidessi il mio miglior amico? << Sai? Non è mai troppo tardi per accostarsi a Dio.>> disse gentilmente. Aveva degli occhi stupendi quell’uomo, il suo sguardo mi ricordava quello di Mark. Non riuscivo a distogliergli lo sguardo di dosso, mi sentivo stregato. Sentivo che per nulla al mondo avrei voluto perdere di nuovo quegli occhi. Eppure ritrovarli sul viso di qualcun altro mi spezzava il cuore << Mi piacerebbe signore, ma io … forse è meglio che vada.>> Mi guardò stranito, non riusciva a capire, e quella conversazione, o più probabilmente il modo in cui lo fissavo, cominciava a metterlo a disagio. << Spiegati meglio! Sta tranquillo, puoi fidarti di me. Affidami pure il tuo fardello.>> mi disse.

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<< Devo andare.>> insistei alzandomi in piedi. << Te l’ho già detto figliuolo, ti puoi fidare di me.>> mi rassicurò. << Non posso, mi dispiace.>> risposi avviandomi verso l’uscita e lasciandolo lì con tutte le sue domande. Mentre ero in cerca di un nuovo nascondiglio non riuscivo a non pensare alla ragazza del vicolo. Erano quasi le 14:00 Vagavo per Central Park. Stavo congelando. Mi rendevo conto che non avrei potuto continuare così, dovevo trovare dei soldi, un appartamento e soprattutto qualcosa da mangiare. Avrei potuto chiamare mio padre, ma ero ancora troppo stupidamente orgoglioso per farlo. Mi misi a sedere sotto un albero, aspettando che arrivasse finalmente il tramonto per mettermi in cerca di qualcosa. Mi addormentai di nuovo e, di nuovo fui svegliato da una voce. << Ehi tu! Svegliati!>> Quando aprii gli occhi mi trovai di fronte cinque ragazzoni dall’aspetto spavaldo. << Che cosa volete? Lasciatemi in pace!>> li avvertii. << Tira fuori i soldi!>> disse uno di loro con un coltello in mano. I miei abiti firmati dovevano avergli dato la falsa illusione di poter ricavare un bel bottino. << Vi ho detto di lasciarmi in pace.>> Al ché uno di loro mi prese per il cappotto e mi tirò su. << Con chi credi di avere a che fare, stronzetto?>> disse. Non lo feci neanche finire di parlare, con un paio di mosse il mio ginocchio destro era sulla sua gola e il coltello puntato al petto.

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<< Vi ho detto di lasciarmi in pace!>> ripetei ancora digrignando i denti. Gli altri quattro ragazzi erano rimasti impietriti, il loro compagno era almeno due volte più grosso di me, eppure non era riuscito a muovere un muscolo. << Andy, forse è meglio se ce ne andiamo. Il gioco non vale la candela.>> propose uno di loro. Mi guardai intorno, non c’era nessuno. Non so…, forse la rabbia del momento, forse l’idea di essere stato rapinato due volte in meno di due settimane, sarà stato il freddo o forse semplicemente la fame, ma sentii un’irrefrenabile voglia di affondare la lama in quel collo pallido. Non lo uccisi naturalmente, lo lasciai fuggire con i suoi amici, ma dopo averli spaventati a morte mi sentii molto meglio. Imbacuccato com’ero non mi avrebbero mai riconosciuto, ma di certo non mi avrebbero dimenticato. << Vi avevo avvertiti!>> esclamai soddisfatto prima di andarmene. Erano le 16:32, il sole sarebbe calato a momenti ed io ero pronto ad affrontare un’altra nottata per le strade gelide di New York.

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12 Il compleanno di mio nonno è sempre un evento in città. Sono presenti le maggiori cariche politiche nazionali e personaggi di prestigio internazionali non rinunciano mai al piacere di trascorrere una giornata fra i più illustri personaggi del mondo che conta. Si inizia a preparare la lista degli inviti già tre mesi prima. Giuro d’aver visto, due anni fa, la moglie di un’alta carica dell’esercito tirarsi i capelli con una vedova, che non nominerò, perché la seconda insinuava che lei non sarebbe mai stata invitata a causa di un piccolo battibecco tra suo marito e mio zio Sergio. Tutti quelli che contano vogliono partecipare al party e sarebbero disposti a tutto pur di figurare in quella dannata lista. Mio nonno decide personalmente chi è dentro e chi fuori e, giuro, è molto semplice rimanere fuori. Ho sempre odiato quel giorno, anche perché un party di dodici ore può reggerlo solo quella folla di svitati, che al mattino dopo non ha niente da fare. Io sono sempre stato costretto a partecipare. Sono l’Erede, e la mia gente deve imparare a vedere in me il successore del capostipite della mia famiglia. A poco importa che non mi interessino quelle dimostrazioni pubbliche. Gli Ancharos di stirpe pura sono sempre più rari. Le unioni con i comuni rendono sempre più frequenti le nascite di sangue misto. I poteri di un Impuro sono più deboli e soggetti a svanire col tempo. Un impuro, infatti, potrà generare solo eredi di sangue misto, che a sua volta genererà altri eredi dal sangue sempre più sporco. I poteri con le generazioni future finiranno con lo scomparire del

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tutto, portando all’estinzione della specie, e questo è inaccettabile. Questo pericolo però andava a favore della mia famiglia, che godeva del rispetto indiscusso dei tre capistirpe. La famiglia Renzi è una delle più antiche, seconda solo alla famiglia Darwood, Giudici d’Irlanda. La terza è la Vonkhander, ma sta attraversando momenti difficili a causa di una disgraziata coincidenza di nascite femminili negli ultimi decenni. So che stanno pensando di ricorrere a fecondazioni assistite per garantire continuità alla famiglia, ma forse sono solo pettegolezzi. Per il party il giardino e il parco sarebbero stati addobbati a festa. Anche se il tempo non era dei migliori a febbraio, non mancava mai la famosa caccia al tesoro nel parco. Neanche quest’anno sarebbe mancata, ma a differenza delle precedenti, la posta in gioco sarebbe stata molto più ricca. Il tesoro in palio era un diamante rosa delle dimensioni di una pallina da golf, ordinato personalmente dal più grande trafficante di diamanti attualmente in circolazione. Aveva donato il pezzo alla causa in cambio di un invito alla festa che, a sua detta, gli avrebbe fruttato dieci volte tanto. Alla caccia al tesoro si partecipa in coppie, perché solo per coppie è l’invito, che sia una moglie, un fratello, un amico, uno sconosciuto, non importa, purché ci si presenti accompagnati e, naturalmente il compagno è scelto da mio nonno. Tre anni fa più di una coppia era composta da persone che non avevano la minima idea di chi fosse il proprio compagno. Si presentavano al cancello da soli e se il compagno designato non era ancora arrivato, erano costrette ad attendere fuori con le guardie e gli altri invitati solitari. Solo una mente sadica può concepire certi meccanismi di gioco, perché solo di questo si trattava per mio nonno, di un gioco.

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Gli invitati puntuali sono snervanti. Eppure sono personaggi di un certo spessore. Non sanno che si arriva sempre con un ragionevole margine di ritardo agli eventi importanti? Non li abbiamo mica invitati a cena! Ero in Villa da un’ora e mezza e già mi sentivo soffocare. Stefano si stava ancora preparando e Thomas giocava con una delle animatrici che avrebbero intrattenuto i baby miliardari d’oltreoceano, mentre i genitori erano impegnati nella caccia al tesoro. Avevo bisogno di qualche attività che mi distraesse per far trascorrere più velocemente quella nottata folle. Più di tutto però, volevo evitare i saluti forzati dei puntuali. Anche se li conoscevo abbastanza, non avevo voglia di intrattenermi a conversare con loro, perché il più delle volte si finiva col parlare di niente. Gli addetti all’allestimento del gioco erano ancora immersi nel boschetto del parco per sistemare le trappole e i depistaggi. Io non avrei partecipato, quindi per me l’area non era off limits come per gli invitati. Non sopportavo l’atmosfera frenetica che si respirava in casa, l’odore dell’ansia era troppo fastidioso per le mie narici. Fare la statua in giardino però era altrettanto fastidioso per via del freddo, così mi decisi a fare una passeggiata lungo i sentieri del bosco addobbati a festa. Non potevo inoltrarmi all’interno della boscaglia per non far scattare le trappole, ma i sentieri silenziosi erano più che sufficienti a farmi passare quel senso di claustrofobia che sentivo ogni volta che varcavo il cancello della Villa. Il giardino era affollato. Uomini e donne in abiti da sera e gioielli pregiati fluttuavano sul prato all’inglese per posare

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i regali sul lungo tavolo rivestito di teli di seta e motivi orientali, accanto al grande drago di ghiaccio al centro della tavolata delle bevande. Lucerne cinesi dondolavano al venticello leggero dai rami del viale alberato per accompagnare gli ospiti al centro del giardino. L’oriente era il tema della serata. Dal bosco riuscivo a sentire il chiacchiericcio delle pettegole. Mio nonno le invitava di proposito, tutti gli anni, per conoscere le ultime novità sul mondo che conta. Il sentiero est del parco, a circa trecento metri, si divide in due viuzze più strette che si perdono nel folto del bosco. Non potevo proseguire, così mi voltai per tornare indietro. Avrei preso il sentiero a sud fino al laghetto di ninfee. Non avevo ancora voglia di mescolarmi agli invitati, forse l’avrei fatto quando il pesante Gong avrebbe dato inizio alla caccia al tesoro. Dopo una cinquantina di metri mi chinai a terra a raccogliere un braccialetto che non avevo notato prima, ma appena mi rialzai mi sbucò davanti una creatura mostruosa. Mi balzò il cuore in gola << Pezzo d’imbecille!>> gridai tra rabbia e spavento. Carmine si sfilò la maschera e scoppiò a ridere. Sentivo ancora il cuore battermi forte contro il petto, ma non riuscii a non ridere a mia volta << Dovrei farti frustare.>> dissi strappandogli la maschera di mano per guardarla meglio. Non riusciva smettere di ridere << Avresti… dovuto vedere… la tua faccia, Alessandro.>> Gli feci una smorfia di scherno e mi infilai la maschera. La fessura per gli occhi era talmente stretta da premettere una

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visuale solo frontale << Avete in programma di uccidere qualcuno sta sera?>> << Ma no!>> sorrise << Li spaventiamo solo un pochino. Dovranno pur guadagnarselo in qualche modo il tesoro. Se no, che guasto c’è?>> << Sadici.>> << Se ha spaventato te, l’effetto è assicurato.>> << Mi hai solo colto di sorpresa!>> << Sì, come no.>> e rise di nuovo. << La telecamera dov’è?>> Mi indicò un punto in alto alla nostra destra. << Lo sai, vero, che se fai vedere a qualcuno quel filmato ti scuoio vivo?>> << Sì che lo so, ma forse ne varrà la pena.>> << Carmine!>> Inutile, continuava a ridere. Il Gong suonò dopo il discorso di benvenuto del festeggiato. Erano stati distribuiti degli opuscoli con il regolamento di gioco e il primo indizio era stato distribuito sotto forma di biscotto della fortuna. Ci misero un po’ prima di capire che il messaggio all’interno dei biscotti era uguale per tutti solo perché si trattava dell’indizio per iniziare la ricerca del tesoro. Il primo che se ne accorse diede il via ai giochi, perché si precipitarono tutti alla tavolata dei dolci per prenderne uno. Il Gong, infatti, suonò proprio quando la folla che ancora non ne aveva preso neanche uno si mosse verso il vassoio di biscotti. Carmine si fece restituire la maschera per tornare in postazione. Io lo seguii dopo aver rimesso a terra il bracciale che avrebbe fatto scattare la trappola.

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I tranelli più spaventosi erano stati posti lungo i percorsi giusti, per far fuggire i giocatori e allontanarli dal tesoro. Devo ammettere che fu davvero divertente vederli crollare uno dopo l’altro. Le grida stridule di certi uomini non potevano suscitare altro che ilarità. Ma forse mi divertivano perché sono un po’ sadico anch’io. Per un momento il divertimento passò quando vidi attraversare il sentiero dall’unica persona che non mi sarei mai e poi mai aspettata di vedere lì quella sera. Solo un momento però. << Carmine, mi presti la maschera?>> << La conosci?>> Sorrisi << Sì.>> Denise si aggirava circospetta. Era sola. Non sembrava aver voglia di proseguire, perché nella nostra direzione il bosco era tenuto al buio di proposito. Si guardò alle spalle, forse attendeva il compagno. Non c’era nessuno. Era abbastanza vicina da sentirne l’odore della paura. Mi sporsi di un paio di passi più vicino al sentiero, ma calpestai un ramoscello secco e il rumore la immobilizzò. Improvvisamente fu come se ogni ronzio risuonasse al suo udito come un botto di capodanno. Si accorse d’avere paura. Era rimasta ferma nell’unico tratto illuminato. Il buio dietro di sé e il buio davanti. Era già abbastanza spaventata, senza che ci mettessi del mio. Mi sfilai la maschera e la lanciai a Carmine, che l’afferrò al volo. Era ancora immobile. Andare avanti o tornare indietro? Che atroce dilemma. Eppure mi aspettavo che tornasse verso gli altri, invece si mosse verso di me, a passo svelto. Le labbra si muovevano in modo quasi impercettibile. Che stesse pregando? Però adesso il suo sguardo era fiero e coraggioso. La velocità dell’andatura dimostrava che era in allarme, ma sembrava aver ripreso il pieno controllo della situazione. Si aspettava il peggio ormai, per questo

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riusciva a mantenere la calma. Dopotutto, era perfettamente cosciente che si trattasse solo di un gioco. Non volevo spaventarla, così feci rumore di proposito e la chiamai. Si voltò a cercarmi nel bosco. Un gran sorriso le illuminò il volto appena mi riconobbe fra gli alberi. Mi avvicinai sorridendo. Ero sinceramente contento di vederla. << Anche tu qui?>> chiese. << Già.>> << Trovato niente?>> Risi << Ancora no.>> Stava sorridendo, ma all’improvviso cambiò espressione. Sentivo indistinto il battito del suo cuore accelerare. << Che c’è?>> chiesi preoccupato. Continuava a fissarmi, dritto negli occhi. Mi era capitato solo una volta di vedere due occhi così. Il suo sguardo mi penetrò dentro come un ferro rovente. Rimasi a fissarla serio per un istante. Perché era spaventata? Chinò la testa intimidita. Intimorita da me. L’avevo tolta davvero la maschera, o era ancora sul mio viso e non me ne rendevo conto? La vidi abbassarsi a raccogliere il bracciale a terra. Ero talmente immerso nei miei pensieri che non badai a fermare Carmine, che sbucò dal nulla, più mostruoso della prima volta. Il grido di Denise si perse nella boscaglia. Riuscii ad afferrarla un attimo prima che toccasse terra priva di conoscenza. << Carmine, sei proprio un idiota!>> strillai.

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La adagiai piano a terra << Denise? Apri gli occhi, piccola.>> Non riuscivo a toglierle lo sguardo di dosso, sembrava appena uscita da un sogno. L’abito lungo color lavanda, drappeggiato alla romana, coperto da una mantella bianca dai bordi di pelliccia, la faceva sembrare una Cappuccetto rosso ambientata nell’antica Roma. Non c’era traccia sul suo viso della ragazza sciatta e artificiale che vedevo all’università da quasi un anno. Era la Denise che mi aveva affascinato al corso di chimica << Riesci a sentirmi, Denise?>> le carezzavo il viso che tornava a riprendere colore sotto il tocco delle mie dita. Aprì gli occhi lentamente. Rabbrividii. Non so se mi fece più impressione il suo aspetto serio o i suoi occhioni tristi di ghiaccio. Era una sensazione strana la mia, perché volevo allontanarmi da lei. Subito. Eppure non riuscivo a farlo. << Come ti senti?>> Mi mise un braccio attorno al collo e la aiutai ad alzarsi. << Ti gira la testa?>> Non riusciva a dire una parola e non riusciva a smettere di fissarmi. Ma perché? Poi finalmente parlò. << Sto bene.>> << Non ti volevo spaventare. Scusami.>> << Non sei stato tu a spaventarmi.>> rispose scrollandosi un po’ di sabbia dal mantello. << Avrei potuto evitarlo però.>> << Non le hai decise tu le regole del gioco.>> disse ingenuamente. << Beh…>> mormorai abbozzando un sorriso. << Questa è anche casa mia.>> Spalancò gli occhi per la sorpresa. Mi sembrarono ancora più belli. << Davvero? Allora tu…>> << Il festeggiato è mio nonno.>>

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<< Ah! Non ne avevo idea, scusami.>> << E di cosa ti dovresti scusare? La mia famiglia ti fa venire quasi un infarto e tu ti scusi con me?>> << È solo un gioco, Alessandro.>> Dopotutto è quello che cerchi, no? << Come mai sei sola? Chi ti ha accompagnato?>> << Mio padre.>> mormorò triste fra sé, guardando verso il buio dietro di noi. << Dev’essere una persona importante se mio nonno l’ha invitato alla festa.>> chiesi distogliendola per un attimo dai suoi cupi pensieri. << Sì, anche troppo direi.>> << Chi è tuo padre?>> Non rispose. Rammenta l’undicesimo comandamento! << Vuoi che ti accompagni da lui? Non vorrei che svenissi di nuovo lungo la strada.>> << Preferisco fare questa cosa da sola.>> disse guardandomi la mano destra fasciata << Ti sei fatto male?>> << Niente di grave.>> risposi sorridendole. Sentii arrivare altri giocatori, così la tirai da parte dopo aver posato il bracciale al suo posto << Ti spiace se ti faccio compagnia? Prometto che non ti sarò di alcun aiuto per le ricerche.>> Scelse di imboccare il sentiero nord della biforcazione. Era la direzione sbagliata, perché svoltava a est riportando al sentiero principale, ma, come promesso, la lasciai fare. << Come va la caviglia?>> chiesi. << Bene, era una cosa da nulla. Il dolore è passato in un paio di giorni.>>

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<< Sei molto carina stasera.>> Solo carina? Era passato così tanto tempo che non ricordavo neanche più l’ultima volta che avevo fatto un complimento sincero a una donna. Avrei facilmente ammesso che era bellissima, se non fossi sempre così orgoglioso. << Grazie.>> Da quando ci eravamo messi in cammino non mi aveva più guardato, ma non perché fosse occupata nelle ricerche, era evidente che evitava il mio sguardo. Meglio cambiare argomento! << Quanti indizi hai recuperato?>> << Sto decifrando il secondo.>> Questo è cambiare argomento?A che serve tergiversare, vai al sodo, no? Quando ti ricapita un’occasione come questa? << Hai rapporti con Marco?>> chiesi d’un fiato. Mi guardò inorridita dalla domanda. Spesso dimentico di pensare e basta. Ancora più spesso poi, mi rendo conto che le premesse per i discorsi che faccio le creo solo nella mia testa, lasciando il mio interlocutore nella più buia confusione. Idiota! << No, aspetta! Hai capito male.>> << O ti sei spiegato male.>> << Probabilmente.>> ammisi << Intendevo: Che tipo di rapporti hai con lui?>> Sì, adesso ti sei proprio spiegato meglio. L’occhiataccia di Denise era la prova del contrario. Sbuffai. Riprova, la prossima sarai più fortunato. << Non voglio sapere se ci vai a letto.>>

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ALEX! Rise << Dillo a parole tue, Alessandro. Forse riesci a toglierti da questa situazione spinosa.>> Mi mordicchiavo il labbro inferiore. Doveva pur essere rimasto un minimo di buon senso nel mio cervello. << Vuoi un aiutino?>> << Sì, brava. Continua a prendermi in giro.>> << Perché ti è venuto in mente proprio Marco?>> Perché è uno degli Agenti del Clan e forse tu sei d’accordo con loro per eliminare la mia gente. << Non mi piace! >> << L’ho notato quando vi siete presi a pungi a Settembre.>> A pugni? Voleva spararmi quel bastardo. Mi pedina da due anni. Lo sai che va in giro armato?Ma certo che sì, non ci sono segreti fra i membri del Branco. Probabilmente il tuo improvviso interesse per me ha una spiegazione molto più logica di quella che ho creduto finora. Ma certo! Come ho fatto a non pensarci prima? << Perché te l’ho fatto venire in mente?>> chiese curiosa. << È amico tuo.>> << E allora?>> Per fortuna sbucammo sul sentiero centrale del bosco. A una ventina di metri da noi si era formata una piccola calca di giocatori. << C’è mio padre.>> disse indicandomelo con l’indice mentre prendeva un po’ le distanze. Non lo avevo mai visto prima, così come non avevo mai visto un’aura nera come la sua. Celine era seduta su una delle panchine di marmo del viale sterrato. Mi fissava. Arrabbiata. Offesa. Contrariata. Si alzò senza smettere un attimo di guardarmi.

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<< Ci ha visti, penso che sia educato presentartelo.>> chiese Denise, ma io stavo fissando Celine andare via. << Sei al sicuro qui con loro. Forse è meglio che vada.>> << Non vuoi continuare le ricerche con me?>> << Meglio di no.>> risposi serio e con lo sguardo un po’ preoccupato. << Sicuro? Non voglio forzarti se non vuoi.>> << Non voglio infatti.>> E adesso perché fai lo scontroso? Che colpa ne ha lei? Sta con loro, ecco la sua colpa. << D’accordo!>> esclamò dispiaciuta << Allora non ti trattengo. Grazie ancora per la compagnia.>> << È stato un piacere.>> risposi fingendo un mezzo sorriso, poi mi allontanai a nord del viale per cercare Celine. Le dovevo delle spiegazioni e, belle o buone, avrebbe dovuto starmi a sentire. << Perché fai così.>> Celine camminava nervosamente in camera nostra. Braccia incrociate al petto, il respiro affannato dalla tensione. << Non posso più parlare con nessuno?>> << Parlare?>> sbottò, fermandosi a pochi centimetri da me. << Sì, parlare.>> << Da quand’è che leghi col nemico?>> << Denise non…>> << Suo padre lo è!>> << Denise non è un Agente del Clan.>> << Ne sei sicuro? Saresti disposto a rischiare?>> stava gridando.

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<< Ammettilo! Il Clan non c’entra. Sei solo gelosa.>> << Sto solo pensando al bene della mia famiglia.>> Scossi la testa << Non ci credo.>> << Non c’è solo la tua vita in ballo, Alex.>> << Denise è un pericolo solo per se stessa. Perché, invece, non dici semplicemente che ti da fastidio vedermi con lei? Che cosa vuoi da me, Celine? Cosa pretendi? Non mi hai voluto quando volevo stare con te. Che cosa vuoi adesso?>> << Voglio che fai attenzione!>> Non ne potevo più. Vederla era uno dei motivi che mi teneva lontano dalla Villa. Ne uscivo sempre distrutto, come se tutti gli sforzi per risalire a galla non fossero serviti a niente. << Non vuoi questo, come non lo voglio io.>> << Non voglio tornare sull’argomento.>> disse seria << Tra noi è finita. Fattene una ragione.>> << E allora smettila.>> gridai col fiato mozzato da un magone che mi riempiva gli occhi di lacrime. Mi lasciai cadere ginocchia a terra. La fronte sul pavimento << Se non mi vuoi, allora lasciami andare.>>

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13 Fin dai primissimi giorni a New York mi resi conto di non saper vivere a quel modo. Mi costava ammetterlo, ma non ero ancora in grado di provvedere economicamente alle mie esigenze da solo, dopotutto, non lo avevo mai fatto prima. L’idea di trovarmi un lavoro poi, non mi aveva mai sfiorato la mente neanche per sbaglio. Ero in vacanza! Dopo l’ennesima aggressione decisi di mettere da parte l’orgoglio. Non mi restava altra scelta che trovare qualche spicciolo e chiamare i rinforzi. Non dovetti neanche ingegnarmi troppo per trovarli, mi bastò aspettare che calasse la notte, terrorizzare il primo malcapitato, farmi dare gentilmente qualche dollaro e trovare un telefono pubblico da cui telefonare. Il ruolo da teppista mi è sempre calzato a pennello. Ci voleva poco a farmi perdere la pazienza, e rendermi odioso, mi risultava spaventosamente naturale. Per fortuna i soldi per la telefonata non erano molti, altrimenti starei ancora lì a sorbirmi la ramanzina di mio padre. La sera dopo però, come stabilito, ero già all’aeroporto ad aspettare Federico e i suoi. Mio padre aveva promesso rifornimenti alla mia altezza. Uno dei tanti rifornimenti fu mio nonno. Con la scusa di dover risolvere delle questioni importanti ne approfittò per braccarmi due settimane intere. << Quanto sono nei guai?>> fu la prima cosa che chiesi. << Abbastanza!>> mi squadrò << Da quand’è che non dormi?>>

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Provai a fare un rapido calcolo, ma non ne ero sicuro, la mia mente era troppo provata dalla mancanza di zuccheri, potevo aver facilmente trascurato un giorno o due << Da più di quarantotto ore.>> << Quarantott’ore in bianco e deduco altrettante a digiuno.>> << Nell’ultimo caso un po’ di più.>> lo corressi. Alzò gli occhi al cielo sbuffando << Andiamo, ti porto a pranzo, ma prima sarebbe il caso che facessi una doccia. Hai un aspetto terribile.>> I primi due giorni pernottammo nell’Hotel che aveva prenotato al mio arrivo. Giusto il tempo per le trattative di affitto di un magnifico appartamento a West Park. Averlo tra i piedi non fu terribile come mi aspettavo, perché non c’era quasi mai e quando mi rivolgeva la parola era solo per darmi qualche dritta fondamentale per vivere in città senza correre il rischio di farmi ammazzare dal primo teppista di strada che incontravo sul mio cammino. Una settimana dopo il suo arrivo, iniziò l’andirivieni di corrieri per consegnare il resto della mia roba. Dovevo potermi muovere in sicurezza, quindi avevo bisogno di una macchina. Tra le altre cose, la mia Mercedes Benz SL SV12 S Biturbo roadster. Il pensiero più apprezzato. Dall’Italia giunsero perfino tre cameriere, un autista – con la mia macchina appunto - e sei guardie del corpo. Il personale era elegantemente alloggiato in tre lussuosi appartamenti adiacenti al mio, uno per le donne e due per gli uomini. Aveva ricreato un piccolo Impero totalmente a mia disposizione e quella volta non fui tanto stupido da rifiutare.

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In breve mi sentii di nuovo me stesso, finalmente riuscivo a riconoscermi, dopo un bagno caldo e dei vestiti puliti ero tornato a essere l’Alessandro di sempre. Ero stato povero per meno di una settimana e avevo già assaporato la malignità umana. Era una situazione tutta nuova per me, non ero mai stato per così tanto tempo a contatto con la gente comune e quel poco che avevo visto non mi era piaciuto. Ero stato derubato, aggredito, ero stato scacciato, maltrattato e tutto in un pugno di giorni. Mio padre mi aveva avvertito, lo ammetto, mi aveva messo in guardia ancor prima di lasciare l’Italia. E più mi incitava a restare, più mi ostinavo a partire. Non volevo credergli fino in fondo. Ero troppo convinto che cercasse di spaventarmi per impedirmi di partire, e aveva perfettamente ragione. << Non andare, Alessandro, non perdere tempo con quella gente.>> mi ripeteva << Sono troppo ciechi per capire.>> Capire cosa? Non riuscivo a mettere a fuoco i suoi giri di parole, non riuscivo a vedere le cose come le vedeva lui, ma solo perché non avevo ancora visto quello a cui aveva assistito lui. Le morti atroci dei componenti della nostra gente le avevo sempre vissute come meschini atti vandalici. Mi trastullavo tra l’idea d’essere tremendamente sfortunato e l’idea di vivere in un mondo barbaro. Non avevo mai ancora associato le mie sciagure al mio essere Ancharos. Mi rifiutavo di credere che potesse esistere davvero un’organizzazione millenaria che desiderasse a tutti i costi solo la nostra estinzione.

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Le settimane che mio nonno rimase a New York filò tutto liscio come l’olio, sembrava conoscesse tutti in città, tutta la gente importante, s’intende. Aveva le porte spalancate per ogni cosa. Mi presentò a molte di quelle persone e a ognuna chiese un occhio di riguardo, << Alessandro qui deve poter fare quello che vuole. Se gli verrà torto un capello farete i conti con me.>> diceva. Quegli uomini conoscevano la vera natura di Tommaso Renzi, avrebbero preferito staccarsi a morsi un braccio piuttosto che scatenare la sua ira. Mi sentivo un po’ a disagio in quel frangente, ero una specie di raccomandato speciale, ma almeno avevo la sicurezza che non mi sarebbe accaduto nulla di male. Ricordo che uno di quegli uomini, un signore molto distinto, sulla cinquantina, gli rispose << Non saremo noi a mettergli i bastoni fra le ruote, Tommaso, lo sai.>> si lisciava i baffetti fini e scuri come dovevano esserlo stati i suoi capelli prima di tingersi di zone grigiastre. Aveva uno sguardo molto severo << L’importante e che si tenga lontano dagli Agenti, perché in quel caso abbiamo le mani legate.>>. << Pensa a fare bene il tuo lavoro, che a quello ci penso io.>> gli rispose mio nonno seccato. Se qualcuno si stesse chiedendo da chi abbia ereditato il mio caratteraccio, beh… Appena sentii nominare gli Agenti mi permisi di intromettermi nella discussione, ma fui prontamente ammutolito da un’occhiataccia di mio nonno, che mi invitava gentilmente a chiudere il becco e farmi gli affari miei. Non emisi più un fiato per tutto il tempo.

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Quando fummo a casa si prese finalmente la briga di spiegarmi quali fossero le regole riguardo al Clan lì a New York. << Le uniche rogne che puoi trovare qui può procurartele solo l’Associazione. Non devi mai e sottolineo Mai rivelare la tua identità a nessuno che non sia della nostra Famiglia – e per famiglia intendeva gli Ancharos come noi -. Non devi attirare l’attenzione e se ci riesci tieniti lontano dai guai, qui non sei in Italia, le cose sono totalmente diverse. In America quelli come noi li fanno fuori senza pensarci un attimo. Senza badare troppo alle forme. Non si fanno scrupoli a tirare fuori un fucile in mezzo a tutti e fare fuoco. Non sto scherzando Alessandro, usa gli insegnamenti dell’Ancharos per startene il più lontano possibile da quella gente. Ci sono molti fratelli in città, la maggior parte dei locali importanti è sotto il loro controllo. Prima di andarmene le li mostrerò. Sei giovane, se hai voglia di socializzare fallo, ma fallo con quelli come te. Cerca di uscire solo di sera, devi passare il più possibile inosservato. Non farti assolutamente riconoscere e se sventuratamente qualcuno dovesse farlo, allora non esitare a chiudergli la bocca per sempre. Se si viene a sapere che sei un Ancharos non ti daranno pace finché non ti avranno nelle loro mani. Non fidarti della gente comune. Hanno terrore di quelli come noi. È più difficile tenere a bada i Ribelli in una città grande come questa. Il Clan si trastulla sulla paura della gente e li mette contro di noi invitandoli a denunciare anche il minimo sospetto. Per l’amor di Dio, Alessandro, sta attento agli Agenti, sono dei fanatici assassini.

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È chiaro tutto quello che ti ho detto? Hai qualche domanda? Non sto scherzando, Alessandro, se vuoi davvero rimanere qui devi seguire alla lettera le mie indicazioni. Perché al primo passo falso te ne torni dritto a casa. Capito?>> Io annuii, anche se mi sentivo un po’ confuso. Mio nonno mi aveva illustrato un mondo troppo contorto, differente dalla realtà che avevo sempre vissuto in Italia. Ero libero di fare tutto quello che volevo, ma nulla avrebbe potuto implicare in nessun caso un coinvolgimento con la gente comune. Assurdo! Impossibile! Andai a letto molto turbato, nella testa ancora mi ronzavano nitide le sue parole. Improvvisamente non mi sembrava più una grande idea rimanere lì. Che senso aveva? Avrei dovuto continuare a frequentare solo la famiglia, mentre io era da loro che ero fuggito. La sera successiva mi portò con sé al “Penit bi Oros”. È un locale molto “in”, frequentato da tutti, Ancharos e non. Mio nonno mi spiegò che il locale aveva due entrate, una principale, di copertura, per la selezione della gente comune e l’esclusione degli Agenti e una secondaria per gli Ancharos che desiderassero passare inosservati. All’ingresso principale, infatti, i comuni venivano marchiati con un timbro sul dorso della mano. Temporaneamente insolubile, l’inchiostro era un composto di particolari pigmenti che si sarebbero dissolti spontaneamente solo dopo qualche giorno, così da non rischiare che il tatuaggio si cancellasse lavandosi le mani durante il corso della serata. L’unico scopo del timbro era di consentire a noi di riconoscerli.

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Appena entrammo, il padrone del locale, Gerry, un uomo magrolino, con gli occhi infossati e delle profonde rughe che gli solcavano la fronte quando incrociava gli occhi, salutò affettuosamente mio nonno e mi fece un qualche complimento che ora non rammento. << Non ti sembra un po’ troppo giovane per portarlo qui?>> disse scherzoso. << Ha diciannove anni. Io alla sua età ero già quello che sono.>> rispose mio nonno. Si vide chiaramente che Gerry non era intenzionato a scatenare quale che sia battibecco con lui, infatti, cambiò subito discorso << Siete fortunati, siamo strapieni stanotte, ce n’è per tutti i gusti.>> disse poggiandomi una mano sulla spalla e ci invitò a entrare nell’enorme salone affollato. La musica era assordante, centinaia di persone brulicavano ovunque, e non si riusciva a sentire nulla oltre quel frastuono. I miei timpani non erano abituati a tanto rumore, e non capivo come facessero a sopportarlo. Cominciai a gironzolare per la sala, guardarmi intorno, per non pensare al fastidio, ma d’un tratto vidi Gerry avvicinarsi. Non capii cosa mi stesse dicendo, ma dai gesti intuii che voleva che lo seguissi. Obbedii senza riflettere. Entrammo in un’altra sala. Appena la porta si richiuse alle nostre spalle non si udì più nulla. << Questa stanza è insonorizzata.>> spiegò. << Grazie signore, per poco non mi partivano i timpani.>> << Per gli uditi troppo sensibili disponiamo di tappi particolari per proteggerlo.>> mi porse due di quei piccoli miracoli della tecnologia moderna. << Ora puoi stare tranquillo! Goditi la festa e…>> stava finendo di parlare quando un uomo entrò di colpo nella

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stanza da una porta nascosta nella parete. Aveva una donna priva di conoscenza tra le braccia. << Cosa ci fai qui? Sei matto?>> ringhiò ferocemente Gerry. La donna aveva la camicia sporca di sangue, mentre l’uomo era in una sorta di estasi incontrollata. Gli occhi sbarrati e un sorriso inebetito sul viso sudato. << Portala subito fuori di qui!>> ordinò Gerry. << Cosa ne faccio?>> chiese quell’uomo con una calma quasi raccapricciante. << E morta?>> chiese Gerry senza scomporsi, quasi fosse un’informazione di poco conto. << Sì, signore!>> << Cosa vuoi da me allora? Fanne quello che vuoi.>> Ma che storia è questa? Gerry non parve affatto sconvolto dall’accaduto, evidentemente non era estraneo a quel tipo di incidenti nel suo locale. << Buon divertimento.>> mi disse ignorando totalmente la mia espressione turbata. Non disse più nulla, mi accompagnò di nuovo nel salone. Effettivamente quei tappi funzionavano, riuscivo a sentire sia la musica che quello che dicevano gli altri. Non parlai con mio nonno di quello che avevo appena visto. Pensai che anche per lui fosse una cosa normale come per Gerry e non volli aprire un dibattito in proposito. Non mi rimaneva che cancellare dalla mente quel bizzarro ricordo. Mi misi a osservare quella moltitudine di corpi sinuosi in frenetico movimento. Che altro potevo fare? Non mi sarei mai buttato nella mischia a dimenarmi come un folle lasciando che schizzi di sudore di estranei mi imbrattassero viso e abiti nuovi. Potevo dare un’occhiata in giro più approfondita però.

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Dal salone principale diramavano varie salette private, che di tanto in tanto si popolavano di anime finemente selezionate da uomini all’esterno. Non capivo come ai comuni potesse passare tutto inosservato, a me appariva così palese quello che succedeva in quel locale. A un certo punto della serata quindi, lasciai mio nonno - con il Times aperto tra le mani -, discutere di non so che affari con un uomo dall’aspetto molto autoritario e mi aggirai curioso per il locale. Buttai anche un occhio in una delle salette vuote. All’apparenza era un normalissimo salottino insonorizzato, all’interno del quale la musica veniva filtrata da casse che smorzavano vigorosamente il suono della musica, ma notai una seconda porta all’interno. Incoscientemente aggirai il buttafuori e decisi di curiosare, mi infilai così, di nascosto, nel corridoio che apriva quella porta, per vedere dove andasse a finire. Era buio, ma io riuscivo perfettamente a vedere tutt’intorno a me. Ai lati del corridoio si aprivano quattro porte, delle quali, in quel momento solo una era chiusa. All’interno delle altre si scorgevano degli altri salottini ciechi, cioè senza finestre o ulteriori uscite, illuminati solo da debolissimi neon azzurri. Mentre sbirciavo, dal salottino chiuso si udì un rantolo. Per un istante il mio cuore smise di battere, intuii subito cosa stesse accadendo e fui preso da un inaspettato eccesso di buonismo. Irruppi in un istante nella stanza e trovai un Ancharos con la mano violentemente stretta attorno al collo delicato di una ragazza. Lei era già terribilmente pallida e priva di sensi e lui non accennava a lasciarla. L’avrebbe uccisa se non fossi intervenuto in tempo.

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L’intento era quello: succhiarne il flusso vitale fino a ucciderla, per garantirsi una maggiore energia e un’occasione di vita in più. Il flusso di morte di cui disponiamo ha un duplice vantaggio per gli Ancharos: può dare la morte a un comune essere umano e al contempo risucchiarne l’energia vitale che gli garantirebbe, in caso di ferita mortale, una riserva di energia sufficiente a salvargli la vita. La parte migliore di questo potere è che un Ancharos può utilizzare la stessa energia per sé o per salvare la vita di qualcun altro. Non è un brutto potere se non fosse che per salvare una vita è necessario sottrarne un’altra. Con gli Agenti alle calcagna, era evidente che quell’escamotage venisse utilizzato dai nostri per garantirsi una chance in più contro il nemico. Senza dimenticare che immagazzinare energia vitale conferisce una forza disumana. << Lasciala subito!>> esclamai. Non fu felice di vedermi << Come ti permetti, moccioso!>> ringhiò. << Non ti basta quello che hai già preso? Devi per forza ucciderla?>> dissi serio. Non lo vidi neanche lasciare la presa e far cadere la ragazza a terra, me lo ritrovai solo addosso inferocito. Credo non fosse la sua prima vittima quella, perché era davvero forte. Una delle discipline fondamentali imparate all’Ancharos era la lotta e, per sua sfortuna, io ero stato abituato a scontrarmi con fanatici peggiori di quello. Tuttavia, mi ci volle tutta la forza che avevo per togliermelo di dosso, ma quando ripresi il controllo della situazione, con un paio di colpi ben assestati lo stesi senza ripensamenti.

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Sarebbe rimasto a terra solo per qualche minuto però. Dovevo sbrigarmi a portare in salvo quella ragazza, sempre che ci fosse stato qualcosa da salvare. La presi in braccio e la portai fuori da quel macello. Quando il guardiano del salottino mi vide uscire si allarmò accorgendosi che ero diretto all’uscita principale. Mi fece infilare in uno stanzino per non dare nell’occhio. Non mi chiese cosa fosse successo, mi fece sparire e basta, facendomi uscire da una porta che dava direttamente sull’esterno. Dovevo avere l’aria del novellino, perché si affrettò a spiegarmi cosa farne del cadavere << Poggiala da qualche parte e lascia che qualcuno dei suoi la trovi, non farti vedere, mi raccomando.>> mi disse accigliato. Mi nascosi con lei in un vicolo cieco, completamente avvolto dalle spire della notte e aspettai che riprendesse conoscenza. Il battito del cuore era ridotto a un silenzioso, lento martellio. Ma almeno, per il momento, era ancora viva. Non potevo starmene lì fuori per molto, mi ero allontanato da mio nonno da più di un’ora e di sicuro si era chiesto che fine avessi fatto, mandando qualcuno a cercarmi. La ragazza stava peggio di quanto immaginassi, nonostante i minuti passassero non mostrava alcun tipo di miglioramento. Aveva assolutamente bisogno di liquidi, era gravemente disidratata ed io non sapevo come comportarmi. Non avrei potuto accompagnarla in ospedale anche volendo, mi avrebbero fatto troppe domande e poi, dopo quello che mi aveva detto mio nonno, non avrei osato. La presi nuovamente in braccio, uscii sulla strada e riuscii a fermare un taxi prima che qualcuno si avvicinasse per prestare aiuto. La adagiai delicatamente sul sedile

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posteriore dell’auto sotto le lamentele irritanti del tassista, che aveva meno voglia di me di accollarsi rogne di alcun genere << Accompagnala subito in ospedale.>> dissi categorico, allungandogli una mazzetta di trecento dollari, che afferrò all’istante mutando il suo viso contrariato in compiaciuto e accondiscendente. Stavo per chiudere lo sportello e permettergli di partire, ma prima che potessi farlo lei aprì gli occhi e rimase a fissarmi sofferente per un lunghissimo istante. Non riuscivo a chiudere lo sportello, la guardavo ammaliato e disorientato. << Mi fai andare o no?>> disse allarmato il tassista. Mi ripresi da quell’incanto e lasciai che partisse a razzo verso l’ospedale. Fu in quel preciso momento che scoprii cos’era l’amore. Un immenso tesoro racchiuso in uno sguardo. Mi sentii come se avessi finalmente trovato quel qualcosa che mi era sempre mancato dopo aver vagabondato nel buio per una vita intera. Rimasi in strada a fissare il vuoto per non ricordo quanto tempo. Il cuore mi batteva forte come non aveva mai fatto prima, mi mancava il respiro e non riuscivo a pensare a niente, rivedevo sempre e solo quegli occhi. Due meravigliosi occhioni verdi. Quando tornai nel vicolo a riprendere la giacca che avevo lasciato a terra, mi accorsi che c’era anche il portafoglio della ragazza. Doveva esserle caduto quando l’avevo portata in strada. Lo raccolsi e tornai nel locale cercando di sembrare disinvolto. Nessuno avrebbe mai dovuto sapere. Fortunatamente mio nonno era ancora intento nella sua conversazione.

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Lo presi un momento da parte << Vorrei tornare a casa se non ti dispiace, sono un po’ stanco.>> dissi. << Fatti accompagnare da Paul, e digli di tornare con l’auto fra un paio d’ore.>> Lasciai il locale che erano quasi le 4:00 del mattino. A casa non persi neanche tempo a spogliarmi, mi gettai sul letto, esausto, ciononostante, non riuscii a chiudere occhio. Il profumo di lei era dappertutto, imprigionato ai vestiti che non avevo la forza, o forse la voglia, di togliere.

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14 Ah! Beato sabato sera. Il mio giorno libero. L’unico momento in cui posso mettere da parte il lavoro e dedicarmi un po’ ad altro. << E dai, ragazzi. Non ci andiamo da una vita.>> Clarissa quella sera si era intestardita per andare all’Errol’s e non c’era verso di farle cambiare idea. Bruno spalleggiava la mia idea di andare a vedere l’anticipo Roma - Juventus allo stadio ma Clarissa era un secco e sonoro NO. << Ci potete andare la settimana prossima a vedere la partita.>> insisteva. Dopo quasi due ore di tira e molla mi accorsi che avevamo perso la battaglia quando Bruno si lasciò cadere , esausto, sulla poltrona del suo salotto << Giuro che se sabato prossimo ti metti in mezzo dico a mamma e papà quello che hai combinato martedì mentre non c’erano, così col cavolo che ti fanno uscire. Papà ti rinchiude in casa per almeno dieci anni.>> Martedì? << Senti senti!>> la schernii << Che è successo martedì?>> << Non è successo proprio niente.>> biascicò lei, prima di fulminare Bruno con un’occhiataccia malefica << E se ti azzardi a farne parola con qualcuno, io…>> Bruno scoppiò a ridere, divertito e per niente preoccupato dalle minacce di Clarissa. Sapevo che mi sarebbe bastato pungolarlo appena per farlo parlare << Sono rientrato a casa prima dall’università…>> Clarissa gli balzò addosso premendogli la mano sulla bocca per non fargli dire altro. Potei vederlo solo alzare le braccia in segno di resa.

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<< Ok, ok!>> mi affrettai a dire prima che Clarissa lo facesse a pezzi. Ma non riuscii a non riderne << Messaggio ricevuto, fratello. Posso immaginare il resto anche da solo.>> Mi arrivò un cuscino dritto in faccia << Alessandro!>> strillò. Il viso paonazzo e le mani tremanti. << E che sarà mai?>> << Siete due stronzi!>> Bruno approfittò del momento per scrollarsela di dosso <<Dopo questo, vuoi ancora uscire con noi sta sera?>> << Certo che sì.>> Zavorra! Se solo non fossi così dolce… << Ma amiche tue non ne hai? Ti lascio casa libera! Chiama il tuo amichetto, vedi se è libero per il bis.>> Oh, oh! Bruno, sta volta hai proprio esagerato! << Ti odio!>> La porta della camera di Clarissa sbatté così forte che per poco non fece saltare i cardini. Non volevo certo che finisse così. Stavamo giocando << Bruno!>> << Scusa, non credevo la prendesse così.>> << E chiedi scusa a me?>> Che guaio! << Se viene a saperlo Margherita…>> << Tranquillo, ci parlo io con Clarissa.>> << Se vuoi morire, accomodati pure.>> scherzai <<Comunque, a parte gli scherzi. Credo proprio che, dopo questo colpo basso, ci toccherà saltare la partita. Sono quasi le otto. Passo a casa a cambiarmi. Tu vedi se riesci a convincerla a uscire da lì. Dille che vi porto a cena fuori, così ci troviamo già per strada per andare all’Errol’s, ok? Intanto provo a convincere anche gli altri.>> << Ci provo, ma se non ci riesco…>>

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<< Niente stadio.>> precisai serio << Tirala fuori da lì.>> << Ricevuto.>> Infilai il giubbetto appeso allo schienale della sedia << Passo a prendervi alle nove.>> << Va bene, ci vediamo dopo.>> Ridevo mentre uscivo da casa, perché già lo sentii elemosinare le prime suppliche di perdono. Uscii dal portone del palazzo quasi correndo. Piovigginava e avevo la macchina sull’altro lato della strada. Mancò davvero poco che non la urtassi di nuovo. Appena mi vide trasalì e si fermò sul marciapiede. Era buio, ma posso azzardare d’averla vista arrossire. Era in compagnia di due ragazze del Branco. Facevano shopping. Aveva almeno dieci buste griffate in mano. E adesso che fai? Il momento era abbastanza critico. Non ero sicuro che avesse informato il Branco della nostra conoscenza. Probabilmente, se la mia ipotesi di complotto fosse stata errata, le avrebbe creato dei problemi. O la saluti, o ti levi da lì, fermo come un imbecille. Se Celine aveva ragione invece, e anche Denise era nel giro come suo padre, come Marco, avrei fatto meglio a evitare ogni contatto con lei. Ma allora perché non lo fa lei il primo passo? Erano passati solo tre giorni dal party in villa, dopotutto. Forse era ancora risentita per come mi ero congedato quella sera. Ti dai una mossa? Mi sentivo tremendamente a disagio e forse il suo rossore derivava dal medesimo imbarazzo. La saluti o fai finta di niente? Non mi sembra una decisione così difficile da prendere.

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<< Buonasera ragazze.>> Sei un genio, salutale tutte così ognuna penserà che ce l’hai con le altre. Un tantino troppo smielato, ma va bene lo stesso. Non dissi altro, accennai una specie di inchino con la testa in attesa di una sua reazione. Avevo fatto il primo passo, stava a lei dimostrarmi che mi sbagliavo sul suo conto. Attesa inutile. Le altre due mi risposero con una smorfia disgustata e lei rimase impietrita e inespressiva, esattamente come tutte le volte che era in loro compagnia. Jennifer fu ma prima a muoversi per oltrepassarmi, le altre la seguirono a ruota. Solo Barbara, passandomi accanto accennò qualcosa che sembrava un sorriso, ma non saprei dire se era contenta del saluto o della reazione sprezzante di Jennifer. Denise? Inespressiva. Naturalmente non ero affatto sorpreso dalla loro reazione, però, ammetto che qualcosa di più da parte sua me l’aspettavo. Mi ero trattenuto anche troppo per i miei gusti poco pazienti, quindi ripresi la mia corsa verso la macchina. Mentre afferravo le chiavi dalla tasca interna del giubbotto però sentii un debole “Ciao”. Era lei, riconoscevo la sua voce ormai. Mi voltai a cercarla. Era immobile, da sola, di fronte la vetrina di Armani. Le sorellastre probabilmente erano entrate. Il suo saluto era troppo silenzioso perché potesse immaginare che riuscissi a sentirlo, infatti, quando mi voltai distolse subito lo sguardo che teneva puntato su di me con avidità. A un tratto spalancò gli occhi, sempre su di me, come se avesse appena visto un fantasma. Un clacson mi ricordò

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che ero in mezzo alla strada. L’alfa 175 mi sfrecciò accanto senza rallentare. Con un balzo saltai sul marciapiede. Quando mi voltai di nuovo nella sua direzione, Denise aveva una mano davanti la bocca e una sul petto. Allargai le braccia e feci un giro su me stesso. Ero ancora tutto intero, per fortuna. Lei sorrise sollevata, ma Barbara si affacciò dalla porta del negozio sventolandole un maglioncino in faccia e fu costretta a seguirla all’interno. Ero riuscito a convincere solo Nicola ad abbandonare il proposito della partita per unirsi alla nostra nottata all’Errol’s. Com’era prevedibile, gli altri erano stati irremovibili. Avevamo appuntamento davanti la chiesa di quartiere e Bruno, Clarissa ed io stavamo già aspettando da un quarto d’ora che Nicola si decidesse a prelevare di peso Serena e trascinarla con sé. Per quel che ci riguardava avrebbe potuto portarsi dietro anche lo specchio del bagno, purché si sbrigasse. Almeno aveva smesso di piovere. Celine sedeva sul mio stesso gradino e, tenendosi stretta al mio braccio destro, sonnecchiava impaziente sulla mia spalla. << Era ora!>> esclamò Bruno appena si accorse della BMW z4 roadster, grigia, parcheggiare davanti alla pizzeria di Fabrizio. Conoscevo troppo bene quell’auto per sapere che non si trattava di Nicola. Infatti, non mi sbagliavo. Denise scese dall’auto e si strinse nel cappotto Versace per non congelare. Mangia piccola. Stai dimagrendo troppo in fretta.

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Guanti di pelle e cellulare non sono un buon connubio per nessuno. Se lo lasciò quasi cadere quando lo prese per avvertire che, visto il freddo pungente, avrebbe atteso direttamente all’interno del cinema. Ti mandano in avanscoperta a caccia di posti anche in queste occasioni? Ma non ti hanno proprio fornito di amor proprio alla nascita? Il cinema era a un centinaio di metri nella nostra direzione. Avanzava spedita, lottando contro il freddo che le tagliava il viso. Teneva gli occhi bassi e non ci notò, ma quando li alzò per un’occhiata furtiva, mi scorse fra i miei amici e tentennò un istante prima di cambiare direzione. Come se non me ne fossi accorto. Che intenzioni hai? Vuoi fare il giro del quartiere al freddo pur di non passarmi accanto? Sentii Celine stringermi il braccio. Chinai il capo a guardarla. Teneva gli occhi chiusi, ma sapevo che l’aveva vista anche lei. Sapevo che la infastidiva. In quel momento mi sembrò un gesto sincero il mio, ma oggi sono sempre più convinto che fosse solo per dispetto. << Denise?>> chiamai. È inutile che fingi di non aver sentito. So che riconosceresti la mia voce fra mille anche se non ti chiamassi ad alta voce. Non puoi fare a meno di rispondere al mio richiamo se non voglio. Non nelle tue condizioni. Mi alzai per seguirla << Denise?>> Si voltò, ma ormai ero già alle sue spalle << Ciao Alessandro.>> balbettò << Ci stiamo incontrando un po’ troppo spesso ultimamente, non trovi?>> Sorrisi divertito << No! Non direi…troppo. Che ci fai qui tutta sola? Anastasia e Genoveffa ti hanno concesso un’ora d’aria?>> sapevo che non avrebbe gradito l’epiteto

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fiabesco per ognuna delle sue finte amiche, ma mi piacevano troppo le sue occhiatacce. Ne ero cosciente, ed era troppo semplice per me crearne una da gustare. << Stavo andando al…>> Dai, dillo! Che problema c’è? << Vado a vedere un film.>> Allora non sei poi così bugiarda come credevo. Vediamo fin dove arriva la tua sincerità. Sorrisi << E ci vai da sola?>> Arrossì evitando il mio sguardo. Mmm… così non va bene, piccola. Tu mi nascondi qualcosa. << Permettimi, ti prego, di presentarti i miei amici. >> dissi prendendola per mano per condurla più vicino alla gradinata. Si lasciò guidare senza obiezioni, ma le sentivo tremare la mano. Nel frattempo erano arrivati anche Nicola e Serena, che stavano già discutendo su chi avesse o meno la colpa per il ritardo all’appuntamento. << Bruno, Clarissa, Nicola, Serena. Ragazzi, lei è Denise, una mia compagna di università.>> Celine naturalmente era andata via. << Piacere di conoscervi.>> disse stringendo la mano a tutti, con gentilezza. << Vieni a cena con noi?>> propose Bruno. << Veramente io… dovrei…>> << Non devi avere paura di noi, sai?>> continuò scherzoso << Non siamo ragazzacci come può sembrare.>> << Lasciala stare.>> intervenni << Non fare caso a lui, scherza. Non è cattivo, credimi.>> Era esitante. Era evidente che stesse cercando una maniera garbata per rifiutare l’invito << io…>>

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Lo vedemmo tutti il Branco attraversare la strada, fiero e impavido come sempre. Sciocchi! Si credevano intoccabili perfino nel nostro quartiere. Il tremore di Denise aumentò appena li vide avanzare verso di noi. Non cercavano mai lo scontro diretto, pubblico, ma uno dei loro cuccioli si era smarrito in territorio nemico. Era loro dovere intervenire per salvarlo dalle grinfie del Branco rivale. Nicola e Bruno mi affiancarono coprendo Denise con la loro stazza. << Ti unisci a noi allora?>> chiese nuovamente Bruno, senza guardarla. Era concentrato su Federico, Armando, Carmine e Marco in testa al gruppo. Liberai la mano di Denise per lasciarla libera di scegliere come meglio credeva << Non sei costretta ad accettare se non vuoi.>> Mi guardava incerta, come se si aspettasse che prendessi io una decisione al suo posto. << Sarei felice se ti unissi a noi, Denise, ma non voglio crearti problemi con i tuoi…>> Aguzzini << …amici.>> Mi sentii afferrare la mano e stringerla forte. Mi fissava, combattuta fra il dovere verso il Branco e il palese piacere di stare con me. Aveva gli occhi lucidi. << Resti con noi? Con me?>> chiesi sottovoce. Annuì. Sorrisi << Allora lascia fare a me.>> Feci cenno a Clarissa di tenerla indietro con lei e Serena, mentre io raggiungevo gli altri per risolvere quel piccolo contrattempo. Non mi era mai piaciuto il modo in cui Marco guardava Denise, quella sera meno che mai.

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Erano fermi a due metri circa da noi. Non ci toglievano gli occhi di dosso. << C’è qualche problema?>> chiesi con una calma che sorprese perfino me. << Lei sta con noi!>> rispose Marco con altrettanta freddezza. << Non mi sembra.>> << Denise?>> la chiamò. << Guarda che non stai chiamando il tuo cane.>> << Lei non vuole stare con voi. Lasciatela andare.>> Feci un passo avanti seguito dai miei amici. Quel gesto li mise tutti sulla difensiva << Per questa sera ha cambiato programmi.>> << Attento a te, beccamorto.>> Lasciai trapelare un ghigno dal volto serio e accigliato << Non sfidarmi, Marco. L’ultima volta, se non fosse stato per i tuoi scagnozzi…>> Il ricordo della scazzottata che gli era costata dieci giorni di ospedale gli scompose il viso in una smorfia rabbiosa. Rincarai la dose << Ne sei uscito sconfitto in tre contro uno. Sta sera, credimi, non ti lascerei tornare a casa.>> Conoscevo abbastanza quel ghigno sfacciato, da farmi ribollire il sangue nelle vene ogni volta che lo vedevo << Non oseresti mai, qui davanti a tutti.>> << Vuoi metterci alla prova, soldatino?>> intervenne Nicola, che era rimasto con Bruno un passo dietro di me. << Vediamo chi è più veloce a sparare il primo colpo.>> aggiunse Bruno affiancandomi. La semiautomatica puntata al petto di Marco. << Mettila via!>> ordinai calmo << Non ci sarà nessuno spargimento di sangue sta sera.>> guardai gli occhi feroci di Marco << Dico bene?>>

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Bruno tornò a nascondere l’arma appena si accorse che alle spalle del branco avanzavano Stefano e Simone. Li aveva avvisati Clarissa. << Dico bene Marco?>> chiesi ancora. Simone mi raggiunse a grandi falcate, facendo indietreggiare Bruno. Fissò prima Marco, poi me << Tutto bene qui?>> << Certo che sì.>> Simone ha trentacinque anni. È molto più esperto e forte di noi quattro messi insieme. Troppo perfino per il Branco al completo. << Qual è il problema?>> chiese a Marco. Marco accennò a Denise con un movimento strafottente del capo. << Alessandro?>> << Lei sta con noi sta sera.>> Ci guardammo in cagnesco per un momento. Avrebbe avuto tutto il tempo di darmi una strigliata la mattina dopo, in quel momento però, era costretto, suo malgrado, a spalleggiarci. Riportò la sua attenzione su Marco << Per te è un problema fare a meno della ragazza per qualche ora?>> Sorrise compiaciuto << Sì.>> Non ci vidi più << Figlio di…>> Simone mi richiamò all’ordine << Alessandro!>> Stefano e Nicola mi tenevano fermo. Simone si fece avanti di un altro passo senza il minimo timore << Mi dispiace, Marco ma credo che sia un problema anche per noi. Quindi… o si raggiunge un compromesso o temo che qualcuno si farà male sta sera.>>

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<< Lasciamo decide a lei.>> propose Marco << Ti do la mia parola che, per questa volta, rispetteremo la sua decisione senza ripercussioni, per nessuno.>> << Denise?>> Simone le fece segno di avvicinarsi e lei obbedì subito << Ho dovuto lasciare una partita a metà per questa scaramuccia infantile.>> e alla parola infantile guardò me e subito dopo Marco << Posso sapere, gentilmente che programmi hai per la serata? Così posso tornare ai miei senza dovermi prima sporcare le mani col sangue di qualcuno.>> e stavolta guardò solo il branco. Si schiarì la voce. Mi guardò. Guardò i suoi amici. Simone aveva fretta. Era cosciente del fatto che ogni secondo in più che passava avrebbe potuto scatenarsi l’inferno << Denise?>> << Resto con Ale…>> farfugliò inquieta. Guardò Marco <<… sta sera.>> Marco annuì tranquillo. Giurerei che dentro fremesse tanto quanto me, ma doveva uscirne a testa alta, così finse di non dare alcun peso al tradimento di Denise << Il film sarà già iniziato, e mi è passata la voglia.>> disse rivolto ai suoi << Inutile perdere altro tempo qui. Andiamocene da un’altra parte.>> Restammo immobili a guardarli mentre uno dopo l’altro rimontavano in macchina e sfrecciavano via dal quartiere con al coda fra le gambe. Il nostro quartiere. Credo proprio che avrebbero gradito lo spettacolo se si fossero trattenuti ancora un po’. Simone era fuori di sé << Sei un imbecille.>> vociò contro di me. << E tu! Tirare fuori la pistola qui, in mezzo a tutti.>> Denise si era ritirata in un angolo con le altre.

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Simone strillava così forte che Fabrizio uscì dalla pizzeria a controllare. << Ma che vi passa per la testa?>> << Simone che succede?>> chiese Fabrizio. << Niente zio, è tutto a posto.>> << Sicuro?>> << Tranquillo.>> Rientrò scrollando la testa mentre borbottava qualcosa a denti stretti. Guardò Denise, poi me, rabbioso, ma cercando di controllare i toni per non allarmare gli Ancharos del quartiere << Cerchi un pretesto per scatenare un’altra guerra?>> << Sono venuti loro qui.>> << E allora?>> << Non abbiamo fatto niente per provocarli. L’hai sentita anche tu. Denise vuole stare con noi.>> << Perché, le hai dato scelta?>> No! Effettivamente no. << Rispondi. Sinceramente però.>> << No!>> Denise mi fissò, confusa. Se non fossi un Renzi, sono sicuro che Simone un pugno me l’avrebbe dato volentieri. Gli si leggeva in faccia che moriva dalla voglia di colpirmi << Andatevene tutti a casa.>> ordinò << La serata finisce qui.>> Clarissa provò una mezza obiezione. << Tutti a casa!>> ribadì gridando << Nessuno escluso.>> e quest’ultimo ordine era rivolto a me.

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<< Mi dispiace che sia andata a finire così.>> dissi porgendo una mano a Denise. Tremava tanto da non riuscire neanche ad alzarsi. << Vieni, ti accompagno a casa.>> mi afferrò la mano. << Ho la mia macchina.>> << E ce la fai a guidare?>> Non rispose. << Tranquilla, farò in modo che non mi vedano. Temo che da stasera la tregua sia finita. La macchina puoi sempre tornare a riprenderla domani. Non la toccherà nessuno.>> Eravamo rimasti solo noi due in piazza. << Se avessi saputo che avrei creato questo putiferio non…>> << Shhh. Non è successo niente che non sia già accaduto altre volte.>> << Capisco,>> bisbigliò. << però…non vorrei mai che passaste dei guai a causa mia.>> << A causa tua?>> dissi aprendole lo sportello della mia auto per farla salire << Questo tipo di guai li passeremmo anche se non esistessi. Non dipende da te, ma da ciò che siamo noi, da ciò che rappresentiamo per la gente che frequenti.>> Dalla sua espressione interrogativa mi accorsi che non era stata ancora messa al corrente dei dettagli, non tutti almeno. Guidai in silenzio per qualche minuto. Avevo troppi pensieri per la testa. Il chiodo fisso però, era smascherare lei, quindi approfittai della situazione favorevole per indagare. << Sapevi che non è prudente per quelli come te gironzolare nel nostro quartiere?>> << Sì.>>

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E che altro sai? << Eppure oggi avete fatto spese lì, vi siete organizzati la serata per vedere un film lì. Perché?>> << Non lo so, me l’hanno solo proposto e ho accettato.>> Le sfiorai il mento per farla voltare verso di me, senza togliere l’attenzione dalla strada. La guardai serio un istante << È la verità? Davvero non ne sai niente?>> Aveva gli occhi immersi nei miei << Non ti sto mentendo.>> << Lo so!>> << E allora perché me lo chiedi?>> << Perché sono sicuro che mi vuoi fregare in qualche modo.>> << Fregarti? Come? Non capisco.>> Mi lasciai sfuggire un sospiro, mentre accostavo a qualche metro dalla recinzione di casa sua. Non potevo correre il rischio che suo padre o qualcun altro mi riconoscesse << Non è né il momento né il luogo per parlare di questo adesso. Scusami ancora per aver mandato a monte la tua serata.>> << È stata anche abbastanza movimentata. Grazie per il passaggio.>> Mi sporsi sul sedile del passeggero prima che chiudesse lo sportello << Denise?>> << Sì?>> << Se uno di questi giorni ti andasse di fare un giro da sola dalle nostre parti… volevo solo che sapessi che per me non c’è nessun problema.>> Sorrise << Ci vieni a lezione lunedì?>> << Devo recuperare un esame che mi hanno fatto saltare la settimana scorsa.>>

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Arrossì << Perfetto!>> Sorrisi anch’io << A lunedì, allora.>> << A lunedì.>> Aspettai un paio di minuti che rientrasse in casa, così da farle luce con i fari dell’auto, poi schizzai via da quel covo di sanguinari.

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15 La mattina seguente me ne stetti rintanato in casa fino a notte fonda, mi sentivo strano, non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine di quella ragazza, che mi fissava dritta negli occhi come se volesse dirmi qualcosa. Mi fece tornare alla mente il povero Mark qualche istante prima che morisse. Ricordo che i giorni immediatamente dopo quell’episodio non mangiai, non dormii, non feci nulla all’infuori di piangere. Fu un periodo terribile, non credevo che avrei trovato la forza di riprendermi. Mark mi manca tuttora, ma il dolore l’ho accantonato da qualche parte dentro di me, insieme al triste ricordo di quegli anni. Dopo Mark mi ero imposto di non legarmi più sentimentalmente a nessuno. Mi ero imposto di mantenere un atteggiamento freddo e distaccato con tutti da allora in avanti. La stupidaggine in tutto questo era che, di tutte le mie sciagure, continuavo a incolpare mio padre. Ero fermamente convinto che, in fondo al cuore, non covassi un briciolo d’affetto per lui. Io stimavo tantissimo mio padre, ma provare sentimenti che vanno oltre la stima per quell’uomo sarebbe un’impresa ardua per chiunque. Non so se il suo atteggiamento nei miei confronti fosse condizionato dal mio essere un Ancharos. Mio zio non aveva avuto figli maschi ed io in quanto primo discendente maschio della famiglia avevo ereditato un dono che a lui, nato per secondo, era stato negato. Credo sia per questo motivo che il suo legame con Stefano è sempre stato così forte. Erano legati da un destino comune, mentre io gli

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ricordavo tutto il rancore che aveva provato da ragazzo per suo fratello, invidiando la complicità unica che poteva facilmente ottenere con mio nonno. Forse la competizione continua con zio Sergio l’ha indurito, fatto sta che, da che mi ricordi, è sempre stato un uomo estremamente severo e autoritario, incapace di compiere un qualsiasi gesto d’affetto, con me! Non dico che fosse mai stato cattivo nei miei confronti, ma solo che probabilmente non riusciva a esternare i suoi sentimenti, non riusciva a dimenticare il passato. Oggi sono più maturo di allora e sono convinto che in cuor suo un po’ di bene me ne abbia sempre voluto. Eppure c’è stato un periodo in cui l’ho seriamente detestato. Credo d’aver fermamente smesso di stimarlo qualche giorno dopo essere arrivato all’Ancharos. Quel periodo, un po’, credo anche d’averlo addirittura odiato. Secondo una mia contorta linea di pensiero, infatti, lui avrebbe dovuto leggermi dentro e capire che io in quel postaccio non ci volevo stare, anche se continuavo a dirgli che andava tutto benone, lui avrebbe dovuto capire che mentivo. A quei tempi ancora non sapevo che lui non poteva avere la minima idea di cosa accadesse lì dentro. Ero un bambino, pretendevo che sapesse. A dispetto di tutto, lui avrebbe dovuto capire. Me ne stavo lì a rimuginare sul passato tenendo gli occhi fissi sul portafoglio della ragazza, che rigiravo tra le mani. Pensai a tutto quello che era successo quella notte e mi resi conto del pericolo che avevo corso nell’affrontare da solo quello squilibrato. Eppure, l’avrei rifatto in quell’istante se si fosse presentata l’occasione.

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Dopotutto lo avevo fatto con Mark quando ancora non lo conoscevo, quindi lo avrei fatto con chiunque. Era più forte di me, se qualcuno era in pericolo io dovevo intervenire. L’ho già detto, mi invadeva un eccessivo senso di buonismo ingiustificato. Ancora oggi non ho imparato a tenere a bada quell’impulso. D’un tratto mi ripresi da quel vegetativo stato di trance e decisi di aprire il portafoglio per sbirciare dentro. Non lo avevo ancora fatto, il ché, data la mia prorompente curiosità, era molto strano. Non avevo mai guardato nel portafoglio di una donna, immaginavo chissà che diavolerie ci tenesse dentro. Era di dimensioni molto ridotte, di Gucci. Lo aprii facendo scattare il bottoncino metallico. In un momento la stanza si riempì di dolce profumo femminile. Frugai per cercare dei documenti. Volevo vedere ancora una volta quel viso che per un attimo era riuscito a stregarmi. Volevo poter associare un nome a quel volto. Celine Madison era il suo nome, aveva diciassette anni e viveva al 128 nella 42a strada. Oltre alla patente, nel portafoglio c’erano la tessera della biblioteca, l’abbonamento del tram, la tessera del New York fitness club e venticinque dollari e trentadue centesimi. Se avevo avuto anche la minima speranza di lasciarmi quell’episodio alle spalle, ora non sarebbe stato più possibile. Oggi lo so che è un errore farsi vincere dalla curiosità di conoscere dettagli privati, anche insignificanti, di qualcuno che vuoi dimenticare un attimo dopo averci avuto a che fare. Sapere anche solo il suo nome te lo rende

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familiare, apprendere anche le sue abitudini poi, te lo rende un conoscente. Io cerco di non sapere mai niente delle anime con cui lavoro, mi accontento del minimo indispensabile che possa aiutarmi a condurli al meglio nella porzione dimensionale in cui sono stati assegnati. Nessuna conoscenza, nessun coinvolgimento emotivo. Quando conobbi Celine ero ancora inesperto, soprattutto in rapporti interpersonali. Avevo diciannove anni e non avevo mai avuto una ragazza. Mi sentivo fatalmente attratto da quella giovane sconosciuta e non avevo idea di quale reale sentimento si trattasse. Mi sentivo nervoso, sofferente, impaziente e fastidiosamente irritabile. Non sapevo perché avessi perso l’appetito, a cosa fossero dovuti i crampi allo stomaco, l’insonnia. Ciondolavo per casa senza meta, assente e solitario. Se qualcuno mi faceva una domanda, la rara volta che la percepivo, rispondevo in modo sgarbato e tornavo a chiudermi in camera mia, sdraiato apaticamente sul letto, con lo sguardo fisso sul nulla e la mente ferma a un interminabile flash di vita passata. La sola idea che avesse potuto non farcela quella notte, che la corsa in ospedale fosse risultata inutile, mi mozzava il fiato togliendomi il sonno e la pace. Per la mia salute mentale, in bilico sul burrone della pazzia, dovevo rivederla, dovevo sapere se fosse ancora viva. Non che sapere della sua morte mi avrebbe aiutato, ma almeno avrei potuto iniziare a rassegnarmi. L’idea illusoria di rivederla era più forte della consapevolezza di non sapere dove e come poterla rintracciare. Quando l’avevo lasciata sul taxi, infatti, non avevo idea di dove l’avrebbe portata. Se si era ripresa era tornata a casa

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però, ma questa seconda ipotesi era anche peggiore. Che cosa mai avrei potuto dirle? “ Ciao, mi chiamo Alessandro, sono uno di quelli che ti ha aggredito l’altra notte, tanto piacere.” Magari avrei accompagnato il saluto con un mazzo di fuori. No! Non era davvero il caso di esordire a quel modo. Eppure ero convinto che fosse ancora in ospedale. Stava troppo male e avrebbe impiegato qualche giorno prima di riprendersi abbastanza da stare in piedi da sola. Se era sopravvissuta, ovvio. Anche se mi rifiutavo di prendere in considerazione l’eventualità di una sua dipartita non potevo permettermi di illudermi inutilmente, ci avrei sofferto solo di più se si fosse rivelata esatta. Prima di ogni altra cosa dovevo scoprire in che ospedale era stata ricoverata la notte dell’aggressione. Delegai Margherita per quest’incombenza. Non avevo i nervi saldi a sufficienza per sentire la notizia del decesso per telefono. Fu deliziosamente in gamba, in pochi minuti prese a telefonare a tutti gli ospedali della città, in ordine alfabetico, finché la trovò. Era ricoverata al “New York General Hospital”. Sapevo tutto quello che c’era da sapere, era viva e questo mi rallegrò il cuore. Dovevo solo trovare il modo di vederla, magari con la scusa di riportargli il portafoglio. Tuttavia, dovetti considerare l’idea che forse non ricordava nulla di quella notte, forse era troppo debole per ricordare e probabilmente non si sarebbe ricordata di me. Mi stavo riempiendo la testa di aspettative inutili. Non dissi a Margherita chi fosse Celine, come mai la conoscessi e lei non me lo chiese, lavora per la nostra famiglia da più di trent’anni e, come tutti gli altri domestici e dipendenti a servizio in villa, ha imparato a

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sue spese a essere molto discreta. Mi fidavo di lei, era la persona più vicina a una madre che avessi, dopo la mia. Era sempre stata molto affettuosa con me e credo sia l’unica persona che non abbia mai sofferto i miei cambi d’umore. Non riesco a essere troppo sgarbato con lei, le voglio troppo bene. Alla notizia che Celine era salva, esplosi in manifestazioni d’affetto inaspettate perfino per me stesso. Abbracciai forte Margherita riempiendola le guance di baci riconoscenti. Devo esserle sembrato così… così… diciamo solo folle. Non stavo più nella pelle. Ero deciso a precipitarmi all’ospedale in quel momento stesso. Mi vestii come meglio non potevo, afferrai al volo il cappotto dalla stampella dell’armadio e corsi verso l’uscita, ma, varcata la soglia di casa, ecco uscire mio nonno dall’ascensore. << Dove stai andando?>> mi chiese incuriosito. Ogni cellula del mio corpo tradiva la mia insana impazienza. << A fare due passi.>> mentii. Di certo avrei potuto trovare una scusa più elaborata, ma mi colse talmente di sorpresa che buttai fuori la prima cosa che mi venne in mente e lui se ne accorse, << Così agghindato?>> ma non indagò oltre << Sta attento.>> si raccomandò serio. Lo diceva sempre, non c’era una volta che vedendomi uscire non mi dicesse “Sta attento”. Dopotutto mi conosceva abbastanza da sapere che sarei riuscito a combinare guai anche da solo nel bel mezzo del deserto. Annuii e imbucai frettolosamente l’ascensore per timore che ci ripensasse e cominciasse a chiedere qualche spiegazione in più. Arrivai in strada col fiatone, come se avessi sceso di corsa tutti i trentadue piani del palazzo.

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Mi guardai un po’ intorno e scorsi la Mercedes parcheggiata sull’altro lato della strada. Paul, l’autista, era ancora lì, stava controllando il livello dell’acqua prima di portarla in garage. << Paul?>> lo chiamai << Ho bisogno dell’auto.>> Si vedeva lontano un miglio che non aveva alcuna voglia di rimettersi di nuovo alla guida << Sì, signore!>> annuì. Non conoscevo ancora bene le strade in città, tantomeno sapevo come raggiungere l’ospedale, ma anche volendo non avrei potuto portarlo con me, era un fedele scagnozzo di mio nonno, gli avrebbe spiattellato tutto non appena tornati a casa << Non ho bisogno di te Paul, solo dell’auto.>> tesi la mano verso di lui << Le chiavi?>> Rimase per un attimo a guardarmi con aria confusa, da un lato sentiva il dovere di rifiutare la mia richiesta per fedeltà al suo Capo, dall’altro lato però era davvero esausto e sarebbe andato molto volentieri a dormire. Fu combattuto per questa ardua decisione per troppo, troppo tempo. << Allora?>> lo incitai. << Mi spiace signore, ma gli ordini sono chiari: non posso lasciarla vagabondare da solo per la città.>> << E tu hai intenzione di starmi attaccato tutto il tempo? Anche quando mio nonno sarà tornato in Italia? Sei matto! Siete matti tutti e due!>> mi ribellai. Erano quasi le 3:00 e quel demente non voleva mollare quelle maledette chiavi. Eppure avrebbe dovuto saperlo che non sono tipo da trattative << Stammi bene a sentire>> vociai << Tu sei qui per me. È da me che devi prendere ordini, non te lo dimenticare. Quindi dammi quelle chiavi senza fare storie. Non costringermi a farti del male.>> lo minacciai. Non lo avevo mai fatto prima, non così palesemente almeno.

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Mi guardò ancora un attimo e poi si decise << Ecco le chiavi, ma si prende lei tutte le responsabilità. Io non voglio entrarci in questa storia.>> Lo vedevo che era spaventato, glielo leggevo chiaro negli occhi. Cercai di calmare il tono della voce per fargli capire che il peggio era passato << Sta tranquillo, quando torno ci parlo io con mio nonno.>> Il primo muro era stato abbattuto, rimaneva solo un problemino da nulla: trovare l’ospedale. Non avevo assolutamente idea di dove fosse. Per strada poi, mi fermai da un fioraio per prendere una raffinata composizione floreale – niente rose, troppo impegnative -, Margherita mi aveva consigliato di non presentarmi a mani vuote. Dopo aver chiesto a vari passanti nottambuli la via per il New York General Hospital varcai finalmente l’entrata dell’edificio. Erano le 4:25. Come un perfetto idiota non avevo calcolato che a quell’ora l’orario delle visite è terminato, la maggior parte della gente normale a quell’ora dorme. Ero così abituato a entrare e uscire dalla clinica di famiglia a qualsiasi ora che avevo trascurato quell’insignificante dettaglio. Ne approfittai però per chiedere informazioni al pronto soccorso. Entrai dal portone principale con il mio bel mazzo di fiori in mano. Dentro mi trovai davanti quasi cento persone tutte accalcate nella sala d’attesa, tutte malate, molte ferite e sanguinolenti. C’erano bambini che piangevano, vecchi morenti su lettini di fortuna, uomini e donne di ogni razza e colore in salute poco rassicurante. Un uomo bianco, sulla quarantina aveva addirittura perso una mano, si teneva stretta stretta sul polso un asciugamano e sua moglie – almeno credevo che

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lo fosse -, in una bustina per il congelatore custodiva gelosamente, in un mare di ghiaccio, l’arto mutilato di suo marito. Se l’era tagliata nell’officina di casa con una sega circolare, disse a una delle infermiere. Con un’occhiata rapida scrutai i visi dei presenti alla ricerca di Ancharos. Dovevano essercene almeno una dozzina in quella folla. Scorsi solo un esecutore al lavoro. Gli altri, con molta probabilità, erano perfettamente mimetizzati tra la gente comune. Dopo qualche minuto arrivarono due ambulanze con le vittime di un incidente d’auto. La donna era in un lago di sangue, necessitava di un intervento d’urgenza, perché due costole le avevano perforato un polmone. L’uomo invece - credo fosse suo marito, ma che lo fosse o no era un dettaglio irrilevante per me -, aveva solo un brutto taglio alla testa, riusciva a camminare da solo. Rimasi shockato quando all’accettazione gli chiesero se fosse coperto da assicurazione sanitaria per poter operare sua moglie. Sapevo che negli Stati uniti le spese mediche dei cittadini erano sostenute dalle assicurazioni sanitarie, ma sentir parlare di soldi in una situazione d’emergenza come quella mi fece venire i brividi. Era un vero pandemonio lì. A me non impressionava certo la vista di tutto quel sangue in giro, ma non capivo come potessero reggere le persone normali a tutto quello. Mi avvicinai al banco dell’accettazione e con educazione chiesi a un uomo se avesse qualche minuto per darmi delle informazioni. << Non vedi come siamo incasinati stanotte?>> mi rispose sgarbato << Se non sei ferito e non stai per morire torna domani.>> Non avevo fatto tutta quella strada per farmi buttare fuori da un incivile come quello. Mi ero ripromesso di fare il

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bravo però, anche se… una piccola lezione… … No! Non mi sarei sporcato le mani per uno così. Dopo un ultimo sguardo a tutti quei relitti, mi resi conto di essere l’unico in perfetta salute lì dentro. Per di più me ne stavo ancora col mio stupido mazzo di fiori in mano. Forse aveva ragione dopotutto, avrei fatto meglio a tornare più tardi. Stavo per uscire, quando entrò una donna di colore, in preda al panico, con un bambino di circa sei anni tra le braccia, privo di conoscenza. Gridava disperata << Aiutatemi vi prego. Qualcuno mi aiuti.>> Il piccolo si era sentito male durante la notte e a un certo punto aveva smesso di respirare. La donna non aveva l’auto ed era arrivata con un taxi fino all’ospedale e il tassista la rincorreva per farsi pagare la corsa. Due medici presero il bambino e lo portarono in una delle salette. Il tassista invece borbottava << Signora, non mi ha ancora pagato la cosa, io non lavoro per beneficenza.>> Quella povera donna, confusa com’era, non riusciva neanche a rispondergli, continuava solo a guardare i medici che entravano e uscivano di corsa dalla saletta dov’era suo figlio. << Signora, i miei soldi!>> insisteva il tassista. << Quanto ti deve?>> gli chiesi serio. << Trentadue dollari.>> rispose. Presi il portafoglio dalla tasca e gli diedi un biglietto da cinquanta << Ora vattene!>> ringhiai << Hai già fatto troppo rumore.>> Non gli importò nulla di quello che era successo, intascò i suoi soldi e andò via continuando a manifestare il proprio scontento.

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Mi voltai per scorgere la madre del bambino e la vidi parlare con uno dei medici. Mi concentrai per riuscire a sentire cosa stessero dicendo << Suo figlio è arrivato in condizioni critiche signora, è rimasto troppo tempo senza ossigeno, abbiamo provato a rianimarlo, ma il cuore era troppo debole, ha cessato di battere due minuti fa, abbiamo fatto tutto quello che era in nostro potere, ma era troppo tardi, ci dispiace tanto.>> le disse il medico senza mezzi termini. La donna scoppiò in lacrime << No!… Mike!>> cominciò a gridare. << Perché non avete chiamato un’ambulanza?>> le chiese cauto il medico. << Non ho il telefono!>> balbettò lei in lacrime. La accompagnarono da suo figlio e la lasciarono qualche minuto da sola. La udivo piangere disperata dalla sala d’attesa e mi si strinse il cuore nel sentirla. Io avevo già assistito a quella scena e per nulla al mondo avrei voluto rivivere quell’esperienza. Il ricordo di Mark tornò violento a oscurarmi la mente. Dovevo uscire da lì, lasciare quel mare di lacrime. << Posso aiutarla?>> mi sentii chiedere alle spalle. Mi voltai e vidi un’infermiera, << Posso esserti d’aiuto?>> ripeté sorridendo. << Certo!>> balbettai ancora sconvolto << Vorrei delle informazioni su una ragazza ricoverata in quest’ospedale. >> << Come si chiama?>> mi chiese dirigendosi verso i computer dell’accettazione. << Celine! Celine Madison!>> risposi seguendola. Giocherellò un po’ col computer << È ricoverata nel reparto di rianimazione al terzo piano. >> disse. << Rianimazione?>> ripetei in un soffio.

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Non so perché fossi così sorpreso della sua risposta. Sapevo cosa le era successo, sapevo che era molto grave quando l’avevo lasciata, eppure mi turbava l’idea di saperla lottare tra la vita e la morte. << Ma sta bene?>> chiesi preoccupato. << Chi è il dottore che la ha in cura?>> mi domandò continuando a cercare non so cosa tra le varie finestre del Pc. << Non lo so.>> risposi. << Quei fiori sono per lei? Sei il suo ragazzo?>> mi chiese curiosa. << Sì!>> mentii. << Non sei di qui! Il tuo accento…>> osservò. << Sono Italiano. Ho saputo dell’incidente e sono venuto a trovarla!>> mentii ancora. << Seguimi! Forse possiamo fare un piccolo strappo alla regola e riesco a fartela vedere. Non ti prometto niente però, dipende dal caporeparto di turno sta notte.>> Prendemmo l’ascensore e salimmo al terzo piano. Quando le porte dell’ascensore si chiusero dietro di noi fui assalito da un silenzio inquietante. Non si sentiva volare una mosca, solo il bip costante di qualche macchinario rompeva quella quiete. Seguii l’infermiera lungo un ampio corridoio, sempre con i miei fiori in mano. Erano incartati altrimenti, agitato com’ero, le avrei consegnato un mazzo di fiori appassiti. Ci fermammo infine, davanti un finestrone che faceva intravedere all’interno una fila di letti occupati. Quasi nel centro riuscii a riconoscere Celine, distesa esanime nel suo letto, con una moltitudine di tubicini in plastica che le entravano e uscivano da tutte le parti. << Conosci questa ragazza?>> esordì un’infermiera del reparto << L’hanno scaricata al pronto soccorso l’altra

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notte. Era ridotta davvero male. È un vero miracolo che sia ancora viva. Se fosse arrivata in ospedale un minuto più tardi non ce l’avrebbe mai fatta. Non capisco ancora cosa le sia successo, nessuno qui l’ha capito.>> Mentre parlava io me ne stavo lì immobile a fissare il monitor che scandiva nitido ogni debole battito del suo cuore. << Si salverà?>> chiesi sottovoce. << La prognosi è ancora riservata, ma stamattina si è svegliata, ha aperto gli occhi per qualche minuto. È un buon segno.>> L’infermiera del pronto soccorso intanto stava sistemando i fiori in un vaso sul tavolinetto circolare accostato alla finestra del corridoio delle visite. << Tu chi sei?>> mi chiese l’altra donna. << Nessuno…non sono nessuno.>> risposi senza riflettere. L’infermiera rimase a guardarmi andar via, mentre venivo inghiottito dall’ascensore. Non capiva! Ma come avrebbe potuto, come avrebbe potuto anche solo immaginare.

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16 Il getto sottile della doccia mi colpiva il torace arrossato dal calore dell’acqua. Domenica sera avevo fatto tardi con Stefano e gli altri, così mi ero fermato a dormire in Villa. Avevamo trascorso la giornata a pianificare una strategia d’attacco nel caso si ripresentassero situazioni come quelle della sera prima. Non potevamo premetterci di farci cogliere impreparati un’altra volta. Evitare lo scontro col Branco era una priorità, ma sopravvivere era una necessità. Eravamo tutti d’accordo su quest’ultimo punto. Non avremmo attaccato per primi, ma non ci saremmo tirati indietro qualora avessero manifestato intenzioni ostili. Simone doveva accettare il fatto che abbassare la guardia era anche più pericoloso che scatenare una rissa. Le rappresaglie si possono sedare, dopotutto. Era successo in passato e poteva ripetersi in futuro senza difficoltà. Gli esponenti del Clan in Italia sono meno inclini ad attirare l’attenzione creando i presupposti per scontri diretti contro gli Ancharos. L’inferiorità numerica li rende più prudenti, soprattutto perché il loro Quartier Generale è tenuto sotto tiro dai nostri da più di dieci anni. Ne consociamo i movimenti e sono coscienti che ci sono infiltrati Ancharos nelle loro file di fedelissimi. Senza l’identificazione del marchio, non sono ancora in grado di riconoscerci, e questo li rende vulnerabili, perché fino a cinque anni fa non avevano la minima idea che potessimo trasmettere il dono ad altri. Non era mai stato necessario farlo prima, ma la morte di molti dei nostri ci ha costretto a prendere qualche provvedimento che loro non avevano mai preso in considerazione. In America come in altre nazioni, per ovvie ragioni di spazio, è più difficile tenerli d’occhio, ma

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l’Italia diventa un luogo in cui è impossibile nasconderti se il tuo nemico e uno dei vicini di casa. La difficoltà di convivenza era tale sia per loro che per noi. Il Clan arruolava sempre nuovi Agenti e noi avevamo sempre nuovi nemici da controllare. Sono duecentoventiquattro gli Ancharos di sangue misto in città, ma la setta è molto più numerosa. I Comuni coinvolti nella causa sono almeno cinque volte tanto. Il Clan, in città, ha circa cinquecento membri. Sa di non poter agire con la forza per annientarci, perché ne uscirebbe sconfitto, quindi si limita a tenere d’occhio il nostro operato, limitandolo al minimo. Dopotutto, se riesce a scoprire chi sarà il prossimo Destinato, per annullare l’effetto della sentenza, gli basta impedire che agisca l’Esecutore preposto. Ricatti, minacce, qualunque bassezza che possa far desistere l’Esecutore dal portare a termine il lavoro toccando la vittima, è applicata per il bene del Destinato, creando così, un automa privo di energia vitale. Un destinato è tale perché il suo flusso vitale si è esaurito. A meno che un Ancharos non ne ristabilisca l’equilibrio energetico, l’individuo è morto comunque, dentro. Lottano per creare una terra di Zombie e non se ne rendono conto. Sordi a ogni spiegazione, si ostinano a ostacolare il piano divino che muove tutte le cose, creando squilibri che, col tempo, condurranno l’uomo all’estinzione che hanno tanto in orrore. Quando l’anta della cabina della doccia si aprì, non mi voltai. Attesi di sentire le sue mani sottili sul mio petto, le sue labbra sulla schiena. Il corpo si scosse in un brivido nonostante il calore dell’acqua. La punta della sua lingua ora risaliva il mio collo accaldato, lentamente, man mano che la mia testa si chinava all’indietro a cercare la sua spalla, troppo in basso per me.

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<< Ben tornata.>> sussurrai con voce strozzata, mentre sentivo la pressione delicata della sua mano scivolare dal petto lungo l’addome. << Mi dispiace. A volte proprio non riesco a controllarmi.>> Mi voltai piano verso di lei. Il getto, in alto per lei, le aveva bagnato i capelli e il viso era un luccichio di perle liquide. Mi allacciò le braccia al collo. La sollevai facilmente per avere il suo volto alla mia altezza. Ci baciammo a lungo. Le sue cosce strette alla mia vita, mentre si muoveva sinuosa, come in una danza seducente, al ritmo delle nostre lingue intrecciate in un connubio di passione e desiderio. Era da più di un anno che non si concedeva a me in quel modo. Forse la gelosia per Denise era riuscita a risvegliare in lei quel diritto di possesso che si era imposta di reprimere per me. Chiusi l’acqua appena mi accorsi che stava intiepidendo. Celine tolse le labbra dalle mie, dispiaciuta. Sorrisi << Basta con l’acqua.>> Il broncio mutò in un sorriso eccitato. Si slacciò da me per uscire dalla doccia. Mi passò un telo che avvolti attorno alla vita, mente lei se ne allacciava un altro sul petto per tamponare i capelli dall’eccesso di acqua. Mi fissava con la stessa voglia che le avevo visto in passato, quando stavamo ancora insieme. << Mi sei mancata, Principessa.>> Lo sapevamo entrambi che non sarebbe tornata con me dopo quella mattina, ma non avrei mai osato negare quel fugace piacere né a lei, ne a me. Ne avevo bisogno. Dopo avrei fatto i conti con le ferite che avrebbe lasciato quell’incontro, ma non avrebbero potuto essere più dolorose di quanto non fossero già.

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Mi avvicinai. Le tolsi l’asciugamano bagnato dalle mani e i capelli ricaddero morbidi sulle sue spalle nude. Mentre le toglievo il respiro con un bacio, sciolsi il telo che l’avvolgeva e sollevandola fra le braccia la portai in camera da letto per continuare il nostro gioco da dove l’avevamo interrotto. L’aula di Genetica era gremita di studenti, in piedi attorno alla cattedra del professore. Avevo fatto un po’ tardi quella mattina e ignoravo totalmente il motivo di quell’insolito affollamento. Marco e i suoi mi fissavano più accigliati del solito, così mi avvicinai alla cattedra per cercare spiegazioni. Man mano che avanzavo avvertivo l’atmosfera tesa del Branco e il dolore nell’animo degli altri studenti. Scrutai avidamente nella folla in cerca di Denise. Non c’era. Non riuscivo a vederla. Accelerai il passo senza smettere un attimo di cercarla. Non mi fermai dai miei amici di corso, come avrei fatto in altre circostanze come quella. Puntai dritto su Marco. Lo afferrai senza complimenti per un braccio, per trarlo da parte. << Dov’è?>> chiesi con tono forse anche troppo grave. << Hai anche il coraggio di farti vedere qui dopo quello che è successo?>> << Non te lo ripeterò un’altra volta, Sorcio. Dov’è Denise?>> Odiava quando lo chiamavo così. Ma cos’altro era? Il suo Clan era una peste per l’umanità. << Che importa di Denise, non è lei la vostra vittima.>> Vittima? << Sta bene, quindi.>> << Certo che sì! Dovrete vendere cara la pelle prima che riusciate a mettere le vostre zampacce su di lei.>>

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Torna in te, Alex. Ha detto “vittima” un attimo fa. << Cos’è successo allora?>> chiesi, ma sta volta c’era preoccupazione, non rabbia nella mia voce. << Chiedilo ai tuoi compari.>> << Smettila con gli indovinelli, Marco. Dimmi cos’è successo una volta per tutte.>> << Davvero non lo sai?>> << Sarei qui a parlare con te, se lo sapessi?>> << Federica ha avuto un incidente l’altra notte. La sua auto è uscita fuori strada e si è scontrata frontalmente con un autocarro sull’altra corsia.>> Scossi involontariamente la testa. Non riuscivo a crederci. Ero convinto che Ivan fosse lì per Denise e neanche per un attimo mi era venuto in mente che potesse trattarsi di qualcun altro. Fissavo immobile la parete di fronte, perso in mille pensieri. C’eravamo sentiti in settimana. Era euforica per aver superato l’esame di Fisiologia che le mancava prima di poter chiedere l’argomento della tesi in Microbiologia. Sfilai il cellulare dalla tasca. Composi il suo numero a memoria. Spento. Marco si chinò sul mio orecchio << Sei un mostro.>> sussurrò. Senza pensarci un attimo lo afferrai per il colletto della camicia e lo avvicinai alla mia faccia per guardarlo dritto negli occhi << Ripetilo, se ne hai il coraggio!>> Carmine e Armando si misero in mezzo per scongiurare il peggio. Mollai la presa spintonandolo all’indietro con tanta forza da fargli sbattere la schiena contro la parete alle sue spalle << Sta lontano da me!>> ringhiai, stringendo forte il pugno della mano che sentivo bruciare.

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Sbattei con forza il portone della Villa, senza preoccuparmi dei rimbrotti di Teresa, la governante, che mi seguirono fino al piano di sopra, per spegnersi definitivamente quando mi chiusi alle spalle con violenza anche la porta della mia stanza. Per la fretta avevo lasciato l’altro cellulare sulla scrivania. Stava squillando. Lo fracassai contro la parete per farlo smettere. Non volevo rispondere. Non se la sarebbe cavata con una semplice spiegazione a telefono. Se aveva qualcosa da dire, doveva avere il coraggio di dirmela in faccia. Ma a Massimo avrei pensato in un secondo momento. Dovevo prima rimettere a posto le cose con Federica. I funerali avrebbero avuto luogo nel pomeriggio. Avevo tutto il tempo per andare da lei e parlare un po’. Dopo il trapasso, l’anima può interagire esclusivamente col proprio nocchiero. Passano diversi anni prima che possa farlo anche con gli altri, ma Paolo era un amico, mi avrebbe concesso del tempo con lei, quindi non avevo motivo di preoccuparmi. Non erano trascorsi che pochi secondi da quando ero entrato in stanza e scaraventato il cellulare contro il muro. Il pianto spaventato di Thomas mi riportò alla realtà. Erano appena le 8:30, stava ancora dormendo e tutto quel trambusto l’aveva svegliato. La sua stanza era accanto alla mia, il letto proprio di fianco alla parete dove avevo lanciato il cellulare. Sei il solito stupido! Preso dal nervosismo non avevo minimamente pensato al fatto che era troppo presto perché Thomas fosse sveglio. L’asilo privato apre alle 9:00. I passi leggeri di Beatrice si mossero lungo il corridoio. Uscii.

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<< Vado io.>> dissi baciandole una guancia << Scusa, è stata colpa mia. Ho fatto troppo rumore.>> Mi scrutò con i suoi occhi attenti << Qualcosa non va?>> << Niente che non si possa risolvere.>> Annuì << Faccio preparare la colazione per Thomas. Prendi qualcosa con noi anche tu?>> << Papà è in casa?>> << Sì, è di turno oggi pomeriggio.>> La giornata va di bene in meglio! << Allora non importa. Tanto devo uscire.>> << Alessandro!>> rimbrottò. Scossi la testa. Non avevo alcuna voglia di iniziare una discussione sull’assoluto non rapporto con mio padre << Vado da Thomas.>> Al funerale di Federica c’erano tutti i nostri compagni di corso. I professori avevano fatto preparare un’elegante corona di fiori con le insegne della facoltà. Parenti, amici, conoscenti… erano presenti più di settecento persone. Federica pianse tutto il tempo, addolorata e commossa allo stesso tempo. Paolo era stato dolcissimo con lei. Rispettando i suoi tempi e spiegandole con estrema delicatezza tutto ciò che c’era da sapere. È un nocchiero da qualche anno più di me, e l’esperienza giocava molto a suo favore. Ne aveva accompagnati a centinaia nei suoi otto anni di lavoro. Federica rimase accanto a noi tutto il tempo. Non si avvicinò neanche ai suoi genitori, ai parenti. Non ne aveva la forza. Non si era preparata a quell’addio. Come biasimarla? A ventitré anni la morte sembra così lontana da farti sentire così immortale da rischiare di ucciderti da solo.

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Denise era tornata al suo posto nel Branco. Marco aveva mantenuto la parola: nessuna ripercussione. Ne fui contento, anche se non riuscivo a capire a cosa fosse dovuta tutta l’insoddisfazione, l’amarezza, la paura, la rassegnazione che emanava il suo spirito. Mi scorse in lontananza e sollevò appena il mento per un cenno di saluto. Le sorrisi. Paolo si accorse di quel breve scambio di tenerezze e mi posò una mano sulla spalla << Che cosa nasconde?>> sussurrò. << Ancora non lo so.>> << Non hai molto tempo.>> << Ho visto.>> << Potrebbe agire oggi.>> Lo guardai, allarmato << Che cosa te lo fa pensare?>> << I funerali di solito fanno questo effetto. Li rendono più audaci.>> Federica sussultò al mio fianco. Si stringeva al mio braccio. Stavano spingendo il feretro all’interno dello stretto loculo di cemento. Sobbalzava a ogni spinta. Quasi potesse avvertire fisicamente gli scossoni dati alla cassa per farla scivolare in quel cunicolo buio. << È finita.>> sussurrò fra i singhiozzi. Un lamento straziante si propagò fino a noi. Acuto. Insostenibile. << Mamma.>> esclamò in un sospiro soffocato dal pianto. La strinsi forte in un abbraccio e lei si lasciò cullare fra le mie braccia per qualche minuto. Il tremore convulso si spense pian piano che prendeva coscienza della realtà. Io le sussurravo all’orecchio le parole più dolci e rassicuranti che conoscessi, ma era come se ognuna di quelle parole mi

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stracciasse l’anima, riportando alla coscienza tutti gli orrendi ricordi del passato. Paolo intervenne quando si accorse che ero sul punto di crollare. Sapeva bene quanto fossi vulnerabile agli attacchi feroci di quei momenti. << Dobbiamo andare.>> disse tranquillo. Una tranquillità di cui non ero capace. Una quiete che avrebbe placato anche l’animo più in tumulto. Una pace che non conoscevo. Una serenità che cercavo da tutta una vita. Giornate come questa mi annientavano completamente. Di solito finivo col chiudermi nel mio appartamento in città, chiudere le tapparelle, e mandare a quel paese il mondo intero, almeno fino al giorno dopo. Diventavo intollerante, inavvicinabile. Ne ero cosciente, e lo sapeva anche chi aveva imparato a conoscermi, che restava prudentemente a distanza. La mattinata con Celine, però, mi aveva fornito un appiglio per non sprofondare di nuovo nello sconforto. Forse, dopotutto, potevo rimanere a galla. Non sarei uscito dall’oceano di costernazione che mi opprimeva, ma c’era una possibilità, seppur remota, di rimanere a galla. Non ero costretto ad affondare. Mi tenni alla larga dal quartiere per non farmi tentare dalle vecchie abitudini. Dovevo trovare un modo per distrarmi che mi facesse ritrovare un contatto con la realtà. Ci dovevo provare almeno. Tornai in villa a cambiarmi. Thomas piangeva di nuovo. Era caduto mentre giocava con Stefano. Aveva inciampato correndo per casa e ora strillava perché papà gli medicava il ginocchio sbucciato.

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<< Ti credevo a lavoro.>> dissi sedendomi sulla poltrona per mettermi Thomas sulle gambe. << Avevo un paziente soltanto e ha rimandato l’appuntamento. Ti scoccia?>> Sì << Non mi interessa quello che fai.>> << Perfetto.>> esclamò alzandosi. Aveva applicato un cerotto colorato al bambino e ora liberava il tavolino basso del salotto dalle garze sporche e la boccetta di mercurocromo. Stefano se ne stava in silenzio seduto sul divano. Non si intrometteva mai nei nostri brevi battibecchi. L’ultima volta che l’ha fatto ci siamo quasi presi a pugni. Per fortuna Beatrice è intervenuta appena in tempo per calmare le acque. Stefano, quando si trattava del mio rapporto con nostro padre, non era mai d’accordo con me. Anche se non lo diceva, io sapevo bene che era dalla sua parte e non dalla mia. Se fossi stato meno cocciuto, sono sicuro che, perfino io sarei andato contro me stesso in quelle circostanze. Sono in grado d’essere un vero stronzo quando voglio, e Dio solo sa quanto mi ostinassi a esserlo con mio padre. << Vado di sopra a cambiarmi. Mi vedo con Clarissa e Bruno al centro commerciale.>> dissi cercando di rimanere calmo << Porto Thomas con me.>> Mio padre e Stefano si scambiarono uno sguardo furtivo. Mi innervosì, ma non lo diedi a vedere << C’è qualche problema se lo porto con me?>> Mio padre scosse la testa tranquillo << Basta che lo riporti a casa per le sette.>> << Guarda che lo so anch’io che cena a quell’ora.>>

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<< Bene, se sai questo allora credo che non ci sia bisogno di ricordarti che alle cinque fa merenda.>> Colpito e affondato!Questo non lo sapevo. Con cosa fa merenda un bambino di tre anni? Da quando mi ero trasferito al quartiere ero stato troppo poco tempo a casa per saperlo. << Non guastargli l’appetito per la cena. Un yogurt alla frutta sarebbe l’ideale. Preferisce quello alla pera, ma sono sicuro che lo sai già.>> Inutile, era sempre un passo avanti al mio. Mi alzai dalla poltrona tenendo il bambino in braccio << Ci penso io a cambiarlo.>> dissi fingendo di ignorare la punzecchiata. Bruno e Clarissa mi diedero buca dieci minuti dopo aver varcato l’ingresso del centro commerciale. Una telefonata di scuse e via. Come se si potesse liquidare un amico in quel modo così incivile. Se fossi stato da solo me la sarei legata al dito una scortesia simile, ma non mi dispiaceva l’idea di dedicarmi un po’ a Thomas. Non avevamo mai molto tempo da passare insieme da soli. Beatrice ci avrebbe sgridati entrambi appena rientrati a casa, ma non riuscii proprio a resistere dal fare una tappa al Maxi Store di giocattoli più grande della regione all’interno del centro commerciale. Un intero piano di giochi per tutte le età. Io c’ero entrato spesso per prendergli qualcosa quando passavo a trovarlo in Villa, ma lui non c’era mai stato prima. Non avevo notato che Thomas avesse imparato a correre così. Sfrecciava da un corridoio all’altro del negozio, indicando ora questa, ora un’altra scatola colorata. Non toccava niente, le indicava soltanto con un sorrisetto

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eccitato, che faceva a brandelli le mie forze ogni volta che lo rivedevo sul suo faccino. I boccoli castani li aveva presi dalla madre, anche se il colore chiaro era decisamente di suo padre. Erano pochi i tratti della mia famiglia nel suo viso. Troppo angelico per appartenere a un discendente Ancharos. Neanche in Stefano, da piccolo, avevo visto quell’espressione così innocente. Più lo osservavo con attenzione, più mi rendevo conto di quanto i geni di sua madre si fossero imposti sui nostri. Come se il carattere di una persona possa influenzare anche la genetica. Sarebbe stato tutto più semplice se fosse stato un po’ più simile a noi. Aveva approfittato della mia breve distrazione per correre su una piccola moto azzurra a batteria. Già lo viziavamo alle griff. Sembrava una pubblicità della Nike: Giubbetto, salopette di jeans, felpetta e scarpine da ginnastica. Perfino l’intimo era firmato. Una piccola debolezza a cui non sapevamo proprio resistere. << Questo!>> disse tastando i pulsanti colorati sul manubrio della moto. << Bello! Senti? Suona.>> e dava il via al simpatico suono del clacson << Voglio la moto come quella di papà.>> << Le moto sono pericolose.>> dissi sorridendo, mentre lo prendevo in braccio prima che la commessa che ci guardava di sottecchi venisse a rimproverarci. << No, è mia.>> protestò sporgendosi in avanti per costringermi a farlo scendere. Rischiava di cadere testa a terra se non si fermava. Lo misi giù e mi abbassai alla sua altezza, tenendolo fermo per le spalle << Guardami.>> dissi serio. Obbedì, nonostante il sorriso fosse stato sostituito da un broncio dispettoso.

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<< Che cosa ti ha insegnato papà? Cos’è che non si deve fare quando si entra in un negozio?>> Sbuffò per il rimprovero, ma fu così tenero che dovetti trattenere a fatica un sorriso. << Allora?>> << Non si toccano i giocattoli.>> Annuii << Ma non solo i giocattoli. I bambini non toccano niente in tutti i negozi. E poi? Che altro ti ha detto papà?>> << Niente capricci.>> Gli arruffai la cascata di boccoli << Bravo il mio cucciolotto.>> Mi sfoderò il broncio più teatrale che avesse << Me la compri?>> Sorrisi, rassegnato. << Ciao.>> sentii dire alle mie spalle. Mi rialzai. << Denise, che piacere vederti. Tutto bene?>> << Una meraviglia!>> scherzò << ma… a proposito di meraviglie, chi è quest’ometto?>> chiese chinandosi all’altezza del bimbo, che vedendola si era nascosto dietro i miei polpacci. << Lui è Thomas.>> risposi prendendolo in braccio << Saluta la signorina.>> immerse il faccino nella mia spalla. Risi << Scusalo, si vergogna sempre, all’inizio.>> << Non sapevo avessi un fratellino così piccolo.>> << Io invece so che tu ne hai uno di cinque anni!>> esclamai sorridendo al piccolo, mentre gli scansavo un ricciolo dalla fronte. Mi fissò un momento incuriosita. << Quanti anni ha?>>

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Secondo tentativo di socializzazione << Vuoi dirlo tu a Denise quanti anni hai?>> fece no con la testolina. Quest’ostilità l’aveva ereditata decisamente da me. << Ne ha compiuti tre questo mese.>> << È timido.>> << Mmm… non direi proprio. È solo a carburazione lenta. Tutta apparenza. È una vera peste quando prende confidenza.>> Sorrideva divertita << Che cosa comprate di bello?>> chiese curiosa. << Penso proprio che torneremo a casa con questa bella moto.>> risposi solleticandolo sul pancino << anche se non lo so se se la merita questo maleducato. Non ha voluto neanche salutare.>> lo sentii irrigidirsi << Quasi quasi non gliela compro più.>> << Fai proprio bene sai?>> mi assecondò. << No!>> protestò lui. Denise si avvicinò per fare una carezza al bambino << Ma allora sai parlare? Facciamo così: se mi dai un bacetto, faccio finta che ci siamo salutati e convinco Alessandro a comprarti la moto.>> Era un compromesso troppo a suo favore per rifiutare. Soprattutto dopo che i primi cinque minuti di vergogna erano belli che passati. Bacio concesso. Adesso toccava a me rispettare la seconda parte dell’accordo. Feci segno alla commessa di avvicinarsi. Si segnò il numero di serie dell’articolo e andò in magazzino a recuperarne uno confezionato da portare alla cassa. << Contento?>> chiesi mettendolo giù. Ti serve nient’altro?

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Si guardò un po’ intorno con l’avidità tipica di un bambino che viene invitato a scegliere una sola cosa fra un mare di giocattoli. Naturalmente la mia era una provocazione. Fece per scattare verso uno scaffale, ma a metà strada si fermò. Mi guardò in cerca di approvazione, incoraggiamento a proseguire. Non la ottenne. Sapeva bene che non avrebbe ottenuto altro. Beatrice era sempre stata molto rigida in questo: non più di un gioco per volta. Tornò indietro, ma non era scontento << Andiamo?>> era solo impaziente di tornare a casa e provare la moto. Sollevò le braccia per farsi sollevare di nuovo. << Tu invece,>> chiesi a Denise << Che ci fai da queste parti?>> Non me la sentivo di parlare di Federica davanti al bambino. << Cerco qualcosa per mio fratello Mattia mentre aspetto un paio di amiche.>> << Le stesse dell’altra sera al quartiere?>> Si accigliò << No. Non frequento solo loro?>> << Beh, non te la prendere, è solo che mi è sembrato di notare che non siano molto inclini a farti frequentare persone fuori dal giro.>> << Ti sbagli.>> << Ok! Allora ti chiedo scusa. È stata un’impressione sbagliata.>> Scusarmi con lei era sempre come parlare al vento << Devo andare. Avevamo appuntamento alle sei. Staranno aspettando solo me.>> Annuii lasciando che si allontanasse. << Denise?>> Si voltò. Non fare sciocchezze.

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<< Ci vediamo domani?>> Sorrise. Annuì. Tempesta placata. << Promesso?>> << Alle undici sono a Fisica. Da sola.>> << Ma che coincidenza!>> ammiccai << Avevo proprio pensato di fare un giro da quelle parti per una rispolverata sull’argomento.>> << Ti tengo un posto?>> Le vecchie abitudini sono dure a morire, eh? << No! Te lo tengo io.>> Quando svoltò l’angolo del corridoio sistemai meglio Thomas, che nel frattempo si era addormentato. Ops. La merenda! Porca pu….mmmmmmmm, gli hai fatto saltare la merenda. Mentre mi avviavo alla cassa, liberai una mano per afferrare la stazione dei pompieri che mi aveva chiesto subito appena entrati prima che la sua attenzione venisse folgorata dalla piccola moto a batteria. Dovevo comprarmi il suo silenzio in qualche modo o rischiavo che mio padre mi scorticasse vivo.

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17 Uscii dall’ospedale che albeggiava ormai. Mi infilai di corsa in macchina e sfrecciai verso casa. Era stata una nottata terribile, ero uscito con tanto entusiasmo e tornavo con i lamenti disperati di una madre che aveva appena perso suo figlio. Non mi importava l’aver visto Celine. Certo, ero felice di sapere che stava bene, ma le grida di quella donna mi risuonavano fastidiosamente in testa impedendomi anche il più banale pensiero. Desideravo solo andarmene a letto e lasciarmi per sempre alle spalle quell’orrore. Tornato a casa invece, dovetti prima sorbirmi il terzo grado di mio nonno, che mi rimproverò per essere stato fuori da solo tutto quel tempo, senza avvertire. Naturalmente non gli dissi dov’ero stato e questo lo mandò praticamente si tutte le furie. << Non sono affari tuoi!>> fu l’unica risposta al suo interrogatorio. Mi mollò un ceffone, ma poi, finalmente, dopo essersi sfogato, mi permise di ritirarmi nella mia stanza. Sono convinto che, dopotutto, sia stato un bene per me trascorrere l’intera adolescenza all’Ancharos. Se fossi rimasto in Villa, con mio nonno ci saremmo scannati a vicenda. Siamo troppo uguali, troppo cocciutamente orgogliosi e istintivi. Tentai invano di prendere sonno quella mattina, provai perfino a battere la testa contro il muro, ma niente, quella donna non si decideva a lasciarmi in pace.

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Credo d’aver ceduto al sonno per sfinimento, perché mi svegliai nella stessa posizione in cui mi ricordavo d’essere prima di cadere tra le braccia di Morfeo. Mi destai a causa del continuo bussare di mio nonno contro la porta della mia stanza. << Ma che vuoi?>> risposi bruscamente, aprendo. << Vestiti, dobbiamo uscire.>> Ero arrabbiatissimo con lui. A ricordarmi il motivo c’era ancora il livido sullo zigomo, ma come al solito non se ne rese conto, anche se comincio a pensare che facesse finta di non capire, forse per non accendere ulteriori discussioni. Mi vestii brontolando. Per la prima volta da quando era a New York uscimmo a piedi, anche se con sei guardaspalle a qualche metro di distanza. << Vedi quel ragazzo seduto fuori al bar? Quello con la T-shirt azzurra? Quello è uno di noi!>> mi fece notare. << Da cosa lo riconosci?>> chiesi curioso. << Guarda la parte sinistra alta del collo. C’è un tatuaggio. Quello è il marchio degli Ancharos nocchieri.>> mi spiegò. << Tu non lo hai però!>> esclamai esaminando con attenzione il suo collo << E neanche io.>> << Certo che no! Quello è il segno di riconoscimento degli Impuri. Noi abbiamo il simbolo della Discendenza sul polso destro, come il tuo.>> rispose mostrandomelo per la prima volta. << Ce l’hanno anche gli altri, però.>> << Loro hanno il marchio degli Ancharos, ma quelli come noi hanno il simbolo del Potere. Solo gli Ibridi non hanno il marchio sul polso.>>

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<< Gli Ibridi? Che cosa sono?>> << Sono persone comuni che hanno ricevuto i poteri da un Discendente.>> << Vuoi dire che Stefano… se volessi…>> <<…potrebbe diventare uno di noi. Sì. Solo che la condizione di Impuro annullerebbe ogni sua possibilità di generare, in futuro un Discendente.>> Non capivo, ma, dopotutto, era l’enigma che mi perseguitava da tutta la vita. Mio padre non è un Ancharos, eppure l’unione con mia madre, mortale anch’essa, gli ha ugualmente permesso di dare alla luce un Discendente Puro. Mio zio Sergio invece, primogenito e pertanto erede legittimo del singolare patrimonio genetico che dimora nelle nostre cellule semi-immortali, non è riuscito a trasmettere il suo potere ai propri discendenti. È anche vero che ha avuto solo due figlie femmine e che la discendenza si tramanda ai primogeniti maschi, ma… << Non capisco.>> << È piuttosto semplice. Un Impuro non genera mai un essere superiore. Stefano è pur sempre figlio di tuo padre, è mio nipote, non è, e non sarà mai, un ragazzo come tutti gli altri. I… geni che rendono così…>> fu costretto a tacere perché stavamo attraversando una piccola folla di passanti. Quando riprese a parlare usò più prudenza <<…particolare il tuo dna, sono gli stessi geni di Stefano, ma in lui sono inattivi. Ciò non toglie però che, in futuro, qualora si presentino le condizioni, possa trasmetterli a un proprio erede maschio, proprio come ha fatto Roberto con te, visto che Sergio non è riuscito ad avere figli maschi prima di lui. È un naturale meccanismo di conservazione della specie. Rendere Stefano un Impuro però, per lo stesso principio, renderebbe inoffensivi i suoi geni per sempre. Questo garantisce la sicurezza che non nasca mai

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più di un Ancharos nella stessa famiglia, sia esso un Impuro o un Discendente autentico.>> << Perché io non avevo mai sentito parlare di questi ibridi?>> Si guardò intorno con attenzione prima di rispondere << Perché è proibito infettare i Comuni.>> << E ce ne sono molti di questi…Impuri?>> << I toni con il Clan sono sempre più accesi. Ci troviamo nella necessità di… rimpiazzare i caduti, in qualche modo.>> << E come? Come funziona?>> volevo davvero saperlo? << Risucchiando abbastanza energia vitale da un Comune da portarlo a un passo dalla morte. Trasfondendogli altrettanta energia da avvelenarlo con parte del nostro potere.>> << È mai successo che qualcuno non si sia fermato in tempo?>> << È successo! Per questo tuo zio non ci ha mai neanche provato. Per questo io non ho mai osato provare con tuo padre. Se accade con un Comune… non è la stessa cosa. Non so se hai capito cosa intendo.>> Eccome se l’ho capito. << E in quei casi, chi è morto dei due?>> << A volte la vittima, altre volte l’Ancharos.>> Non volli sapere altro in proposito, quello che avevo sentito me lo sarei fatto bastare per il resto dei miei giorni. Era una manovra estremamente pericolosa per entrambe le parti in causa, non avevo bisogno di sapere altro per farmi desistere dallo sperimentare l’esperienza. Sempre quella mattina, allo stesso modo mi insegnò a riconoscere anche i Giudici e gli Esecutori impuri e ibridi. Il criterio era identico, ma il marchio differente.

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Arrivò il giorno in cui mio nonno dovette fare ritorno in Italia. Mi aveva spiegato tutto quello di cui avevo bisogno per sopravvivere in quel posto, quindi non aveva più scuse per rimanere. Non andò via tranquillo, nonostante mi avesse lasciato alle costole i suoi gorilla. Ero contento di rimanere finalmente da solo, ma un po’ mi dispiacque vederlo partire, dopotutto era una delle colonne portanti della mia vita. Sapevo che se mi fossi trovato nei guai avrebbe potuto aiutarmi e data la mia inesperienza sapevo che avrei attirato i guai come una calamita. Da allora in avanti, avrei dovuto far fede solo sulle mie forze e questo un po’ mi lasciava perplesso, considerate le recenti esperienze. Erano un paio di giorni che non avevo notizie di Celine. Non ero più tornato in ospedale dopo quella notte e l’avevo lasciata in condizioni ancora critiche. Non avevo voglia di rimettere piede in quel calvario e allo stesso tempo volevo rivederla. Continuavo a pensare a lei nonostante avessi potuto e desiderato impiegare il mio tempo in altre attività. Era diventata un’ossessione quasi fastidiosa. Come se la mia mente si fosse inceppata e continuasse a mostrarmi di continuo i brevi istanti di ricordi catturati con avidità dai miei occhi invaghiti di lei. È assurdo che dovetti perfino far leva sul mio coraggio per convincermi a fare almeno una telefonata. Non mi riconoscevo più. Mi rispose un uomo. Disse che Celine si stava riprendendo - era stata trasferita al reparto di medicina generale -, e che

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molto probabilmente avrebbe trascorso in ospedale solo un altro paio di giorni. Lo ringraziai per le informazioni e ne approfittai anche per chiedere gli orari serali per le visite. Dalle 17.00 alle 20.00 nei giorni lavorativi. Dalle 16.00 alle 21.00 nei giorni festivi. Avevo solo due giorni per incontrarla, e poi, chissà quando si sarebbe presentata di nuovo l’occasione di farlo. Ero seduto in cucina a sorseggiare una tazza di cioccolata calda. Riflettevo sul da farsi. Ero talmente immerso nei miei pensieri che non sentii Margherita entrare. << Ti ho portato gli asciugamani puliti e stirati.>> esordì attraversando il salotto. Li sistemò in bagno e mi raggiunse in cucina. << Va tutto bene?>> mi chiese premurosa. Margherita allora aveva all’incirca quarant’anni, era la confidente fidata di mia madre, aiutata dal fatto che ha solo due anni più di lei. È una donna molto gentile, sempre disponibile, fin troppo a volte. Quando tornai dal collegio lei fu una di quelle che mi stette più vicina. Andavamo d’accordo e questo mi faceva sentire meno solo. << Tutto bene, Alessandro?>> ripeté. Non mi andava di spiattellarle ogni cosa, ma non riuscivo proprio a tenermi tutto quel peso dentro. Avevo il disperato bisogno di fidarmi di qualcuno. Le raccontai tutto, non tralasciai nulla, il mio fu uno sfogo con i fiocchi e lei stette teneramente in silenzio ad ascoltare. << Dovresti andare a trovarla, le farebbe di sicuro piacere rivederti.>> intervenne d’un tratto.

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<< Non saprei cosa dirle! Cosa faccio se dovesse chiedermi spiegazioni su quello che è successo quella notte?>> Volevo con tutto il cuore salire in auto e raggiungere Celine, eppure continuavo a tirare fuori una scusa dopo l’altra per rimandare quel momento. << Vuoi che venga con te?>> chiese. << Lo faresti?>> domandai dopo un momento di esitazione. << Dammi solo un minuto per cambiarmi!>> rispose sorridendo. Erano le 17:30, il sole era alto in cielo, anche se non sarebbe rimasto lì ancora molto. Feci una doccia calda e mi preparai per uscire. Come previsto, alle 18:20 il sole era già andato a nanna e le ombre cominciavano a prendere il sopravvento sulla città, invitandomi finalmente a uscire. Salimmo in auto e con una scusa chiedemmo a Paul di accompagnarci fino all’ospedale. Eravamo in tre, quindi prendemmo la SL cinque porte nera. Quella volta, al posto dei fiori portai un delizioso pacco di cioccolatini, sempre sotto consiglio di Margherita. Soprattutto, entrammo dall’entrata principale dell’ospedale evitando il pronto soccorso. Perché non ci avevo pensato io fin dall’inizio? Dall’accettazione venimmo a sapere che il reparto di medicina generale era al quarto piano, e Celine era ricoverata nella stanza numero nove. Quando arrivammo al reparto, io e Margherita ci guardammo un po’ in giro per capire com’erano disposte le camere e, sulla sinistra, seguendo il corridoio numerato

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arrivammo velocemente alla nove. La porta era aperta, ma io me ne stavo qualche metro indietro. Mi detestavo in quel momento, non osavo farmi avanti. Ero in uno stato catatonico, vergognoso a guardarsi. Margherita si sporse per dare un’occhiata al posto mio. La stanza era deserta, il letto ancora disfatto e vari oggetti poggiati qua e là, come se qualcuno avesse lasciato la camera in tutta fretta. Mi feci avanti per esaminare la stanza a mia volta. Codardo! Appena posai una mano sullo stipite della porta, un insolito brivido gelido mi percorse la schiena e fui colto da un bruttissimo presentimento. Margherita si accorse del mio disagio e chiese informazioni a un’infermiera di passaggio. Mentì confidano di essere una zia, << La sorella di sua madre.>> precisò con furbizia. << Stamattina ha avuto una ricaduta.>> rispose l’infermiera << Un improvviso calo di pressione. Sono dovuti intervenire d’urgenza e ora è in rianimazione. Non sta affatto bene, povera piccola, mi dispiace essere io a dirlo, ma fossi in voi non mi illuderei troppo, sarà già un miracolo se riuscirà a superare la notte. Povera ragazza è più giovane della mia seconda figlia.>> Non riuscivo a crederci, stava accadendo di nuovo… Scesi di corsa al terzo piano, Margherita non capiva cosa avessi in mente e mi seguì senza fare domande. L’avevano trasferita in una stanza singola e davanti la vetrata erano accalcate una decina di persone. Parenti di lei? Capii la gravità del problema dall’espressione dei loro volti.

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Mi avvicinai al vetro e la vidi. Era lì, esattamente come l’avevo lasciata l’ultima volta. Se non avessi saputo la verità avrei giurato che stesse come allora. Solo il monitor tradiva quell’illusione. Il suo bip era molto più lento, più debole, un battito ogni due, tre secondi. Non c’erano dubbi! Stava morendo. Stava succedendo di nuovo ed io ancora una volta non potevo fare nulla per evitarlo. Sua madre e suo padre le erano seduti accanto, le stringevano forte le mani e continuavano a parlarle. Non sarebbe servito a niente, io lo sapevo. Una ragazzina sui dodici anni, se ne stava in corridoio a pregare un’immagine sacra che risparmiasse la vita di sua sorella. L’atmosfera era soffocante, le luci calde dei neon poi, mi impedivano quasi di respirare. Margherita mi prese da parte << Andiamo via Alessandro, non tormentarti inutilmente.>> << Non posso lasciarla morire così!>> esclamai sconvolto. << Non puoi fare più niente per lei, quello che potevi lo hai già fatto.>> << Ma, se solo… io posso salvarla, e tu lo sai.>> << No che non puoi!>> esclamò contrariata << Soprattutto non con questa gente intorno. Vuoi farci ammazzare tutti?>> Un modo per salvarla c’era, avrei dovuto infonderle abbastanza energia vitale da permetterle di riacquistare una parte dell’influsso sottrattogli durante l’aggressione. C’era un dettaglio però - che allora mi sembrò irrilevante – che avrebbe potuto rendere vano ogni mio tentativo. Io non avevo mai immagazzinato energia vitale da nessuno. L’unica che potevo infondergli era la mia.

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Se avessi messo in atto il mio piano ci sarebbero state conseguenze gravi per tutti e due: rischiavo di scoprire di non possedere abbastanza energia per tenere in vita entrambi, perché lei ne era talmente sprovvista che salvarla avrebbe potuto richiedere una quantità di energia tale da lasciare a secco me. Sacrificare qualcuno per lei era fuori questione però. Nonostante ciò – se non fosse ancora abbastanza da farmi rinunciare a quella follia -, c’era da considerare anche l’effetto collaterale del mio gesto. Sono un Discendente puro, infonderle la mia energia significava avvelenarla di un potere che forse non voleva, senza togliere il fatto che si trattava di una donna. Che io sappia, non è mai stata infettata una donna. Chi ero io per condannarla a una vita nell’ombra? Costretta a guardarsi le spalle di continuo per sfuggire a un esercito di sanguinari che volevano solo la sua morte. Come avrei potuto contagiarla e lasciare che vivesse nell’oblio, impazzendo nel momento in cui iniziava a sperimentare i suoi nuovi poteri, ignara di tutto, perfino pericolosa per chi le viveva attorno? Chi ero io per decidere della sua vita? Non sei Dio! Lo sai cosa accade a quelli che osano sostituirsi a Lui. Forse lei avrebbe preferito morire piuttosto che vivere … come me. Margherita aveva ben chiara in testa quale fosse la decisione più giusta, più logica << Pensa anche a lei Alessandro, non puoi prendere una decisione simile senza sapere cosa vorrebbe lei. Non fare lo sciocco, potrebbe odiarti per il resto dei suoi giorni quando saprà quello che le hai fatto. E sarebbe il danno minore! Sono persone normali, li disprezzano quelli come voi. E tu vuoi renderla

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come quello che le ha fatto tutto questo? Fatti da parte, figliolo, lascia che il destino si compia.>> Era vero, tutto spaventosamente giusto, però… << Sono stanco di stare a guardare!>> sbottai irritato << Questa volta si fa a modo mio!>> La scostai in malo modo e mi avvicinai al vetro facendomi largo tra la folla. Dopo una breve esitazione, entrai nella stanza senza badare a chi provava inutilmente a trattenermi. Suo padre quando mi vide irrompere a quel modo si alzò infuriato. << Come ti permetti? Chi sei? Esci subito da qui.>> ringhiò. La signora Madison, invece, non si accorse neanche di me. Aveva lo sguardo perso in chissà quale particolare del volto di Celine, incurante di tutto ciò che le accadeva intorno. << Sono l’unico che può salvare sua figlia, signore.>> risposi sicuro. << Ma che dici? Sei pazzo! Esci subito o chiamo la sicurezza.>> disse con le lacrime agli occhi. Poi guardò fuori, e nel corridoio vide il cappellano dell’ospedale. << Mi creda, signore, se davvero vuole salva la vita di sua figlia io sono la sua unica speranza.>> spiegai. La mia mente vagava per conto suo ormai, parlavo senza neanche rendermi conto di quello che dicevo. << E come potresti riuscire, tu, dove anche i medici più esperti hanno fallito?>> domandò. << Non mi chieda come, provi solo a fidarsi di me. Dopotutto, cos’ha da perdere? Se lascia le cose così, Celine l’ha già persa.>> Al suono delle mie parole scoppiò in un pianto disperato.

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<< Giurami che mi ridarai la mia bambina!>> disse serio, nonostante i singhiozzi gli scuotessero il petto << Me lo devi giurare!>> esclamò in preda al panico afferrandomi per il bavero del cappotto. << Ve lo giuro signore!>> E se andasse male? Guarda quest’uomo, Alex! Con quale coraggio alimenti nel suo cuore false speranze? Io non avevo mai infettato nessuno, sapevo per sentito dire quello che avrei dovuto fare, ma non lo avevo mai fatto prima. << Lasciatemi solo per favore!>> dissi serio. L’uomo annuì. Sollevò di peso sua moglie e la portò in corridoio con gli altri. È incredibile quello che era disposto a fare quell’uomo per sua figlia. Quella gente non mi conosceva, eppure affidavano la vita di Celine nelle mie mani senza replicare. Avrebbero accettato tutto pur di riaverla sana e salva a casa. Questo pensiero bastò per darmi il coraggio che mi serviva a proseguire. Chiusi a chiave la porta della stanza e tirai la tendina della vetrata sul corridoio. Eravamo rimasti soli. Io e lei soltanto. Mi sfilai il capotto e lo lasciai cadere sulla sedia dove un attimo prima era seduta sua madre. Il bip del monitor continuava a rallentare, non avevo molto tempo, ogni secondo che aspettavo perdeva energia che avrei potuto immagazzinare per me prima di infonderle la mia. Rimasi ancora un momento a guardarla, forse era l’ultima volta che potevo posare i miei occhi sul suo bel viso. Le sfiorai la fronte con un bacio. Stavo tremando. Mi misi a sedere sul bordo del letto. Ormai il danno è fatto! Vada come deve andare!

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Senza indugiare oltre le tolsi delicatamente gli aghi delle flebo dalle braccia. Le strinsi una mano fra le mie e iniziai a prendere quell’alito di vita che le era rimasto. Per un istante il battito del suo cuore si arrestò, poi riprese a battere, sempre più lentamente. Decisi che era quello il punto limite, rifiutandomi di sottrarre di più. Dovetti fare molta forza per invertire il flusso, sarebbe bastata una banale distrazione a lasciarla del tutto prosciugata della propria giovane vita. Per fortuna riuscii a fermarmi appena in tempo. Era ora giunto il momento di invertire i ruoli, ma ero più tranquillo, perché, da allora sarei stato in pericolo soltanto io. Sentivo la mia energia fluire violenta attraverso il palmo della mia mano. Stetti lì seduto per qualche minuto, poi, avvertii le forze mancare e mi stesi sul letto accanto a lei, cercando di non perdere i sensi. Se non avessi tolto in tempo la mano, al momento opportuno, sarei morto. Per rimanere sveglio mi misi a canticchiare qualcosa.

Sarò il sole che illumina il tuo volto pallido. Sarò quell’ombra di mistero che si cela nei tuoi occhi. Sarò il tuo più grande sogno, quello che ti fa battere il

cuore attimo dopo attimo, giorno dopo giorno. Sarò la tua più bella canzone, quella che canti sottovoce

quando con sguardi d’amore mi osservi. Sconfiggerò il mio orgoglio, abbatterò le paure e quel mio

muro di menzogne. E tu non avrai più paura… perché io sarò lì… con te e non

ci lasceremo mai. Rimasi quasi un’ora lì con lei.

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La guardavo riprendere un roseo colorito sul volto. Il monitor aveva ripreso a cantare, si stava riprendendo. Si mosse. Feci scivolare lentamente la mia mano dalla sua, sciogliendo a fatica le mie dita deboli dalle sue. Rimasi ancora qualche minuto disteso sul letto. Non riuscivo a muovermi, ero distrutto. Svenni credo, o mi addormentai, ma mi svegliarono i richiami convulsi del Signor Madison. Mi ero completamente dimenticato di lui, di tutti loro. Mi feci forza, sorreggendomi prima sulle sbarre del letto e lungo la parete per raggiungere il fondo della stanza. Aprii la porta. Non feci in tempo a dire niente, perché svenni appena mi investì il primo spiraglio delle luci del corridoio, almeno così mi raccontarono quando mi ripresi. Mi risvegliai nel mio letto con la febbre alta e Margherita che mi dormiva accanto.

Ricordo bene la ramanzina che mi fece nei giorni seguenti, ebbe due intere settimane per ridire sul mio comportamento ed io non potevo fare a meno di ascoltarla perché ero confinato a letto senza un briciolo di forze. Gli unici suoni che riuscivo a emettere erano un misto di mugugni e lamenti. Volevo sapere com’era andata all’ospedale, ma non riuscivo a chiederlo e lei non me lo diceva di proposito. Solo due settimane dopo – quando gli sembrò d’avermi punito abbastanza – mi disse che Celine stava bene. Era stato suo padre a portarmi di sotto fino alla macchina e, come stabilito, non aveva fatto domande. Margherita disse che ci aveva ringraziato più di quelle volte da darle alla testa.

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Si era fatto lasciare il nostro numero di telefono per potermi ringraziare poi di persona, quando fossi stato meglio. Non credo avrebbe avuto ancora così tanta voglia di ringraziarmi se avesse saputo cosa era successo in realtà, ma a questo piccolo particolare non avevo proprio voglia di pensare. Celine era viva, questo contava, nient’altro. Il signor Madison telefonò cinque giorni dopo per informarci che Celine era stata dimessa, ma io stavo ancora troppo male per alzarmi dal letto o parlare con chicchessia. Margherita li ringraziò con premura anche da parte mia. Ah, la mia Margherita! Cosa farei senza di lei?

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18 Si può impazzire in venti minuti? Io rischiavo di farlo se Denise non si decideva a varcare la soglia dell’aula di Fisica. Era sempre la prima ad arrivare e l’ultima ad andarsene, quel ritardo era anormale e angosciante. Che fosse successo qualcosa? Ma no, di sicuro era solo in ritardo. Non farti prendere dalle solite paranoie. Sta calmo. Arriverà. Aspetta un altro po’. Aspettare? Ma se ero già pronto a dare in escandescenza. Arriverà, fidati. Fermai Lorenzo mentre mi sfilava davanti per prendere posto con i suoi amici << Hai visto Denise a Matematica?>> << C’era laboratorio di Organica sta mattina. Siamo usciti adesso. Credo stia andando a casa però, non si sentiva molto bene.>> Avrei voluto chiedergli di più, ma quando scorsi Celine avvicinarsi dal fondo dell’aula, lo lasciai andare. << Alex?>> disse ancor prima di raggiungermi. Dal tono allarmato della sua voce pensai fosse successo qualcosa a casa. Mi alzai di scatto. << Denise!>> sbottò. Non ci fu bisogno che aggiungesse altro. La seguii di corsa fuori dall’aula. Salimmo al quarto piano. Non capivo dove stesse andando fino a quando non vidi l’insegna dei bagni sulle porte. Il quarto piano è del corso di Scienze della vita, che fa lezione nel nostro istituto solo il mercoledì, giovedì e venerdì. Noi di solito usavamo le aule vuote di

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lunedì e martedì, per studiare indisturbati, ma gli addetti al piano erano stati chiari “ I bagni sono off limits”. Complimenti. Ti sei scelta proprio un bel posto. Spalancai la porta del bagno delle donne. Denise era seduta sul ripiano di marmo dei lavandini. Ginocchia al petto. Piangeva a dirotto. Scambiai un breve sguardo d’intesa con Celine. Ci lasciò soli. Mi avvicinai con estrema calma. Non ero neanche sicuro che si fosse accorta della mia presenza. Le carezzai i capelli << Ehi?>> Affondò la fronte sulle ginocchia, scossa dai singhiozzi. Le presi delicatamente una mano per controllare la profondità del taglio sul polso. La lametta era ancora nel lavandino sporco di sangue. Mi sciolsi la garza dal palmo della mano e ne feci due lacci per arrestare l’emorragia su entrambe le braccia. Gli inservienti avrebbero avuto di che lamentarsi quando l’indomani avrebbero trovato tutto quel sangue in giro. Pulii alla meglio le ferite bagnando degli asciugamani di carta. Non erano lacerazioni profonde, un paio di punti o una fasciatura stretta avrebbero risolto il problema. Non avevo il coraggio di parlare. Ero troppo arrabbiato. Lo avrebbe notato dal mio tono di voce, e non era il momento adatto per le ramanzine. La feci scendere delicatamente, poi la avvolsi nel mio cappotto. Conciata com’era avrebbe dato troppo nell’occhio. Provò a muoversi da sola, ma barcollava. Feci per prenderla in braccio, ma mi scansò, quasi inorridita. Ero troppo arrabbiato per darle retta, così la sollevai con la forza. Provò a resistere qualche secondo, ma era così

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debole che si accasciò con la guancia sulla mia spalla e si arrese a farsi portare via da lì. Sei una stupida! Dio solo sa quanto avrei voluto dirglielo. Era la prima volta che portavo nel mio appartamento una donna che non fosse Celine. Non potevo portarla al pronto soccorso in quelle condizioni. Se il padre l’avesse vista con me, avrebbe di sicuro frainteso. Portarla in clinica dai miei avrebbe suscitato le stesse reazioni, quindi… La posai dolcemente sul letto. In bagno avevo una cassetta del pronto soccorso ben fornita. Dopo l’incidente, mio padre aveva insistito affinché la tenessi in casa, ma non l’avevo mai usata. Le iniettai un tranquillante, che la aiutò ad addormentarsi. Chiusi le ferite con delle graffette, poi le avvolsi i polsi in garze pulite dopo aver disinfettato tutta la parte con del mercurocromo. Tremava nel sonno. Attento a non svegliarla, le sfilai la camicetta e la gonna sporche per tenerla al caldo sotto le coperte. Dei grandi lividi sulle spalle mi mandarono su tutte le furie. Ce n’erano di vecchi e nuovi sul resto del corpo. Ero tentato a svegliarla per chiedergli chi fosse la causa di quella violenza, ma non osai. Non volevo saperlo in realtà. Non volevo ritrovarmi ad aggiungere nemici alla mia lista. Come hai fatto a non accorgertene? Stava gridando da un anno, come hai potuto non sentirla? Ero così concentrato su me stesso da non aver saputo leggere il dolore impresso nella sua aura. Non avevo

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neanche capito che era se stessa il proprio carnefice. Se non fosse stato per Celine… Non ci pensare adesso. Quel che è fatto è fatto. È viva. Questo è l’importante. Avrebbe riposato tranquilla per qualche ora. Me ne andai in bagno per una doccia calda. Bollente. Dormiva ancora quando tornai in camera da letto. Si era voltata su un fianco. Il blu intenso della sua aura era mutato completamente in un azzurro sbiadito. Il pericolo era passato, anche se non del tutto. La sua energia vitale era quasi esaurita. La sofferenza ne risucchia a sufficienza da ucciderti. Avrei parlato con mio zio, più tardi. Forse lui ne aveva in servo abbastanza per rendergliene un po’. Io non mi ero ancora ripreso del tutto dall’incidente. Non ne avevo a sufficienza neanche per me. Infilai il pantalone di seta del pigiama e mi misi a letto. Il continuo andirivieni da una dimensione all’altra mi stancava ancora troppo. Erano da poco passate le due del pomeriggio quando la sentii muoversi nel letto. Si voltò nel sonno, dalla mia parte. Tornai a chiudere gli occhi anch’io. Potevo concedermi ancora un po’ di tempo. Non passarono che diedi minuti quando mi svegliai di nuovo. Denise non era più accanto a me. Mi sollevai a sedere al centro del letto. Mi concentrai un istante per sentire la sua presenza in casa. Era ancora viva. Riuscivo a sentirla. Fece cadere qualcosa in bagno, bisbigliando un borbottio per il rumore. Mi rilassai. Stava bene.

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Andai in cucina a preparare qualcosa da mangiare. Doveva essere affamata, vista l’ora e la debolezza per la perdita di sangue. La sentii chiamarmi dalla camera da letto. << Sono in cucina.>> risposi. Mi raggiunse lì. Indossava la giacca del mio pigiama. Le stava grande. Aveva i capelli umidi. Doveva aver fatto la doccia per togliersi il sangue coagulato sulla pelle. << Hai fame?>> Scosse la testa. Risposta sbagliata, piccola. Devi mangiare. << Un po’ di pasta?>> insistei, con tono un po’ più serio. Si strinse nelle spalle << Fa come ti pare. Tanto decidi sempre tutto tu.>> L’acqua del rubinetto si riversava copiosa nella pentola alta dal doppio fondo in acciaio. << Bianco o rosso?>> chiesi ancora. Mi guardò interrogativa. << Ti piace con salsa di pomodoro o in bianco.>> Tentò di mascherare un sorriso << Mi piace la panna.>> Se sperava di cogliermi in fallo le era andata male. Tirai fuori dal frigorifero quattro confezioni di panna <<Prosciutto, funghi, salmone o semplice?>> Rise << Non sapevo ti piacesse cucinare.>> << Mi tiene la mente impegnata.>> agitai le scatoline fra le dita << Allora?>> << Funghi.>> << Tortellini?>> << Solo se li fai tu.>>

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Sorrisi << Non esageriamo adesso.>> Si mise in ginocchio sullo sgabello della penisola a osservarmi armeggiare tra i fornelli << Lei è proprio un uomo pieno di sorprese, signor Renzi.>> << Tu sei un libro aperto invece. Giusto?>> << Non è come pensi.>> È il momento di parlarne signorina. << No? E come sarebbe? Sentiamo!>> Abbassò gli occhi a guardare il bancone di marmo << Tu non puoi capire.>> << Non ci giurerei.>> Non parli più? Questo è tutto quello che avevi da dire? Vuoi dimenticare l’accaduto con un “Tu non puoi capire?” << Perché l’hai fatto Denise?>> Non rispondeva. << Guarda che non sono qui per giudicarti. Vorrei solo sap…>> Iniziò a piangere silenziosamente. Basta così, Alex. Continuai a preparare il pranzo senza aggiungere altro. Aspettavo che si calmasse e che decidesse da sola se continuare quel discorso o cambiare argomento. << Come facevi a sapere dov’ero?>> chiese mentre scolavo i tortellini nella padella con pancetta e la panna ai funghi. << Secondo te?>> << Girano strane voci sul tuo conto.>> confessò. Era la prima volta che esprimeva curiosità per il mio essere. Il Branco doveva averla messa al corrente in qualche modo, specie dopo la sera del tradimento.

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<< Che voci?>> chiesi con tono tranquillo, mentre i tortellini saltavano in padella. << Si dice…>> Non la lasciai finire << Chi lo dice?>> Silenzio. Tirai a indovinare << Marco?>> << Non solo lui.>> si affrettò a rispondere. << Ti piace molto, non è vero?>> Sollevò i piatti verso di me << Che importanza ha, tanto lui non mi vede neanche.>> È per lui che l’hai fatto? << È importante solo se ti porta a fare delle sciocchezze.>> Si allarmò << Credi che abbia… per lui? No. Assolutamente no. Marco non c’entra niente con quella cosa.>> Suicidio, Denise. Si chiama “Suicidio”. << Mangia, se si fredda è solo da buttare.>> Addentò un tortellino << Non mi hai detto come hai fatto a trovarmi.>> << È vero! Torniamo alle voci. Cosa dicono?>> Arrossì << Che hai ucciso delle persone.>> Credevo peggio. Fin troppo prevedibile. << E dicono anche altro?>> chiesi calmo. << È vero?>> << Sì!>> Chiaramente sperava in un’altra risposta, ma se volevo che si confidasse con me era giusto iniziare a mostrarle la mia di sincerità.

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Le menzogne, fino allora, mi avevano sempre portato a percorrere sentieri pericolosi. << Cos’altro ti hanno detto?>> Continuava a mangiare, ma non sollevava più lo sguardo a guardarmi << Hanno detto che sei pericoloso. Che potresti farmi del male… che c’entri qualcosa anche tu con l’incidente di Federica.>> Lasciai la forchetta nel piatto per intrecciare le braccia al petto nudo. << È vero anche questo?>> Scacciai il nervosismo con un sospiro. Sospirò anche lei << È vero!>> esclamò delusa. << In parte, sì.>> Mi era passato l’appetito. Non riuscivo proprio a digerire le accuse per la morte di Federica, nonostante fossero giustificate. << Se sei quello che dicono, allora perché mi hai salvato la vita oggi?>> << Cosa ti hanno detto che sono?>> Ci mise un po’ a trovare il coraggio di rispondere << Un Giustiziere. Un demone di morte.>> e si fece istintivamente il segno della croce. Demone! Che epiteto orrendo. << E non hai paura di me?>> << Sì.>> << Perché sei ancora qui allora?>> << Non lo so. Forse sei tu che mi trattieni. Come l’altra sera. Ho sentito cosa hai detto al tuo amico. Non mi sarei potuta rifiutare, finché tu avessi desiderato il contrario.>>

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Buttai il contenuto del mio piatto nel secchio della spazzatura << Sono un demone quindi. Un essere infernale.>> << È quello che mi hanno detto.>> << È quello che credi. Hai già tratto le tue conclusioni.>> << Io…>> << Tenti il suicidio perché qualcuno abusa di te, però credi che sia io il mostro infernale.>> Trasalì << Tu…come…?>> non riuscì a continuare. << Non sono nato ieri, Denise. I tuoi stessi lividi li ho già visti più di una volta. Anche se in circostanze del tutto differenti.>> Sincerità per sincerità. Perché continuare a nasconderlo? Si coprì il volto con le mani per nascondere la vergogna. Sarò stato forse un po’ troppo crudo nel parlarle, ma argomenti così, affrontati con troppa delicatezza, portano solo a una maggiore chiusura della vittima sul mondo. Suscitarne la rabbia la fa parlare, reagire, uscire dalla corazza che si è costruita per nascondere la sua vergogna interiore. Che piangesse non era importante, purché ne parlasse. Purché si sfogasse. << Chiunque sia, Denise. Non devi mai permettergli di risucchiarti la vita come sta facendo adesso. Hai ventun’anni. Hai una vita intera davanti, per dimenticare.>> << Non sono esperienze che si dimenticano.>> singhiozzò. << Non sono esperienze.>> << Mi sento così…>> << Sporca?>> suggerii << Lo so.>> << No. Non puoi saperlo.>>

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E invece sì. Sospirai Mi guardò. << Chi è?>> Scosse la testa con decisione. Non vuoi saperlo. Tu non vuoi e non devi saperlo. << Finisci di mangiare.>> dissi << Io vado a cambiarmi. Ti riporto a casa.>>

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19 Per fortuna né Margherita, né Paul fecero la spia informando la mia famiglia dell’accaduto. Di sicuro sarebbe stata la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso versandomi addosso un’intera valanga di rabbia. Non me lo avrebbero mai perdonato e nel giro di poche ore sarebbe stato organizzato, senza diritto di repliche, il mio definitivo ritorno a casa. La convalescenza fu un vero tormento. Rigettavo di continuo non appena provavo a ingerire qualcosa. La febbre era troppo alta e non accennava a calare. Non riuscivo a muovere un muscolo e un’insopportabile emicrania mi stava facendo diventare matto. Non ero mai stato così male, neanche all’Ancharos mi ero mai sentito così debole e indifeso. Dopo una decina di giorni cominciai a stare un po’ meglio, non riuscivo ancora a muovermi, ma avevo ripreso a mangiare. Fu una di quelle mattine che ricevetti una graditissima visita. Il Signor Madison aveva accompagnato Celine a casa mia. Aveva saputo da Margherita che stavo ancora poco bene e in qualche modo voleva sdebitarsi. Ricordo il tonfo al cuore che mi prese quando la vidi varcare la porta della mia stanza. Era bellissima! Molto più di quanto ricordassi. In effetti, avevo avuto modo di vederla solo in condizioni pessime, eppure mi era sembrata uno splendore, figurarsi ora che aveva riacquistato il roseo colorito naturale e che camminava sulle sue gambe.

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Non si ricordava di me, non ricordava nulla della notte dell’aggressione, sapeva solo, per sentito dire, che le avevo salvato la vita. Se non avessi mai visto un angelo in vita mia, quel giorno avrei potuto giurare che Celine fosse una di loro. Indossava una camicetta ciclamino appena sbottonata sul davanti, tanto aderente da lasciare indovinare le sue morbide curve. Una morbida gonna di pelle nera poi, le stringeva i fianchi e la nascondeva ai miei occhi fino a sotto il ginocchio, per poi lasciare scoperti due polpacci slanciati e sodi, resi incantevoli da un delizioso stivaletto con tacco alto e sottile, che richiamava un’ampia cintura che le cadeva dolcemente sui fianchi ad accentuare la perfezione maniacale del suo corpicino di un metro e sessantacinque d’altezza. I capelli li portava raccolti in un fermaglio di cuoio, e solo due soffici riccioli castani coccolavano il suo volto d’angelo. Era un vero incanto ed io nelle mie condizioni ero un vero orrore. Se solo si fosse ricordata di quella notte, avrebbe saputo che normalmente non ero così sgradevole. Mi vedeva invece, pallido, privo di forze, con i capelli sporchi e in disordine, sudaticcio perfino, a causa della febbre che negli ultimi due giorni andava e veniva. Ero consapevole di essere tutt’altro che così. Avrei di gran lunga preferito nascondermi in qualche angolo sperduto di mondo piuttosto che farmi vedere in quello stato. Quando fu nella stanza però, invece di scappare via disgustata, mi sorrise con i suoi incantevoli occhioni verdi. << Ciao.>> mi disse sottovoce.

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La sua voce mi risuonava ancora un po’ rimbombata. A causa della febbre, infatti, si erano acutizzati ulteriormente i sensi e un bisbiglio mi disturbava come una cannonata. Dalle tende scure, chiuse, entrava appena quel tanto di luce che bastava a illuminare a sera la stanza. A me non importava, ma notai che per i suoi occhi era un po’ complicato mettere a fuoco immagini nitide, così accesi maldestramente la debole lampada sul comodino. << Mi fa piacere sapere che stai bene.>> le dissi cercando di attirare la sua attenzione ed impedirle di guardarsi troppo intorno. << Stai male a causa mia?>> mi chiese rattristata. << Non ci pensare. Non sto poi così male.>> mentii. Si avvicinò al letto e si sedette sul bordo giocherellando con le mani. << Grazie!>> sussurrò. Non mi ero mai sentito così in imbarazzo, non sapevo cosa dirle o che fare. Lei era lì, a meno di un metro da me ed io non riuscivo a pensare a nulla di sensato da dirle per mantenere un po’ viva quella conversazione. << Hai una bella casa.>> continuò lei. Niente! Non riuscivo a dire niente, mi sentivo un’idiota totale. Avrei voluto dirle la verità, ma non era proprio quello il momento di gettarle addosso quel macigno, era così piena di buone intenzioni nei miei confronti, che preferii affrontarla quando fossi stato almeno in grado di difendermi verbalmente. << Come fai a stare al buio, fuori c’è un sole stupendo. Giorni così mi fanno odiare la notte.>> disse. Oh oh! Le cose si complicavano. Mi resi improvvisamente conto che forse avevo preso la decisione sbagliata.

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<< Nelle tue condizioni dovresti respirare aria fresca, non credi?>> continuò. Non feci in tempo a capire quello che stava per fare. Tirò via le tende e spalancò la finestra. Per fortuna riuscii a coprirmi tempestivamente con le coperte o mi avrebbe accecato. << Chiudi subito quelle tende!>> gridai spaventato. Margherita mi sentì e corse dentro a vedere cos’era successo. << Celine!>> esclamò preoccupata. Il Signor Madison non ci capì poi molto e Celine si intimorì per la nostra reazione ritirandosi in un angolo ad aspettare che le cose tornassero in ordine. << Mi dispiace, giuro, non volevo fare niente di male!>> continuava a scusarsi dispiaciuta. << Non è niente!>> si affrettò a rassicurarla Margherita << È solo che la luce gli da ancora molto fastidio agli occhi. >> << Mi dispiace tanto!>> continuò a balbettare Celine. Il Signor Madison ritenne più opportuno tornare un’altra volta. Si scusò di nuovo per l’incidente e andarono via. Era andato assolutamente tutto storto. Passarono altri cinque o sei giorni e, finalmente, ricominciai ad alzarmi da solo. Ero ancora un po’ debole, ma mi sentivo molto meglio. Non avevo più avuto notizie di Celine e mi rassegnai all’idea di non vederla più. Dopo quello che ara successo sarebbe stata una vera follia immaginare che avrebbe avuto ancora voglia di vedermi. Una mattina telefonò mio padre, mi chiese se andava tutto bene, e gli mentii spudoratamente, quando poi mi chiese di passargli Margherita, che ormai da quasi un mese si era

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trasferita nel mio appartamento per tenermi d’occhio, temetti che potesse lasciarsi scappare la verità, ma l’avevo sottovalutata, era più furba di quanto credessi. Confermò, infatti, la mia menzognera versione. Era ormai da una settimana che mi ero ripreso del tutto da quello spiacevole episodio, ma non avevo ancora il permesso di uscire. << Non è ancora prudente, aspetta qualche altro giorno.>> mi diceva Margherita. << Sono stanco di starmene chiuso qui dentro, voglio uscire, ormai sono guarito, non corro alcun rischio.>> replicai una sera. Non mi piaceva disobbedirle, dopotutto era stata un tesoro con me, però, non ne potevo davvero più di quella prigionia, volevo respirare un po’ d’aria di strada. Era da poco tramontato il sole e il tepore del sole primaverile mi faceva impazzire di piacere. Riuscii a convincere Margherita, promettendole che sarei stato fuori solo un paio d’ore. Appena rimisi piede in strada mi sentii nuovamente vivo, il caotico gironzolare dei cittadini, il mormorio fitto dei passanti, l’odore pungente di smog e vari profumi mescolati tutti insieme, mi facevano sentire parte di questo mondo. Vagabondai senza meta per un’ora circa, poi, incrociando un gruppo di ragazze intente a fare shopping frenetico mi venne in mente Celine. Sapevo dove abitava, avrei potuto dare un’occhiata al suo mondo e magari, se ne avessi trovato il coraggio, avrei potuto chiederle scusa per il mio comportamento imperdonabile. Avrei perfino potuto farle vedere che non ero quel mostriciattolo che aveva visto, avrei potuto

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chiederle di fare due passi con me per qualche minuto, così avrei avuto l’occasione di conoscerla meglio e magari di dirle la verità. La verità! Quella spada di Damocle continuava a pendermi sulla testa impedendomi di dar retta al buon senso e tenerla il più possibile fuori dalla mia vita. Prima o poi sarebbe dovuto arrivare quel momento e anche se cercavo di rimandarlo il più possibile con tutte le mie forze, sapevo che non mi sarei potuto sottrarre a quella rivelazione, prima o poi avrei dovuto dirglielo, prima o poi avrei dovuto affrontare quegli occhi, il suo sguardo collerico. Non avrei potuto evitarlo. Mentre riflettevo su tutto questo mi ritrovai all’incrocio tra la 42a e la 43a, avrei solo dovuto decidere se continuare dritto o girare a destra. Non ci pensai poi molto e … turn right A piedi impiegai un po’ per arrivare davanti casa di Celine, ma nel frattempo, ne approfittai per gustare uno di quei tanto desiderati Hot dog da un ambulante. Sembrava trascorso un secolo dai miei giorni da vagabondo per le strade di New York. Inconsciamente credo di essermi fermato per quello spuntino per ritardare in qualche modo un incontro che apparentemente credevo di desiderare. Stava per scattare il mio coprifuoco, avevo promesso di tornare dopo un paio d’ore, ma mi vedevo costretto a dover disobbedire di nuovo, non avevo alcuna intenzione di tornare indietro proprio adesso che ero a un passo da lei. Mi concessi qualche respiro profondo prima di afferrare il cellulare per avvertire Margherita del mio ritardo. Mi aspettavo qualche grido di dissenso, ma quella donna

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riuscì a stupirmi di nuovo. Mi liquidò con un semplice << Stai attento>>. Odio quella frase! Mi incamminai quindi con passo lento verso la mia temuta meta, 122…, 124…, 126…, ero arrivato, 128. Una villetta di due piani con un ampio balcone sul davanti e una veranda abbastanza spaziosa sul lato sinistro. Il cancello era enorme, con un laborioso motivo in ferro battuto a decorarlo. Era scesa la sera intanto, si scorgevano delle ombre in movimento dalle finestre. Erano in casa. Però non c’erano macchine sul vialetto, anche se avrebbero potuto essere semplicemente in garage. Stetti un po’ lì fuori a osservare. Qualche volta provavo ad avvicinarmi al citofono, ma non appena ero in procinto di suonare mi ritiravo di buon ordine nel mio angolino. “ To ring or not to ring? This is the question!”. Smettila di fare il cretino e SUONA! Mentre scioccamente riflettevo su questo dilemma, mi sentii suonare improvvisamente alle spalle con un colpo di clacson. Saltai per lo spavento, mi voltai furioso, pronto a sbranare il pazzo al volante, e invece vidi il faccione sorridente del Signor Madison che mi faceva ciao con la mano da dentro l’auto. Mi fece segno di avvicinarmi ed io ancora confuso dallo spavento di prima ubbidii senza riflettere. << Ciao Alex>> gli riusciva difficile dire “Alessandro” << Che piacere vederti in piedi, come mai da queste parti, a quest’ora?>> mi chiese euforico. Oh mio Dio!

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Risposi la prima scemenza che mi venne in mente << Mi sono perso Signore!>>. Mi sono perso? Le mie balle non erano più fantasiose come un tempo. << Oh, mi dispiace, sali in macchina, ti riaccompagno a casa.>> si offrì. E come fai a rifiutare adesso? Sali in macchina, vigliacco! Durante il tragitto ne approfittai per chiedere notizie di Celine. << Sta bene, ha ripreso anche ad andare a scuola da qualche giorno. Quest’anno ha gli esami ed è preoccupatissima, ha perso molte lezioni e ora per recuperare non si dà un attimo di tregua. Passa quasi più tempo in biblioteca che a casa. Spero non le provochi qualche ricaduta tutto questo stress.>> mi confidò. Avevo impiegato quasi tre ore per arrivare a casa sua e con l’auto ci mettemmo venti minuti soltanto per tornare indietro. << Grazie mille per il passaggio, signore.>> dissi gentilmente, cercando di apparire sincero. << È stato un piacere! Vieni pure a trovarci quando vuoi, sei sempre il benvenuto.>> Ci salutammo e tornai a casa, molto… troppo prima del previsto, in tempo per la cena.

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20 Esame saltato! Fantastico! E adesso chi glielo dice? Miseria ladra! << Ma mi stai prendendo in giro?>> Certo professore, non vedevo l’ora di sfotterla sta mattina. Il fatto Alex è che non avresti mai dovuto bussare alla porta del suo ufficio. Credevi davvero che, dopo la seconda buca che gli hai dato, accettasse di nuovo di farti recuperare l’esame? Maledizione! Non ho proprio voglia di starlo a sentire. Che gli racconto sta volta? Dopotutto è stato fin troppo chiaro per fingere di non aver afferrato la pericolosità del suo discorso: << Al prossimo passo falso hai chiuso con l’università.>> Ce l’ha ancora con me per non aver scelto Giurisprudenza come voleva lui. Ma davvero mi ci vedeva a difendere una legge che non applico? Dannate apparenze! Che vadano tutti all’Inferno. Melluso a capo di quella fila di maledetti. Sette miseri esami e quel disgraziato mi tiene incatenato a quei banchi come un condannato all’ergastolo. Quanto vorrei che la sua aura fosse di un verde meno brillante. Un bell’azzurrino sbiadito, come quello di Denise, un blu acceso come Federica. Maledetto, maledetto e ancora maledetto.

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Ma guarda questo << Ti muovi o no? Non lo vedi che è verde da mezz’ora?>> Calmati, Alex. Respira. Siamo quasi arrivati. Duecento metri. Non sono niente duecento metri. Ce la posso fare. Ce la posso fare. Spero solo di non trovare parcheggio troppo lontano. Ah, eccone uno. Ce la posso fare. Ce la posso fare. << Ehi tu! Non hai visto che stavo facendo marcia indietro per parcheggiarmi io?>> Non ti ci mettere anche tu. Fidati, non è giornata. << Non ci vedo il tuo nome scritto sopra.>> Non perdere tempo con lui. Sbrigati. << Se vuoi te ce lo scrivo adesso.>> Mollalo Alex. Non sei qui per fare a botte. Mollalo, sta diventando blu. Lascialo respirare. << Guai a te se quando torno non trovo la macchina esattamente come l’ho lasciata.>> Aleeex! Ok, ok. Meglio se tengo le mani in tasca. Non si sa mai. Guardalo come se la da a gambe adesso. Presuntuoso! Se non avessi tanta fretta mi sarebbe piaciuto fermarmi a insegnarti un po’ di educazione. Accidenti, è tardi! Speriamo che non sia già occupato. Dai, rispondi. Rispondi, rispondi, rispondi… << Studio del Dottor Valente.>> Grazie al cielo << Sonia, sono Alessandro. Giorgio è ancora lì?>> << Alessandro, tesoro. Sali pure. Avverto il Dottore che ci sei.>> << Ti ringrazio.>> Ascensore libero? A cosa si deve questo miracolo?Ma forse è meglio se faccio le scale. Sono così nervoso che

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forse quattro piani di scale mi scaricheranno un po’. Ma no! Non sono ancora così fuori di testa. Ascensore tutta la vita. << A che piano vai, ragazzo?>> E questa da dove è sbucata? << Quarto, signora!>> << Io mi fermo al terzo.>> Se vuoi arrivare su prima di pasqua ti conviene aiutarla a caricare sull’ascensore le buste della spesa. << Ma grazie. Sei gentilissimo.>> Terzo, piano. Ricordati che scende al terzo. Premi il pulsante giusto. Si mantiene bene, nonostante l’età. Da giovane dev’essere stata una bellissima donna. Ha dei lineamenti delicati, sofisticati. È felice. Brilla come una stella. Buon per lei. Ma quanto ci mette questo catorcio a salire? << Mio nipote deva avere più o meno la tua età.>> Vuoi fare conversazione? In un ascensore? << Quanti anni hai?>> << Ventitre.>> << Mio nipote Marco ne ha vent’uno.>> Marco? Vent’uno? Che fosse lo stesso? No, non credo. Questo non è il suo quartiere. Potrebbe avere una nonna che abita qui? Certo che potrebbe, ma il suo Marco non è il tuo Marco, quindi smettila di pensarci. Aiutala a scaricare le buste sul piano e schizza di sopra, anzi, lascia stare l’ascensore, che ci mette troppo, e fatteli di corsa gli ultimi gradini. << È stato un piacere, signora.>> << Anche per me, figliolo, spero di rivederti presto.>> Io spero proprio di no. << Buona giornata, e mi scusi se non mi fermo ad aiutarla, ma sono in ritardo per un appuntamento.>> Basta chiacchiere adesso. Sali.

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Brava la mia Sonia. Mi ha lasciato la porta socchiusa. << Alessandro!>> Oggi niente abbracci, Sonia, te ne prego. Ok, come non detto. << Giorgio?>> << Finisce con un paziente ed è tutto tuo.>> << Gli manca tanto?>> << È dentro da venti minuti.>> Gli manca tanto sì. E adesso che faccio? Non posso restare qui ad aspettare. Non con Sonia nelle vicinanze poi. << Tutto bene, tesoro?>> No, affatto. Stammi lantana. << Senti io devo fare una telefonata. Aspetto qui fuori. Mi avverti quando ha finito?>> << Puoi usare il cellulare anche qui. Non c’è nessuno in sala d’aspetto.>> Forse se starà al posto suo non succederà niente. << È meglio se aspetto fuori.>> << Fa freddo sulle scale.>> Meglio così, visto che sto andando a fuoco. << Quanto manca?>> << Trentacinque minuti.>> Troppo. << Ripasso più tardi.>> << Sicuro di stare bene? Sei così strano oggi.>> Di male in peggio. << Aspetta un attimo che rispondo.>> Come no.

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<< Studio del dottor Valente. Avevate un appuntamento? Certo! Primo incontro? Benissimo, salga pure al quarto piano.>> Brutte notizie? << Il dottore deve aver preso questo appuntamento personalmente>> Tieni le mani in tasca. << …perché non figurava nell’agenda.>> Mani in tasca. << Mi dispiace, ma temo che dovrai spettare un altro po’.>> Mani in tasca. << Sei piombato all’improvviso e… ma perché non hai chiamato?>> Mani in tasca, mani in tasca, mani in tasca. Shhh! Ti scongiuro. Mi si sta spaccando la testa in due. Concentrati su qualcos’altro. Cos’è stato? << Alessandro, che c’è?>> Ah, è solo l’ascensore. Stai andando fuori di testa. Datti una calmata. Pensa a qualcos’altro. Quest’uomo ad esempio. Concentrati su di lui. Le sue scarpe. Osserva le sue scarpe. Hanno qualcosa che non va, te ne sei accorto? Certo che sì, dai, fai uno sforzo. Cos’hanno che non va? Non guardarlo in faccia, non hai bisogno di sapere chi è. Seguilo in sala d’attesa e continua a concentrarti sulle sue scarpe. Sono abbastanza anonime da distrarti per altri venti minuti. Non te ne servono di più. Venti possono bastare. Poi sparirà nello studio di Giorgio e non dovrai più preoccuparti di lui. Venti minuti. Posso resistere venti minuti.

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Ora cerca di tranquillizzare Sonia, si sta agitando troppo. << Aspetto nel salottino, ok?>> se sorridessi sarebbe meglio. << Dio! Come sei pallido. Forse è un calo di pressione. Perché non ti stendi un pochino?>> Non ha funzionato. Dai Alex, puoi fare di meglio. << Sto bene, Sonia. Ho solo un po’ d’influenza.>> Scusa patetica! Ma almeno te la terrà lontana. Siediti lentamente. Sì, qui sei abbastanza distante da lui. Non guardarlo in faccia. Ha un’aura deliziosa. Sembra un mandarino. A te non piacciono i mandarini. Sì che mi piacciono. No. E invece sì. Smettila. Non puoi averlo. Smettila di pensare a lui in quel modo. Non è un frutto. È un uomo. Forse se riesco a mettere qualcosa sotto i denti riuscirò a calmarmi. Ne dubito, ma possiamo sempre provare. Sonia potrebbe scendere al bar a prendermi qualcosa. Ehi! Non ci provare. Non attacca. Se vuoi una scusa per rimanere da suolo con lui almeno inventane una meno patetica. Forse mi sbagliavo. Venti minuti sono troppi per me. Sono diventati dieci. Non so neanche se riesco a resistere altri dieci secondi. Sì che ce la fai. No, non ce la faccio. Non ce la faccio più. Shhh… calmati. È tutto a posto. Tranquillo. Respira. L’idea delle scarpe era pessima. Passa al piano B.

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Non ho un piano B. Sì che ce l’hai. Ce l’ho? Certo! Perché mi devo torturare così. Quanti secondi hanno dieci minuti? Non lo so. Pensaci. Non saprei…dieci minuti sono dieci volte sessanta secondi… seicento. Sono seicento. Troppo semplice. Era questo il piano B? Ma che schifo di piano è? Fa come ti ha spiegato Giorgio. Conta fino a seicento. Non mi va! Non ne ho voglia. Voglio liberarmi di questo schifo. Fra meno di seicento secondi. No! Voglio farlo adesso. Adesso non si può. Ne libero solo un pochino. Non lo cedo tutto. Promesso. Lui ne ha tanta, non sentirà neanche la differenza, mentre per me sarebbe una differenza enorme. Non riusciresti a fermarti, lo sai. Non nelle condizioni in cui sei ora. Mi fermo. Giuro. Mi fermo. No! Quanto manca? Ho perso il conto. << Sonia, quanto manca?>> << Sono le cinque.>> È finita. Visto? È finita. Senti la porta che si apre? Non voglio aspettare qui fuori un’altra ora. Che faccio se ne arriva un altro?

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Ecco Giorgio. Non fare il maleducato. Saluta. Ce l’ha con me? << Io?>> << Chi se no. Vieni dentro.>> Non correre. Respira. Ringrazialo per la cortesia. Non ti è dovuto. Avresti dovuto aspettare il tuo turno. Cos’è c’è? Non è niente, è solo la porta che si chiude. << Che cos’è quella faccia? Che è successo?>> Hai avuto quello che volevi. Adesso che aspetti? Sputa il rospo. << Accomodati!>> Smettila di guardarlo così! Sta cercando solo di essere gentile. << Resta in piedi se preferisci.>> Grazie. <<Che cos’è successo, Alessandro?>> << Voglio uccidere una persona.>> << Questo l’avevo intuito appena ti ho visto.>> Davvero incoraggiante! << E questa persona ha un nome o è una a caso?>> << È un uomo in particolare.>> << È già qualcosa.>> << Non posso ammazzarlo.>> << Sono d’accordo.>> << Se non ammazzo lui però, sono sicuro che dovrò accontentarmi di uno qualsiasi.>> << Addirittura.>> Respira. Non dimenticarti di respirare. << E si può sapere che cosa ti ha fatto?>>

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<< Non me lo chiedere.>> Abbassa la voce. Non è con lui che te la devi prendere << Il solo pensarlo mi manda fuori di testa.>> << Guarda che sei già fuori di testa.>> << Non abbastanza da correre ad ammazzarlo.>> << Tu non sei un assassino.>> << Si che lo sono.>> << Hai ragione. Probabilmente lo sei.>> Perché il bruciore non passa? << Che cosa ti ha fatto Alessandro?>> Dillo! Tanto non puoi stare peggio di così. << Ha violentato una ragazza.>> << La conosci questa ragazza?>> << Sì!>> << Te l’ha detto lei?>> << L’ho visto.>> << Quando?>> << Lunedì sera.>> << E stai ancora così dopo una settimana?>> << Mi era passata.>> << E cosa te l’ha fatta tornare?>> << L’ho rivisto sta mattina.>> << Capisco! Torna a parlarmi di lunedì sera ora.>> << C’è poco da dire. Ho visto che stava per abusare di lei e l’ho fermato.>> << È capitato?>> << No!>> << Mi sembrava d’averti detto di non andartene in giro a ficcanasare nella vita delle persone. Soprattutto di quelle che conosci.>> << Scusa. È stato più forte di me. Dovevo sapere.>>

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<< E adesso che lo sai?>> << Voglio ucciderlo.>> << Non puoi farlo.>> << Lo so. Per questo sono qui. Devi aiutarmi. Sto andando a fuoco. Se non passa, se non mi scarico su qualcuno, impazzisco.>> << Vediamo di farlo passare allora.>> << Sono qui apposta.>> << Ce la fai a fermarti un momento? Camminare su e giù non ti sarà di nessun aiuto sta volta.>> << Hai detto che po’ aiutarmi quando sono nervoso.>> << Tu non sei nervoso, Alessandro. Sei fuori controllo. Stai tremando.>> << Stavo per aggredire un tuo paziente.>> << L’ho visto.>> << Mi dispiace.>> << Non è successo niente. Sei stato bravo.>> << Questo bruciore…>> << Adesso lo facciamo passare.>> << Sì, ti prego.>> << Ce la fai a metterti seduto? Riesci a stenderti?>> << Ci posso provare.>> << Ok! Da bravo.>> << Non toccarmi però. Non sono sicuro di riuscire a controllarmi. Non voglio farti del male.>> << Shhh. Non pensare a me. Andrà tutto bene.>> << La mano, il braccio, mi vanno a fuoco.>> << Lo so.>> Non piangere. Non t’azzardare. << Aiutami.>> << Sono qui per questo.>>

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Cravatta nuova? Peggio di quella che esibivi l’ultima volta. Uno squilibrato potrebbe ucciderti per una cravatta così. È un invito a tagliarti la gola per sfilartela direttamente dal collo mozzato. Ma a che ti metti a pensare? Devo distrarmi. Concentrati su Giorgio. Non posso. È troppo vicino. << Alessandro?>> << Sì.>> << Sei con me?>> << Più o meno.>> << Me lo concedi un minuto di attenzione per favore?>> Tutto il tempo che vuoi << Certo.>> << Bene! Per quanto possa essere difficile, prova a rilassarti, chiudi gli occhi e concentrati solo sulla mia voce.>> Hai una bella voce. << Ok!>> << E adesso, senza perdere troppo la calma, prova a elencarmi le ragioni per cui desideri la morte di quell’uomo.>> È difficile, senza perdere la calma. << Ha abusato di lei. Più di una volta.>> << E…>> << Non basta?>> << Temo proprio di no.>> << È cattivo con lei.>> << Va avanti.>> << Desidera la mia morte più di quanto io desideri la sua. Se potesse, non si farebbe i miei stessi scrupoli a farmi fuori.>>

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<< Continua.>> << Ha un’anima malvagia!>> << Va bene così. Ora dimmi le ragioni per le quali non l’hai ancora ucciso.>> << Perché non posso.>> << Perché?>> << Perché lei, dopotutto, non me lo perdonerebbe mai.>> << Perché, Alessandro?>> << Perché…>> Dillo, Alex. Togliti questo peso dal cuore. Dillo. << … … non riesco. Scusa.>> << Tranquillo. Non fa niente. Procediamo con calma. Con ordine. Parlami di lunedì. Dimmi tutto dall’inizio.>>

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21 Passò più di una settimana prima che ricevessi di nuovo notizie di Celine. Non fui io a cercarla, ricevetti una telefonata dalla signora Madison, sua madre, che mi invitava a cena per quella sera. Avrei voluto rifiutare, anzi, avrei dovuto rifiutare, ma non riuscii proprio a dirle di no. << Con molto piacere.>> le risposi prima di salutarla e rimettere giù la cornetta. Sapevo che sarebbe stato il solito fiasco, la solita serata imbarazzate, ma il desiderio di vedere quell’angelo si portava via ogni brutto pensiero. Impiegai tutto il giorno per prepararmi a dovere a quella serata. Feci lucidare a specchio la macchina, mandai Loris, uno dei miei gorilla, in un’enoteca a scegliere la migliore bottiglia di vino disponibile e mandai Lucia, una delle cameriere, a scegliere tre splendidi mazzi di fiori, uno per ogni donna della casa. Non mancava proprio niente, erano quasi le 17:00 ed io avevo appuntamento per le 19:00. Dovevo impiegare le due ore mancanti con qualche attività che impedisse all’agitazione di prendere il sopravvento. Decisi quindi di scendere in strada a fare due passi prima dell’ora fatidica. Uscii in macchina, per non rischiare di sporcarmi. Ogni giorno che passava mi stupivo sempre di più della massiccia popolazione che dimora a New York, nonostante la mia si possa definire una Città sovrappopolata. Verso le 18:30, al calare del sole, scesi dall’auto e proseguii a piedi continuando a guardarmi intorno. Senza

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rendermene conto mi ritrovai davanti l’ingresso della chiesa in cui avevo conosciuto il reverendo qualche giorno dopo il mio arrivo in città. Entrai a dare un’occhiata, sperando di incontrare di nuovo quell’uomo e magari riuscire ad avere un colloquio civile con lui. Scrutai attentamente l’interno in cerca del reverendo ma sedute sulle panche c’erano solo una decina di signore anziane in preghiera. Mentre cercavo, appoggiato a una colonna vicino l’uscita, vidi entrare una donna e la fermai << Mi scusi signora.>> esordii a voce bassa per attirare la sua attenzione << Mi saprebbe dire dove posso trovare il reverendo?>>. << Se non è in chiesa deve essere in canonica.>> sussurrò sorridente << Seguimi, ti accompagno.>> si offrì. La ringraziai per la disponibilità e la seguii fino alla canonica. Il mio uomo era davvero lì. Già in precedenza dissi d’essere rimasto affascinato dai suoi occhi e questo trasposto mi permise di confidarmi sinceramente con lui, a discapito di tutte le raccomandazioni di mio nonno sulla pessima idea di rivelare a chicchessia la mia vera identità. Gli raccontai tutto, chi ero, da dove venivo, perché mi trovavo proprio lì. Lessi stupore nei suoi occhi fin dal principio, ma mai paura. Tempo dopo scoprii perché, e soprattutto capii perché mi sentivo così attirato da lui. Chiacchierone! Avevo del tutto dimenticato l’invito a cena dai Madison. Quando guardai l’orologio, infatti, notai che erano le 19:30. Ero tremendamente in ritardo, mi ero allontanato molto dalla 42a e col traffico di quell’ora avrei impiegato più di mezz’ora per arrivare.

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Le mie previsioni si rivelavano esatte: la serata iniziava decisamente male! Quando giunsi a destinazione notai che non c’erano auto sul vialetto, sperai che il Signor Madison non fosse ancora tornato dal lavoro così che il mio ritardo non fosse l’unico intralcio per l’inizio della cena. Suonai il citofono e mi rispose una ragazzina, Molly, la sorellina minore di Celine << Vieni, entra, mamma ha detto che puoi parcheggiare sul vialetto.>> mi disse aprendo il cancello automatico. Come avevo previsto, il Signor Madison non era ancora rientrato << Mio marito è andato in biblioteca a riprendere Celine, saranno qui a momenti.>> mi spiegò la signora Madison. Mi scusai per il ritardo e le consegnai i miei doni. Fu molto sorpresa dei fiori e la piccola Molly fu euforica per non aver ricevuto il solito pensierino infantile << Finalmente qualcuno si è reso conto che non sono più una bambina.>> esclamò fiera del proprio mazzo di fiori. È chiaro che io non avevo assolutamente idea di cosa si potesse regalare a una bimba di dodici anni. La mia era stata solo una decisione dettata dall’inesperienza, oggi, infatti, probabilmente le avrei regalato qualcosa di più consono alla sua età. Linda, la signora Madison, mi fece accomodare in salotto e lasciò Molly a farmi compagnia mentre lei metteva a scaldare l’arrosto e controllare che a tavola fosse tutto in perfetto ordine. Il profumo di arrosto proveniente dalla cucina era davvero invitante. Aspettammo ancora un po’ che arrivassero Celine e suo padre, ma quegli istanti sembravano non passare mai.

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Ero stranamente agitato, continuavo a guardarmi intorno senza pace, controllavo di continuo l’orologio, mi alzavo puntualmente ogni cinque minuti per guardare fuori dalla finestra ma tutta quella frenesia non accelerò il loro ritorno a casa. Ero inspiegabilmente inquieto. Linda iniziò a scusarsi per il ritardo di suo marito e un po’ – agitata soprattutto dalla mia ansia - prese a preoccuparsi. Erano quasi le 21:00 l’ultima volta che guardai l’orologio. Linda camminava agitatamente nel salotto con lo sguardo fisso sul vialetto oltre la finestra << Perché non arrivano?>> cominciò a dire ad alta voce. << Stia tranquilla, signora, avranno trovato traffico, vedrà che ora arrivano.>> cercai di rassicurarla. Senza successo, perché ero molto più in allarme di lei. Sentivo distintamente che c’era qualcosa che non andava, ma non sapevo cosa. Sentivo che il loro non era un ritardo dettato dal traffico, ma sapevo anche che non era nulla di cui avrei dovuto preoccuparmi. Facile a dirsi! Linda stava per uscire di senno quando alle 21.30 non si aveva ancora nessuna notizia della sua famiglia, ma non lo dava a vedere, voleva evitare a Molly quella preoccupazione. Se solo fosse riuscita a rintracciare Celine al cellulare sarebbe stata più tranquilla, ma l’apparecchio risultava spento e questo servì solo ad accrescere il suo tormento. Fortunatamente quell’angoscia non imboccò i viali della disperazione, infatti, non più tardi delle 21.45 l’auto del Signor Madison si parcheggiò sul vialetto della villa. << Dio ti ringrazio! Sono arrivati!>> esclamò Linda tirando giù un gran sospiro di sollievo.

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Quando furono in casa Celine spiegò che la colpa del ritardo era stata in parte lei, era rimasta più a lungo del previsto in biblioteca per terminare una relazione per il corso di storia e durante il tragitto avevano bucato una ruota dell’auto. Rimasi un po’ in disparte con Molly lasciando che risolvessero la questione da soli. Chiarito il malinteso Celine salì in camera per cambiarsi e il Signor Madison mi raggiunse in salotto << Alexander!>> esclamò col suo accento simpatico. Mi abbracciò, ma un abbraccio vero, non uno di cortesia << È sempre un piacere vederti. Quando Linda mi ha detto che avevi accettato il nostro invito mi hai riempito di gioia.>> Tutte quelle effusioni mi mettevano in imbarazzo. Sono troppo sfacciato per essere uno che arrossisce facilmente, ma quella era proprio una di quelle situazioni in cui non riuscivo a controllare il disagio. Molly si accorse del cambiamento di colore sul mio viso e mi prese un po’ in giro. << Sarai affamato! Mi devi perdonare per il ritardo, ma prima di sostituire la ruota ho dovuto riparare il crik.>> scoppiò in una fragorosa risata << Non perdiamo altro tempo però, mettiamoci a tavola.>> Linda e suo marito si sedettero a capotavola. Sulla sinistra di Linda sedevano Celine e Molly, mentre io ero accomodato dalla parte opposta. Prima di servire, il Signor Madison riuscì a mettermi in crisi un’altra volta << Questa sera vorresti rendere tu grazie a Nostro Signore per questa abbondante cena?>> Per quanto a uno come me possa risultare imbarazzante ammettere certe debolezze, non posso nascondere che a quel tempo io ero assolutamente estraneo a questo tipo di riti. In Italia non si usa dopotutto.

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Già ti sento, Giorgio, mentre fra un mugugno e l’altro ti lamenti di quanto fosse vergognosa la mia giustificazione. Lo so che non è neanche lontanamente scusabile non avere neanche una parola in merito in una situazione così semplice e pacifica come quella ma… … ohi, lasciami in pace, ero già abbastanza a disagio e sotto stress per pensare anche a Lui. Mi ero già confessato per quella sera, se è stato in grado di perdonare tutti i miei casini precedenti figuriamoci se si fa problemi a perdonare questa insignificante mancanza. Comunque… …mi schiarii la voce per nascondere la difficoltà di quel momento << Chiedo scusa, signore, ma non… >> E adesso come ne esco? << …non saprei cosa dire. In Italia non…>> Mi stavo incartando. Speravo solo di non offenderli. Per fortuna Linda intervenne per togliermi da quell’imbarazzo e fece recitare la preghiera alla piccolina di casa. Fu una cena tranquilla per fortuna, parlammo del più e del meno, mi fecero molte domande sulla mia vita in Italia, la mia famiglia, il mio passato ed io stetti ben attendo a giostrare le menzogne. Non avrei voluto mentire, ma non avevo scelta. Mi ero ripromesso che avrei approfittato della serata per prendere da parte Celine e dirle la verità su quello che era successo in ospedale, ma per tutta la sera non mi rivolse una sola parola, neanche un minimo di attenzione, come se non fossi stato due ore seduto alla sua stessa tavola, come se non l’avessi avuta di fronte tutto il tempo. Non so ancora oggi come fece, ma riuscì a non incrociare il mio sguardo neanche una volta. Frustrante!

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Erano quasi le undici quando mi congedai ringraziando cordialmente per la cena e la compagnia. Celine era salita al piano di sopra da una mezz’ora circa con non ricordo quale scusa e quindi non potei salutarla. Il Signor Madison mi accompagnò fino all’auto e poi tornò in casa ad aprire il cancello dal videocitofono. Raggiunta la strada deserta e feci un ultimo saluto a Linda che era rimasta sulla soglia dell’ingresso. Stavo per dare gas all’auto quando vidi Celine, era appoggiata al muro di cinta all’esterno della villa. Mi fece segno con la mano di fermarmi e quando lo feci, raggiuntala, si accostò al finestrino. << Ciao.>> disse sicura. Rimasi a fissarla per un attimo, disorientato. << Cosa ci fai qui fuori da sola? Ti credevo...>> << Sono uscita dal retro. Non volevo che mi vedessero.>> mi rispose sorridente. Ma che significa? << Credevo fossi in collera con me, mi hai ignorato per tutta la sera.>> << Ti devo parlare!>> disse senza rispondere. << Dovrei parlarti anch’io.>> <<Aspettami qui torno tra un minuto.>> bisbigliò. Tornò dentro frettolosamente e, come promesso, dopo qualche minuto era di nuovo con me. Era rientrata per avvertire i genitori che sarebbe stata fuori fino a tardi con le sue amiche. << Dove vuoi andare?>> le domandai. << Andiamo al “Penit bi Oros”.>> esclamò sicura. Celine non ricordava quello che era successo l’ultima volta, le era stato detto di essersi sentita male all’uscita del locale e lei ci aveva creduto.

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Cercai di dissuaderla dal tornare in quel posto << Non è un locale adatto a una ragazza della tua età.>> dissi << potrebbero esserci dei delinquenti in cerca di guai.>> << Vado in quel locale da almeno un anno e non è mai successo niente. E poi tu che ne sai? Sei appena arrivato in città e già ti senti in diritto di dare consigli sui locali da frequentare?>> rispose scocciata. Non le risposi, non volevo che cambiasse idea e mi chiedesse di riaccompagnarla a casa e poi, che pericolo c’era? Finché sarebbe rimasta con me non le sarebbe accaduto nulla. Arrivammo al locale che era già pieno di gente. Fuori c’era una fila interminabile. << Siamo arrivati tardi!>> esclamò sconsolata. << Vuoi davvero entrare? Sei sicura di non voler andare in un posto un po’ più tranquillo?>> le chiesi e lei mi rispose con un’occhiataccia. Mi avvicinai alla folla tenendola per mano e mi feci largo fino all’entrata dove mostrai il tatuaggio sul polso agli Ancharos di guardia alla porta. I giovani in fila non capirono perché mi facessero passare e cominciarono a lamentarsi, ma i quattro buttafuori si schierarono intorno per evitare che si avvicinassero a noi. Anche Celine rimase sorpresa da quell’atteggiamento, ma non mi fece domande, era stata infettata, dentro di sé, nel profondo del suo inconscio aveva già tutte le risposte. Entrammo quindi e ci mescolammo a quel tafferuglio di anime in estasi. << Questa sera c’è il pienone.>> mi gridò in un orecchio << Ho sentito dire che ci sono i 30 Second to Mars in concerto.>> Quel chiasso era insopportabile, dovevo trovare subito Gerry prima che mi scoppiassero i timpani.

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<< Balliamo?>> mi chiese. << Prima devo trovare una persona.>> risposi sofferente. << Ok! Ti aspetto qui.>> disse. << Vieni con me, non mi va di lasciarti da sola.>> Arrivai al salone privato di Gerry tenendomi le orecchie tappate con i palmi delle mani << Dov’è Gerry?>> chiesi allo scagnozzo fuori la porta. << Chi devo annunciare?>> chiese lui. << Alessandro.>> Esisti solo tu? << Renzi!>> aggiunsi. << Aspetta qui!>> sparì veloce oltre la porta. Aspettammo solo un paio di minuti, poi il buttafuori mi fece cenno di entrare << Lei no!>> precisò. << Aspettami solo un momento. Sarò di ritorno prima che ti accorga che sono andato via.>> dissi con un sorriso premendo le labbra sull’orecchio di Celine. Non ero per niente tranquillo però, quindi presi qualche precauzione in più << Ehi tu...>> dissi al gorilla mostrandogli il simbolo senza che lei se ne accorgesse << Occhi aperti. Se le succede qualcosa...>> << Ci penso io.>> Uscii poco dopo visibilmente più tranquillo. Neanche in quel caso Celine fece domande. Ballammo per un’oretta – forse per me “ballare” è un termine troppo grosso, mi mossi per un’oretta è più adatto - e quando arrivarono i 30 Second to Mars sul palco andammo a sederci al tavolo che ci aveva riservato Gerry. << Cosa dovevi dirmi?>> le chiesi dopo aver ordinato due bicchieri di Coca.

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<< Astemio?>> chiese Celine. Una smorfia spiritosa la rese, se possibile, ancora più bella << Non l’avrei mai detto.>> << Non l’ho detto neanche io.>> risposi secco << Allora? Cosa devi dirmi?>> insistei cercando di cambiare discorso. << Anche tu dovevi parlarmi se non sbaglio.>> << Prima le signore!>> Le urla della folla e di Jared rendevano quasi assurdo sperare in una conversazione. << Ti spiace se ci godiamo prima un po’ il concerto?>> chiesi notando le sue perplessità << Non devi parlarmi per forza, se non te la senti.>> << Per me è difficile dirti questa cosa.>> gridò << Ma spero che tu riesca a non fraintendermi.>> Mentre parlava la vedevo giocherellare con le mani. Era nervosa, ne sentivo l’odore e la giugulare, sul collo, pulsava ritmicamente con il suo nervosismo. Su e giù, su e giù… Le feci cenno col capo di proseguire nel suo discorso e lei continuò << È imbarazzante, ma devo confessarti che da settimane non riesco a fare a meno di pensarti. Sei un chiodo fisso, ma il fatto più strano è che inspiegabilmente mi ritrovavo a pensarti ancor prima di conoscerti, anche prima di uscire dall’ospedale. Non pretendo che tu capisca, anche perché non riesco a farlo neanche io, volevo solo che lo sapessi e… a dire il vero speravo che…forse…sapessi spiegarmi il perché di tutto questo. Quando stasera ero in ritardo per la cena mi sentivo strana, agitata, avvertivo un orribile senso di inquietudine, eppure quella non era la prima volta che mi trattenevo più del previsto in biblioteca.>> Celine continuava a parlare senza sosta, io la guardavo, cercavo di stare attento, di seguire

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scrupolosamente tutto il suo discorso, ma più mi concentravo e più mi ritrovavo a fissare la sua bocca. Cercavo di distogliere lo sguardo, ma il mio pensiero rimaneva fisso sull’interrogativo di quanto fosse delizioso poter assaporare quelle labbra, tastarne la morbidezza. Credo proprio che se non fosse giunto tempestivamente il cameriere con le ordinazioni le sarei saltato addosso. << Mi stai ascoltando?>> mi chiese d’un tratto lei, notando la mia disattenzione. Io conoscevo le risposte alle sue domande. Certo che le conoscevo. Conoscevo le sensazioni che la tormentavano. L’avevo infettata, per la miseria! L’ansia che avvertiva era la mia ansia, era la mia inquietudine a turbarla. Era la mia energia vitale quella che fluiva indisturbata nel suo corpo e questo la legava a me più di quanto potesse immaginare. Probabilmente, nascosti da qualche parte, possedeva anche una buona parte dei miei ricordi. Il suo spirito vitale era legato al mio ormai e lo sarebbe rimasto per sempre. Da infettata sarebbe stata legata a me fino alla morte, avrebbe sofferto con me, avrebbe gioito con me, avrebbe saputo cosa pensavo ancor prima che me ne fossi reso conto io. Avvertiva i miei stati d’animo come io facevo con i suoi e in quel momento sentiva il mio insano desiderio ed io potevo avvertire il suo disagio, che ai miei occhi la rendeva ancora più desiderabile. Dovevo assolutamente mettere fine a quello strazio, dovevo riuscire a reprimere quell’istinto << Hai voglia di ascoltarli dalla prima fila?>> le chiesi. << Ma allora non hai sentito niente di quello che ti ho detto.>> ribatté dispiaciuta.

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<< Certo che ho ascoltato Celine. Non ti preoccupare, vedrai che si risolverà tutto.>> la rassicurai prendendola per mano e trascinandola con me sulla pista. << Cosa si deve risolvere? Lo vedi che non hai capito niente?…>> tirò fuori anche qualche altra domanda che si esaurì nel nulla sotto le note del gruppo. Ascoltammo solo un paio di canzoni prima di tornare al tavolo. Io ripresi a sorseggiare la mia coca e lei ordinò delle noccioline. << Mi sto divertendo.>> esclamò d’un tratto. I salottini privati brulicavano di Ancharos, entravano e uscivano in continuazione, ora in compagnia, ora da soli. Sapevo cosa si consumava in quelle stanze e vigliaccamente accettavo quello scempio, accettavo tutto pur di essere lasciato in pace. << A cosa stai pensando?>> mi chiese Celine vedendo la mia mente vagare altrove. << Andrai al college dopo il diploma?>> domandai deviando il discorso. << Sì, andrò alla Columbia a studiare medicina. Dopo quello che mi è successo ho capito quanto sia importante poter salvare la vita di qualcuno.>> confessò. << Manhattan? Resti a casa allora.>> Scosse la testa disgustata << Affitterò un appartamento, ho voglia di andare a vivere per conto mio.>> << Non è poi così eccitante vivere da soli.>> le feci notare. Parlando mi voltai per chiamare il cameriere e in fondo alla sala vidi l’Ancharos che l’aveva aggredita. Entrava nel locale con un gruppo di amici. Non gli era rimasto un buon ricordo di me, di sicuro se ci avesse visti avrebbe trovato modo di vendicarsi.

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<< Ti andrebbe di uscire a fare due passi? Questo frastuono comincia a infastidirmi.>> mentii. << Ma Jared deve ancora cantare il loro ultimo successo, sono venuta apposta per ascoltarlo dal vivo.>> << Ho sentito dire che sabato prossimo verranno i Nickelback, torneremo ad ascoltare loro, ti va?>> cercai di essere persuasivo. Dovevamo uscire subito o si sarebbe scatenato l’inferno. << Ti prego, restiamo solo per un’altra canzone.>> << Dobbiamo andarcene adesso!>> gridai, e lei si spaventò. Ci alzammo e la guidai verso l’uscita sul retro, stando ben attento a non farci vedere. << Perché fai così, che ti è preso?>> << Seguimi e non ti voltare.>> Risposi. Sarebbe stata questione di minuti e quell’Ancharos, guidato dagli antichi rancori avrebbe riconosciuto fra mille l’odore della sua vecchia preda. Arrivammo al portone dell’uscita secondaria e uno dei gorilla notò che Celine non era stata marchiata. << Perché la ragazza non ha il tatuaggio? Come ha fatto a sottrarsi alla sorveglianza?>> chiese irritato. << Togliti dai piedi e lasciaci uscire.>> gli ringhiai contro mostrandogli il polso. La guardia allora mi fece un cenno d’inchino di sottomissione e si fece da parte. << Mi scusi Signore.>> Mentre stavamo per varcare il portone mi sentii chiamare. << Alessandro? Te ne vai senza salutare?>> era Gerry. << Avrei un po’ di fretta, signore.>> risposi. << Capisco, ma non prima di avermi presentato l’incantevole creatura che ti sta stritolando la mano.>> aggiunse.

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Non avevo scelta, non potevo rifiutarmi, Gerry era uno dei pezzi forti della città, il braccio destro di mio nonno, ma allo stesso tempo… Sbrigati, sbrigati, sbrigati… Ora so che se avessi chiesto aiuto a lui non sarebbe successo niente quella notte. << Lei è Celine, una mia amica.>> dissi frettolosamente. << Incantato.>> disse lui porgendole la mano. << Tanto piacere.>> rispose lei afferrandola. << Non voglio rubarvi altro tempo>> disse ancora << spero vi siate divertiti stasera e tornate presto a trovarmi.>> Mi voltai per stringergli la mano e salutarlo quando incrociai lo sguardo dell’Ancharos da cui stavo scappando. Mi riconobbe subito e scambiò qualche parola con i suoi amici, che sparirono tra la folla. La mia espressione incattivita mise in allarme Gerry << Sei sicuro che vada tutto bene, Alex?>> Annuii senza togliere gli occhi dal mio nemico. Mi affrettai a salutare e uscimmo velocemente dal locale. << Sai correre con i tacchi?>> le chiesi continuando a guardarmi intorno. << Ma che sta succedendo?>> domandò ancora più preoccupata. << Ti spiegherò tutto in macchina, ma ora sbrighiamoci ad arrivare in strada.>> Affrettammo il passo, ma come temevo quel pazzo ci sbucò incontro con i suoi scagnozzi. Avevano l’aria tutt’altro che pacifica. Ci fermammo a qualche metro di distanza. Celine iniziò a tremare e si nascose dietro di me, avvertendo il pericolo. << Dilan, è lui?>> chiese uno dei suoi.

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<< Finalmente ci rivediamo!>> esclamò ironico. << Non metterti contro di me, Dilan. Accetta il consiglio e va per la tua strada.>> << Abbiamo un conto in sospeso noi due.>> continuò << Che fai? Rinneghi la tua gente per una Comune?>> << Fatti da parte Dilan, non voglio ripetertelo ancora!>> ringhiai. << Lasciaci la Comune e saremo lieti di accontentarti.>> << Starai scherzando!>> << Lei appartiene a me!>> gridò isterico. << Ma che significa?>> chiese Celine in lacrime. << Ti…ti appartiene? Allora vieni a prenderla!>> lo istigai, accrescendo ancora di più il terrore negli occhi di Celine. << Alessandro mi stai facendo paura.>> singhiozzò. Non mi chiamava quasi mia col mio nome per intero. Indietreggiai di qualche passo << Resta qui dietro.>> dissi indicandogli un cassonetto della spazzatura. << Resta seduta qui e non ti preoccupare.>> << No! Ho paura! Ti prego non lasciarmi, non mi lasciare, Alessandro.>> << Fidati di me!>> le sussurrai all’orecchio e la lasciai accovacciata a terra tremante. Dilan continuava a fissarmi sempre più incattivito << Credi davvero che sia al sicuro lì?>> rise << Che sciocco che sei. In quattro contro uno, cosa credi di fare? Fatti furbo fratello, consegnaci la ragazza e tornatene a casa con le ossa ancora intere.>> << Parli troppo per i miei gusti.>> risposi avvicinandomi. Tolsi il cappotto e mi feci ancora avanti per allontanarmi il più possibile da Celine.

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<< Sei audace, te lo riconosco. I miei complimenti. Peccato che non avremo mai modo di conoscerci meglio.>> disse sferrando l’attacco per primo. Aspettai finché non furono abbastanza vicini e mi gettai nello scontro. Sapevo che non avrebbero avuto scampo, dopo aver trascorso tredici anni all’Ancharos, uno scontro quattro contro uno era una passeggiata per me e, soprattutto, adoro quel genere di ammucchiate. Non sto qui a raccontare come, ti evito i dettagli, ti basti sapere che li misi fuori gioco uno dopo l’altro, lasciandoli rantolare a terra con qualche osso rotto. << Non provare mai più a metterti sulla mia strada, fratello o non vivrai abbastanza per raccontarlo in giro.>> lo minacciai. Celine aveva visto tutto e quando tornai da lei non volle che la aiutassi ad alzarsi, non volle che la sfiorassi neanche con un dito. Aveva ricordato tutto. Lo so perché stavo rivivendo nella mia mente tutto quello che le era successo. A New York regna un terrore raccapricciante nei confronti della mia gente. E come dargli torto? Sicari ci chiamano, è il nome che usa il Clan di sede negli Stati uniti per alimentare la paura nei nostri confronti. Un abitante sopravvissuto su dieci, in città, giura d’essere stato aggredito almeno una volta nella vita, ma non lo spaventa tanto l’idea del fenomeno, quanto il terrore di rivivere quell’esperienza. Se solo non fossero così incoscienti e ingordi da arrivare perfino a uccidere… Si alzò di scatto e indietreggiò di un paio di metri da me.

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Io non le forzai la mano e rimasi in disparte aspettando una sua parola. << Era un… Sicario!>> balbettò incredula. << Oh mio Dio, sono stata aggredita da un Sicario. Adesso ricordo! Sarah aveva ragione! Oh Dio! E tu chi sei? Sei uno di quelli che si vedono in tv? Dai la caccia a quei mostri che rifiutano perfino i demoni dell’Inferno?>> chiese in totale confusione. << Ma quale caccia? Quali mostri? E poi che ne sai tu dell’Inferno? Stai travisando tutto!>> risposi convinto d’essere stato ormai smascherato. << Vuoi forse negare? Li hai visti anche tu! Non trattarmi come se fossi una pazza visionaria! Se ti dico che Dilan è un Sicario puoi stare certo che è vero. Non sarebbe la prima volta che succedono queste cose in città, tutti sanno che ci sono in giro, anche se nessuno vuole parlarne, anche se la Chiesa si rifiuta di credere e nega spudoratamente l’evidenza.>> sbottò. << Non è come credi tu…>> cercai di spiegare. << Riportami a casa!>> disse sempre più spaventata. << Devo parlarti prima, ti devo spiegare…>> << Non c’è nulla da spiegare, riportami a casa.>> strillò. Non potevo fare altro che arrendermi << D’accordo.>> Arrivammo alla macchina in totale silenzio e arrivammo a casa accompagnati dal medesimo silenzio. Quando scese dall’auto non mi salutò neanche, si infilò nel cancello della villa e sparì. Tornai a casa furibondo. Ancora una volta era andato tutto storto e peggio, avevo avuto l’occasione perfetta per dirle la verità e me l’ero fatta scivolare dalle mani come uno stupido.

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Dormii tutto il giorno e a sera tardi scesi in strada per fare due passi per fermarmi a comprare qualche rivista prima di tornare a casa a guardare un po’ di sport in TV. Dopo qualche giorno di apatia decisi di riprendere in mano la situazione. Celine aveva terrore degli Ancharos, avrebbe avuto terrore di me una volta saputa la verità e mi avrebbe odiato per averla mutata in uno di noi. Tutte le affermazioni di Margherita apparivano finalmente chiare ai miei occhi. Dovevo assolutamente abbattere quella montagna di menzogne costruite intorno a quell’orrendo mito. Per farlo però, avrei dovuto conoscere la sorgente delle sue paure, avrei dovuto immergermi nel suo mondo e scrutare fin dove si era spinta la fantasia Comune. Passai due settimane alla Pierpont Morgan Library. Mi era stato detto che in quella biblioteca erano custoditi preziosi manoscritti sull’argomento. Trovai lì tutte le mie risposte, tra libri e articoli su internet mi resi conto della vastità oceanica di fandonie che dimorano nelle teste dei Comuni sull’argomento.

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22 È vero, lo ammetto. Non ho saputo farmi gli affari miei come avrei dovuto. Quando ho riaccompagnato Denise a casa quel pomeriggio ero preoccupato che potesse tornare a farsi del male. Non le ho creduto quando mi ha giurato che non l’avrebbe rifatto. << Predi questo>> le dissi prima che scendesse dalla macchina. << Cos’è?>> << Il mio numero di cellulare.>> Quando sorride in quel modo è palese che mi stia prendendo in giro << Non te l’ho mica chiesto.>> << Nel caso ti venisse voglia di un altro pasto gratis. Non sembra che ti diano molto da mangiare qui a casa tua.>> Rise e scese dalla macchina tenendo lo sportello aperto ancora un momento. Tentennava a lasciarlo andare. << Va tutto bene?>> domandai uscendo a mia volta per raggiungerla dall’altra parte. << Credo di sì.>> << Resterei un po’ qui con te se potessi. Ma non…>> << Non ti preoccupare. Stai rischiando anche troppo. Torna in macchina, non voglio che ti vedano qui. Non è prudente.>> << Non vado se non ti senti al sicuro.>> << Starò bene! È casa mia, no? Non corro pericoli in casa.>> Le passai le dita fra i capelli << In qualunque momento… chiamami e sarò da te in un attimo.>> << Starò bene.>>

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<< Non mentire con me, Denise. Non farlo mai. Non posso aiutarti se mi nascondi la verità.>> Posò la fronte sul mio petto. Abbattuta. << Resto con te.>> Due lacrimoni le percorsero le guance, pesanti. << No! È pericoloso. Se ti trovano qui…>> << Non mi sarei allontanato comunque.>> << Non puoi…non voglio…>> Le presi il viso fra le mani << Shhh. Lascia fare a me.>> sussurrai << So quello che faccio.>> L’idea di avermi lì nelle vicinanze sembrava averla tranquillizzata. Aveva smesso di tremare. Non piangeva più. Stefano, Nicola e Bruno mi raggiunsero da Denise mezz’ora dopo che mi decisi a lasciarla entrare in casa. Col fuoristrada di Stefano davamo un po’ meno nell’occhio, perché l’ottanta per cento degli Agenti del Clan ne possiede uno. Bruno lo rimandammo a casa con la Mercedes. In tre eravamo più che sufficienti. Quattro sarebbe stato ancora meglio, ma se fosse successo qualcosa a Bruno, Margherita me l’avrebbe fatta pagare anche nella tomba. Per certi versi, quella donna è più pericolosa del Clan quando si tratta di proteggere i suoi figli. Come ogni madre, suppongo. << Sono quasi emozionato!>> confessò Nicola << Da quand’è che non facciamo un appostamento, ragazzi?>> << Non me lo ricordo più.>> rispose Stefano, se possibile, più elettrizzato di lui all’idea. Non era un gioco. Se ci avessero scoperto, in meno di un minuto ci saremmo trovati alle calcagna decine di Agenti

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col fucile puntato addosso << Niente scherzi, ragazzi.>> mi raccomandai. Stefano sedeva al posto di guida, pronto a dare gas al primo segnale d’allarme << Se Simone sapesse dove siamo adesso…>> Simone era l’ultimo dei miei problemi in quel momento. << È la ragazza dell’altra sera, Alessandro?>> chiese Nicola. << Sì.>> << Suo padre è un Agente, lo sai vero?>> << E allora?>> risposi con un’occhiataccia. << No…niente. Volevo solo essere certo che lo sapessi anche tu.>> Passò una mezz’ora tranquilla. Ci scorreva di fianco di tanto in tanto una macchina. La moglie di qualcuno che tornava a casa dopo essere passata a riprendere i bambini da qualche attività extrascolastica. Stefano e Nicola si punzecchiavano di continuo, scherzando fra loro. Io tenevo lo sguardo fisso sulla villetta di Denise. Attento al minimo rumore. Tutto troppo tranquillo e silenzioso. << Io vado a dare un’occhiata dentro.>> dissi << Sensi all’erta, Nicola.>> << Agli ordini, Capitano.>> Stefano non era uno di noi. Mio nonno avrebbe anche rischiato il contagio con lui, ma Stefano preferiva collaborare in veste di Comune. Stesse responsabilità, meno effetti collaterali. Mio padre aveva sempre agito allo stesso modo e non si era mai pentito della sua scelta, se non in un’occasione. Mio zio non era mai stato d’accordo. Voleva Stefano nella squadra a tutti gli effetti, in quanto erede maschio della famiglia, ma non è mai riuscito a convincere mio fratello e

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a far cedere mio padre dal suo proposito di lasciare a Stefano la scelta. Nicola invece era un discendente legittimo. Suo padre e sua madre sono Ancharos nocchieri di sangue misto e lui ha ereditato la condanna come noi altri. Mi misi comodo sul sedile posteriore del fuoristrada e cercai la concentrazione di cui avevo bisogno per passare nell’Hahicòs e uscire indisturbato in perlustrazione. L’interno della villa era fin troppo appariscente per i miei gusti moderni. La padrona di casa sembrava fissata con l’arredamento in stile vittoriano. In casa regnava un silenzio quasi tombale. Almeno al piano di sotto, perché dal primo piano percepivo il delicato suono di un pianoforte. In un’altra occasione mi sarei soffermato per curiosare un po’ in giro, ma ero lì per una ragione precisa differente dal semplice curiosare. Salii le scale senza badare troppo al rumore, che nessuno avrebbe potuto sentire. Seguivo la musica. Conoscevo la canzone che suonava. Conoscevo la voce che cantava quelle parole, era The kill dei 30 second to mars. Era riuscita a trasformare un grido di ribellione in un lamento, una supplica. Sedeva al pianoforte in jeans e maglietta. Suonava a occhi chiusi, anche se le lacrime difficilmente le avrebbero permesso di leggere uno spartito, se ci fosse stato. Aveva fatto un’altra doccia. Aveva ancora i capelli bagnati. La sua camera era molto spaziosa e l’arredo non stonava col resto della casa. Il pesante specchio alla parete era

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rotto. Dal segno al centro verso l’alto si capiva che c’era stato scagliato qualcosa contro. Era successo anche a me di frantumarne qualcuno, ma ne avevo fatto sparire i resti subito dopo, mentre quello era ancora lì, come la firma indelebile di un momento di vita da non voler cancellare. Riprese la canzone dall’inizio. La stessa. Non avrei resistito di nuovo a quel supplizio. Mi sedetti accanto a lei e posai una mano sulla sua. Avrei tanto voluto che la sentisse, che si fermasse, ma non lo fece, e il lamento che mi aspettavo si manifestò in tutta la sua rabbia. Mi avrebbe sentito gridare quel canto con lei se avesse potuto. L’ultima nota le morì fra le dita appena vide i fari di una macchina sul vialetto. Si alzò di scatto e corse a spegnere le luci del corridoio, poi tornò in camera e chiuse la porta a chiave. Accese lo stereo a tutto volume. Linkin Park questa volta. Era stesa sul letto con le mani incrociate sugli occhi. Concentrata solo sulla musica che gli scorreva nelle vene fino a modificarne il battito cardiaco. La porta dell’ingresso si aprì. Mi affacciai alla finestra della stanza per accertarmi che i ragazzi stessero bene. Il fuoristrada era ancora al suo posto. Tutto tranquillo. Quando riportai la mia attenzione su Denise, mi accorsi che muoveva le labbra in silenzio. Mi avvicinai per sedermi sul bordo del letto, accanto a lei. Tremava. Stai pregando? Hai paura! Passi in corridoio. Colpi leggeri alla porta. Non poteva sentirli con la musica a quel volume. Altri colpi, più forti, sempre più forti, più violenti.

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<< Puoi abbassare quella musica?>> Suo padre. << Vuoi che i vicini chiamino la polizia?>> È solo tuo padre, Denise. La preghiera risuonò più forte dalle sue labbra. Denise? << Apri la porta, piccola.>> Denise è tuo padre. << Non fare la stupida. Apri. Tua madre non tornerà prima delle nove, lo sai che oggi è al circolo. Abbassa quello stereo. Ti ho comprato una cosa. Apri, sono sicuro che ti piacerà. Apri per favore.>> << Vattene via!>> strillò. << Apri subito!>> sbraitò << Non costringermi a buttarla giù a calci.>> Cristo Santo! Denise? È tuo padre! È tuo padre? Spalancai gli occhi, inorridito. Saltai fuori dalla macchina senza pensarci un attimo. Stefano e Nicola capirono solo che c’era qualcosa che non andava. Scavalcai la recinzione e corsi al portone. Era chiuso. La musica era ancora alta, ma riuscivo a sentire anche le sue grida mescolate a quelle note rabbiose. Fracassai il vetro di una finestra con una gomitata e mi fiondai all’interno della villa. << Denise?>> la chiamai. La musica cessò. Sentii suo padre << Che cosa è stato? Hai sentito?>> << Ale?>> gridò lei guardandomi.

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Mentre il padre si voltava, io l’afferrai per le spalle e glielo tolsi da dosso, scaraventandolo con forza contro la parete. Era a terra e l’effetto sorpresa lo mandò in confusione. Il primo calcio lo colpì allo stomaco. Si rannicchiò su se tesso per il dolore, ma ne arrivarono altri, seguiti da pugni sempre più rabbiosi. Avevo già il suo sangue sulle mani quando Denise mi prese le spalle per cercare di fermarmi. << Così lo ammazzi.>> gridava << Basta, Alessandro. Ti prego. Lascialo. >> Se non fossero intervenuti Stefano e Nicola a togliermelo dalle mani, probabilmente l’avrei ammazzato. << Basta così, Alessandro.>> mi disse Nicola tirandomi via da lui. << È solo svenuto. >> osservò Stefano << Andiamocene via, prima che ci piombi addosso l’intero quartiere. << Hai fatto proprio un bel casino.>> mi rimproverò Nicola. Io ero totalmente fuori controllo. Ci volle la forza di entrambi per tenermi fermo e impedirmi di portare a termine il mio assassinio. Lo volevo morto, Dio sa quanto odio covassi nel cuore in quel momento. Denise era in ginocchio accanto al padre incosciente. In preda al panico. << Si rimetterà.>> la tranquillizzò Stefano << Non avvertire gli altri, se puoi. Ci pensiamo noi a chiamare un’ambulanza.>> Annuì, asciugando il viso sanguinante del padre con la stessa maglietta che le aveva strappato da dosso. << Portalo subito fuori da qui.>> disse Stefano a Nicola. Poi a lei << Tu stai bene?>>

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<< Sì.>> << Mi dispiace tanto, sono sicuro che non volesse arrivare a tanto.>> << Ha fatto bene!>> esclamò lei, nonostante continuasse a piangere. << Forse è meglio se non vi vedete per un po’. Questa cosa si trascinerà dietro delle pessime conseguenze.>> << È colpa mia.>> Le arruffò i capelli in disordine << Non dirlo neanche per scherzo.>> << Grazie.>> disse guardandomi. Distolsi lo sguardo, non volevo che mi vedesse in quello stato. << Andiamo via.>> suggerì Nicola << Abbiamo già fatto troppi danni per sta sera.>> Stefano le mise sulle spalle un plaid che aveva trovato sul letto << Andrà tutto bene.>> disse con dolcezza, poi, pistola alla mano, ci fece strada verso l’uscita.

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23 Dovetti aspettare sei settimane prima di rincontrare di nuovo Celine e la seguente fu la settimana più bella e tormentata della mia vita. La rividi una sera al Metropolitan Opera House, a Manhattan, davano l’Otello di Shakespeare. Margherita mi aveva procurato dei biglietti come regalo per il mio compleanno. Le ultime settimane erano state una sofferenza per lei. Ero più morto di quando avevo rischiato di morire davvero. Non uscivo mai, troppo stanco a causa delle notti insonni passate a scacciare invano i continui pensieri di Celine, agitatissima per gli esami di fine anno. Si tormentava notte e giorno per riuscire a rimettersi in pari con gli altri. Senza contare che la sua preoccupazione era amplificata dalla mia sofferenza, dai miei continui cambi d’umore. Non so se le emicranie fossero mie o sue, ma di sicuro sapevo che se non si fosse tranquillizzata un po’ sarei impazzito con lei. Neanche quella sera ero nello stato d’animo per godermi qualcosa, ma accettai di uscire per ringraziare Margherita della premura che mi dimostrava in ogni occasione. Ci andai con Filippo, una delle guardie del corpo di mio nonno che non mi irritasse solo a sentirne l’odore. Era poco più grande di me e sapeva stare al posto suo quando c’era da farsi da parte per lasciarmi un po’ di spazio. Vidi Celine dalla platea, era in compagnia della sua famiglia e stavano prendendo posto tutti insieme. Mandai da loro Filippo per chiedere se avessero voluto salire da me per gustare lo spettacolo dall’alto. Celine rifiutò – non c’era traccia di risentimento nel suo cuore - e Linda preferì rimanere a terra a causa delle

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vertigini. Accettarono di far salire la piccola Molly però, che sembrava entusiasta di vedere la rappresentazione con il binocolo come le signore distinte che si vedono a teatro. Era molto graziosa nel suo vestitino elegante. Mi faceva piacere passare un po’ di tempo in sua compagnia, sentivo di volerle un gran bene, ma forse era solo un riflesso dell’affetto per lei che nutriva Celine. La accolsi come si fa con una Principessa, la feci accomodare e le porsi il binocolo. Si fece raccontare la storia di Otello prima che iniziasse lo spettacolo, così da avere una visione generale di quello che avrebbe visto in seguito. Era molto sveglia per la sua età. << Come mai non sei più passato a trovarci?>> mi chiese contemplando il piccolo binocolo. << Ho avuto molti impegni.>> risposi io << State tutti bene a casa?>> << Tutti bene!>> << Celine sta ancora studiando per gli esami?>> domandai cercando di restare sul vago. << Credo di sì, anche se adesso è il ballo di fine anno il suo primo pensiero.>> Il ballo? Non avevo mai avvertito in lei ansia per il ballo. Probabilmente era solo una scusa che usava per tranquillizzare i suoi. << Sarà di sicuro eletta Reginetta. È la più bella di tutte. Lo dice anche Jess. Jess? Chi è questo Jess? Perché non ne so niente? << Jess? È il suo ragazzo? << È il più bello della scuola, anche se secondo me tu sei mille volte più bello di lui, anche secondo Celine, però tu non dirle che te l’ho detto, se no mi ammazza.>>

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Non riuscii a trattenermi dal ridere. Tenevo gli occhi fissi su Celine << Anche secondo me tua sorella è la più bella di tutte, ma in assoluto.>> Come se fosse riuscita a sentirmi da quella distanza, Celine sollevò lo sguardo per cercarmi. La sentii una pochina irritata, e questo mi fece ridere di nuovo. Credo la innervosisse sentirmi compiaciuto e non conoscerne il motivo. Molly intanto continuava a sognare ad occhi aperti << Quando sarò più grande, anche io sarò eletta reginetta come Celine e metterò un bellissimo abito come il suo, vedessi quant’è bella con quel vestito, papà l’ha pagato una fortuna.>> Molly era molto loquace, fu un’impresa zittirla quando iniziò lo spettacolo. Mi piaceva starla a sentire però, anche perché mi parlava di un mondo che mi era estraneo e tutto quello che diceva non rischiava mai di cadere nel banale. L’opera terminò dopo circa quattro ore. L’intera rappresentazione fu a dir poco spettacolare. Ordinai a Filippo di aspettarmi all’uscita mentre io avrei accompagnato Molly dai suoi genitori. Ero intimorito, stavo per incontrare Celine dopo quasi due mesi di mutismo da parte di entrambi. Mi avvicinai a Linda tenendo Molly per mano per non perderla tra la folla. << Buonasera signora.>> la salutai. << Alex, che piacere rivederti. Grazie per l’invito, ma soffro di vertigini, preferisco di gran lunga rimanere con i piedi a terra.>> sorrise << Spero che questa chiacchierona non ti abbia dato noie.>> continuò indicando Molly. Chissà da chi avrà preso? Sorrisi << È stata un angelo, signora.>> Celine se ne stava in disparte, ma di tanto in tanto alzava gli occhi per guardarmi.

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Non era in collera con me, era imbarazzata piuttosto. << Buonasera Celine.>> dissi trattenendo un sorriso ripensando a quello che mi aveva raccontato Molly. << Ciao.>> rispose a testa bassa. Non ci dicemmo altro per quella sera. Venne a salutarmi anche il Signor Madison e, vista l’ora, ne approfittai per ricambiare il favore e li invitai tutti per un gustoso dopo-cena all’Idyll of the gods, uno dei ristoranti più “in” di Manhattan. Resta aperto tutta la notte. Il Signor Madison accettò volentieri l’invito, Celine invece… << Mi dispiace tanto, ma ho scuola domani ed è già quasi mezzanotte. Preferirei tornare a casa a riposare.>> Guastafeste! Hai paura che la carrozza ritorni zucca? Niente scuse, signorina, mi piaceresti anche vestita di stracci. Non riuscivo a capire, ero nuovo a quelle situazioni. Non c’erano dubbi che mi stesse evitando, ma non per paura, non per rancore. Allora perché? Non restò che salutarci e tornare ognuno a casa propria. La mattina seguente però ricevetti una telefonata. << Pronto, Alex? Sono Celine.>> Ero ancora a letto, ma balzai in piedi << Celine, che bello sentirti >> dissi troppo in fretta e con troppa enfasi per nascondere la gioia. << Ho riflettuto molto sulla nostra situazione e sono disposta a dimenticare, >> disse tutto d’un fiato << ma devi dirmi tutta la verità sull’altra notte.>>. << Sono d’accordo.>> risposi. << Bene, allora possiamo vederci dopo le lezioni?>> << Dove?>>

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<< Alla New York Public Library.>> << Va bene alle 17:00?>> << Va benissimo>> confermò. << Ti aspetto lì allora, ciao.>> << Ciao.>> la salutai. Ci incontrammo nella sezione di volumi scientifici, stava preparando una relazione sulle soluzioni saline per il corso di chimica. Mi sedetti in silenzio accanto a lei e attesi qualche minuto che terminasse il suo compito. << Finito!>> esordì d’un tratto. << Veniamo a noi.>> Non potevo fare a meno di guardarla, era stupenda come sempre, ma quella sera aveva qualcosa che la rendeva ancora più bella. Mi fece una marea di domande sulla notte dell’aggressione ed io invece di dirle la verità le feci ingoiare l’ennesima cucchiaiata di spudorate menzogne. “ mi trovavo lì per caso. Non ho nulla a che fare con quel Dilan…” Tuttavia, dopo quella barbara confessione, tra me e Celine parve tornare tutto come prima: lei riprese a fidarsi di me ed io tornai a essere tormentato dai rimorsi. << Domani andrò con la mia classe a visitare il Museo di Storia Naturale, ti andrebbe di accompagnarmi? Potremmo approfittarne per passare un po’ di tempo insieme.>> propose. Stai Flirtando con me, signorina? Stava visibilmente flirtando con me ed io non riuscivo a non cedere a quella tentazione. Si arrotolava un ricciolo attorno al dito indice mentre parlava e si inumidiva dolcemente le labbra con un gioco di sguardi che metteva a dura prova le mie capacità di controllo. I suoi occhi sembravano volermi trapassare l’anima per arrivare fino al più intimo dei miei pensieri inconsci. Distolsi lo sguardo,

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come per paura che riuscisse a leggermi dentro e scoprire tutto. Sembrava una gattina in calore e in quel momento io ero l’unico oggetto dei suoi desideri. Avrei dato qualunque cosa per poter anche solo sfiorare quelle labbra. Avrei rinunciato a tutto pur di poter sentire quanto era morbida e liscia la sua pelle. Celine avvertiva la mia maniacale attrazione per lei e, credendola sua, si comportava di conseguenza. Mi voleva tanto quanto la desideravo io, non c’erano dubbi su questo. << Domani mattina non posso>> le risposi avvicinandomi << domani sera però sono libero, potremmo andare al cinema, se ti va.>> << Mi piacerebbe.>> confermò continuando a fissarmi. Chinai il capo fino a raggiungere il profilo del suo collo << Dopo potremmo andare anche a cena fuori, se ti va.>> sussurrai annusando il profumo della sua pelle mentre le scorrevo le dita fra i capelli. Abbandonò la testa sulla mia mano, flettendo lentamente il collo su un lato per permettermi di carezzarglielo con le labbra << Mi va!>> Tenevo la mano libera serrata con forza sulla spalliera della sedia. Non riuscivo a staccarmi da lei. Il suo respiro si faceva sempre più profondo e il mio col suo. Sentivo i commenti dei presenti seduti ai tavoli intorno a noi, ma non mi importava, non mi importava neanche mentre le risalivo il collo solleticandolo con un soffio delicato che la fece fremere fra le mie braccia ormai avvolte attorno a lei e, più di tutto, non mi importò quando raggiunsi le sue labbra calde con le mie. Mentre ci baciavamo sentivo il suo cuore batterle forte contro il mio petto e mi piaceva, soprattutto quella

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sensazione di abbandono che cancellava qualsiasi pensiero dalla mia mente. Capii che era il momento di fermarsi quando una mano le scivolò lungo la schiena in cerca della sua pelle. Ero già al limite del punto di non ritorno, non potevo indugiare un secondo di più << Ti passo a prendere alle otto.>> esclamai in un soffio. Sorrise << Conterò i minuti.>> Un ultimo bacio prima di afferrare frettolosamente la felpa e congedarmi da quel delizioso supplizio sotto l’applauso spontaneo dei nostri spettatori. Arrivato a casa, dopo una doccia gelida provai a concentrarmi sullo sport in TV, sperando di riuscire a pensare ad altro, ma lei stava ancora pensando a me ed io non potevo non sentirla. Arrivai dietro l’angolo di casa di Celine alle 19:30. Mancava almeno mezz’ora all’appuntamento e avrei potuto mandarle un sms per avvisarla che ero arrivato, ma mi sembrò ridicolo farle notare quanta impazienza avessi nel rivederla. Ero tranquillo però, le cose cominciavano a girare per il verso giusto e questo mi faceva stare bene. Attesi pazientemente che uscisse di casa. Mi aveva chiesto di non far sapere ai suoi genitori che saremmo usciti insieme, per questo avevo parcheggiato l’auto dietro l’angolo. Quando raggiunse la macchina diede ingenuamente un colpetto sul finestrino, convinta che non l’avessi sentita arrivare, e solo allora tirai giù il vetro. << Non avevo mai notato i vetri oscurati.>> confessò entrando in auto. << Sembra una di quelle macchine blindate in cui girano i politici o le star della TV per non farsi riconoscere.>>

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<< Solo che la mia non è blindata.>> risposi. << Come mai questi finestrini allora?>> << Ho gli occhi molto sensibili alla luce e mi dà noia guidare con gli occhiali da sole.>> << Non sai proprio cosa sia dire la verità, vero?>> sbottò diffidente. << Non mi credi?>> No che non ti crede, lo avverte che stai mentendo. << So che sei strano, che sei circondato da un alone di mistero più oscuro di questi vetri. So che sei un ragazzo di buon cuore, che in città conosci più persone di quante possa conoscerne io che vivo qui da sempre. Intuisco che sei un personaggio di spessore, si nota da come sei rispettato ovunque tu vada. Qualcuno ha perfino paura di te o forse solo di quello che rappresenti. Hai le strade aperte qui in città eppure c’è qualcosa che ti turba, come se vedessi il pericolo ovunque, come se dovessi nasconderti da qualcuno. Mi fai paura! Nonostante tutto, Alex, non riesco a starti lontana e questo proprio non so spiegarmelo. Il più delle volte ho paura a starti vicino, anche se so che non mi faresti mai del male. Sento che il segreto che ti porti nel cuore ti sta tormentando l’anima e avverto la tua inquietudine quando mi sei accanto. Ti sento ovunque, Alessandro, a scuola, fuori con le amiche, al cinema, a casa o in biblioteca, che tu ci sia o no fisicamente io ti sento comunque, dentro. Mi chiedi se ti credo? Sei un buon mentitore, però basta frequentarti per imparare a smascherarti. Hai lo sguardo basso quando menti, non riesci mai a guardarmi negli occhi se non stai dicendo la verità. No! Non ti credo, ma mi basta sapere d’essere al sicuro quando sono con te e questo sì, lo credo. Ne sono più che sicura.>>

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Parlò lentamente tutto il tempo, come si fa con uno straniero che non conosce bene la lingua, e ogni sua parola rimase intrappolata nella mia mente in una cella di neuroni pazzamente eccitati. << Sono un ragazzo come gli altri.>> risposi freddo << Forse solo con qualche problema in più a cui far fronte.>> Misi in moto l’auto per arrivare il prima possibile al cinema e chiudere definitivamente con quel discorso. Avevo capito il senso delle sue parole, mi aveva aperto il suo cuore, mi aveva offerto la sua complicità se solo l’avessi voluta. Mi chiedeva di confidarmi con lei e in cuor mio sapevo che quello era il momento più adatto per farlo, perché non si sarebbe più presentata un’occasione simile. Sentivo una voce chiara nella mia testa che mi gridava “Diglielo! Dille la verità. Non fare lo stupido” eppure mi nascosi come al solito nel mio tetro regno di menzogne. Ci gustammo il film in religioso silenzio, ma la sentivo nervosa. Mi accorsi che tremava e le strinsi la mano. Non mi guardò tutto il tempo e quando terminò il film mi lasciò la mano e si avviò verso l’uscita senza dire niente. Fu la prima volta che mi resi conto di quanto fosse complicato portare avanti una relazione specie se alimentata da sole bugie. Ero negato in queste cose, a volte sembrava che non volesse altro che stare con me e altre volte pareva infastidirla la mia presenza. Forse era il veleno in circolo la causa di quei continui cambi d’umore. << Che ti prende adesso?>> le chiesi spazientito. << Niente.>> rispose fredda. << Io proprio non ti capisco, mi hai chiesto tu di uscire insieme oggi. Perché fai così adesso?>>

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<< Riportami a casa.>> sbottò. << No! Non farò lo stesso errore dell’altra notte. Prima chiariamo questa situazione e poi ti porto dove vuoi.>> << Non c’è nulla da chiarire, voglio solo tornare a casa.>> rispose quasi in lacrime. << Ma perché? Perché ce l’hai con me?>> << Non ce l’ho con te!>> disse lei. << Non sono un tuo giocattolo Celine, un pupazzo che puoi prendere e scaricare ogni volta che vuoi.>> le ringhiai contro collerico. << Possibile che riesci a pensare solo a te stesso?>> << E questo adesso che c’entra.>> chiesi << Si può sapere cosa ti aspetti da me?>> << Pretendo che ti fidi di me. >> gridò. C’era troppa gente in giro. La accompagnai alla macchina e le tenni aperto lo sportello per farla salire. << Non mi conosci Celine, preferiresti non sapere, credimi.>> << Mettimi alla prova allora. Non lo capisci che ho paura? Non riesco a fare finta di niente. Voglio sapere la verità. Voglio buttare via questo dubbio che mi lacera dentro ogni giorno che passa.>> << Ma perché ti ostini tanto con questa storia.>> sbraitai. << Perché ti amo Alessandro, e tutti questi segreti mi stanno facendo impazzire.>> << Che hai detto?>> chiesi confuso. << Questi segreti mi…>> << Non questo! Cos’hai detto prima?>> << Non ho detto niente prima.>> puntualizzò arrossendo. D’un tratto mi prese un tonfo al cuore. Aveva appena confessato d’amarmi e questo faceva precipitare in un burrone senza fondo tutte le mie certezze. Ero io quello

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infatuato di lei, e non poteva essere il contrario, non ancora, non prima di averle detto la verità, non prima d’averla messa di fronte all’angoscia del suo nuovo futuro. Se ne stava lì, a pochi centimetri da me, immobile, con gli occhi bassi per l’imbarazzo della sua rivelazione ed io non potevo fare altro che pensare a come sarebbe stato bello poterla stringere forte tra le mie braccia ancora una volta. Provò a rimediare << Non avrei mai dovuto dir…>> Mi chinai su di lei << Shhh!>> Quando alzò lo sguardo, il suo viso fu talmente vicino al mio da rimanere inondato da quello sconfinato oceano che regnava nei suoi lucenti occhi verdi, e non potei fare a meno di toglierle un ricciolo dalla fronte e zittirla con un bacio. Aprii il portone di casa senza staccare le labbra dalle sue. Era più difficile di quanto immaginassi trovare la chiave giusta e aprire una porta mentre qualcuno ti sfila i vestiti di dosso. La camicia scivolò sul pavimento dell’ingresso per attutire la caduta delle chiavi. Richiusi la porta con un piede mentre cercavo di sgrovigliarmi le sue mani dai capelli. Il tonfo del portone aveva svegliato Margherita. La sentii muoversi nel letto per alzarsi a controllare. << Sono tornato!>> dissi forte per rassicurarla in modo che rimanesse a letto e tornasse a dormire. Però mi sfuggì un gemito troppo rumoroso quando Celine mi mordicchiò un capezzolo. Di nuovo il cigolio del letto di Margherita. Afferrai prontamente Celine fra le braccia e la trascinai di peso in camera mia. Lei rise troppo forte. Sentii il passo leggero di Margherita attraversare il salotto. << Shhh! Ti prego Celine.>>

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<< Alessandro.>> chiamò Margherita, avvicinandosi alla mia stanza. Feci segno a Celine di non fare rumore. << Sì?>> risposi con la voce che mi tremava ancora. << Va tutto bene lì dentro?>> chiese seria, in italiano. Era dietro la mia porta << C-certo!>> balbettai. Celine era avvinghiata alle mie spalle e mi faceva scorrere la punta della sua lingua dal collo al lobo dell’orecchio. << Posso entrare?>> << No!>> risposi in fretta. << Alessandro!>> il tono che usava quando mi chiamava in quel modo non preannunciava mai niente di buono. A volte mi considerava troppo come uno dei suoi figli. << Sono un po’ stanco, Margherita. Possiamo parlare domani mattina?>> Io ero imbarazzato da morire per quell’intoppo, invece Celine sembrava perfettamente a suo agio. Forse perché non capiva quello che stavamo dicendo. << Puoi starne certo che parleremo.>> sbottò << Tutti e tre.>> Tornai a rilassarmi un po’ solo quando sentii la porta della sua stanza chiudersi a chiave. << Mi spieghi perché l’hai fatto?>> chiesi quando Celine scoppiò a ridere. << Perché era eccitante!>> rispose con un sorriso malizioso. << Eccitante dici?>> << Molto eccitante!>> mi sciolse la fibbia della cintura per raggiungere i bottoni del pantalone. << Mi hai messo nei guai, lo sai?>> sussurrai sfilandole dolcemente la maglietta per premere la sua pelle accaldata sulla mia.

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<< Non mi interessa!>> bisbigliò sulle mie labbra. Sorrisi divertito, sollevandola sulle braccia per adagiarla sul letto. Quando mi svegliai l’indomani mattina, al suo posto nel mio letto trovai un bigliettino: Saprò aspettare… non temo i tuoi segreti… temo solo che possano insinuarsi nel tuo cuore e impedirti d’amarmi. Perché io già Ti amo…

Celine. Lo rilessi non so più quante volte. Mi sentivo felice come non ero mai stato prima. Tanto felice da non avere la forza di uscire da quel letto che sapeva ancora di lei. Tanto felice da non avere il coraggio di rovinare tutto affrontando i rimbrotti di Margherita.

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24 Stefano spingeva fino in fondo l’acceleratore lungo la superstrada, quasi deserta fuori dall’ora di punta. Nicola mi teneva fermo sul sedile posteriore. Il bruciore alla mano era sempre più forte e si stava propagando rapidamente in tutto il corpo, risalendo il braccio, infuocando la gola, i polmoni, lo stomaco. Cercavo di strapparmi il bendaggio che copriva il palmo rovente. Lo sentivo troppo stretto, era fastidioso e sembrava aumentare il dolore. Dovevo toglierlo dalla mano ma Nicola me lo impediva con tutte le sue forze. Non ero mai stato così al limite. L’Ancharos che mi dimora dentro non si è mai manifestato in tutta la sua violenza come in quella sera. Forse ha ragione Denise a credermi un demone. Avevo quasi ucciso suo padre e, perfino quando ormai era tutto finito, non riuscivo a pensare ad altro. Lo volevo morto. Il resto non importava. Dopotutto sono una creatura di morte. Agisco per Essa. Scorre nel mio spirito. Può capitare che a volte la mia vera natura prenda il sopravvento. Posso controllarlo, ma non posso impedirlo. Del ritorno verso casa ricordo solo il dolore. Non credo di aver avuto altri pensieri oltre al desiderio di uccidere quell’uomo e alla necessità di spegnere il fuoco che mi consumava. Ricordo l’ansia di mio fratello << Perché fa così?>> E lo sconcerto di Nicola << Non lo so. Non l’ho mai visto in questo stato.>> << Ma che cos’ha?>>

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<< L’odio verso quell’uomo gli ha fatto accumulare troppo veleno. Però non capisco perché non abbia ancora ripreso il controllo.>> << A me sembra che stia peggiorando, invece.>> << Vuole togliersi la fasciatura.>> spiegò Nicola. << Forse dovremmo fermarci da qualche parte e fargli scaricare un po’ di flusso su qualcosa.>> << Non credo sia una buona idea. Nel suo stato… potrebbe non riuscire a controllarsi. Potrebbe aggredire qualcuno, perfino noi.>> << Non lo farebbe mai.>> << Non riuscirebbe a farne a meno. È come una crisi d’astinenza. Pur di far passare il dolore saresti disposto a qualsiasi cosa.>> << A te è successo?>> << Il bruciore intendi? Quasi sempre, se sono nervoso.>> << E cosa fai per farlo passare?>> << Quello che fa anche lui. Cerco di recuperare la calma.>> << Perché sta volta non funziona?>> << Non lo so. Forse perché inconsciamente non sta cercando affatto di calmarsi. Forse perché ha prodotto troppo veleno e ora il suo corpo non riesce a smaltirlo da solo.>> << Ipotesi!>> bofonchiò Stefano. << Solo ipotesi.>> Io nel frattempo gridavo avvolto dalle fiamme della morte. Stefano riuscì a infilarsi nella stretta fessura del cancello automatico che si apriva. Sentivo i ciottoli del viale schizzare sulla carrozzeria. Pochi secondi e il fuoristrada inchiodò sbilanciandoci in avanti.

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Riuscivo appena a stare in piedi quando varcammo il portone della villa. Mi trascinarono in salotto. << Papà!>> gridò Stefano. Io stringevo fra i denti un cuscino del divano per non gridare. Nostro padre sbucò dalla sala da pranzo insieme a zio Sergio e il nonno, Beatrice era di sopra, ma ci raggiunse subito. Il tono agitato di Stefano aveva messo tutti in allarme. Io ero disteso sull’ampio tappeto al centro del salone. Nicola era su di me e mi premeva i polsi a terra. << Cos’è successo?>> chiese subito mio padre quando mi vide. Si avvicinò inginocchiandosi accanto a me. Mi tastava il viso e la gola per controllare la temperatura del mio corpo accaldato. Né Stefano né Nicola avevano il coraggio di raccontare cosa fosse successo davvero. Mio zio fece alzare Nicola e prese il suo posto per tenermi fermo meglio. << Beatrice, porta il bambino di sopra.>> ordinò mio padre << Porta anche Sophia e le ragazze con te. Chiudetevi in camera e non uscire per nessuna ragione senza il mio permesso.>> Ricordo che mio zio mi sussurrava qualcosa, ma non rammento cosa. << Stefano, sto ancora aspettando una risposta.>> vociò mio padre. << ……>> Mio nonno era l’unico a non sembrare per niente turbato dalla situazione. Afferrò Nicola per un braccio e gli ordinò di andare in cucina e farsi dare tutto il ghiaccio che

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riuscivano a trovare << Svuotate il congelatore se necessario.>> << Brucia?>> mi chiese mio padre. Le lacrime e i lamenti che riuscivano a sfuggire al cuscino rispondevano per me. << Adesso lo facciamo passare.>> Mio zio era più pesante e più forte di Nicola, ma non mi faceva male quanto lui. Non che Nicola lo facesse di proposito, ma di sicuro l’agitazione lo rendeva meno accorto alla forza da usare per immobilizzarmi le mani. Di tanto in tanto riuscivo a isolare il pensiero dal dolore e a percepire le parole dello zio << Respira, ragazzo. Respira.>> Perché continuare a ripetermelo? Non stavo respirando? Potrebbe anche essere. Dopotutto, quasi non mi rendevo neanche conto di dove fossi. A un certo punto mi accorsi che mio nonno non era più nella stanza. Forse era andato ad aiutare Nicola, non so. Non lo so neanche adesso. Non ho mai chiesto che fine avesse fatto. Vidi mio padre chinarsi su di me << Ce la fai a controllarti un momento da solo?>> Controllarmi? Non mi sentivo più padrone del mio corpo. Il mio cervello agiva di volontà propria. Mi stavo dimenando sotto la pressione dello zio e non me ne rendevo neanche conto. << Stefano?>> disse << È meglio se vai di sopra anche tu?>> << Perché? Voglio restare.>> << È troppo pericoloso per te.>> << Starò attento.>>

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Sentii intervenire lo zio in suo favore << Lascialo rimanere. È giusto che impari come agire in situazioni come queste. Sta tranquillo, non succederà niente. È tutto sotto controllo.>> Mio padre annuì senza replicare << Stai indietro però.>> Tornò a occuparsi di me << Ascoltami, Alessandro.>> disse << Adesso Sergio ti lascerà i polsi. Non fare sciocchezze, ok? Stringi la mano a pugno e concentrati su qualcosa che riesce a distrarti per un momento. Credi di riuscirci?>> E che ne so? << Penso di sì. >> Annuì. Sentii la morsa sui polsi allentarsi fino a scomparire del tutto. Decisi di concentrarmi sulla respirazione, ma i polmoni bruciavano e il dolore sembrava anche più forte di prima. Mi sentii sollevare da terra, ma non opposi resistenza. Ero esausto. Lasciai che la testa si adagiasse sulla spalla di mio padre e con i pugni stretti al petto mi lasciai cullare dalla sua andatura decisa. Sentivo lo zio parlare dietro di noi, ma non lo ascoltavo. Ero troppo concentrato a ricordare a memoria i nomi di tutte le famiglie e le sottocategorie botaniche che avevo studiato all’università. In passato era stato un compito ostico tenerle tutte a mente, ma in quel momento erano tutte fastidiosamente riaffiorate alla memoria senza difficoltà. Nella dependance trovammo mio nonno e Nicola ad aspettarci. Mio padre mi portò in bagno. La vasca era piena d’acqua. Mi ci immerse dentro completamente vestito. Non si prese neanche la briga di togliermi le scarpe da quattrocento euro che avevo comprato da meno

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di una settimana. Appena la pelle accaldata sfiorò l’acqua resa gelida dal ghiaccio che vi galleggiava mezzo sciolto, feci un sussulto che mi fece quasi balzare fuori. Ci volle la forza sua e di mio zio per tenermi fermo. Il dolore era insopportabile, ma non ricordo altro. Mi hanno raccontato che ho gridato tutto il tempo; che, per liberarmi per uscire dalla vasca, ho lasciato dei graffi sulle braccia di mio padre; che li ho inzuppati d’acqua entrambi; e che alla fine sono svenuto. Mi sono svegliato nel letto della dependance con la mano destra ammanettata alla testiera. Ero asciutto e indossavo un pigiama dei miei. Acanto a me, nel letto, c’era mio padre. Era vestito, anche se si era cambiato con abiti asciutti. Il sole che filtrava dalle tende scure delle pareti a vetro mi costringeva a tenere gli occhi chiusi. Il bruciore era molto più leggero di quando lo ricordassi, anche se non era ancora sparito del tutto. La gola, i polmoni e lo stomaco però, non bruciavano più. Mio padre si svegliò sentendomi muovere nel letto. Mi posò una mano sulla fronte. Mi tastò il braccio. Sbottonò la giacca del pigiama per controllare la temperatura dell’addome. Mi fece voltare su un fianco per controllare anche la schiena. C’erano i miei occhiali da sole sul suo comodino. Me li passò per permettermi di aprire gli occhi. Lo sforzo della sera prima mi aveva rotto molti capillari e il sangue si era riversato sulla superficie del bulbo oculare rendendolo una spessa macchia rossa. Credo sia a questo che si riferiscono quando parlano di occhi iniettati di sangue. << Posso alzarmi?>> chiesi notando che avevo un filo appena di voce.

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Mi liberò dalle manette ed io potei andare in bagno. Avevo un aspetto orrendo quando passandomi dell’acqua sul viso incrociai i miei occhi nello specchio sul lavandino. Il pallore della mia pelle faceva sembrare il rosso degli occhi ancora più acceso, quasi diabolico. Avevo i segni della resistenza sulle braccia. I lividi mi ricordavano i punti esatti in cui le loro mani si erano strette su di me. Mi sentivo stanchissimo. Volevo tornare a dormire. Uscii dal bagno barcollando. Mio padre si era alzato e mi venne incontro per sorreggermi. Mi aiutò a rimettermi a letto. << Che ore sono?>> chiesi. << Le nove.>> << Martedì?>> << Sì.>> Sfilai gli occhiali per affondare la faccia nel cuscino. << Vuoi mangiare qualcosa?>> Scossi piano la testa. Mi faceva male. << Ti senti abbastanza tranquillo da rimanere da solo, o vuoi che resti ancora con te?>> La sua voce era seria, ma molto pacata. A quell’ora di sicuro era venuto a conoscenza di tutti i particolari dell’accaduto. Non mi stupiva che fosse risentito con me, mi stupiva, invece, che non alzasse la voce per una delle sue lavate di testa. Forse voleva solo tenermi il più tranquillo possibile, almeno finché non fosse stato sicuro che il pericolo era passato davvero << Vuoi che ti prenda un appuntamento con Giorgio?>> Scossi di nuovo la testa. << Ti farebbe bene parlarne un po’ con lui.>> << Ci andrò se sentirò che non riesco a controllarmi.>> << Come preferisci.>>

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25 Tutta la mia camera era invasa dal suo incantevole profumo, tanto da stordire il mio olfatto innamorato. Stetti a letto ancora qualche minuto poi, mi alzai per trovare un qualche impiego che mi facesse passare il tempo che mi separava dall’averla ancora tra le mie braccia. A quell’ora Celine doveva essere a scuola. Provai a immaginare cosa stesse facendo, ma con scarsi risultati. Non avevo mai frequentato una scuola normale e non avevo idea di come fosse organizzata lì la giornata degli studenti. Mentre me ne stavo sul divano in accappatoio a fantasticare, Margherita rientrò in casa in compagnia di Paul che la aiutava con le buste della spesa. Feci per tornare in camera mia. << Dove credi di andare, tu?>> mi fermò. Liquidò Paul ringraziandolo dell’aiuto, poi tornò in cucina a mettere a posto la spesa << Come mai già sveglio a quest’ora?>> La prendi per le lunghe? << Non ho sonno.>> risposi a voce abbastanza alta da farmi sentire. << Ti preparo la colazione?>> << Ti ringrazio, ma sto per uscire.>> rifiutai. << Hai visto che ore sono?>> si allarmò. << Tranquilla, starò attento.>> << È una follia!>> sbottò raggiungendomi in salotto << Proprio come lo è stato passare la notte qui con quella ragazza.>>

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Volevo mantenere la calma per non rischiare di offenderla, era l’ultima cosa che volevo, però doveva rimettere i piedi a terra e ricordare chi era a servizio di chi << Non ti sto chiedendo il permesso, Margherita!>> << Lo sappiamo tutti e due che se ci fosse stato tuo padre qui non ti saresti mai permesso di…>> << Non tirare in ballo mio padre!>> bofonchiai << E non trattarmi come un ragazzino. Non lo sopporto da te.>> << Allora comportati da adulto.>> Colpito! << Fammi capire Margherita. Qual è il vero problema? Ti devo chiedere il permesso per ospitare una ragazza in casa mia?>> << Ospitare Alex?>> << Hai capito cosa intendo!>> << E comunque, non fare il furbo con me, lo sai che non è a questo che mi riferisco.>> I toni si stavano accendendo << E a cosa ti riferisci? Se ti mette a disagio l’idea di quello che potrei fare nella mia camera da letto, in casa mia, puoi tranquillamente tornare a vivere con Lucia e Pamela. Anzi, potete tornarvene tutti in Italia, per quel che mi riguarda.>> Ingrato! << Non farmi passare per la bigotta che non sono, Alessandro. Non mi importa niente se ti trascini una donna diversa ogni notte in camera tua. Non è un mio problema. Ti direi che stai sbagliando, questo sì, ma non mi intrometterei. Non sei mio figlio, anche se a volte qualche ceffone te lo darei volentieri, specie quando straparli come adesso. E poi, non sono a tuo servizio, lo sapevi? Io lavoro per tuo padre. È lui a pagarmi lo stipendio. È a lui che devo rendere conto del mio lavoro, che è prendermi cura di te.

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Se ti succede qualcosa io perdo il lavoro. Quindi, se proprio la vogliamo dire tutta, non c’è niente che mi vieta di dire semplicemente la verità quando mi chiede cosa combini. E invece ti ho sempre coperto e continuerò a farlo, perché ti voglio bene e so di cosa è capace tuo padre. Ma il fatto che mi stia a cuore il tuo benessere non vuol dire che ti puoi permettere di trattarmi come l’ultima delle serve. Non mi interessa niente se sei il figlio del mio datore di lavoro, ho l’età per essere tua madre e quindi pretendo rispetto. Se parlo mi stai a sentire senza interrompermi e se ti faccio una domanda mi rispondi in modo educato. Non so se è chiaro!>> Affondato! Ma non era ancora finita << Dimmi una cosa adesso, le hai detto la verità? Le hai detto cosa è successo davvero quella sera in ospedale?>> Ma perché sono uscito da quel letto? << Lo farò quando riterrò che sia il momento giusto.>> << E nel frattempo?>> Dove vuoi arrivare? Non seppi cosa risponderle. << Ti rendi conto di come si sentirà quando le dirai chi sei? Riesci a immaginare l’umiliazione. Fa l’amore con un Alessandro che vive solo nelle sue fantasie. Credi che accetterebbe di stare con te se sapesse?>> Ma come ti permetti? << Perché non dovrebbe?>> gridai. << Perché sono mesi che la conosci e le hai solo mentito. Si chiama dignità!>> Non volevo più starla a sentire. Mi infilai in camera sbattendomi la porta alle spalle. Come se questo bastasse a farla tacere.

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<< Devi darle la possibilità di scegliere. Glielo devi dire. Non puoi tenerla legata a te con le menzogne. Tanto prima o poi lo scoprirà da sola.>> Uscii di nuovo per affrontarla << Smettila! Perché mi stai facendo questo?>> << Perché non voglio vederti soffrire di nuovo. C’ero io a raccogliere i pezzi l’anno scorso. Non ti permetterò di farti del male un’altra volta. È passato troppo poco tempo dalla perdita di Mark, non sei nelle condizioni di ricominciare tutto da capo.>> Non aveva poi tutti i torti. Solo a sentire quel nome, a rievocare i ricordi di quel brutto periodo, mi veniva un groppo in gola. << Non ti chiedo altro che dirle la verità. Se ti ama davvero, capirà.>> << Non voglio perderla.>> dissi con la voce rotta dall’emozione. Mi abbracciò con affetto << Lo so, cucciolo, ma non è giusto quello che le fai.>> Mi lasciò riflettere da solo. Rimasi a contemplare il soffitto per un po’, poi mi feci coraggio, mi cambiai, infilai gli occhiali da sole e scesi in strada per prendere la macchina. Mi feci indicare la S. George high school da un edicolante. Volevo attenderla all’uscita quella mattina, volevo esserle accanto quel giorno e non darle modo di pensare che quella notte fosse stata solo una delle tante senza importanza, ma più mi avvicinavo e più l’ansia cresceva. Arrivai davanti scuola intorno alle 11:00, era una grande struttura con un immenso giardino alberato sul davanti. Il viale era colmo di auto e dovetti parcheggiare molto più

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avanti per trovare posto. Mi accostai proprio accanto a un fioraio che stava appena scaricando un carico di rose dal furgone del fornitore. Ne approfittai per acquistarne un mazzo. Sul bigliettino scrissi un banalissimo ma sentito, “I love you” e pagai il fattorino del negozio affinché le portasse a destinazione. Aspettai la fine delle lezioni seduto sotto l’ombra di un acero nel giardino dell’istituto. Quando Celine ricevette i fiori lo sentii, avvertii la sua gioia e quando alle 12:00 la campanella annunciò l’ora di pranzo e tutti gli studenti si riversarono in giardino per consumare il pasto all’aperto, io potei consumare di coccole il mio dolce angelo. La feci sedere in braccio a me, ancora sull’erba, con la scusa di non volere che si sporcasse. << Le rose sono bellissime.>> esclamò allegra. << Sono contento che ti siano piaciute.>> sussurrai giocherellando con i suoi capelli. << Posso farti una domanda, Alessandro?>> << Certo che puoi.>> risposi tenendola tra le braccia. Abbassò lo sguardo, arrossendo appena << Stiamo insieme?>> << Tu vuoi che stiamo insieme?>> << Tu lo vuoi?>> bisbigliò. Sapevo che lo voleva e lo volevo io. Certo che lo voglio!

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Eppure sapevo che non mi avrebbe mai risposto di sì se non fosse stata davvero sicura che lo volessi anch’io. Le parole di Margherita mi martellavano la mente. Come facevo a prendere un impegno come quello senza averle prima rivelato la mia vera identità. La sua domanda presupponeva un impegno concreto. Lo stare insieme implicava un coinvolgimento sociale: avrebbe dovuto dirlo ai suoi genitori, avrebbe preteso che conoscessi i suoi amici, il suo mondo. Ecco un altro momento perfetto per parlare, anche se farlo presupponeva il rischio di un suo totale rifiuto nei miei confronti, ipotizzava una sua avversione verso tutto quello che rappresentavo. Non sarei più potuto scappare dalla verità, avrei dovuto dirle del contagio, avrei dovuto gettarle contro un mondo tutto nuovo, che non era ancora pronta ad affrontare. Avevo fatto un bel casino, ed ero lì, di fronte ad un bivio in cerca della decisione che a entrambi potesse fare meno male. Prima o poi avrei inevitabilmente dovuto dirgliela quella dannata verità, ma nel profondo del cuore preferivo di gran lunga il poi più lontano. Non dirglielo però voleva significare continuare a usarla per un mio egoistico piacere e questo non lo sopportavo. F. Ardant scrisse:

Il grande amore ci fa paura perché ci mette in una situazione di pericolo,

perché si diventa vulnerabili; si perde la corazza che abbiamo nei confronti del mondo.

Perché in amore si dà tutto, ma si può anche perdere, e perdere tutto.

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Era così che mi sentivo io. Sentivo l’angoscia di quel sentimento, sentivo la paura di poter mettere in pericolo la mia felicità di quel momento, mi sentivo debole e privo di certezze. Amarla per me voleva dire liberarmi della corazza di menzogne che indossavo ed espormi alla luce del suo giudizio. Ero disposto a offrirle tutto l’amore e tutte le ricchezze di questo mondo, ma il terrore di perderla mi lacerava dentro. << Preferirei che le cose tra noi rimanessero così come sono, per il momento.>> le risposi vigliaccamente. Codardo! Egoista che non sei altro! Ecco che una cascata di lacrime si apprestava a scavalcare le morbide dighe dei suoi occhi, ma non pianse, non davanti a me almeno. << È quello che avrei risposto anch’io>> mentì << Per fortuna la pensiamo allo stesso modo, temevo che potessi esserti fatto strane idee dopo stanotte. Meglio così.>> Mi si spezzò il cuore nel vedere quell’espressione ferita sul suo volto, avrei preferito gettarmi fra i carboni ardenti piuttosto che darle quel dolore. Il richiamo della campanella della scuola la obbligava a chiudere lì quel discorso. Lei non cercò altre spiegazioni, ingoiò il boccone amaro e continuò con la sua farsa, mentre in quel momento avrei meritato solo una coltellata << Devo andare adesso, magari ci si vede in giro ok?>> Mi avvicinai per salutarla con un bacio, ma si scostò. E che ti aspettavi? Misi le mani in tasca, la salutai con un cenno del capo e rimasi in piedi a guardarla allontanarsi sempre di più col mio cuore tra le mani.

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Quando morì Mark mi ripromisi che non avrei più pianto per nessuno, giurai che non mi sarei più lasciato travolgere da sentimenti avventati. Mark era un amico eppure piansi tanto per la sua morte, Celine era tutto me stesso e per uno stupidissimo orgoglio mi tenni dentro un dolore che avrei fatto bene a esternare, mi avrebbe aiutato a capire, magari l’avrei messo da parte quell’orgoglio e le sarei corso dietro per rimangiarmi tutte le idiozie che avevo tirato fuori. Mi consolai pensando che lo stavo facendo per proteggere lei e non me. Celai l’egoismo e la paura dietro le spalle dell’amore. Ma come rimproverarmi? Non avevo mai conosciuto l’amore vero e quando mi si presentò davanti non seppi riconoscerlo, o meglio, mi rifiutai di farlo. Tornai a casa in uno stato pietoso, mi chiusi in camera e me ne stetti al buio, da solo, per tutto il resto del giorno. A sera tarda poi, convocai tutto il personale per annunciare il mio ritorno a casa, in Italia. Margherita provò a chiedermi cosa fosse successo, ma evitai le sue domande tornando in camera mia. Non volevo starla a sentire. È tutta colpa tua! Hai rovinato tutto! Intorno alle 2:00 però, nonostante fossi stato molto esplicito nel mio intento di non vederla, entrò in camera e si sedette sul letto accanto a me. Io me ne stavo disteso con il viso immerso nel cuscino, respirando appena. << Ti va di parlare?>> chiese sottovoce. Le feci cenno di no con la testa e prese a parlare lei. << Non è scappando che si affrontano i problemi, sai? Tornare in Italia non la cancellerà dal tuo cuore. Dalle un po’ di tempo per digerire la cosa, vedrai che capirà.>>

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Margherita dal mio atteggiamento aveva intuito una rottura tra noi, ma per il motivo sbagliato. In quel momento però non avevo bisogno di consigli, né di morale, volevo solo cancellare quei mesi americani, volevo solo smettere di stare così spaventosamente male. Mi lasciò solo col mio dolore e si impegnò a organizzare tutto l’occorrente per il trasferimento. Chiamò mio padre per avvertirlo del nostro ritorno, così che potesse prenotare il volo e assunse una ditta di traslochi per riportare indietro tutte le nostre cose. Passarono altri tre giorni. C’era un aereo privato parcheggiato all’aeroporto, a nostra disposizione, mancava solo un mio cenno e tutto sarebbe finito. Quando mi decisi a uscire dalla mia stanza, il terzo giorno, convocai nuovamente tutto il personale << Ce ne andremo stasera, dopo il tramonto, quindi riordinate la vostra roba e tenetevi pronti a partire.>> annunciai. << Mancano ancora più di sei ore.>> esclamò Margherita << Vorrei passare al centro commerciale prima di andarcene.>> << Puoi andare dove vuoi>> risposi con voce tremante << Anzi, avete tutti il resto della giornata libera. Io resto in casa, se dovesse esserci qualche problema sapete dove trovarmi. Ora potete andare.>> Uscirono tutti, tranne Margherita, << Sei sicuro di voler passare il tempo che resta chiuso qui dentro?>> << Non ho voglia di fare altro.>> risposi abbattuto. << Vorrei comprare dei regali per i miei figli, sono mesi che non li vedo.>> disse << Ti andrebbe di accompagnarmi? Mi saresti d’aiuto per la scelta.>> << Non ti offendere, Margherita, ma non me la sento proprio!>>

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<< Alessandro, non posso riportarti a casa in questo stato. Dammi una mano.>> << Perché hai accettato di venire fin qui per stare dietro a me, quando hai una famiglia che ha bisogno di te?>> << Ho solo obbedito agli ordini e poi, adoravo tua madre e prima che morisse le giurai che mi sarei preso cura di te come se fossi un figlio mio… e lo faccio con grande piacere.>> rispose trattenendo le lacrime. Mia madre! I ricordi che ho di lei non mi appartengono. Ero troppo piccolo quando morì. Ero troppo piccolo anche per ricordare quando Beatrice è entrata a far parte della mia vita prendendo il suo posto. Non ho mai sentito la mancanza di mia madre - non senti la mancanza di qualcuno che non conosci - e Beatrice, a differenza di mio padre, non ha mai fatto differenze fra me e Stefano. L’ho sempre chiamata mamma, considerata tale e, dopotutto, lo è. Margherita è l’unica persona che si sia presa la briga di parlarmi di lei, di raccontarmi com’era – con mio padre non ho mai potuto affrontare l’argomento -. << Dammi un minuto per prepararmi.>> dissi dandole un bacio affettuoso sulla guancia. Avevo troppe magagne da farmi perdonare.

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26 Rivedere Denise dopo aver quasi ucciso suo padre era l’ultimo dei miei propositi del giorno. Orami era da quasi un anno che vivevo secondo una scaletta prestabilita. Ogni giorno era suddiviso in impegni più o meno importanti. Non ho mai vissuto alla giornata, nemmeno quando credevo di non avere più alcun appoggio sotto i piedi. Sono un tipo piuttosto meticoloso e mi piace organizzare e rispettare i programmi, anche se non avrei mai immaginato che un giorno avrei finito con l’organizzare la mia intera esistenza. All’Ancharos avevo vissuto in questo modo per troppi anni. Sapevo esattamente cosa avrei fatto in qualunque ora della giornata. Sempre. Le vecchie abitudini, si sa, sono dure a morire. Non mi piacciono gli imprevisti, perché non se ne possono pianificare le conseguenze. Fanno saltare uno o più programmi, se non tutti. Creano confusione, e le confusioni generano errori, anche irreparabili. Difficilmente uno come me poteva permettersi di condurre una vita organizzata. C’erano troppe incognite. Troppi ostacoli posti lungo il cammino. Nel corso degli anni non sono riuscito a prevedere nulla che poi sia accaduto. La morte di Mark non l’avevo prevista e, non prevedendola, non ho potuto impedirla e sono stato travolto dalle conseguenze che si trascinarono dietro i sensi di colpa. Celine, non l’avevo prevista – ero andato a New York per tutt’altre ragioni -. Thomas non era assolutamente previsto. La mia cattura poi, non l’avevo mai neanche presa in considerazione, così come tutto il resto.

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Tutte situazioni che avevano completamente stravolto i miei piani perfetti. Solo con Denise era stato tutto diverso. L’esame era stato pianificato, quindi, prevista la sua reazione al voto che le avrebbe irrimediabilmente rovinato la media impeccabile. Anche a sua ira e il rancore, nei miei confronti erano stati previsti. Pianificato ogni incontro, ogni parola, ogni gesto, e prevista ogni reazione. Dopo l’incidente, avevo giurato a me stesso che non mi sarei più lasciato prendere in contropiede da niente e nessuno. Il giorno che iniziò a vedermi mentre scrutavo, inosservato, nelle vite degli altri però, non l’avevo previsto. E questo mandò in frantumi tutta la mia scrupolosa organizzazione. Da quel giorno, infatti, non ero più riuscito a ridare un senso alle mie giornate, e le conseguenze iniziarono a piovere fastidiosamente inaspettate. Non era mia intenzione aggredire suo padre a quel modo quella sera. Ero troppo shockato all’idea che fosse proprio lui il suo aggressore. Persi il controllo da subito. Non mi soffermai a riflettere neanche un istante. L’impulsività è figlia degli imprevisti. Avevo provato a immaginarmi chi potesse essere il colpevole e, per rancore personale, il mio primo sospettato era Mark. Se fosse entrato lui in casa di Denise, quella sera, se fosse stato lui ad aggredirla, mi sarei comportato in modo del tutto diverso. Avrei agito secondo il preciso piano elaborato nella mia mente, e si sarebbe risolto tutto in modo molto più pacifico. L’ho già detto che odio gli imprevisti?

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Due giorni dopo l’aggressione tornai all’università. Mi era tornata un po’ di voce, ma sforzarmi per farmi sentire, mi stancava troppo, quindi scelsi di starmene in disparte ad ascoltare le lezioni e niente di più. Sarei tornato a casa subito dopo. Portavo ancora la fasciatura alla mano. Il fuoco si era placato, ma non potevo essere certo che il flusso non potesse fuoriuscire ugualmente. Lo sentivo premere contro il polso, come un’emorragia interna che cerca una via di fuga verso l’esterno. Nicola si era reso disponibile per accompagnarmi quella mattina. Non volevo stare da solo. Non mi fidavo del male che mi circolava dentro indisturbato. Ci sedemmo all’ultima fila di banchi dell’aula di Genetica. Il corso ormai era quasi finito. Il mese dopo ci sarebbero stati gli esami, finalmente. << Ci riproverai?>> mi chiese Nicola, fissando la schiena di Melluso, intento a scarabocchiare un riquadro di Mendel sulla lavagna. << Non lo so.>> Ero sincero. Dopo tutto quello che stava accadendo negli ultimi giorni, non me la sentivo proprio di affrontare la sua brutta faccia << Non so come potrei reagire sta volta a un altro rifiuto.>> << Perché non provi a parlare con lui. È assurdo quello che ti sta facendo. Potresti denunciarlo al Rettore. Perché non lo fai?>> << Perché è una questione fra noi due. Voglio vincere lealmente.>> risposi accigliato. Ripensavo a tutte le volte che mi ero seduto di fronte a lui per l’esame per rialzarmi con una bocciatura sul libretto. << Vuoi startene qui tutta la vita? Sai cosa pensa tuo padre in proposito e, se proprio vuoi saperlo, la penso anch’io come lui.>> << Non mi interessa.>>

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Lo sentii sbuffare al mio fianco. Denise era seduta al suo solito posto in prima fila. Non le toglievo gli occhi di dosso e il cuore mi martellava il petto dal turbamento emotivo che mi mandava in confusione il cervello ogni volta che la vedevo. << Sta ancora col Branco, dopotutto.>> disse Nicola, che aveva intuito l’oggetto della mia attenzione. << Il suo posto è quello. È una di loro.>> << Credi che sia stata lei?>> Dopo l’aggressione al padre di Denise, il Clan aveva ricompattato le forze. Erano in stato d’allerta o, come diceva Simone, erano sul piede di guerra. Le pattuglie avevano ricominciato a vigilare. Gli agenti erano tornati ad andare in giro armati. Non c’era stato ancora nessuno scontro diretto fra noi, ma ciò non escludeva la probabilità che potesse accadere qualcosa da un momento all’altro. Dopotutto erano trascorsi solo due giorni. Il pretesto che aspettavano per ricominciare la battaglia glielo avevo offerto io su un vassoio d’oro, entrando in casa di uno dei loro uomini e aggredendolo fin quasi a ucciderlo. << Non è stata lei a parlare.>> risposi sicuro. << Però lui è ancora in ospedale, e non era cosciente all’arrivo dell’ambulanza. Lo tengono addormentato, e sotto sedativi, da allora.>> precisò. << Era cosciente quando l’ho lasciato. Potrebbe aver avuto il tempo di parlare con qualcuno.>> << Certo! Se lei li ha avvertiti.>> << Ti ripeto che non è stata lei.>> mi alterai << E adesso smettila di parlarne.>> Il professor Melluso sentì il chiacchiericcio agitato in fondo all’aula e si soffermò a guardarci con severità. Se ne

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accorsero anche gli altri, che si voltarono in massa nella nostra direzione. Nicola chinò la testa, imbarazzato. Io invece, non mi curai della curiosità dei miei compagni e sostenni, con presunzione, lo sguardo di sfida del professore. << Se a qualcuno non interessa la lezione.>> disse dal fondo della sala << Può anche accomodarsi fuori. In silenzio.>> Anche Denise si era voltata, e mi guardava dritta negli occhi. Inespressiva. Melluso si aspettava una qualche risposta o reazione da parte mia, ma quando si rese conto che non mi sarei mosso di un centimetro, tornò a darmi le spalle e riprese la sua cantilenante spiegazione. Trascorsi il resto della lezione a guardarmi intorno. C’era qualche faccia nuova in aula. Ragazzi e ragazze che avevo spesso incontrato lungo i corridoi della facoltà, ma che non avevo mai incrociato ai corsi. Una di quelle facce però mi era assolutamente sconosciuta. Con una gomitata sul braccio di Nicola le indicai la ragazza seduta in disparte a mezza fila. Aveva i capelli castani, corti e tenuti in posa con la spuma e forse un po’ di gel. Non c’erano libri o block notes sulla porzione di banco davanti a sé. Non c’era neanche qualcosa di simile a una borsa nelle sue immediate vicinanze. << La consoci per caso?>> chiesi a Nicola. << Dovrei?>> << È una di noi!>> Mi guardò sorpreso << Ne sei sicuro?>> Sì! Annuii. << Non mi sembra d’averla mai vista al quartiere.>>

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Mentre parlava mi vibrò il cellulare nella tasca della felpa. Ivan? Guardai fuori dalla vetrata della parete sull’esterno e lo vidi in piedi poco distante. Avvolto nel suo giaccone CK nero, si nascondeva sotto sciarpa e berretto bianchi e occhiali da sole invernali. Mani in tasca e schiena dritta, era rivolto nella nostra direzione. Di sicuro ci stava guardando attraverso il vetro come noi guardavamo lui. Gli feci cenno di entrare e, infatti, si mosse subito per far ingresso un attimo dopo dalla porta socchiusa che dava sul cortile. Non badò minimamente al professore, che lo fissava torvo mentre si avvicinava a noi due col suo inimitabile passo elegante, sofisticato. Non si mise a sedere. Rimase in piedi davanti a Nicola, ma leggermente rivolto verso di me. << Avvoltoi.>> disse mentre si scioglieva la sciarpa dal collo. << Quanti?>> chiesi. Una sedia strisciò sul pavimento << Allora?>> gridò il professore << Adesso si sta proprio esagerando.>> << Ignoralo.>> dissi, ma Ivan si voltò lo stesso a fissarlo. Melluso era in piedi, i pugni stretti sulla cattedra e il viso paonazzo dalla rabbia. Di nuovo gli sguardi di tutti su di noi. << Non ne sono sicuro, ma ne ho percepiti almeno due finora.>> rispose Ivan. << Denise?>> << Sì.>> Liberai un ghigno indignato. << Di chi è la sentenza?>> chiese Nicola. << Lorenzo.>> rispose guardandolo.

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Lorenzo era il Giudice preposto alle sorti dei membri del Clan. Non era vincolato dai confini di zona assegnata come Massimo e gli altri. Percepiva le anime di qualunque membro del Clan, indipendentemente dalla sua zona d’azione. << Che cos’ha a che fare Lorenzo con Lei?>> chiesi alzando un po’ troppo la voce. Melluso era sul punto di esplodere, ed io non desideravo di meglio. Portarlo all’esasperazione era l’unico scopo che mi tenesse legato a quell’aula. << Forse la tua amica è una potenziale Matricola.>> spiegò. << Non è ancora stata arruolata, però.>> Nicola teneva d’occhio ogni movimento sospetto della nuova arrivata. Presi il cellulare e composi il numero di Denise. Il cellulare suonava libero. Era in vibrazione, perché i microfoni sulla cattedra si lamentarono per l’interferenza. Lo lasciai squillare finché fu costretta a prendere il cellulare dalla borsa per spegnerlo. Vide il mio nome lampeggiare sul monitor e si voltò indietro a cercarmi. Con lei si voltò anche la ragazza misteriosa. Nicola tenne la mano erma sulla pistola e si tenne pronto a intervenire al primo cenno di attacco. Feci cenno a Denise di non muoversi da lì, ma l’avevo inquietata abbastanza da farla stare in allerta. << Dobbiamo prima occuparci di lei.>> dissi indicando appena la ragazza di Lorenzo << Se si avvicina a meno di cinquanta metri a Denise dobbiamo essere pronti a intervenire.>>

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Nicola non le toglieva gli occhi di dosso e lei se ne accorse, ricambiando lo sguardo con un’occhiataccia. Nicola le fece “no” con la testa. << Sarà difficile risolvere la questione senza usare la forza.>> aggiunse Ivan << Non è come per voi. Quando a un Esecutore viene assegnata la vittima, ci sono solo due modi per impedire che la tocchi. Portare via il destinato – Abbastanza lontano da impedirgli di sentire l’odore della sua aura –, o rendere inoffensivo l’esecutore, per sempre. Non so se mi spiego. >> << Come fa il Clan a mettervi i bastoni fra le ruote?>> chiesi. Ivan mi guardò come a voler riaffermare ciò che aveva appena detto. Però aggiunse << Non avete idea di quanto sia frustrante. È come tenere lontano un tossico in crisi d’astinenza da una dose di cocaina. È una sensazione terribile. Un reale dolore fisico che si esaurisce solo toccando la vittima che ti hanno assegnato. Se la portano via il dolore dopo qualche giorno passa, ma di solito è così forte che per farlo cessare ti metti sulle sue tracce per mettere fine ai tormenti.>> << Non dev’essere piacevole.>> osservò Nicola. << Se lo fosse non riusciremmo a fare ciò che facciamo.>> rispose << Siete fortunati, a voi è toccato il lavoro pulito.>> << Non possiamo fare del male alla ragazza, ma non posso neanche permettere che lei ne faccia a Denise.>> dissi risoluto << Dobbiamo trovare un’altra soluzione.>> Ivan si riavvolse la sciarpa attorno al collo e riinforcò gli occhiali << Forse l’unica soluzione è lasciare che il destino segua il suo corso.>> << È stato quel maledetto di suo padre a scrivere “Fine” al suo destino.>> risposi contrariato.

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Nicola mi diede una gomitata. La ragazza si stava alzando. La lezione era quasi finita. Di sicuro ora cercava il posto adatto per tendere il suo agguato. << Ci penso io.>> disse Nicola alzandosi per seguirla << Tu porta Denise al sicuro. Non sappiamo ancora chi è l’altro.>> rimasi da solo con Ivan, che si mise a sedere al posto di Nicola << Credi ce ne siano altri?>> << Di solito due sono più che sufficienti per spronarsi a vicenda e abbastanza per portare a termine il lavoro se uno dei due dovesse fallire.>> << Dobbiamo fermarli.>> << È davvero necessario?>> << Gran bella domanda.>> Davvero una bella domanda. << Forse…>> << Perché ti sei preso il disturbo di venire fin qui ad avvertirmi, Ivan? Non siamo mai stati grandi amici.>> << Mi ha mandato Massimo.>> Ah! Sarebbe stato troppo strano il contrario. Liberai un sospiro stanco. << Ho saputo quello che hai fatto l’altra sera.>> disse sfilandomi gli occhiali. Il bulbo oculare era ancora rosso sangue << È stato stupido da parte tua, ma ti ho apprezzato proprio per questo. Io avrei fatto lo stesso.>> << Sei il primo a dirmelo.>> << Ricordi cos’hai provato quando non hai potuto ucciderlo?>> << Sarebbe impossibile dimenticarlo.>> << È la stessa astinenza di cui ti ho parlato un attimo fa, solo che la tua puoi tenerla a bada ritrovando la giusta calma. Immagina come sarebbe andata a finire se dopo

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due giorni ti fossi sentito ancora come quella sera. Perfino peggio di allora. Cosa avresti fatto se ucciderlo fosse stato l’unico modo per far cessare il bruciore?>> << Probabilmente sarei corso a cercarlo.>> ammisi portandomi le mani alla fronte, i gomiti sul banco. << L’ordine è stato dato ieri. Hai due giorni di tempo prima che l’astinenza diventi ossessiva. Cerca di usarli per fare in modo che venga annullata la sentenza e riequilibrato il suo flusso vitale, oppure fatti da parte. Non puoi salvare l’uomo dalla Morte. Faresti il gioco del Clan. La daresti vinta agli uomini che hanno…>> << Basta così!>> sbottai << Ho capito perfettamente cosa vuoi dire.>> Si rimise in piedi << Sono disposto a guardarti le spalle per due giorni, non di più.>> Annuii cercando di mandare giù il boccone amaro. << Qui intorno riesco a sentire solo la ragazza. L’altro dev’essere abbastanza distante, forse è intorno a casa sua. Vado a dare un’occhiata e ti telefono se so qualcosa di nuovo.>> << Il suo quartiere è sorvegliato.>> << So badare a me stesso.>> << Ok.>> Tirò fuori dalla tasca un cellulare e lo posò sul banco << Il tuo numero scotta.>> spiegò << Usa questo. Il mio nuovo numero è in memoria.>> Mi alzai e infilai alla rinfusa le mie poche cose nello zaino. Il cellulare nuovo lo chiusi nella tasca del giubbotto. Avrei voluto ringraziarlo per l’aiuto che mi offriva, prima che andasse via, ma non me ne diede il tempo. La lezione era finita. << Stavano uscendo tutti, chi da una porta, chi dall’altra. Mi avvicinai al Branco senza la minima preoccupazione. Avrebbero potuto uccidermi

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seduta stante, ma dovevo rischiare se volevo concedere a Denise una seconda occasione. Le posai una mano sul braccio. << Ancora tu!>> esclamò Marco, ponendosi immediatamente fra me e lei << Non ti ammazzo adesso solo perché c’è troppa gente in giro.>> << Non è il momento, Marco.>> guardai negli occhi Denise, alle sue spalle << Devi venire con me.>> le dissi ignorando il resto del Branco. Li sentivo alitarmi sul collo. Pronti a sbranarmi al primo cenno del loro capo. << Te lo scordi!>> rispose Marco << Lei non va da nessuna parte.>> << Denise?>> usai i miei poteri su di lei. Si mosse per raggiungermi ma uno dei ragazzi la bloccò. << Lasciala andare.>> dissi irritato. << Questa volta non ci sono i tuoi amici a guardarti le spalle.>> osservò Marco. << Lasciala andare.>> ripetei con più risolutezza. Denise si ribellò alla morsa del compagno e si spostò sull’ala sinistra del gruppo, verso i banchi. Uno dei ragazzi era rimasto seduto su un banco tutto il tempo. Il cappuccio della felpa tirato in testa, lo sguardo basso. Sembrava non interessato affatto alla discussione. Denise gli passò davanti per aggirare gli altri e raggiungermi. Solo allora sollevò la testa verso di lei. Avvenne tutto in un attimo. Il tempo di scorgerne il tatuaggio sul collo, sotto l’orecchio. Mi feci subito avanti, opponendomi alla spinta di Marco con una gomitata nello stomaco. Afferrai Denise a un braccio e la tirai a me facendole perdere l’equilibrio. La sollevai fra le braccia prima che si accasciasse su di me, ritraendomi un istante prima che il palmo della mano del secondo cecchino di Lorenzo potesse posarsi sulla sua spalla.

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Il ragazzo mi guardò con disprezzo e scavalcò il banco per prendere le distanze. Misi a terra Denise. Lui capì le mie intenzioni e se la diede a gambe. << Fa in modo che non le si avvicini nessuno finché non torno io.>> dissi serio a Marco, che iniziava solo adesso a capire cosa era appena accaduto. Scavalcai subito la prima fila di banchi con un salto e corsi all’inseguimento dell’Esecutore, che stava uscendo velocemente dalla porta sull’interno.

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27 Arrivammo al centro commerciale intorno alle 14:30, il sole picchiava forte quel pomeriggio e l’aria era quasi soffocante. << Quanti anni hanno i tuoi figli?>> chiesi curioso. Non li avevo mai visti. << Clarissa ha quasi quindici anni e Bruno ne ha diciassette.>> << Dev’essere stata dura per te non poterli vedere per tutto questo tempo.>> << Li ho sentiti spesso a telefono. Sapere che stavano bene mi bastava. Mi fa stare più male vedere te così infelice.>> << Passerà!>> << Ne sono sicura.>> rispose dandomi un tenero bacio sulla guancia. Entrammo in un negozio di elettronica, Margherita voleva acquistare un computer portatile per Clarissa e una videocamera per Bruno. La aiutai a scegliere, non capiva molto di elettronica e si fidò ciecamente del mio giudizio in proposito. Alla cassa poi, tirai fuori la carta di credito e pagai tutto io. Mentre uscivamo mi rimproverò per non averle permesso di pagare il conto con i suoi risparmi. << Per una volta esegui i miei di ordini.>> esclamai serio. << Anzi, ti ordino di acquistare tutto quello che ti passa per la testa. Offro io.>> << Non posso accettare.>> << Non è una richiesta.>> sorrisi.

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<< Sei un tesoro.>> esclamò con la stessa espressione di una bambina in un enorme negozio di giocattoli tutto per lei. Entrava e usciva freneticamente, ora da un negozio, ora dall’altro, ora con qualche busta, ora senza, era in preda ad un’isteria da shopping. Mi divertiva vederla così, mi faceva stare bene essere la causa principale della sua felicità di quel momento. Erano le 17:30 quando si arrestò la sua febbre di acquisti. Eravamo sommersi di buste. Dovetti pregare il commesso dell’ultimo negozio di aiutarci a portare tutta la roba in macchina. La frenesia di Margherita era riuscita a togliermi Celine dalla testa per un po’. Durò molto poco però, perché mentre eravamo diretti all’uscita la vidi seduta con delle amiche su una panchina. Se non fossi stato certo che mi avesse visto avrei fatto finta di niente. << Ciao.>> disse alzandosi. Mi paralizzò il solito tonfo al cuore. << Ciao… Celine.>> farfugliai impacciato. Margherita approfittò della scusa di dover mostrare la macchina al commesso per lasciarmi qualche minuto da solo con lei. << Fai con calma, ti aspetto in macchina.>> disse prendendo le buste che avevo in mano. Celine intuì che c’era qualcosa di strano nell’aria << Ti sei dato alle grandi spese?>> domandò ironica, ma allo stesso tempo imbarazzata. << Ho accompagnato Margherita a fare due compere prima di tornare a casa.>>

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<< Non vi basterà il tuo appartamento per metterci tutta quella roba.>> << Torniamo in Italia.>> precisai senza girarci troppo intorno. << I-n I-talia!>> balbettò confusa. << Perché?>> << Ho ancora un po’ di faccende da sistemare per l’università. Ho già perso un anno per venire qui, non voglio rischiare di perderne un altro!>> mentii. << Non te ne vai via a causa mia, vero?>> domandò incredula. << Mi dispiace per come sono andate le cose tra noi.>> dissi deviando discorso. << È stata colpa mia, ho affrettato troppo le cose.>> bisbigliò << Non…non sono stata… all’altezza? Non sapevo che fare, era la prima volta per me.>> Mi fece sorridere. Troppo disarmante per me la sua ingenuità. La stessa innocenza che mi frenava dal dirle tutto << Lo chiedi alla persona sbagliata, Celine.>> sussurrai << Non ho termini di paragone per darti una risposta e… comunque, sono stato benissimo.>> << Allora perché?>> << Non puoi capire.>> << Solo perché non me lo hai mai permesso.>> << Credimi, dirti la verità farebbe più male a te che a me. Non pensare che per me sia facile. Non credere che non ci stia male.>> Stavo ancora parlando quando si sentì una voce in lontananza che la chiamava. << Sono le mie amiche! Gli ho parlato tanto di te in questi giorni che il minimo sarebbe permettergli di conoscerti, se parti poi, penseranno che sono impazzita e che mi sono inventata tutto.>> sorrise cercando di ricomporsi.

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<< Mi credi se ti dico che mi manchi?>> le chiesi incurante di quello che mi aveva appena detto. << Se così fosse non partiresti.>> rispose amareggiata. Quando arrivarono le ragazze Celine ci presentò come se nulla fosse successo, col suo solito sorriso amichevole. Sarebbe andato tutto come doveva se tra le sue amiche non ci fosse stata anche la ragazza che avevo aiutato nel vicolo una delle mie prime notti passate per le strade di New York. Quando mi guardò per stringermi la mano fece un balzo indietro di mezzo metro. << Tu!>> esclamò terrorizzata. << Sarah, che ti prende?>> le chiese confusa Celine. << Aspetta!>> mi affrettai a dire, sperando che non rivelasse nulla. << Allontanati da lui Celine!>> continuò. Le altre ragazze si scostarono preoccupate. << È un… un… >> Sta zitta stupida ingrata. << è un Sicario!>> esclamò d’un tratto. Fortunatamente eravamo in un’area dell’edificio che in parte si isolava dal resto della folla intenta negli acquisti e poi, la musica era così alta che non permise ai passanti vicini di udire le sue accuse. << Ricordi il mostro che mi aggredì mesi fa?>> continuò << Lui è quello che venne per terminare il lavoro lasciato incompiuto dal suo amico.>> << Tu sei pazza!>> esclamai in collera. << Volevo solo aiutarti, e tu lo sai.>> << Eri davvero tu?>> domandò Celine sempre più disorientata.

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<< Non saltare subito alle conclusioni, Celine. Devi lasciarmi la possibilità di spiegare.>> << Sei uno di loro allora, è questo il tuo segreto!>> esclamò confusa, ma per niente sconvolta. << Non sono un…>> << Sta mentendo Celine.>> infierì Sarah. << Come ho fatto a non accorgermi di niente? Era così evidente!>> disse tra se. << Celine?>> la chiamai, per attirare la sua attenzione su di me. << Guardami dritto negli occhi e giurami sulla cosa che hai di più caro al mondo che sta mentendo.>> disse lei per aggrapparsi a delle conferme che non potevo darle << Giurami che non sei uno di quei mostri.>> << Guardagli il polso, Celine.>> << Sarah smettila!>> le ringhiai contro. Non avevo più vie d’uscita, non avrei più potuto rimangiarmi la verità, ero stato vigliaccamente smascherato e, giustamente, Celine volle le sue prove << Guardami Alessandro! Guardami e giurami di non essere uno di loro.>> << Non posso!>> esclamai. Ormai ero con le spalle al muro. << Allora e vero! È tutto vero.>> Come si fa a credere alle storie che dipingono la mia gente come demoni. Degli assassini senz’anima assetati di sangue? << Non esiste nessun Sicario, Celine. Ti sembro forse morto? Diamine, hai sentito il mio cuore battere l’altra notte. Come posso mentirti su questo.>> << Quei demoni della notte esistono, Alessandro, hai dimenticato Dilan? Ora capisco tante cose.>> disse

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iniziando ad allontanarsi sempre di più da me. << Capisco perché evitavi di vedermi di giorno, perché hai i vetri dell’auto oscurati, perché facesti tutto quel dramma quando aprii le tende della tua stanza… >> << Tutte quelle storie che ti hanno raccontato su quegli esseri diabolici sono solo frutto di una fervida fantasia. Mi credi davvero un essere dannato? Un cadavere omicida?>> << Non so più a che cosa credere.>> rispose in lacrime. << Sta solo cercando di confonderti.>> intervenne Sarah. << Ma perché ce l’hai tanto con me, Sarah, ti ho fatto del male quella notte?>> sbraitai. Era una situazione orribile, avevo l’opportunità di dirle finalmente come stavano le cose eppure non trovavo le parole adatte per farlo, tutto sembrava contro di me << Celine!>> << Dimmi la verità!>> gridò. << Vuoi la verità? >> sbraitai esasperato da tutta quella situazione << Eccotela! È tutto vero. L’uomo che ha aggredito Sarah è uno della mia gente, Dilan è uno della mia gente, ma non siamo niente di quello che credi. Noi…>> << Non dire altro.>> mi interruppe. << No! Adesso mi stai a sentire. Volevi delle prove? Eccoti le prove.>> dissi sbottonando la manica della camicia per mostrarle il polso ancora avvolto dalle garze che usavo di solito per nascondermi. Le altre ragazze, spaventate, indietreggiarono ancora di più stringendosi l’una all’altra. << È vero, potrei ucciderti se volessi. Potrei uccidervi tutte.>> rivolsi la mia attenzione sulle sue amiche << e lo farei se solo sospettasi che qualcuna ha intenzione di rivelare il mio segreto e denunciarmi alle autorità. Le stesse autorità che vi hanno riempito la testa di chiacchiere

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assurde sul nostro conto. Non sapete niente di noi, ma di tutte le sciocchezze a cui credete, la più ingiustificabile è quella che ci dipinge come dei crudeli demoni infernali>> tornai a fissare solo lei << Ho la vista più sviluppata della tua, per questo mi da fastidio la luce diretta del sole. Sono venuto alla tua scuola in pieno giorno se ricordi. Ho l’udito più fine, l’olfatto più sviluppato. Ma non sono un essere dannato. Sono fatto di carne e ossa come te. Non sono immortale e non provo piacere a uccidere.>> La presi per un braccio, suscitando il terrore delle sue amiche, e la trascinai all’aperto. << Vuoi delle prove Celine?>> le chiesi togliendomi la camicia e restando a torso nudo sotto il sole caldo di maggio << Ti pare che stia prendendo fuoco?>> poi, mi avvicinai, le afferrai con una mano la catenina d’oro con il crocifisso di cristallo che teneva appeso al collo << Ti sembra che questo oggetto abbia qualche effetto negativo su di me? Vuoi vedere se nel mio corpo scorre sangue come il tuo? Vuoi vedere se sono davvero immortale?>> le chiesi porgendole la semiautomatica che mi portavo sempre dietro in caso di attacco imprevisto degli Agenti del Clan << Spara allora! Colpiscimi!>> la sfidai << Che aspetti? Fallo!>> << Io non ci capisco più niente.>> disse lei gettando l’arma a terra, inorridita. << Non pretendo che capisca, ti chiedo solo di fidarti di me. Ti chiedo di credermi se ti dico che quei mostri non esistono. Ti chiedo di accettare quello che sono senza giudicarmi.>> << Come puoi chiedermi di approvare quello che fai?>> gridò. << Il problema è che tu non hai la minima idea di quello che faccio. Ti limiti a credere a delle assurde menzogne. Non mi devi approvare, Celine, ma non puoi neanche

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giudicarmi per quello che sono, perché non posso cambiare.>> risposi rimettendo la camicia, ma non gli occhiali. << Tu mi hai mentito Alessandro, mi hai fatto credere d’essere un ragazzo come gli altri. Hai lasciato che mi innamorassi di te e se non fosse stato per Sarah probabilmente non mi avresti mai detto la verità.>> sbraitò inviperita. Sarah se ne stava con le sue amiche a qualche metro di distanza a gustarsi la scena, magari aspettava che facessi un passo falso, che aggredissi Celine o qualcun altro, così avrebbe potuto rimarcare le sue ragioni. Capivo la sua collera, era stata aggredita, e non è una bella esperienza, ma non accettavo quell’accanimento nei miei confronti, che invece avevo solo cercato di aiutarla. << Ho anch’io le mie colpe Celine, questo è sicuro! Sono colpevole verso te e verso la mia stessa gente. Ho la colpa d’averti sottratto alle grinfie di Dilan. Ho la colpa d’averti salvato la vita rischiando di perdere la mia. Ho la colpa d’averti desiderato dal primo momento che ti ho vista, d’aver ceduto a quel desiderio e aver rinnegato la mia stirpe per stare con te. Ho la colpa d’averti desiderata a tal punto da decidere da solo se lasciarti vivere o morire.>> era sempre più difficile per me andare avanti perché sapevo che la rivelazione che l’avrebbe strappata per sempre da me stava per arrivare. << Ho la colpa d’averti permesso di vivere solo a costo di renderti come me.>> Celine era immobile. Il macigno che avevo sorretto per tutto quel tempo le era appena cascato addosso trascinandosi dietro una valanga di cruda verità.

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<< Stai mentendo, non ti credo!>> riuscì a farfugliare confusa. << Ti avevo avvertita che avrebbe fatto male sapere.>> << Mi hai trasformata in un… Sicario >> inorridì. << Ti ripeto che quei mostri non esistono.>> gridai. << Hai mai lasciato che qualcuno dei tuoi ferisse qualcuno con i suoi poteri?>> chiese stanca dei miei continui tentativi di smentire tutte le sue certezze.. << Sì!>> risposi sinceramente. << Hai mai ucciso qualcuno?>> continuò. << Sì!>> ammisi con un bisbiglio. << Allora non ho bisogno di sapere altro, cadavere o no, rimanete comunque dei mostri.>> << Questo non è giusto!>> esclamai, << Non mi conosci, non sai niente di me.>> << Hai appena ammesso d’aver ucciso delle persone, chi mi dice che non lo farai di nuovo.>> << Non conosci il mio passato e non puoi accusarmi per crimini che non ho ancora commesso. E se volgiamo dirla tutta, la tua gente non è migliore della mia!>> << No!>> gridò isterica, portandosi le mani alle orecchie << Tutto questo è troppo assurdo. Non può essere vero. Non sta accadendo a me. Non a me. Noi…voi… non…non… o mio Dio!>> era fuori di sé. Provai ad abbracciarla, ma mi respinse con una violenza impressionante << Tornatene all’inferno e lasciami in pace.>> gridò. << Ci sono già all’Inferno.>> le gridai di rimando << Ma che ne sai tu? Non vivi nel terrore d’essere catturato, torturato, ucciso… da un momento all’altro, solo perché qualcuno come te crede giusto farlo, solo perché hanno la mente avvelenata dalle tue stesse idiozie.

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Ho visto morire degli amici per mano vostra e per poco non uccidevano anche me. Eravamo solo dei ragazzini con la testa piena delle tue stesse domande. Accusami di quello che vuoi, Celine, sono un assassino, sono crudele, sono spietato, quello che vuoi, ma non incolparmi di essere ciò che sono, perché non ho scelto di nascere così. Non ho scelto di trascorrere tredici anni della mia vita in un posto dove ti insegnano solo l’odio, la paura…Mi è stato imposto.>> conclusi con la voce rotta dal pianto. << Non puoi incolpare me per la morte dei tuoi amici.>> << E tu non puoi incolpare me per le morti della tua gente.>> Tutto il trambusto che aveva avvolto per ore quell’edificio parve svanire all’improvviso inghiottito dalla disperazione che in quel momento si era accostata intorno a noi come una campana di vetro, impedendo a tutto quel dolore di fuggire lontano. Celine mi guardava interrogativa, ma non era più adirata, una calma a dir poco mostruosa si era impossessata di lei. Di colpo fui travolto da un terrore inspiegabile, mi passò davanti in un lampo tutta la mia vita, come un lunghissimo film. Rimasi lì immobile, incapace di qualsiasi gesto o parola. Sentivo solo delle taglienti lacrime sfregiarmi il viso e gli occhi mi bruciavano di un fuoco vivo e straziante. Riuscii a riprendermi da quello sconforto vegetativo solo quando Celine avvicinandosi mi abbracciò teneramente e mi lasciò buttare fuori tutto il dolore che avevo stupidamente represso. << Perdonami.>> le sussurrai. << Mi hai mentito, Alex.>> rispose fredda << Mi hai guardato negli occhi e mi hai mentito.>> << Avevo paura di perderti!>>

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<< Avresti dovuto fidarti di me.>> << Posso solo dirti che mi dispiace.>> << Lo so, ma non mi basta.>> << Vuoi che vada via?>> Non rispose. << Dimmi solo una parola e non parto.>> dissi stringendola forte a me. Lei mi fissò un istante. Una parola soltanto! Mi salutò, in silenzio, con un pudico bacio sulle labbra, sotto lo guardo incredulo delle sue amiche, che ormai avevano smesso di farsi domande e si erano rassegnate a non capire. Io rimasi lì a guardarla andar via, come quella mattina a scuola, sicuro che fosse l’ultima volta che godevo della sua luce. Tornai alla macchina. Margherita era ferma da un ambulante poco distante. Salii ad aspettare che arrivasse. Volevo lasciare quel posto per sempre. Nell’attesa però potei ripensare a quello che era appena successo. Pensai allo sguardo deluso di Celine quando aveva saputo la verità. Pensai a tutto quello che aveva detto e anche alla pessima figura che avevo fatto. Pensai al pericolo che avevo corso palesandomi in quel modo, davanti a tutti. Eppure mi ero liberato da un enorme peso, avevo rivelato a Celine il mio grande segreto. Le avevo detto del contagio, ero libero da ogni obbligo nei suoi confronti, stava solo a lei in futuro decidere se voler convivere o no con quella consapevolezza. Dopotutto,

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salvandole la vita, le avevo dato almeno la possibilità di scegliere. Quando Margherita tornò in macchina mi vide più abbattuto di quanto lo fossi stato in casa negli ultimi giorni << È andata male?>> chiese. << È andata come doveva andare.>> << Mi dispiace!>> mormorò dandomi una pacca consolatoria sulla spalla. Trascorsi il resto del pomeriggio in casa. Margherita mi preparò qualcosa da mangiare e mi lasciò solo con i miei pensieri. Avrei tanto voluto che restasse a farmi un po’ compagnia, ma non glielo dissi … e lei non lo capì. Intorno alle 18:30 poi, tornò per aiutarmi con i bagagli, svuotò tutti i cassetti in un set di valigie e chiamò Domenico affinché le caricasse in auto. << È tutto pronto Alessandro, sei sicuro di voler andare fino in fondo?>> domandò premurosa. << Non c’è più nulla che mi leghi a questa città ormai.>> risposi ammirando lo splendido panorama dalla vetrata del salotto. << Che strano!>> esclamai << Non mi ero mai accorto di quanto fosse meravigliosa New York da quassù.>> << Non vuoi salutare nessuno prima di andare?>> chiese ancora. << No!>> sospirai. << Allora è meglio che ci sbrighiamo.>> << Arrivo!… … solo un istante per un ultimo sguardo.>> sussurrai fissando il vuoto che si estendeva davanti ai miei occhi.

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Saremmo partiti in perfetto orario, anche se l’aeroporto era stracolmo e impiegammo un po’ per il controllo dei bagagli. Attesi tutto il tempo un segno qualunque che mi facesse capire che sarei dovuto restare; sperai invano in un imprevisto che ci impedisse di partire; sperai di vedere arrivare all’ultimo minuto Celine, che correndomi incontro mi implorasse di non andare, ma queste sono scene che si vedono solo nei film e il mio non era un film, era un incubo. Nessuno venne a fermarmi.

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28 Il corridoio affollato della facoltà sembrava stringersi da entrambi i lati per schiacciare la mia corsa. L’esecutore di Lorenzo correva a una decina di metri da me, schivando gli studenti ammassati vicino le scale quasi come se potesse passarvi attraverso. Io dovevo farmi largo a spintoni per non perderlo di vista. Mi sarei aspettato che uscisse in cortile, invece afferrò al volo il corrimano della prima rampa di scale dell’ingresso e prese a salire i gradini di corsa senza il minimo sforzo. Io ero ancora molto debole e la facilità con cui si muoveva mi faceva infuriare. Lo inseguii fino al terzo piano, quasi deserto. << Aspetta.>> gridai, ma naturalmente non mi diede retta << Voglio solo parlare. Fermati!>> dovetti fermarmi un istante a riprendere fiato, mentre il ragazzo saliva l’ultima rampa di scale. << Non ci sono vie di fuga lì.>> avvisai. Il tetto terrazzato dell’edificio era frequentato spesso dagli studenti il periodo estivo, che ne approfittavano per prendere un po’ di sole in compagnia, fra una pausa e l’altra. In inverno però, nessuno era tanto pazzo da esporsi al freddo pungente delle folate di vento del quarto piano. Ero chinato in avanti con una mano premuta stretta all’altezza della milza. Ero fuori allenamento e tre rampe di scale di corsa non erano l’ideale nelle mie condizioni. Nonostante tutto, presi qualche altra boccata d’aria e ricominciai a salire. << Ti avevo avvertito.>> dissi calmo quando scorsi la sua figura affacciata al parapetto del terrazzo. Si voltò. Un ghigno vittorioso sulle labbra.

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<< Stammi a sentire un momento.>> ripresi << Non è mia intenzione battermi con te, tantomeno farti del male. Possiamo risolvere la questione in un altro modo. Ti chiedo solo di concedermi un margine di qualche giorno.>> Rise sguaiatamente, ma il suono della sua voce mi suscitava solo nervosismo << Pensi davvero che abbia paura di te?>> Mi accigliai. << Ti conosco Alessandro Renzi. La tua fama è più veloce delle tue gambe.>> rise ancora di gusto, poi tornò serio << Ma non ti temo affatto.>> << E sbagli!>> Guardò di nuovo in basso, fra la folla in cortile. << Non ti permetterò di avvicinarti a lei.>> Di nuovo quel ghigno << Al posto tuo non ne sarei così sicuro.>> << Se rivedo le tue mani a meno di dieci metri da lei, quant’è vero Iddio te le stacco via dalle braccia.>> lo minacciai furioso. << Vediamo che sai fare allora.>> Si avvicinò di qualche passo. Credevo volesse affrontarmi subito, invece si voltò e prese la rincorsa per saltare oltre il parapetto. << No!>> Il grido mi uscì inconsciamente dalla gola. Lo vidi svanire nel nulla quand’era ancora a mezz’aria oltre la ringhiera. Un brivido mi fece venire la pelle d’oca. Il cuore impazzito dalla rabbia. Corsi al parapetto. Il branco era fermo in una porzione assolata del cortile. Denise era racchiusa al centro di quella barriera protettiva di corpi.

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<< Marco?>> Gridai dall’alto. Sollevò la testa a cercarmi. << Portala via. Adesso.>> Non aspettai di sincerarmi che avesse sentito. Mi precipitai alle scale per raggiungere il cortile prima di Lui. Una delle caratteristiche principali dei poteri dell’esecutore è l’ubiquità. Il fatto di potersi trovare contemporaneamente in più posti diversi senza il reale bisogno di spostarsi fisicamente rendeva il loro lavoro più semplice e il mio, in quel momento, più snervante. C’ero cascato come l’ultima delle reclute. Avevo inseguito una porzione del suo spirito, mentre lui era chissà dove, pronto e in agguato per colpire la sua vittima alla prima occasione. Il cortile brulicava di studenti alla ricerca di un raggio di sole. Marco mi aveva sentito, o almeno, intuito il pericolo, perché quando raggiunsi la panchina che avevano accerchiato non c’erano più. Corsi al parcheggio e li trovai che si dividevano per raggiungere le macchine. L’esecutore ricomparve fra loro proprio mentre il branco si sparpagliava nel piazzale. Nessuno di loro avrebbe potuto vederlo, difenderla da lui. Con le ultime forze che mi erano rimaste, accelerai la corsa e con un salto le precipitai addosso rotolando con lei a terra sul lastricato bagnato dalla pioggia incessante degli ultimi giorni. Scomparve di nuovo, ma sentimmo tutti indistintamente la sua macabra risata riecheggiare nell’aria immota. Marco si chinò per sciogliere Denise dalla stretta delle mie braccia. Anche lei si era aggrappata a me nella caduta, e il terrore del momento, le impediva di mollare la presa, nonostante Marco la tirasse su per un braccio.

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Lo ignorai, carezzandole una guancia arrossata << Stai bene? Sei ferità?>> << Sto bene. Hai attutito la caduta.>> rispose con l’affanno nella voce. << Ma che cosa sta succedendo, Alessandro?>> << Te lo spiego io.>> sbottò Marco << Sei sotto il loro mirino. Stanno cercando di ucciderti, ecco cosa sta succedendo.>> Denise cercò i miei occhi. Annuii. << Ma perché? Che cosa ho fatto?>> << Non hai fatto niente.>> continuò Marco << È questo il punto. Non lo fanno per vendetta, uccidono per puro piacere.>> Mi rialzai, aiutandola a tirarsi su e a togliersi qualche foglia secca dal cappotto logoro << Smettila di dire sciocchezze, Marco. Lo sai che non è così.>> Afferrò Denise e la tirò a sé. Il Branco si ricompattò attorno a lei. << Non ho voglia di giocare, Marco.>> Nicola avanzò verso di me, silenzioso, alle loro spalle. Erano tutti troppo concentrati su di me per accorgersi di lui. Marco le teneva stretto la mano << Da adesso ci pensiamo noi a lei.>> << Non puoi proteggerla da loro. I tuoi sensi comuni non ti permettono di vederli. Non sai neanche com’è fatto. Come credi di poter combattere un nemico che non conosci?>> << Ne abbiamo fermati tanti. Sarà lo stesso anche questa volta.>> Scossi la testa, deluso dalla loro sciocca sicurezza.

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<< Game over!>> esclamò sicuro Nicola, la canna della pistola dritta contro le tempie di Denise. Sorrisi, ma era un sorriso amaro. Nicola abbassò l’arma, affiancandomi, mentre Marco fulminava con lo sguardo i propri compagni. << Non voglio sottovalutare le vostre capacità, Marco. Ho constatato sulla mia pelle quello di cui è capace la tua gente. Molte di quelle ferite sanguinano ancora.>> << Ma stavolta è diverso.>> intervenne Nicola << Gli Ancharos con cui abbiamo a che fare adesso appartengono a un’Organizzazione indipendente. Sono un corpo speciale addestrato a eliminare quelli come te, come voi. Far entrare Denise nel vostro Branco, l’ha allacciata alla loro giurisdizione.>> Denise mi tese una mano, il terrore negli occhi << Ale?>> Marco le abbassò il braccio. << Non le farei mai del male, Marco. Lascia che l’aiuti.>> Nicola scrutò alle nostre spalle. La ragazza era tornata << Non si fermeranno mai.>> disse cupo << Non sono neanche sicuro che riusciremmo a farlo noi. Sono estremamente forti. Crudeli. Dopotutto gli viene semplicemente chiesto di eliminare il nemico.>> Sospirai << Con noi potrebbe avere una speranza.>> << No!>> << Non c’è la tua vita in pericolo, Marco. Smettila di pensare a lei come un oggetto che ti appartiene e che vogliono portarti via.>> Il cellulare di Ivan mi squillò nella tasca. Risposi. Quando chiusi la comunicazione, Nicola mi guardò interrogativo.

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<< Ivan l’ha trovato.>> dissi << Si chiama Davide. E la ragazza è sua sorella gemella. Per questo era convinto di sentire solo due presenze.>> << Quindi sono in tre.>> rispose Nicola. << Davide era nel suo garage.>> dissi guardando prima Nicola, poi Denise. Un gemito di terrore uscì dalla sua gola. Marco le strinse le braccia attorno alle spalle. Non l’avevo mai visto così premuroso nei suoi confronti. << La ragazza di chiama Marta. L’altro è un uomo di colore di mezza età. Si è travestito da ambulante e tiene il suo banco nei pressi di Castel Sant’Angelo, non sa di preciso dove, ma sembra essere interessato a qualcun altro.>> << Chi?>> chiese subito Marco. << Non ne ho idea e, sinceramente, non mi interessa neanche.>> Marta fece un passo in avanti, ma Nicola le puntò la pistola contro, minaccioso. Arretrò infastidita, fino a sparire nel vicolo del dipartimento di Fisica. Marco mi fissava, indeciso. Lasciare a noi Denise e occuparsi dell’ambulante o sacrificare un Agente e sorvegliare Denise? Sapeva di potersi fidare di me. Ero sempre stato spudoratamente sincero. << Voglio sapere chi è.>> disse. Nicola prese il cellulare dalla mia tasca e chiamò Ivan. Fu una telefonata breve. Mi restituì il telefono e disse << Non ne conosce l’identità. Dovrebbe trovare l’Esecutore prima, ma è sicuro che si tratti di qualcuno che frequenta il quartiere di Castel Sant’Angelo molto spesso. Per lavoro forse. Dice che l’Esecutore si sposta spesso, ma non si

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allontana mai dal quartiere. Non è in azione, è in appostamento.>> << Sarebbe a dire?>> chiese Marco. << Non sta dando la caccia a un Destinato. Si sta preparando per un’Esecuzione.>> Di male in peggio. << Dal posto di guardia è giunta notizia che il Clan sta organizzando una partita di caccia nella zona di Trastevere. Secondo loro ci sono stati troppi morti nell’ultimo mese. L’Organizzazione ha deciso di intervenire contro gli Agenti scelti per il rastrellamento. Ne stanno arrivando altri, comunque. Ivan riesce già ad avvertire la loro presenza in lontananza.>> Il branco taceva sconvolto. << Ne sai niente?>> chiesi a Marco. << No.>> << Potrebbero esserci dei vostri conoscenti fra quegli Agenti.>> << Ti giuro che se provano a torcere un …>> Gli tolsi Denise dalle braccia. Era talmente sconvolto che non oppose la minima resistenza. << Falla entrare in macchina.>> ordinai a Nicola, senza togliere gli occhi da Marco, << Quanto a te…>> ripresi, ancora più torvo << Non mi interessa quello che fa l’Organizzazione. Ti abbiamo detto più di quello che dolevi sapere. Fossi in te invece, mi preoccuperei di trovare un modo per impedire lo scontro.>> << Non prendo ordini da te, beccamorto.>> Mi strinsi nelle spalle con indifferenza << Fa come credi! E adesso scusami, ma avrei una certa fretta.>>

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29 Mio padre diede uno sfarzoso ricevimento per il mio ritorno a casa. Non l’avevo mai visto così entusiasta di riavermi a casa. Mi lasciò senza parole. Non era da lui comportarsi così. Riuscì perfino a farmi sentire in colpa con quell’inusuale manifestazione di gioia, perché io non ero assolutamente contento di essere tornato. In America avevo lasciato la parte più importante di me e difficilmente avrei potuto confidarlo a qualcuno lì. Se solo si fosse saputo che mi ero invaghito di una Comune, che l’avevo infettata per salvarle la vita; se solo avessero saputo com’erano andate a finire le cose tra noi, trasgredendo a tutte le regole fondamentali per la salvaguardia della mia gente… …non osavo neanche immaginare cosa sarebbero stati capaci di fare. Era inaccettabile un comportamento simile, perché avrebbe potuto mettere in pericolo l’intera comunità se qualcosa fosse andato storto. Effettivamente io non sapevo cosa mai Celine o le sue amiche avrebbero potuto fare. Se potevo mettere una mano sul fuoco sul comportamento di Celine, non potevo farlo per quello di Sarah e delle altre ragazze. Mi resi conto solo in Italia del guaio che avevo combinato. Se qualcuna avesse parlato, se avessero rivelato alle Autorità tutto quello che sapevano sul mio conto, non avrei mai più potuto mettere piede in America e ipoteticamente, per quanto ne sapevo, col mio gesto insano avrei potuto aver scatenato una reazione a catena che avrebbe portato alla cattura e allo sterminio di tutta la mia gente, che ignara di tutto si lanciava, senza timore alcuno, tra le grinfie del Clan.

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Iniziai a tormentarmi con questi pensieri. Non riuscivo a dormire, a mangiare, avevo un peso sullo stomaco che mi impediva qualunque gesto. Sentivo il forte desiderio di confidare a qualcuno i miei problemi, ma il terrore di una qualche reazione violenta – sebbene mi meritassi il peggiore dei castighi -, mi impietriva la mente. Parlare con mio padre era fuori discussione, ma con che coraggio avrei potuto rivelare a mio nonno quello che avevo fatto? Specie dopo tutte le raccomandazioni che mi aveva fatto durante il suo soggiorno in America. Mio zio poi… avevo troppo timore di lui per confidargli un torto simile. Per farmela pagare mi avrebbe denunciato personalmente al Gran Consiglio degli Ancharos e lasciato che fossero loro a decidere del mio destino. Non avevo bisogno di incontrarli per conoscere il verdetto. Le accuse su di me erano pesanti: manifestazione diurna, contagio non autorizzato e rivelazione in pubblica piazza. Verdetto? Tortura. Nel caso si fosse sparsa la voce dell’accaduto al centro commerciale invece, l’accusa peggiorava e modificava la sentenza in una condanna a morte. Ero rimasto troppo scottato dalle torture all’Ancharos, non avrei mai sopportato l’idea di rivivere una sola di quelle sevizie. Eppure non credevo davvero che mio nonno fosse capace di denunciarmi al Gran Consiglio senza aver prima provato a risolvere la questione a modo suo, certo era che, se l’avesse saputo, non avrebbe chiuso entrambi gli occhi. Mi avrebbe punito ed ero troppo consapevole di quanto fosse capacissimo di infliggere dolore al prossimo, quando voleva, senza badare troppo al grado di parentela. Da che lo conosco ha sempre predicato biblicamente il detto:

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“Chi sbaglia deve pagare.” E a me non andava di pagare solo per avere la colpa di essermi innamorato. Tenni tutto per me quindi. Tuttavia, il rimorso mi divorava vivo. Dovevo assolutamente sapere come stavano effettivamente le cose a New York. Avevo solo un modo per saperlo: dovevo parlare con Celine. Credevo si rifiutasse di rispondere alla mia telefonata, infatti, mi ero preparato a quell’eventualità, anche se non sarebbe servito. Sono così cocciuto che non avrei rinunciato finché non fossi riuscito a parlarle. Mi stupii la sua reazione nel sentirmi. << Mi fa piacere sentirti. Com’è andato il viaggio?>> mi chiese. << Tutto tranquillo!>> risposi agitato. Ma dove è finito il tuo sangue freddo? Rimanemmo qualche minuto in silenzio. Ero tremendamente impacciato, non riuscivo a dire niente e il suo ritmico respiro dall’altra parte mi faceva impazzire. << Come mai hai chiamato?>> disse per rompere il ghiaccio. << Volevo sapere come stavi! >> farfugliai. << Come dovrei stare secondo te?>> << Dipende da come l’hai presa.>> << Indipendentemente da come l’ho presa, sto molto male.>> << Mi dispiace!>> << Avresti dovuto parlarmene prima, Alessandro, e non lasciare che venissi a sapere una cosa simile da altri.>>

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<< Avevo paura, non volevo rovinare tutto.>> cercai di spiegare. << Non mi meritavo una carognata simile. >> continuò un po’ alterata. << Hai ragione!>> << E non darmi ragione solo per lavarti la coscienza. Ti sei comportato malissimo. >> gridò. << Non posso tornare in dietro nel tempo e cancellare quello che è successo, te ne rendi conto?>> risposi. << Ma cosa pretendi da me, Alex? Che dimentichi tutto da un giorno all’altro? Che faccia finta di niente magari? Mi dispiace, ma non ci riesco.>> << Non ti chiedo questo.>> << Sai cos’è che mi ha fatto più male di tutta questa storia? Che sei andato via ancor prima di darmi la possibilità di realizzare quello che era successo e chiarire con te a quattr’occhi questa situazione. Quando le cose sono iniziate ad andare male, te ne sei andato!>> << Non potevo più restare, specie dopo la discussione di quel pomeriggio. Era diventato troppo pericoloso per me.>> risposi. << E per me non lo è? Me lo dovevi Alessandro. Almeno questo me lo dovevi.>> sbraitò. << Mi sembra d’aver già fatto tanto per te!>> risposi irritato. << Forse lo hai dimenticato, ma saresti morta se non fosse stato per me…>> << Ma a che prezzo?>> gridò << Ti sei chiesto mentre lo facevi se ero disposta a vivere così? Ti lamenti di quello che la mia gente fa alla tua; ti lamenti di non poter rivelare a nessuno la tua vera identità perché sei in continuo pericolo. Ti sei chiesto se a me andava di fare la tua stessa vita? Rendermi la vita un Inferno è farmi un favore secondo te? >>

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Sì, sì, e ancora sì. Mi sono posto tutte queste domande e la risposta è stata sempre la stessa: Non mi importa, purché viva. << Avresti preferito morire?>> strillai. << Sì, signore…>> esclamò piena di rabbia. << Non ti credo.>> << E invece è così.>> << Vallo a dire ai malati terminali in ospedale allora, ai bambini morenti tra le braccia delle loro madri, ai genitori di un ragazzino senza vita in obitorio, ai parenti di un padre di famiglia al cimitero o a un bambino che piange disperato per la morte di sua madre. Vallo a dire a loro se preferirebbero morire o continuare a vivere come me.>> urlai. Riprese un lunghissimo silenzio, rotto, poi, da un inconsolabile pianto di lei. << Non puoi lasciarmi da sola ad affrontare tutto questo!>> singhiozzò. << Non puoi gettarmi questa cascata gelida addosso e scappare via.>> << Ti chiesi se volevi che restassi. Hai deciso tutto tu. E poi… è stato un bene, avevo bisogno di riflettere.>> << E non potevi riflettere qui? Dovevi per forza tornare fino in Italia?>> chiese confusa. << Dovevo riprendere contatto col mio mondo.>> spiegai. << E quando hai intenzione di tornare?>> << Mi stai chiedendo di tornare? Non ho motivo di farlo se non ho neanche la minima speranza che tra noi possa tornare tutto come prima.>> Egoista! << Ho bisogno di tempo.>> << Quanto tempo?>> << Non lo so, è difficile da digerire.>>

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<< Lasciamo passare l’estate allora. Sempre che tu non decida di cambiare idea prima.>> risposi sincero. << Ed io?>> << Non ti preoccupare, c’è ancora tempo. Quando sarà il momento ti spiegherò come tenere a bada i tuoi...hai capito. E per i sensi… è un’evoluzione graduale, non te ne accorgerai neanche. Ti spiegherò tutto con calma comunque, prima che inizi ad avvertire qualcosa di strano.>> << Non era questo che intendevo!>> puntualizzò. << Vuoi che torni lì? Vuoi che ne parliamo a quattr’occhi?>> chiesi calmo. Silenzio. << Celine?>> << Non me la sento di affrontarti adesso?>> Appunto! << Come preferisci. Io adesso però devo andare. Non è prudente parlare di questo a telefono. Ti rich…>> << No! Aspetta, sono ancora tante le cose di cui dobbiamo parlare.>> mi implorò. << Ti richiamerò presto, te lo giuro! Ma adesso devo proprio andare. Le linee potrebbero essere sotto controllo. Non avrei neanche dovuto dirti queste cose a telefono. Non voglio rischiare di mettere da subito in pericolo anche te. Non hai nulla da temere per adesso. Continua la tua vita come hai fatto finora, ok?>> << Ok!>> sospirò delusa. << Ok!>> Si concluse così la nostra telefonata, con un misero “ Ok ”. Ci sentimmo ancora quella settimana. Riuscii a chiamarla un paio di volte.

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Le inviai un finto pacco con all’interno una lettera in cui le spiegavo dettagliatamente tutto ciò che a telefono non potevo dirle. Le spiegai cosa significasse essere un Ancharos, le differenze con i Comuni, le similitudini e le enormi discrepanze con il falso mito del… Sicario. Cercai di non tralasciare niente e nello stesso tempo cercai di rendere il tutto meno spaventoso possibile. Non so come avrei reagito io se mi fossi trovato al suo posto. Di certo sarei rimasto shockato. Per fortuna Celine non aveva ancora trovato il coraggio di dirlo ai suoi << Glielo dirò quando tornerai a New York.>> mi disse. << Sarebbe meglio che non glielo dicessi affatto invece.>> Tra una telefonata e l’altra arrivò giugno. Le cose tra noi andavano bene, non la sentivo più distaccata e fredda come le prime volte. Le telefonate erano tranquille e più passava il tempo più aspettare di poterla sentire diventava un tormento. Mi persi anche il ballo di fine anno quel mese << Avrei tanto voluto che mi accompagnassi tu al ballo. >> confessò. Mi persi la consegna del diploma << L’unica persona che avrei voluto avere accanto a me oggi non c’era.>> singhiozzò. Mi persi il suo diciottesimo compleanno << Non ho alcuna voglia di festeggiare.>> mi rispose quando le chiesi se avrebbe trascorso la giornata con gli amici. Mi stavo perdendo gli eventi più importanti della sua vita e questo mi faceva sentire tremendamente male. Anche giugno passò e luglio non iniziò nel migliore dei modi. Quando la chiamavo trovava sempre una scusa per non parlarmi. Le telefonate terminavano dopo massimo dieci minuti e non mi raccontava più nulla di come

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passasse le giornate. Non mi chiedeva mai come andassero le mie. La sentivo allontanarsi sempre di più e non potevo fare niente per cambiare le cose. Quando mi parlava era sempre agitata e a nulla servivano i miei continui tentativi di spronarla a dirmi quale fosse il problema che la rendesse così. La stavo perdendo e quella volta per sempre. Non potevo più restare in Italia con le mani in mano, ma non potevo neanche tornare in America: c’era stato un po’ di tafferuglio con gli Agenti negli ultimi mesi, ma nulla che avesse a che vedere con me. Stavo impazzendo! L’ultima volta che la sentii fu molto dura, mi disse che andava tutto bene, che aveva avuto modo di pensare e che si era accorta che, dopotutto, non le importava poi molto che non fossi presente nella sua vita << Mi hai salvata, è vero, ma non posso passare il resto dei miei giorni a sdebitarmi per questo, dopotutto, non te l’ho chiesto io.>> Credo che in quel momento se mi avessero accoltellato non avrei avvertito lo stesso dolore che avevo provato nel sentirla pronunciare quelle parole. Era tipico di Celine: un istante prima si lasciava desiderare fino alla follia, l’attimo dopo ti gettava via come uno straccio vecchio. Quell’atteggiamento mi scombinava il sistema nervoso. Non sapevo mai come prenderla e qualunque direzione scegliessi sarebbe sempre stato il sentiero sbagliato. Quando provai a richiamarla giorni dopo, per chiarire, si fece negare. Si fece negare anche il giorno dopo e quello dopo ancora, per più di una settimana, finché, stanco di farmi prendere in giro, smisi di cercarla.

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Aveva scelto di voltare pagina, aveva deciso di depennarmi dal romanzo della sua vita ed io non potei fare altro che farmi da parte. Ci stetti male, è vero, ma il tempo e la lontananza riuscirono ad affievolire quel dolore. Ripresi a fare la mia vita di sempre. Tornai a frequentare i miei vecchi amici, ricominciai a fare il Signor Renzi a cui era permesso fare tutto ciò che voleva in quanto tale e ripresi a snobbare la gente normale e a diffidare della loro ipocrita amicizia. Passavo da un party all’altro senza remore, iniziai a frequentare i pezzi grossi della nostra comunità e mi gettai sulla lettura per tenere la mente occupata in qualcosa che mi piaceva davvero. Anche se il mio passatempo preferito rimaneva sempre e comunque mandare fuori di testa mio padre, sfidandolo di continuo ad affrontarmi e dirmi finalmente quello che pensava davvero di me. Volevo sentirmi dire che mi odiava, perché era questo che avevo sempre pensato che provasse per me: Odio, disprezzo. Facevo di tutto per avere ogni attimo della giornata impegnata, facevo di tutto per non pensare, ma quel dolore, che credevo fosse svanito dal mio cuore, si era solo nascosto in qualche angolo, pronto a riaffiorare nei momenti più impensabili. Anche agosto volò via e trascinò con sé gli ultimi brandelli d’estate rimasti. Era un mese e mezzo che non avevo notizie di Celine e ogni volta che vedevo un telefono mi assaliva un’angoscia che mi impediva perfino di respirare. Non sopportavo l’idea di essere stato scaricato a quel modo, senza una spiegazione. Se davvero non voleva più vedermi doveva dirmelo in faccia, doveva guardarmi negli occhi mentre lo diceva. Una mattina comunicai a mio padre l’intenzione di voler tornare a New York, ma non fu facile come la prima volta

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convincerlo. I pattugliamenti degli Agenti si erano intensificati nelle ultime settimane. Era preoccupato per me, ma sotto sotto credo che volesse farmela pagare per il supplizio che gli avevo fatto passare per tutta l’estate. Come se il caldo afoso non fosse già abbastanza. << Assolutamente no!>> rispose adirato. << Non vado per restare! Te lo giuro, devo solo risolvere una questione.>> << Ho detto no!>> insisté. << Ma perché? Nel giro di una settimana sono di nuovo qui, te lo prometto.>> << Che cosa devi andare a fare?>> chiese. << Non posso dirtelo!>> << Allora non vai da nessuna parte.>> s’impuntò. << Non puoi obbligarmi a restare! Non sono più un bambino. So badare a me stesso anche senza il tuo aiuto.>> sbottai. << Bene! Voglio proprio vedere con che soldi pagherai il biglietto aereo per New York.>> rispose. Effettivamente aveva ragione, ogni centesimo che avevo veniva fuori dal suo conto in banca, di mio non possedevo ancora niente. << Ti prego papà, lasciami andare solo per qualche giorno. È troppo importante per me.>> provai ad insistere, ma fu irremovibile. Dovevo partire, dovevo tornare a New York a tutti i costi, ma non potevo farlo senza il suo aiuto e non avrei neanche potuto provare a scappare, perché mi avrebbe scandagliato contro il suo esercito di gorilla, che in un attimo mi avrebbero riportato indietro, e in quel caso avrei dovuto affrontare da solo la sua furia. Dovevo convincerlo a lasciarmi andare e l’unico modo per farlo era far breccia sul suo orgoglio.

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Il mese di settembre fu un vero inferno per lui. Mi rifiutai categoricamente di partecipare ai ricevimenti ufficiali che organizzava in villa, di presenziare ai convegni con le Alte Cariche del nostro governo e, se partecipavo, facevo in modo di risultare decisamente sgradevole e indisponente. Mi dilettavo nel farlo uscire dai gangheri, non ci dormivo per pensare a come fare. Volevo metterlo nella situazione di accettare qualunque mia richiesta pur di smetterla con quel comportamento. Fu più dura del previsto farlo cedere, ma la goccia che fece traboccare il vaso fu una notte in cui aggredii Gabriella, la figlia del Presidente del suo circolo privato. Non fu né la prima né l’ultima. Il Signor Mantovani però non gradì molto e mio padre fu costretto a sborsare molto denaro per mettere a tacere l’accaduto. Il mio atteggiamento aveva superato ogni limite, me ne accorsi perché, dopo il fallimento di mio padre e mio nonno, mio zio si sentì costretto a prendere in mano la situazione. << Si può sapere che ti sta succedendo? Sei diventato matto? Ci vuoi rovinare? Vuoi buttare all’aria tutta la nostra reputazione?>> sbraitò una sera. Ammetto d’aver avuto paura in quel frangente, non lo avevo mai visto così imbestialito. Mio padre poi, affondò il colpo di grazia << Se credi che lascerò distruggere tutto il mio Impero da un moccioso ti sbagli di grosso.>> strillò << Sono stanco di questa pagliacciata, Alessandro. Smettila immediatamente. Ti avverto che sto perdendo la pazienza, e non ti consiglio di metterti contro di me.>>

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Non risposi a quel rimprovero e lui sentì la mia paura, mi vide tremare sotto le sue urla e ne approfittò per riprendere il controllo che inspiegabilmente gli era scivolato dalle mani. Avevo perso ancora, cominciai perfino a credere di non poter vincere contro di lui. Dopo quella strigliata fui costretto ad abbassare le armi, non mi punì come mi sarei aspettato, anche se un paio di ceffoni mentre gridava mi arrivarono. Organizzò però un party in villa e invitò tutta la comunità, obbligandomi a fare le mie pubbliche scuse a tutti. Fu umiliante, anche se effettivamente non mi era piaciuto fare quello che avevo fatto, specie alla povera Gabriella Mantovani, che cercò di evitarmi terrorizzata per tutta la serata. Passai le tre settimane successive chiuso in camera mia per punizione. Avevo due guardie armate fuori la porta, che non mi permettevano neanche di scendere per parlare con mio padre, anche perché lui aveva dato disposizioni di non volermi tra i piedi fino a nuovo ordine. Furono le tre settimane più tormentose di tutte. Intanto Novembre aveva preso a calci ottobre, imprigionandosi in città con catene di fitta nebbia scura. Quando finì il mio periodo di punizione chiesi il permesso di uscire a fare due passi in centro. Mio padre acconsentì, non troppo convinto, ma acconsentì. Presi la macchina e andai a trovare Margherita che da qualche giorno non si presentava a lavoro a causa di una fastidiosa influenza. Quando suonai alla porta venne ad aprirmi in vestaglia, con i capelli arruffati e il viso arrossato dalla febbre.

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Appena mi vide, per l’imbarazzo, cercò di darsi una sistemata << Scusa, credevo fosse mio marito, non ti aspettavo proprio.>> si giustificò. << Non ti preoccupare! Anzi, perdonami se ti sono piombato in casa senza avvisare.>> << Tranquillo, tesoro, mi fa piacere vederti, vuol dire che tuo padre ti ha fatto uscire finalmente.>> << Credimi Margherita, me lo sono proprio meritato.>> << Questo è certo!>> esclamò << Non capisco proprio cosa ti sia preso. Eri diventato insopportabile, non ti riconoscevo più. A volte ti avrei preso a schiaffi io per quanto eri irritante.>> << Avevo le mie ragioni! Se non si fosse impuntato tanto non sarei mai arrivato a comportarmi così.>> << E cosa ci hai risolto invece?>> chiese ironica. << Non è questo il punto!>> << Quella ragazza ti ha proprio cambiato!>> esclamò aprendo una porta e facendo segno di accomodarmi in salotto. << Non ci capisco più niente Margherita, l’attimo prima pende dalle mie labbra e l’attimo dopo non mi vede neanche. Dov’è che sbaglio?>> << Il punto figliolo è che hai corso troppo. Ti sei tuffato in questa storia con tutte le scarpe dando per scontato che anche lei provasse le stesse cose per te. Ci hai creduto troppo, è per questo che ora fa così male. In amore ci sono dei muri da abbattere, se li scavalchi o se gli aggiri potrai comunque arrivare al traguardo, ma sarà un traguardo di ostacoli. Riesci a seguirmi?>> << Non proprio!>> risposi. Rimasi a sentirla parlare per più di un’ora e il succo della storia fu che mi ero fermato al primo gradino, o meglio,

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avevo salito la prima rampa a piedi ed ero arrivato fino in cima con un ascensore. Non mi fu d’aiuto parlare con lei, era una donna eccezionale e le volevo un gran bene, ma quando dava un consiglio riusciva sempre a farmi sentire peggio. Tornai a casa molto confuso. Riuscivo solo a pensare alla valanga di concetti strani che mi aveva inculcato in testa. Per poco non investivo un passante tanto ero distratto e assorto nei miei pensieri. Effettivamente, ero abituato a ottenere tutto quello che volevo, senza difficoltà. Il benessere mi faceva da scudo, e il fatto di sentirmi impotente nei confronti di quel sentimento… il fatto di non poter comprare col denaro l’amore di Celine, mi scombussolava. Se prima di parlare con Margherita mi ero rassegnato all’idea di non tornare, almeno per il momento, a New York, dopo averlo fatto ero più che mai deciso a partire.

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30 << E adesso cosa si fa?>> mi chiese Nicola quando montai in macchina al posto del guidatore. Finché Ivan fosse riuscito a distrarre Davide impedendogli di trovare la giusta concentrazione per agire mediante lo spirito, eravamo in una posizione di vantaggio. Nicola si sarebbe occupato di Marta, e il tempo che mi concedevano dovevo farmelo bastare per elaborare un piano. Denise non diceva niente, ma le si leggeva in faccia lo spavento che le soffocava le parole in gola. << La prima cosa da fare è non allertare gli Agenti. Se non la vedessero rientrare per la notte, ci metterebbero un esercito alle calcagna per cercarla. Posso schermarla per stanotte, almeno avrò il tempo per pensare a qualcosa di meglio. >> << E tu?>> chiese preoccupato. << Sarà solo per una notte. Che male può farmi.>> << Quest’idea non mi piace per niente.>> Strinsi forte i pugni attorno al volante << Ne hai una migliore?>> << No! Non ce l’ho!>> ribatté << Dico solo che non mi sembra sensato affrontare il nemico alla cieca. E poi lo sai come agiscono, quelli. Non è prudente, tutto qui.>> Misi in moto << L’unica cosa imprudente è mettersi contro di loro, e per questo è già tardi ormai, ti pare?>> Scese dalla macchina << Sta attento.>> << Tu non pensare a me. Occupati solo di quella guastafeste. Ok?>> Annuì, dando una tenue spinta allo sportello, che si chiuse dolcemente.

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Innestai la retromarcia per lasciare il parcheggio, ma prima di dare gas, mi sfilai dal collo un cordoncino d’oro dal quale pendeva un medaglione circolare: Un dischetto di tormalina nera - inciso lungo il bordo da una formula in Peres -, con una sfera di cristallo di rocca incastonata al centro. << Indossala.>> le ordinai. << Che cos’è?>> << Ti terrà al sicuro dai propositi negativi degli Ancharos che ti stanno cercando.>> << È di questo che parlava Nicola? Darlo a me potrebbe mettere in pericolo te?>> Non risposi. Mi immisi sulla strada per riportarla a casa. << Non puoi venire al quartiere.>> disse ancora << Ho sentito dire da Marco che gli Agenti hanno ricevuto l’ordine di spararti a vista se oltrepassi il confine.>> Le dita strinsero di nuovo il volante. Il piede spinse sull’acceleratore. << Dimmi una cosa! Gliel’hai detto tu?>> << Detto cosa?>> Non mentirmi. << Detto cosa, Alessandro?>> << Che sono stato io. Tuo padre non è stato. E c’eri solo tu in casa quella sera.>> cercavo di sembrare tranquillo, ma si sentiva il nervosismo nella mia voce. << Come fai anche solo a pensarlo?>> << Chi è stato allora? Nicola? Stefano magari!>> << L’agente Marconi vi ha visto uscire. Ha aspettato che andaste via ed è corso subito a casa nostra a controllare. Soddisfatto della risposta?>> si lasciò cadere contro lo schienale del sedile posteriore, incrociando le braccia al petto.

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Sbuffai << Non fare l’offesa, adesso. Era solo una domanda.>> Seguì un lungo silenzio. Riprese a parlare solo quando svoltai sulla Ugo Foscolo << Non mi hai neanche chiesto come sta.>> << Perché non lo voglio sapere.>> risposi brusco. << È mio padre, Alessandro.>> disse dura << Nonostante tutto.>> << Parla d’altro se vuoi che continui a risponderti.>> Si aggrappò al mio sedile, avvicinando la bocca al mio orecchio << Ma perché fai così? Devo essere io quella arrabbiata con lui. Tu la tua soddisfazione te la sei presa, cos’altro vuoi ora? Non ti è bastato ridurlo in quello stato?>> Fermai la macchina bruscamente. Non volevo credere a quello che avevo appena sentito. << Non posso proseguire oltre. Scendi per favore. Passo a prenderti domani mattina alle sette e mezzo.>> << Avresti potuto lasciarmi tornare a casa con la mia macchina.>> osservò. << Avrebbero seguito il tuo profumo fino a qui.>> << Sanno già dove abito, hai dimenticato che quel tipo era nel mio garage?>> Mi alterai un po’ << Ti ho fatto indossare il medaglione nel parcheggio perché con quello addosso non possono percepire la tua presenza con i loro poteri. Se siamo fortunati, gireranno a vuoto per un po’ prima di tornare a cercarti qui.>> << E dopo?>> << Dopo, niente. Non possono nuocerti finché avrai il medaglione a contatto con la pelle, ma naturalmente nulla impedisce di trascinarti via con loro e farti sfilare il

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medaglione con la forza da qualcun altro. I comuni non sono soggetti al suo schermo protettivo.>> Scesi e andai dall’altra parte per aprirle lo sportello << Scendi per favore.>> << Vuoi dire che potrebbe esserci qualcuno nascosto da qualche parte pronto a rapirmi?>> << Il tuo quartiere è sotto sorveglianza a causa mia. Ci sono degli Agenti proprio in quel furgone parcheggiato lì in fondo. Non lascerebbero entrare nessuno, neanche se fosse un innocuo fattorino. Anche se non fossi io, ma un ragazzo qualsiasi, e provassi ad accompagnarti a casa, non me lo permetterebbero. Il quartiere è off limits da quella notte, la sentenza è stata data soltanto ieri. Non c’è nessun Comune dietro l’angolo ad aspettarti. Quanto agli Ancharos, se hanno intenzioni ostili, non possono toccarti per via del medaglione. E adesso scendi per favore. Potrebbe partire un colpo accidentalmente a uno dei tuoi amici, e preferirei evitarlo, se non ti dispiace.>> << Sei arrabbiato con me per quello che ti ho detto di…?>> << Non voglio tornare sull’argomento.>> il nervosismo e l’odio verso suo padre cresceva. Infatti, potevo già avvertire sulla pelle piccole scosse elettrice provenire dal medaglione. Indietreggiai di un paio di passi. << Scendi dalla macchina e va a casa.>> << Voglio prima capire perché ce l’hai con me.>> << Scendi dalla macchina!>> gridai. Una scossa molto più forte mi spinse ancora più indietro. Uno degli Agenti uscì dal furgone. Denise lo vide e scese velocemente. Sollevò una mano verso di lui, per tranquillizzarlo.

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Aggirai l’auto da dietro per tornare alla guida. << Va a casa. Subito.>> le ordinai prima di mettere in moto e andare via da lì. << L’hai trovata?>> chiesi a Nicola, stringendo il cellulare quasi a volerlo stritolare con la sola forza della mano. << L’ho persa in un bar. Quando sono passato all’Hahicòs per seguirla all’interno del bagno delle donne, non c’era già più. Ti stavo giusto chiamando per avvertirti di stare in guardia. Maledizione. << Passa a prendere Bruno e avverti Stefano che vi aspetto a casa mia. Dobbiamo escogitare qualcosa prima che sia troppo tardi.>> << Hai sentito Ivan?>> << Sembra proprio che Davide sia sparito nel nulla come sua sorella.>> << Ma è assurdo.>> << Ne parleremo dopo. Ora devo chiudere. Ho una pattuglia di Agenti alle calcagna. Voglio capire che intenzioni hanno.>> <<Stai andando a casa?>> << Sì.>> << Squilla se le cose dovessero mettersi per il verso sbagliato. Ti raggiungo in un attimo.>> << Andrà tutto bene. Si stanno solo accertando che lasci il loro quartiere.>> << A dopo allora.>> Lasciai cadere il cellulare sul sedile accanto. Avevo il disperato bisogno di scaricare il nervosismo che mi circolava ancora nelle vene dalla sera dell’aggressione. Niente di meglio di una corsa fuori programma.

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Vediamo cosa sapete fare. Con un’inversione suicida passai sull’altra corsia puntando dritto al quartiere nemico. Da zero a cento in un lampo, sfrecciai attraverso il quartiere trascinandomi dietro almeno quattro pattuglie, che seminai una dopo l’altra fino a perdermi del tutto alla loro vista quando imboccai la superstrada affollata. Guidai per ore. Mi aiuta a pensare quando sono preoccupato oppure ho bisogno di un’idea. L’unica idea che sembrava degna di considerazione nel mio caso, tuttavia, appariva anche come la più assurda da mettere in atto: trovare un Rinnegato che annullasse la sentenza di Lorenzo. È più probabile che nella ricerca trovi il Sacro Graal. Erano le sei e mezzo di sera. Ero ancora in strada diretto verso casa. Un’unica speranza nel cuore: che i miei amici, meno coinvolti di me, avessero la mente più leggera, per elaborare un piano alternativo al mio. Accelerai per arrivare prima di loro. Se ero fortunato avrei anche avuto il tempo di farmi una doccia.

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31 Affrontai mio padre come mai avevo fatto prima. Entrai violentemente nel suo ufficio e gli riversai contro tutta la mia rabbia. << Mi hai costretto a vivere all’Ancharos pur sapendo quello che succedeva in quel posto. Zio Sergio ci era passato prima di me, sapevi che inferno fosse, eppure non hai avuto remore a sbattermi in quella prigione. Sapevi che non volevo starci, sapevi che ci stavo male, ma sei sempre riuscito a farmi sentire in colpa, inadeguato, come se non fossi in grado di affrontare quella situazione e io, come un cretino, ho sempre tenuto la testa bassa, ho sempre obbedito, ho sempre cercato di renderti fiero e orgoglioso di me, perché sapevo quanto ci tenessi. Ho messo in secondo piano tutta la mia vita per te, per non darti noie e quando vengo io a chiederti un favore, tu puntualmente me lo neghi, come se non avessi mai fatto niente per te e non me lo meritassi. Non sei mai stato in grado di mostrarmi un minimo d’affetto, mai un abbraccio, mai una carezza, niente di niente, perfino quando hai saputo di Mark hai saputo solo allontanarmi, mentre io avrei voluto semplicemente qualche attenzione in più per non sentirmi così solo. Sono stanco di essere manipolato. Questa storia va avanti da vent’anni ormai, non ne posso più.>> Mio padre se ne stette in silenzio tutto il tempo ad ascoltare. Non tentò neanche di zittirmi, come faceva di solito. Se ne stava seduto dietro la sua lussuosa scrivania con una penna tra le dita, fissandomi con occhi attenti. Quando mi accorsi che non batteva ciglio, che tutto quel mio urlare non gli smuoveva un capello, smisi di parlare, ormai rassegnato alla mia ennesima sconfitta.

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<< Hai finito?>> esordì con una calma raggelate. << Diciamo di sì.>> sbuffai voltandomi per lasciare l’ufficio. << Siediti!>> disse serio, ed io obbedii, come sempre. Mi guardò ancora a lungo, poi iniziò a fare no con la testa. << Entri nel mio ufficio come un animale, mi aggredisci con modi decisamente scortesi, usi un linguaggio inaccettabile…>> << Volevo…>> << Non t’azzardare a interrompermi mentre sto parlando.>> mi sgridò. << Io ho ascoltato quello che avevi da dire e ora tu ascolterai me.>> continuò. << Sono mesi che ti comporti così, non ti sopporto più, Alessandro. Da quando sei tornato da New York hai portato solo scompiglio. Non ti ho chiesto io di tornare, lo hai fatto di tua spontanea volontà. Ma cosa credi? Eppure dovresti conoscermi, sai che non c’è nulla che non venga a sapere sul tuo conto. Credi forse che non sappia di quella ragazza di cui ti sei stupidamente incapricciato? Credi che non sappia tutti i casini che hai combinato in America? Chi ti ha guardato le spalle secondo te? Se ti avessi lasciato fare a quest’ora saresti già bello che morto.>> confessò << Ora mi chiedo…>> continuò alzando sempre di più il tono di voce << come ti è passato per la testa di infettare quella ragazza? Dopo tutto quello che ti avevo raccomandato. Dopo tutti i discorsi che abbiamo fatto su quella gente. Una donna, poi!>> strillò. << E hai anche il coraggio chiedere di farti tornare là? Te lo puoi scordare, non finché sarò vivo io almeno.>> Era davvero furioso, anche più dell’ultima volta. << Mi hai fatto pedinare tutto il tempo?>> chiesi offeso. << Credi forse che t’avrei lasciato girare da solo per le strade di New York?>>

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<< Non è giusto! Non è corretto nei miei confronti.>> replicai. << Alessandro, ragiona per una volta.>> strillò << Quella gente e pericolosa, vuoi fartelo entrare in quella testa dura o no.>> << Non mi hai neanche dato la possibilità di dimostrarti che ero capace di badare a me stesso da solo.>> risposi deluso, incurante di quello che diceva. << E lo rifarei ancora mille volte. Sei troppo giovane per affrontare quel popolo di ignoranti. Non voglio certo commettere lo stesso sbaglio che ho fatto con tuo fratello.>> Stefano ultimamente non gli dava meno problemi di me. A Londra si era mischiato a un gruppo di teppisti ed era stato costretto a farlo rientrare prima che potesse commettere qualche sciocchezza. << Io non sono Stefano, papà. Non sono andato in America a cercare guai.>> precisai. << Sono stanco di discutere, tanto con te non ha senso.>> sbuffò. << Mi lasci partire allora?>> << Ti ho già detto di no e non voglio più affrontare quest’argomento.>> gridò. << Allora per quanto mi riguarda non abbiamo più nulla da dirci!>> dissi alzandomi per raggiungere la porta. << Aspetta un bambino!>> esclamò un attimo prima che uscissi. Rimasi di ghiaccio dopo quell’affermazione. Un brivido gelido mi risalì per la schiena, drizzandomi la scarsa peluria sul corpo. << Che cosa hai detto?>> chiesi incredulo << Stai mentendo!>>

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<< È la verità!>> confermò. << A meno che non le sia cresciuta una anomala escrescenza sul ventre.>> << Come lo sai?>> chiesi calmo. << Lo so e basta.>> << Da quanto lo sai?>> chiesi ancora. << Da un po’!>> << Sai anche di chi è per caso?>> << Questo dovresti saperlo tu. Dipende da fin dove ti sei spinto con lei. Ti deluderò, ma in camera da letto non c’erano telecamere.>> rispose ironico. Telecamere? << Se volessi… se… se te lo chiedessi, si potrebbe sapere di quanti mesi è?>> << Il suo ginecologo è un mio amico.>> << Chiamalo allora!>> dissi impaziente. << È al sesto mese.>> confessò. Non impiegai molto a fare due conti, era novembre, eravamo stati insieme a maggio,... << Vado in camera mia!>> mi tremava la voce. << È tuo, vero?>> chiese serio, ma non gli risposi. Celine aspettava un bambino. Celine aspettava un figlio da me. Perché allora non me lo aveva detto? Perché invece di chiedermi di tornare aveva preferito allontanarmi? Non capivo. Afferrai il cellulare sul comodino. Oltre alla voce mi tremavano le mani, tremavo tutto a dire il vero. Volevo parlarle assolutamente. Non mi fidavo molto di mio padre, forse aveva inventato tutto per spaventarmi e tenermi lontano da lei. Rispose sua madre a telefono << Buongiorno signora.>> la salutai calcolando il fuso orario. << Sono Alessandro, vorrei parlare con Celine, se è in casa.>> chiesi garbato.

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<< Mi dispiace Alessandro ma Celine non vuole… >> << La prego, ho urgente bisogno di parlarle.>> insistei. << Non credo sia la cosa migliore, è andata com’è andata, non ce l’abbiamo con te, sono cose che possono succedere, ma cerca di metterti nei suoi panni…>> << Allora è vero!>> esclamai interrompendola. << Non ti seguo.>> << Celine aspetta un bambino?>> << Perché, non lo sapevi? Non te lo ha detto?>> domandò incredula. << L’ho saputo oggi, per caso!>> << Capisco!>> << Capisce perché ho così bisogno di parlarle, allora.>> << Certo, ma adesso non è in casa. Riprova fra un paio d’ore. Prometto che ti ci faccio parlare.>> << D’accordo! Grazie mille e mi scusi per il disturbo!>> Non è possibile. Non può essere vero. Non può avermelo tenuto nascosto. Perché avrebbe dovuto? Che senso aveva punirmi così? Quando provai a richiamare, come promesso, Linda convinse Celine a parlare con me. << Che cosa vuoi?>> furono le sue prime parole. Un iceberg! << Anch’io sono felice di risentirti.>> risposi nervoso per quella freddezza. << Non mi va di scherzare Alessandro, di’ quello che devi dire e lasciami in pace.>> << Perché sei così ostile?>> << Non te lo immagini? Da quando ti ho conosciuto mi hai solo scombinato l’esistenza. Avevo dei progetti per il futuro, io. Dei progetti importanti e ora grazie a te sono sfumati via.>>

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<< Parli del bambino?>> chiesi confuso. << Parlo di te!>> << Non riesco proprio a capire e sinceramente comincio a stancarmi dei tuoi continui cambi d’umore. Non so se reggerò ancora per molto.>> << Non sono io quella che se l’è svignata per andarsi a sposare con un’altra.>> sbottò. << Che cosa?>> ma che assurdità era mai questa? Scoppiai a ridere << Chi ti ha messo in testa certe sciocchezze?>> le chiesi ancor prima di rendermi conto che conoscevo già la risposta. << Non importa chi ha parlato, l’importante è che sia stata messa al corrente della verità.>> << È tutto falso, Celine. Te lo giuro sull’anima di mia madre.>> << Non giurare, tanto non ti credo più.>> << Ti prego Celine, mi devi credere. Non ti sto mentendo di nuovo. Ho giurato che non ti avrei più nascosto niente, ricordi? Sai quanto ci tengo a te.>> << Risposta sbagliata!>> esclamò fredda. << Ma cosa…? Mi spieghi come devo fare con te? Ogni cosa che faccio è sbagliata…>> << Devi starmi lontano, ecco cosa devi fare!>> << Vuoi dire che è tutto finito?>> << Sì!>> Ero arrabbiatissimo. Qualcuno aveva cercato di sabotarmi e non mi fu difficile immaginare chi fosse stato. << Mi dispiace solo di non essere riuscito a farti capire quanto ti amo.>> << Avresti potuto dirmelo, per cominciare.>> << Credevo d’avertelo dimostrato, credevo l’avessi sentito.>>

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<< Dimenticami Alessandro.>> << Non puoi chiedermelo così.>> << Io l’ho già fatto, ci riuscirai anche tu.>> << Sono bugie.>> mi alterai. << Ti ho detto che è finita, rassegnati all’idea.>> << Allora smettila di pensarmi.>> gridai << Se davvero non te ne importa più niente di me smettila di pensarmi.>> << Ma chi ti pensa!>> esclamò alterata, ma con la voce tremante. << Non puoi spezzare il legame che c’è tra noi evitandomi semplicemente. Finché non mi cancellerai dalla tua vita con la testa, col cuore e con tutta l’anima non potrò fare a meno di sentire la tua presenza sempre e ovunque. Se davvero vuoi che ti dimentichi devi farlo tu per prima, perché non riesco a vivere con te che mi gironzoli perennemente in testa. Ci ho provato, ti giuro che ci ho provato, ma continui a cercarmi e non riesco a non sentirti.>> << Non puoi pretendere che smetta d’amarti dalla sera alla mattina.>> << Io ti chiedo l’opposto.>> << Non posso, non dopo quello che è successo.>> << Ma non è successo niente, come te lo devo dire?>> << E chi mi dice che questa non è solo un’altra delle tue bugie?>> << Tu lo sai che è la verità, tu senti quanto sto male e senti quello che provo per te. Non fare finta di niente.>> << Non sono brava come te a isolare i pensieri, non so distinguere i tuoi dai miei. So solo che da quando sei partito mi domina una pena che mi strazia il cuore, ma non posso essere certa che siano i tuoi sentimenti e non i miei.>>

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<< Io posso solo dirti che il mio amore è sincero, Celine. Di più non posso, ora sta a te decidere.>> << Torneresti in America se te lo chiedessi?>> << Prenderei il primo volo disponibile, se solo tu volessi.>> Rimase in silenzio qualche minuto. Sentivo batterle il cuore dalla cornetta, tanto pulsava forte. Sentivo i suoi respiri lenti e profondi, la sentivo tremare. Il tempo passava e nessuno sembrava avere il coraggio di rompere quel silenzio insopportabile, ma alla fine fu lei a farlo, come tutte le volte che non sapevo cosa dire << Mi ami Alessandro?>> mi chiese con un’espressione talmente dolce da farmi rabbrividire. << Sei l’unica persona al mondo che abbia mai amato.>> << Torna da me allora!>> mi implorò. Le promisi che sarei partito nella mattinata. Erano le quasi le 4:00 e avrei avuto giusto il tempo di preparare le mie cose e prenotare il volo delle 6:00. Margherita era stata tanto cortese da prestarmi i soldi per il viaggio. Mentre mi aggiravo frenetico per casa, incrociai mio padre che rientrava con Beatrice da una delle loro nottate mondane. << Dove vai così di corsa?>> mi chiese incuriosito. << Torno a New York! Devo solo finire di preparare i bagagli.>> risposi scortesemente senza neanche guardarlo o fermarmi per rispondere. << Hai parlato con quella ragazza?>> << Sei stato tu ad allontanarla da me, non è vero? Abbi almeno il coraggio di ammetterlo, o non merito neanche questo?>> ringhiai. << Volevo solo proteggerti.>>

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<< Bella protezione!>> sbuffai. << Perché ci tieni tanto? Cos’è che ti piace così tanto di quella Comune da rischiare la vita per stare con lei?>> chiese impressionato dalla mia determinazione. << Non lo so!>> risposi sincero dopo averci pensato un istante. << Alessandro, è tuo il bambino?>> chiese serio. << Sì!>> << Ne sei sicuro?>> << Sì!>> << Pezzo di idiota!>> Beatrice lo colpì con una manata sulla spalla << Roberto!>> Sospirò scuotendo la testa << A che ora vorresti partire?>> << Il prima possibile! Dovrebbe esserci un volo per le 6:00 >> << Chiedi a Lucia di aiutarti con le valigie, al volo ci penso io.>> disse rassegnato. << Grazie!>> risposi calmo. << Ti lascio andare perché se il bambino è tuo è giusto che ti prenda le tue responsabilità, ma a una condizione: dopo la nascita del piccolo tornerete tutti e tre in Italia. È troppo pericoloso lì.>> << Non posso farti promesse anche per lei.>> << Non cerco un compromesso, Alessandro. Dopo la nascita del bambino tornerete in Italia, con le buone o con le cattive.>> Sapevo che non mentiva in proposito alle cattive << D’accordo!>> L’aereo privato fu pronto per le 5.30, mio padre mi accompagnò personalmente all’aeroporto. Mi fece le sue

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solite raccomandazioni. Mi disse tante di quelle cose prima di decidersi a farmi salire a bordo, da ricordarle appena, ma mai mi sarei aspettato che mi chiedesse scusa per il suo comportamento. << Non credevo fosse tuo.>> confessò << Non credevo foste stati tanto incoscienti da non usare delle precauzioni.>> e mi diede un buffetto sulla nuca. Non rimpiangerò mai d’averlo abbracciato prima di partire, non lo avevo mai fatto prima. Quando atterrai a New York, Celine era all’aeroporto ad aspettarmi. L’avevo avvertita che sarei arrivato quel pomeriggio. Aveva un pancino delizioso. Quando mi vide scendere mi corse incontro e mi abbracciò teneramente. Nei suoi occhi non c’era un solo granello del rancore passato. Era bellissima, più di quando l’avessi lasciata. << Shedon eh!>> le sussurrai un attimo prima di baciarla <<Perdonami!>> tradussi poi. << Shhh... non ha più importanza.>> mi zittì stringendomi ancora più forte << Sei qui con me adesso. Non mi importa nient’altro.>> Stemmo insieme tutto il giorno. Le chiesi se avesse avuto problemi con le sue amiche dopo quel pomeriggio al centro commerciale; le chiesi se avesse avuto problemi con la gravidanza; le chiesi come avevano preso la notizia i suoi genitori e mi rassicurò in tutti e tre i casi. Le sue amiche non avevano sparso in giro la notizia, anche perché, sapendo che lei sarebbe diventata una di noi un giorno, non volevano metterla in pericolo.

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La gravidanza procedeva bene e i suoi genitori, dopo i primi giorni di panico, in cui suo padre non desiderava altro che avermi fra le mani, avevano accettato la cosa, magari non la condividevano a pieno, ma l’avevano accettata senza ostacolarla nelle sue scelte. Per quanto riguardava il mio essere Ancharos, non gliene aveva parlato, non li riteneva in grado di capire e preferiva tenerli all’oscuro di tutto. Le promisi che dopo la nascita del bimbo l’avrei messa nelle condizioni di andare all’università e di realizzare il suo sogno, ma la misi anche al corrente che per il bene del bambino saremmo dovuti tornare tutti e tre in Italia. Mi aspettavo una reazione violenta da parte sua, invece, acconsentì senza repliche. << Mi basta starti vicino.>> disse. Non volevo più perdermi niente che la riguardasse. << Vuoi venire a vivere con me?>> Il suo sì fu il bacio più intenso che mi avesse mai dato. Mi sentivo straordinariamente felice e allo stesso tempo terribilmente in ansia. Avevo il terrore che tutta quella felicità, un giorno, mi si rivoltasse contro. Linda e il Signor Madison non si opposero al trasferimento di Celine a casa mia, dopotutto aspettava un figlio da me. Cos’altro avremmo potuto fare che non avessimo già fatto. Passammo dei giorni stupendi insieme. Andavamo a passeggiare nel parco, la accompagnavo in giro per negozi: l’arrivo del bimbo era imminente, avevamo ancora tante cose da acquistare prima della sua nascita. La prima volta che l’accompagnai in ospedale per i controlli e potei assistere a una delle ultime ecografie, fu un’esperienza indimenticabile. La sera uscivamo regolarmente, la portavo ogni sera in un ristorante diverso. La portavo al cinema tutte le volte che

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proiettavano un film che potesse piacerle. La portavo a teatro e alle mostre nei musei più illustri di Manhattan. La ricoprivo di doni e non riuscivo a smettere di desiderarla ogni giorno di più. Ero infatuato del suo essere, non riuscivo a immaginare di poterle stare lontano per un solo giorno. Era tutta la mia vita e, grazie a lei, quella vita cominciava perfino a piacermi. Col passare del tempo iniziò a non impressionarsi più del fatto che potessi scorgere un’anima errante qua e là. I miei poteri si rafforzavano e mi capitava di tanto in tanto di vedere già qualcosa, anche se non ero ancora in grado di interagire in alcun modo con loro. Io cercavo di far finta di niente quando mi succedeva in sua presenza, ma era un’esperienza nuova anche per me e non sempre riuscivo a non sorprendermi o sobbalzare alla vista improvvisa di un estraneo in camera da letto, in bagno o in giro per casa, anche se sapevo che non sarebbe passato tanto tempo prima che anche lei iniziasse a vederli. Arrivò anche dicembre. Avevo solo vent’anni, mi sentivo già così grande eppure ero ancora così piccolo. Ero cresciuto in fretta, ero stato costretto a farlo e solo allora mi resi conto di quanto avessi bruciato le tappe. Di certo non avrei voluto che mio figlio facesse la mia stessa vita. Sarebbe stato un Ancharos, ma non per questo avrebbe dovuto saggiarne gli effetti collaterali. Gli avrei insegnato io tutto quello che c’era da sapere, senza bisogno di collegi o diavolerie varie. Quel mese passammo anche il nostro primo Natale insieme. Il mio primo vero Natale. Decidemmo di comune accordo di far battezzare il piccolo, di sposarci in chiesa come aveva sempre desiderato e di rispettare tutti i dogmi imposti dalla religione Cristiana, a cui i suoi genitori erano tanto devoti. Scegliemmo il reverendo Collins, il mio caro Reverendo,

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per officiare i riti. Prima di tutti, il matrimonio. Lo facevo per lei, non per me. Io non sentivo il bisogno di un documento per sentirmi suo. Ci appartenevamo a prescindere, condividevamo una parte di anima, dopotutto. Decidemmo di sposarci prima della nascita del piccolo, perché volevamo che già dal suo primo giorno di vita sapesse che aveva una famiglia che lo adorava e che avrebbe fatto di tutto pur di proteggerlo dalle grinfie dei malvagi. Ne parlammo con i suoi genitori prima che, se pur consigliatoci di aspettare, alla fine ci diedero il loro benestare. Anche la mia famiglia acconsentì senza repliche, al di fuori di ogni mia più tetra aspettativa. La cerimonia fu molto intima ma lussuosa e sgargiante, oltre alla sua famiglia e a qualche suo amico non cera nessun altro. Io non conoscevo nessuno in America all’infuori del suo mondo. Quando il Signor Madison accompagnò Celine all’altare sentii una fitta lancinante che mi spezzò il cuore in tante briciole insignificanti. Ero solo, anche in quel frangente non c’era nessuno che gioisse per me. Gli invitati gioivano con me, ma non per me. I miei avevano preferito non rischiare. Diventava ogni giorno più pericoloso trattenersi in città. Gli Agenti del Clan stavano rastrellando le strade sparando a vista contro i nostri. Solo quel mese avevano ucciso più di vent’otto Ancharos. Ci sposammo in gennaio, Celine aveva il pancione sempre più gonfio, pareva in procinto di esplodere da un momento all’altro, ma era deliziosa come sempre.

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Non capendone niente di gravidanze le proposi di passare gli ultimi giorni a casa sua, con sua madre. Saremmo stati tutti più tranquilli almeno. Io restai a casa nostra, misi una scusa banale per non seguirla, ma quei pochi giorni senza di lei furono eterni. Ricordo quando me la vidi arrivare a casa nel cuore della notte, avvolta in un pigiamone di flanella verde con un sacco di mucchette disegnate, che saltellavano qua e là per il prato. Era tenerissima. Aveva guidato da sola fin lì, a una settimana dal termine della gravidanza << Avevo una voglia matta di vederti.>> disse lanciandomi le braccia al collo. << Siamo stati insieme a cena.>> le ricordai perplesso. << Saranno gli ormoni!>> esclamò sorridente. << I tuoi lo sanno?>> Sta volta tuo padre mi ammazza davvero. << Hai visto che ore sono?>> bisbigliò << Mi avrebbero fatta venire secondo te?>> << Che matta che sei! Perché non me lo hai detto che volevi dormire a casa oggi, ti avrei portato con me evitandoti questa pazzia.>> Celine mi fissava con aria incantata, non capivo cos’avesse, non l’avevo mai vista così su di giri, era strana. All’improvviso poi, iniziò a fare quel suo strano giochetto con i capelli, li arrotolava nervosa intorno alle dita e mi guardava fisso negli occhi, come per ipnotizzarmi. << Celine, Cos’hai?>> le chiesi confuso. << Niente! Perché?>> << Sei strana.>> << Sono solo innamorata.>> No, c’è qualcos’altro!

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<< Sei sicura di stare bene?>> << Mai stata così bene in vita mia.>> rispose avvicinandosi sempre di più, fino ad arrivarmi praticamente addosso. << Che fai?>> chiesi ancora più disorientato cercando di liberarmi dalla sua morsa. << Perché scappi? Voglio solo fare un po’ di coccole al mio affascinante maritino.>> Era di una sensualità stracciante, mi si raggrovigliava lo stomaco a vederla così e poi, emanava un profumo che mi trasportava i neuroni in un’estasi di desiderio. Iniziai a cedere alle sue avance e nel giro di pochi secondi l’avevo tra le braccia. Sapevo di non poter far molto nelle condizioni in cui era, ma anche solo poter assaggiare la sua morbida pelle mi bastava per placare quella fame. Proprio mentre la stavo inondando di baci, sentii un dolore tremendo sul petto, un bruciore soffocante. Se non avesse aspettato un bambino probabilmente il cambiamento sarebbe comparso dopo qualche anno, ma portava un Ancharos puro in grembo e, non volendo, le aveva accelerato il contagio. Non sapevo facesse così male quando si sottrae energia vitale. Il dolore era così forte che feci uno sforzo sovrumano per non perdere i sensi. Avrei potuto scostarla, immobilizzarla, ma sapevo che in quel momento non era nel pieno delle sue facoltà mentali, non era lei, i suoi gesti erano guidati dall’istinto di sopravvivenza del bambino. Forse dall’aggressione non ne aveva ancora assimilato abbastanza energia da garantirne a sufficienza anche per lui. Così, la lasciai fare.

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Mi tirò via molto flusso, quando finì, infatti, ero distrutto, quasi come dopo il contagio. Riuscii appena ad alzarmi dal letto e arrivare in cucina per porre del ghiaccio sul fuoco che mi ardeva sul petto. Celine invece, si addormentò subito, totalmente ignara di quello che aveva fatto. Quando mi sentii abbastanza in forze per alzarmi tornai in camera e mi stesi sul letto accanto a lei. La abbracciai forte prima di addormentarmi sfinito. La mattina seguente mi alzai, a fatica, per avvertire i Madison che Celine era con me, promettendogli che l’avrei riaccompagnata nel pomeriggio. Stava ancora dormendo e non me la sentivo di svegliarla. Come immaginavo, quando si svegliò non ricordava niente, non ricordava neanche che fosse venuta a casa da sola. Quando le raccontai tutto non volle credermi, ma fu costretta a farlo quando le mostrai il segno rosso che mi aveva lasciato sul petto. Mentre me ne stavo disteso sul divano cercando di riprendermi, la vidi gironzolare agitata per l’appartamento. << Non può essere>> ripeteva tra se. << Me ne ricorderei.>> Io rimasi immobile a osservare la sua ansia prendere possesso della sua mente. All’improvviso poi, la vidi avvicinarsi di nuovo. << Celine? Non ci pensare neanche.>> dissi allarmato, ma lei non si fermava, mirava dritta verso di me << Non puoi farlo due volte nell’arco di poche ore, mi uccideresti.>> continuai spaventato. Si sedette sul divano scostandomi un po’ e rimase immobile col suo solito sguardo raggelante, poi, si voltò

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verso il cesto di frutta sul tavolinetto del soggiorno, afferrò una mela senza pensarci troppo e la strinse con forza. Il frutto marcì nella sua mano. << Che mi sta succedendo, amore?>>chiese un po’ preoccupata. << Credo sia il bambino.>> risposi calmo << Ha bisogno di più energia di quanto sei in grado di dargli.>> Rimanemmo a letto fino a pomeriggio inoltrato, Celine si alzò molte volte per andare in bagno o per bere o mangiare qualcosa. La sentivo inquieta, era un continuo alzarsi e tornare a letto. << Qualcosa non va, tesoro?>> le chiesi all’ennesima visita al bagno. << Non lo so! Mi sento accaldata, ho la gola secca e mi fa un po’ male la pancia.>> << Credi possa essere il bambino?>> << No, manca ancora una settimana.>> mi rassicurò. << Forse è meglio chiamare tua madre e andare in ospedale.>> << Ti prego no, aspettiamo ancora un momento, vedrai che tra un po’ passa.>> L’inesperienza è la più brutta delle ignoranze. Se mi fossi, già in precedenza, trovato in quella situazione, senza ombra di dubbio avrei riconosciuto quei sintomi, avrei capito che stava per nascere il bambino, invece, né io né lei demmo peso a questa eventualità. << Promettimi che staremo insieme per sempre. Tutti e tre insieme.>> disse d’un tratto mentre giocherellava col mio petto, ma era inquieta << Promettimi che una volta trasferitici in Italia il piccolo non correrà alcun pericolo.

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Promettimi che non permetterai mai a nessuno di fare del male al mio bambino.>> << Te lo giuro!>> risposi accarezzandole il viso << Mi dispiace tanto d’averti messa in questa situazione. In quel momento ho pensato solo a me, non sopportavo l’idea di perderti. Sei il mio tesoro più grande, Celine. Potrei perdere tutto in questo stesso istante e continuare a sentirmi l’uomo più ricco del mondo. Non permetterò a nessuno di allontanarmi da te e ti giuro che dovranno passare sul mio cadavere prima di riuscire a mettere le mani sul nostro bambino.>> Aspettammo un paio d’ore, tra contrazioni e lamenti. Solo quando iniziò a gridare per il dolore troppo forte ci convincemmo che fosse davvero entrata in travaglio. Cercai di non farmi prendere dal panico. Per prima cosa chiamai i Madison per avvertirli dell’accaduto, e parlare con Linda mi fu d’aiuto, riuscì a tranquillizzarmi e potei riprendere in mano la situazione. Quando tornai in camera da letto Celine era terrorizzata, le si erano rotte le acque e continuava a gridare per il dolore sempre più crescente << Sta nascendo!>> strillava << E se non facciamo in tempo ad arrivare in ospedale?>> << Sta tranquilla, andrà tutto bene, ma adesso devi fare un piccolo sforzo e provare ad alzarti, dobbiamo uscire da qui.>> << Non ce la faccio, fa troppo male.>> << Devi stringere i denti.>> Dopo un po’ di tira e molla riuscii a convincerla ad alzarsi, l’avrei presa in braccio, ma non avevo ancora ripreso abbastanza forze. La sorressi fino all’ascensore e una volta giù la lasciai un istante in compagnia di una passante, per correre a prendere la macchina.

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Non ricordo che ora fosse, anche perché in quel momento ero in totale stato confusionale. Arrivammo subito in ospedale ma Celine era già in fase di espulsione. Quando la portarono in sala parto un’infermiera mi diede un camice da indossare per entrare ad assistere. Devo ammettere che veder dare alla luce un esserino spaventato, gracile e indifeso, che da allora in avanti affiderà tutta la sua vita nelle tue mani, è come assistere a un miracolo. << Il parto più veloce che abbia mai visto.>> esclamò un’infermiera sorridendo. Celine ara distrutta, ma sprizzava gioia da tutte le parti e quando le misero il piccolo tra le braccia scoppiò in un pianto liberatorio. Quando le infermiere lo portarono in un’altra sala per ripulirlo e per gli ultimi controlli di routine mi avvicinai al mio tenero angelo e le sedetti accanto per riempirla di coccole. << È bellissimo, vero?>> chiese euforica. << È perfetto!>> le risposi << Ha i tuoi occhi, hai notato? Mi ha stregato nell’istante in cui mi ha guardato, proprio come hai fatto tu.>> Non stavo più nella pelle dall’emozione, avevo promesso a Linda che sarei uscito a informarli non appena fosse nato il bimbo, ma me ne dimenticai completamente, anche se di sicuro li aveva avvertiti il dottore. Ci portarono il bambino qualche minuto dopo aver sistemato Celine nella sua stanza. Io ero seduto sul bordo del letto stringendole la mano e ascoltando Linda che raccontava del giorno in cui la diede alla luce. C’era un’atmosfera infuocata nella stanza, sembrava che tutta la felicità del mondo fosse concentrata tra quelle quattro mura.

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Quando l’infermiera tornò col piccolino potei prenderlo per la prima volta in braccio, era piccolo e fragile da far paura. Mi guardò fisso con i suoi occhioni azzurri e quando avvicinai un dito per accarezzarlo me lo afferrò con la sua minuscola manina. Non riuscii a trattenere le lacrime, era tutto troppo surreale. Linda fu gentilissima a lasciarci un po’ soli trascinandosi dietro Molly e l’eccitatissimo nonno. Quando fummo soli nella stanza potei lasciarmi andare liberamente a quel momento di commozione. << Grazie.>> farfugliai continuando a tenere lo sguardo fisso sul bambino << Sei stata bravissima.>> << Siamo stai bravi entrambi.>> rispose arrossendo. << Ti amo.>> sussurrai dandole un bacio, e in quel caso fu lei a scoppiare in lacrime. Non capii subito perché, poi, mi accorsi che era la prima volta che glielo dicevo. Io in cuor mio sapevo d’amarla, ma ero sempre stato frenato dal dirglielo da stupide paure. Tornammo a casa dopo una settimana. Per l’occasione avevo fatto addobbare a festa tutto l’appartamento e avevo invitato i suoi amici e la sua famiglia per festeggiare insieme quel giorno. Io avrei preferito passarlo da solo con lei e il piccolo Thomas, ma sapevo che ci teneva a vantare il suo tenero capolavoro.

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32 Sfilai le chiavi dalla toppa del portone del mio appartamento quando mi accorsi che era già aperto. Posai il giubbotto all’appendiabiti dell’ingresso e mi scrollai un po’ di pioggia dai capelli. << Smetterà mai di piovere, quest’anno?>> dissi dal corridoio. Lasciai le scarpe all’ingresso per non sporcare in giro per casa. Infilai scarpe da ginnastica asciutte nella scarpiera a scomparsa del corridoio. Li sentivo armeggiare in cucina. << Ho una fame! Che cosa preparate di buono?>> Imboccai l’arco sulla destra per raggiungerli, ma una mano mi si strinse sulla spalla, così forte da farmi piegare le ginocchia dal dolore. L’altra mano impugnava una pistola che mi premeva sulla tempia. Non c’erano Stefano e gli altri ad attendermi. Due omoni elegantemente vestiti di grigio scuro e un altro di mezza età, molto più smilzo e poco più basso degli altri, mi stavano aspettando con una certa impazienza. << Credevamo quasi che avessi deciso di non tornare per stasera. Peccato! Per te, intendo. Stavamo andando via.>> << Ma no, così presto?>> Le dita d’acciaio del gorilla che mi teneva a terra si conficcarono fra clavicola e scapola. Mi sa che non è il momento di fare dell’umorismo. Soffocai un gemito. Lo smilzo si avvicinò facendo segno a chi mi teneva di lasciare che mi alzassi. Il secondo gorilla, che non si era ancora mosso dalla porta finestra, si avvicinò a sua volta.

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Lo smilzo scosse la testa con espressione delusa. Un pugno allo stomaco mi fece sputare fuori la riserva d’aria dai polmoni, costringendomi a respirare mentre cercavo di placare un eccesso di tosse. In un attimo mi fu subito chiara la funzione del secondo gorilla. << Ci metti i bastoni fra le ruote, fratello?>> chiese lo smilzo a un centimetro dalla mia faccia. << Lei non…>> un ceffone mi rigettò le parole in gola. Lo smilzo scosse di nuovo la testa << Ma allora non l’hai capito. Tu non ci devi entrare in questa storia.>> e mi sferrò una ginocchiata all’inguine con una forza tale che non riuscii a reprimere il grido, soffocato da una mano che mi serrava le labbra. Mi reggevo in piedi solo perché il gorilla mi teneva fermo nella sua morsa. Iniziai a vederli sfocati. << È stata una pessima mossa da parte tua lasciare il medaglione alla ragazza. Avevo promesso a mio figlio che l’avrei portato allo zoo, domani e invece, a causa tua sarò costretto a rimandare, e non mi è mai successo prima di mancare alla parola data. Non sono affatto contento di te, sai? No no.>> Il gorilla mollò la presa ed io mi accasciai a terra. Lorenzo mi afferrò i capelli per sollevarmi il volto verso di lui << Non posso ucciderti.>> disse con una smorfia disgustata << Ma se ti lascio fare di testa tua, rischi di mandare tutto a monte un’altra volta. Era un lavoretto da niente prima che ti intromettessi tu.>> La pistola del gorilla sempre puntata su di me. << Non ce l’ho con te, lo capisci, vero? Non sarei neanche qui se i miei Esecutori non si fossero lamentati della tua intromissione. C’è stato uno scontro armato a Trastevere, oggi pomeriggio. Sembra proprio che la nostra missione

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segreta sia stata intercettata e ostacolata dal Clan. Sono morti tre uomini dei nostri. Ne sai niente?>> Non farti venire la brillante idea di rispondere. Pensa a come toglierteli di torno piuttosto. << Peccato che tu abbia deciso di liberarti del medaglione proprio oggi. Ti saresti risparmiato un pestaggio inutile. Sono sicuro che tuo nonno non me ne vorrà se ti rendo inoffensivo per qualche giorno. Giusto il tempo di portare a termine il lavoro. Poi, amici come prima.>> I gorilla iniziarono a riempirmi di calci mentre ero ancora a terra. Un colpo più forte degli altri mi fece vomitare una boccata di sangue. Non so se fu il sapore ferroso di sangue in bocca o semplice rabbia, ma mi sentii invadere da una forza oscura e violenta. Schivai l’ultimo calcio e mi rimisi in piedi colpendo in pieno viso il primo dei due uomini, rompendogli il naso. Non riuscivo ad avvicinarmi a Lorenzo perché era protetto da uno dei rari medaglioni che avevo anch’io. Il mio me l’ero conquistato quando distrussi il collegio. Uno dei dodici talismani della Setta dei Rinnegati. Bottino di guerra. Ce n’erano altri nove in giro per il mondo. Quattro attualmente in possesso dei Rinnegati ancora in vita, sei nelle mani degli Ancharos, che avevano ucciso gli altri membri della setta. Fracassai una sedia di legno sul fianco di uno degli scagnozzi, facendogli cadere la pistola di mano. L’afferrai al volo e sparai un colpo alla coscia senza esitazioni, mentre con la mano destra tenevo l’altro per la gola sputandogli in corpo il fuoco rovente del mio veleno mortale. Puntai la pistola su Lorenzo, ma lui continuò a fissarmi ammirato senza scomporsi. D’un tratto prese a battere le

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mani, sorridendo << Sei davvero in gamba come mi raccontano. Degno nipote del grande Tommaso Renzi.>> << Chiudi la bocca, ho già sentito abbastanza per oggi.>> Rise di gusto << Che cosa vuoi fare? Spararmi?>> allargò le braccia per esporre il petto << Che aspetti? Fammi vedere se ne sei davvero capace.>> << Non mi sfidare!>> Si fece serio << Saresti davvero disposto a colpirmi, a uccidere uno dei tuoi, per salvare la vita di quella piccola serpe?>> << Lei non è come gli altri. Non è una di loro.>> << Non ora, ma lo diventerà. Metti via quella pistola ora e torna in te. Santo cielo, Alessandro, quella gente vuole la nostra morte. Ci danno la caccia da secoli. Hai dimenticato tutto quello che ci hanno fatto? Quello che hanno fatto a te?>> << Lei è diversa.>> << E invece è esattamente come tutti gli altri.>> gridò. << Annulla la sentenza, Lorenzo, e ti giuro che non mi metterò mai più sul tuo cammino.>> Il gorilla ferito alla gamba provò ad avvicinarsi di nuovo ed io sparai un altro colpo: alla spalla. Il secondo era a terra, privo di sensi. << Stai tradendo la Famiglia per il Clan, te ne rendi conto?>> << Uscite subito da casa mia.>> dissi cercando di controllare i toni. << Prima mi devi giurare che non ti intrometterai.>> << No!>> << Allora io e te abbiamo un grosso problema.>> Sentii uno spostamento d’aria alle mie spalle e mi voltai appena in tempo per schivare un altro dei suoi uomini

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comparso da chissà dove, forse era rimasto nascosto nel soggiorno tutto il tempo. Non era solo. Sparai al primo, indietreggiando e tentai di atterrare il secondo, ma il caricatore era scarico. Sentii Lorenzo gridare su tutte le furie << Prendetelo, maledetti incapaci.>> Mi precipitai fuori dall’appartamento chiudendo il portone a chiave dall’esterno. Corsi giù per le scale, ma potevo udire gli spari contro la serratura. Lì hai fatti proprio incazzare, eh? Sapevo che ovunque mi fossi nascosto sarebbero stati in grado di scovarmi seguendo le tracce del mio campo energetico. L’unico posto dove ero sicuro che non avrebbero potuto seguirmi era il quartiere del Clan, se non fosse che ero braccato a vista anche lì, specie dopo l’ultima azione da circo della giornata. Dannazione! Convinto di uscire con i ragazzi, non avevo parcheggiato la macchina in garage, ma l’avevo lasciata nel parcheggio dietro il palazzo. Pioveva ancora a dirotto e quando raggiunsi la Mercedes ero di nuovo zuppo di pioggia dalla testa ai piedi. Avevo un vantaggio minimo sui miei inseguitori. Mi fiondai in macchina e misi in moto, mentre il primo uomo cercava di sfondare il finestrino con il calcio della pistola. Un altro cercò di sparare alle gomme, ma afferrai la pistola che avevo nel cruscotto e appena il finestrino si frantumò tirai fuori il braccio e sparai a entrambi. Uno, al braccio, per fargli perdere la presa dell’arma, e il più vicino, alla spalla che aveva infilato all’interno per afferrare le chiavi della macchina.

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Ero ferito in modo abbastanza grave. L’addome contratto da una qualche lesione che stava riversando sangue nel mio stomaco; forse una frattura all’avambraccio sinistro; la tempia destra lacerata; l’inguine in fiamme. L’adrenalina attenuava il dolore ma man mano che mi allontanavo dal pericolo, abbandonava il mio sangue risvegliando tutte le conseguenze del pestaggio. Imboccata la superstrada, certo che non mi stesse più inseguendo nessuno, afferrai il cellulare di scorta nel cruscotto e chiamai Nicola. << Niente cinema, sta sera. Avverti anche gli altri.>> dissi appena rispose. << Come mai?>> chiese cercando di non far trapelare la preoccupazione nella voce. << Ho ricevuto un invito a cena che non posso rifiutare.>> << Allora ci andiamo noi, anche se tu non puoi venire.>> << Non ne vale la pena. Ho sentito dire che non è un gran che.>> Silenzio dall’altra parte. << Con questo tempaccio è la serata ideale per una rimpatriata fra amici fino all’alba. Ti pare?>> << Hai proprio ragione. Ci raggiungi a casa mia dopo la cena?>> << Penso che mi tratterrò per la notte.>> << Capisco. Ci sentiamo domani allora.>> << Sì, ti chiamo io.>> << Ok, capo.>> chiuse la comunicazione. Lasciai l’auto a due isolati dal quartiere nemico. Era l’unica cosa da fare se volevo intrufolarmi senza correre il rischio di aggiungere altre ferite a quelle che avevo già. Ero talmente senza forze da non riuscire a passare all’Hahicòs per dare un’occhiata in giro indisturbato.

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Non riuscivo a caricare il peso del corpo sulla gamba destra, così ero costretto quasi a saltellare sulla sinistra, sollecitando tutti gli altri muscoli contusi. A circa duecento metri dalla villa dei Marotti, la mia avanzata fu frenata da una violenta scossa che mi sbalzò via di quasi due metri. Accidenti a me! Mi nascosi dietro il cespuglio della siepe di un giardino. Per non farmi vedere dagli Agenti di pattuglia avevo deciso di abbandonare le strade e di avanzare fino alla villa attraversando le proprietà del quartiere una dopo l’altra. Composi il numero di Denise. La mano mi tremava ancora per la scossa ricevuta. E dai! Rispondi, rispondi, rispondi. << Che cosa vuoi ora?>> disse. Non è il momento di fare l’offesa. << Togli il medaglione per qualche minuto, per favore.>> << Perché?>> si allarmò, hai detto che… << Rimandiamo le spiegazioni a più tardi. Ora fa come ti ho detto.>> << No!>> No? << Denise, sono nel bel mezzo del giardino di un Agente. Hai idea di cosa accadrà se mi trovano qui?>> << E il medaglione che c’entra?>> << Non riesco a proseguire se lo hai addosso.>> << Vuoi che lo tolga per darti la possibilità di venire a uccidermi?>> << Non dire stronzate.>> la ammonii << Hai paura di me. Per questo il medaglione mi impedisce di avvicinarmi. Non ce l’avevo con te sta mattina, ero solo in collera con tuo padre.>>

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Nessuna risposta. << Fidati di me.>> << E sei sicuro che nel frattempo non riesca a passare anche qualcun altro?>> << Sarò lì fra cinque minuti al massimo.>> Ci pensò su. << D’accordo. Sbrigati però.>> << Farò il possibile.>> Mi arrampicai fino al balcone dalla quadratura in ferro battuto della pianta rampicante sulla veranda. Le camere da letto affacciavano tutte sull’ampio balcone esposto sul davanti della villa. La luce nella camera di Denise era accesa. Strisciai fino alla porta finestra e bussai sul vetro. Le tende si aprirono. La porta finestra si aprì. << Ma che è successo?>> chiese subito, appena mi vide << Che ti hanno fatto?>> mi aiutò ad entrare in camera sua. Ero davvero a pezzi. Il viso, una maschera di dolore << Posso chiederti ospitalità per una notte? Casa mia non è delle più sicure al momento.>> << Oh, Alessandro, mi dispiace tanto.>> << Dov’è il medaglione?>> << Sulla scrivania.>> << Rimettilo subito al collo.>> << Dovresti andare in ospedale.>> osservò. << Non posso. Mi stanno cercando.>> << E vieni a nasconderti qui? Ci sono Agenti dappertutto. Anzi, come hai fatto a entrare al quartiere senza che…>> << Non è il Clan a darmi la caccia sta notte.>> tagliai corto << Sembra assurdo, ma abbiamo un nemico in comune.>>

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<< Oh, Dio.>> Mi stesi sul pavimento, a pancia in su, per respirare meglio << Dio non c’entra niente con questa storia.>> << Ma guarda come ti hanno conciato, e tutto per colpa mia.>> Un conato di vomito mi fece correre in bagno. Se il mio poteva chiamarsi correre. Tutto quel sangue nel lavandino la mise ancora di più in allarme << Hai bisogno di un medico.>> << No. È tutto a posto. Ho sopportato anche di peggio.>> << Ma ti sei visto? Sembri…>> Sollevai una mano a palmo aperto nella sua direzione per non farla continuare. Non volevo sentirlo nominare. Il suo bagno sembrava un confetto. Il bianco e il rosa erano gli unici colori nella stanza. Soprattutto dopo aver lavato via il sangue dal lavandino. Provai a sedermi sul bordo della vasca, ma non ci riuscii. << Che cosa posso fare per te?>> << Potresti lasciarmi un momento di privacy? Vorrei…>> << Certo. Prenditi tutto il tempo che vuoi.>> aprì l’anta dell’armadietto e indicò una pila di asciugamani bianchi e rosa << Non fare complimenti.>> << Mi dispiace quasi sporcarli.>> << Tranquillo, me ne comprerai di nuovi.>> sorrise << Sicuro di non aver lasciato niente per strada?>> chiese poi, fissando i jeans bagnati di pioggia e imbrattati di sangue. Io tossii. << C’è del disinfettante nel…>> Un calo di pressione improvviso mi fece accasciare a terra. << Chiamo un’ambulanza!>> << No!>>

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<< Alessandro, non ti reggi in piedi.>> << È stato solo un capogiro, adesso passa.>> Mi posò delicatamente il dorso della mano sulla guancia << Sei congelato. Ti prenderai una polmonite se non ti togli questi vestiti bagnati.>> Polmonite? Ho un’emorragia interna e tu ti preoccupi della polmonite. Provai a tirarmi su, senza successo. << Lascia che ti aiuti.>> disse << Ti devo un favore, ricordi?>> Mi sfilò la felpa, aiutandomi a sollevare il braccio fratturato. Mi tolse le scarpe e i calzini bagnati. Quando sbottonò la cintura e i bottoni del Jeans però, le fermai la mano trattenendola per il polso. << Non fare lo stupido, Alessandro, non sei il primo uomo nudo che vedo.>> Riuscì perfino a farmi sorridere << Sono solo preoccupato che la pioggia possa averli fatti aderire troppo alla pelle.>> << Ah!>> << Faccio io.>> me li sfilai con attenzione estrema. I boxer in microfibra grigi, erano un enorme macchia di sangue scuro. Sollevai un lembo per dare una controllata all’interno. << Sei tutto intero?>> << Direi di sì. È solo una lacerazione all’inguine. Hai mica un cerotto di quelli grandi da pronto soccorso?>> << Devo controllare.>> Aprì l’acqua della doccia. Mi aiutò a rimettermi in piedi. << Scendo a cercare qualcosa. Tu fa una doccia calda intanto.>> Quando tornò ero disteso sul lettone al centro della sua stanza. Un telo di spugna, macchiato di sangue, allacciato

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attorno alla vita. Mi ero addormentato, ma la sentii quando si mise a sedere sul bordo. Aprii gli occhi. << Scusa se ci ho messo tanto, ma sono dovuta arrivare fino a casa dei vicini per trovare il cerotto che cercavi.>> << Grazie, ma non avresti dovuto. Non è prudente.>> La doccia aveva rilassato troppo le membra doloranti e ora sentivo ancora più dolore di prima. Avevo vomitato altro sangue, ma non glielo dissi per non aumentare inutilmente la sua preoccupazione. Scartò il cerotto, mentre io provavo a mettermi seduto. L’addome mi faceva troppo male. Tornai esausto con la testa sul cuscino. << Posso?>> chiese. Annuii quel poco che riuscivo a muovere la testa. Non mi importava davvero che fosse lei o un altro a farlo - non avevo quel tipo di pudori -, eppure sentii il viso avvampare quando sciolse il telo. Ma che mi sta succedendo? Lei non sembrò minimamente turbata invece. << C’è un accappatoio in bagno. Staresti più caldo.>> disse tranquilla. Sì, l’ho visto. << È rosa!>> osservai con una smorfia. Rise << Mina la tua virilità?>> << Più o meno.>> scherzai. Rise ancora << Ce la fai a spostarti sull’altro lato? Così ti infili sotto le coperte almeno. Ho freddo solo a guardarti così svestito.>> << È consolante sapere che faccio quest’effetto.>> scherzai ancora. << Speravo nell’effetto opposto.>> Sorrise << Smettila.>> Feci come voleva e lei mi scivolò accanto infilandosi dall’altro lato. Indossava una camicia da notte di seta

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orientale, corta al ginocchio e con le spalline sottili. Il medaglione appena sopra l’incavo dei seni. Mi fissò il viso << Posso farti una domanda?>> << Certo.>> << Perché sei venuto qui?>> << Non potevo andare a casa dai miei.>> << Tuo padre è un medico.>> << Era troppo pericoloso. C’è anche mio figlio lì con loro.>> Sentii il tonfo del suo cuore. << Ricordi il bambino che era con me al centro commerciale? Thomas è mio figlio.>> << Ah! Non l’avevo capito, scusa.>> << Scusami tu se non te l’ho detto subito, ma… >> Mi passò le dita fra i capelli umidi << Non mi devi nessuna spiegazione.>> E invece sì. << E… questo bambino ha anche una madre?>> << Sì!>> Di nuovo quel tonfo. << Ok!>> << Lascia che ti spieghi.>> << Non ora.>> sussurrò << Non sta notte.>> << Permettimi almeno di fare questo.>> Le sfilai lentamente il medaglione dal collo e lo posai sul palmo della sua mano. Posai il mio sulla sua e intrecciammo le dita. << Una notte dovrebbe bastare per risanare tutto.>> dissi << Ed è abbastanza potente da proteggere entrambi.>> le diedi un bacio sulla fronte. << Ehi!>> sussurrai. << Dimmi.>> rispose dolcemente. << Grazie.>>

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33 Ricordo bene il giorno in cui fui catturato dagli agenti del Clan. Thomas aveva appena sei mesi. I sei mesi più belli della mia vita. Tutto procedeva per il verso giusto, eravamo una famiglia perfetta. Ci amavamo e questo ci bastava. Eravamo appena tornati a New York, io e Celine. Avevamo lasciato il piccolo dai miei e noi due tornammo per sbrigare le ultime formalità per il definitivo trasferimento. Era tutto perfetto, avremmo solo dovuto firmare dei documenti, passare a salutare i genitori di lei, qualche amico e riprendere il volo verso l’Italia. Nulla di più semplice, se solo quella notte non fossi uscito di casa. Vennero degli amici, nel cuore della notte, a informarmi che a Manhattan c’era in atto un violento scontro tra Ancharos. Mi chiedevano di intervenire in quanto Sangue Puro e discendente diretto di un membro del Gran Consiglio. Erano sicuri che di fronte a me non avrebbero osato continuare quella lite, e affrontare la furia degli Eletti. Non avrebbero osato, quindi, mettersi contro di me, contro tutto quello che rappresentavo. << Non andare, Alex.>> mi supplicò Celine << Potrebbe essere pericoloso.>> La abbracciai << Sta tranquilla, amore. Sarò di ritorno fra un paio d’ore al massimo.>> << No, Alex. Ti prego. Ho un brutto presentimento. Non andare.>>

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Le diedi un bacio per sopprimere i tremori che le scuotevano il corpo << È solo una scaramuccia.>> << Ho paura. Non lasciarmi qui da sola. Portami con te.>> Mi sfilai il medaglione dal collo e glielo allacciai con delicatezza, senza togliere le mie labbra dalle sue. Fine delle discussioni. Scesi in strada con i miei informatori, ma non riuscii a raggiungere l’auto, perché degli Agenti, pistola alla mano, freddarono i miei amici e ferirono gravemente me. Era una trappola! Mi risvegliai in un letto d’ospedale, ma non ero in ospedale, più che altro in un laboratorio. Avevo polsi e caviglie legate, flebo nelle braccia ed elettrodi sul petto. Sentivo un dolore lancinante su un fianco e ricordando quello che era successo, mi accorsi che era la ferita causata dallo sparo a farmi male. Nella stanza non c’era nessuno o almeno così ricordo, dato che ero stordito da qualche droga pesante. Non so quanto tempo passò prima che entrasse in camera un uomo di mezza età con un camice bianco e un vassoio colmo di strumenti medici. Provai a liberarmi dalle corde che mi tenevano immobile, ma senza successo, anzi, riuscii solo a farmi più male. << Sta calmo!>> esclamò quell’uomo. << Rischi di allentare i punti.>> mi spiegò con calma. << Dove sono?>> chiesi allarmato. << Faccio io le domande!>> esclamò, ma in tono pacato. << Liberami subito o…>> << o… che cosa?>> rise.

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Mi accorsi che quella era una battaglia già persa in partenza e cercai di placare i bollori col silenzio, per non rischiare troppo. Quando si avvicinò con i suoi strumenti credetti sinceramente che volesse uccidermi, invece, li usò solo per pulire e controllare la ferita. << Ti fa male se spingo qui?>> domandò in tono professionale pressandomi l’addome. << Un po’ sì.>> risposi sofferente. << Ti consiglio di non muoverti troppo se non vuoi iniziare a urlare per il dolore.>> disse appuntando qualcosa sulla sua cartella. Mi sciolse le caviglie e mi infilò due cuscini sotto le ginocchia << Dovresti stare più comodo così.>> disse. Passai due giorni in quella stanza e non vidi altri che lui. Il terzo giorno poi, mi trasferirono in un’altra stanza, ma senza legarmi, anche perché la porta era blindata e difficilmente sarei potuto scappare in quelle condizioni. La stanza era illuminata da un neon e di giorno riusciva a passare un po’ di luce da una finestrella in cima alla parete. Una sera, però, entrarono in stanza delle guardie armate, mi sollevarono con violenza dal letto e mi portarono in un’altra stanza blindata al piano di sotto. C’era solo una sedia di metallo al centro della stanza. Avevo immaginato un imminente spostamento, anche perché poco prima erano venute in stanza delle donne che mi avevano aiutato a indossare qualcosa di pulito. Stetti ad aspettare per ore in quel buco e dovetti sdraiarmi a terra per stare un po’ più comodo e non sentire troppo dolore. Non so dopo quanto tempo entrarono quattro uomini distinti insieme a due guardie armate, uno di loro fece

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segno a un soldato di mettermi a sedere sulla sedia e quando fui seduto un altro parlò << Come ti chiami?>> chiese minaccioso. << Voglio prima sapere dove sono e perché mi tenete chiuso qui dentro.>> risposi. Fu decisamente una mossa infelice la mia, perché mi mollò un ceffone di una violenza inaudita. << Devi solo rispondere alle mie domande!>> gridò. Lentamente iniziai a capire cosa stesse succedendo. << Allora? Voglio sapere il tuo nome!>> continuò. << Alessandro.>> mormorai. << Bene Alessandro, ben venuto nel centro operativo del Clan.>> Mi spiegò cosa fosse quel posto, mi spiegò qual’era il loro compito e mi fece chiaramente intendere che non sarei mai uscito vivo da lì. << Voglio i nomi dei pezzi grossi, dei membri del Gran Consiglio, per intenderci. Tu per noi sei solo uno dei tanti pesciolini insignificanti che nuotano lì fuori. Io voglio lo squalo, e tu mi dirai il suo nome.>> disse << Uccidimi piuttosto.>> risposi in segno di sfida. << Vuoi fare il duro? Bene!>> Passai una notte atroce. Diedero disposizione alle guardie di farmi cambiare idea e questi mi pestarono a sangue. Mi avrebbero ucciso se non fosse intervenuto uno dei quattro a fermarli. Mi sbatterono in una cella del seminterrato, mi legarono la caviglia sinistra a una catena e mi lasciarono lì agonizzante per non ricordo quanti giorni. Ogni tanto veniva qualcuno a portarmi un bicchiere di latte o qualcosa da mangiare. Altre volte invece, veniva il dottore a controllare che non si infettassero le ferite.

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Non mi volevano morto, sapevo troppo e finché non mi fossi deciso a parlare avevo una minima speranza di sopravvivenza. Almeno finché non avessero catturato qualcuno che ne sapeva quanto me, o finché resistevo alle loro torture. Non sapevano chi sono veramente, ma sapevano che conoscevo le risposte alle loro domande e mi avrebbero tenuto in vita finché non avessi placato la loro sete di sapere. Mi fecero moltissimi test clinici, dalle analisi dei liquidi a quelle dei tessuti esterni e interni. Ero la loro cavia da laboratorio. Senza ombra di dubbio avranno riscontrato delle anomalie, ma non abbastanza da etichettarmi non umano. In effetti, noi Ancharos per i Comuni siamo solo una via di mezzo tra realtà e fantasia. Una sera, dopo la visita del medico, che puntualmente scendeva per controllare il mio generale stato di salute, entrarono i quattro nella cella. << Dobbiamo complimentarci con te>> disse uno << Hai davvero la pelle dura!>> Sapevo che non potevo rispondere e non lo feci. << Devo ammettere che mi hai davvero stupito! Cos’è? Vi siete evoluti? La nuova generazione è più forte delle altre?>> continuò. << Uccidetemi, o lasciatemi andare.>> mormorai esausto. <<Che cosa sai?>> terminò. << Non so niente.>> risposi. << O sai troppo!>> esclamò un altro. << Non saprete niente da me>> gridai << Quindi uccidetemi subito e facciamola finita.>>

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<< Purtroppo per te ci servi vivo, almeno finché non riusciremo a catturarne degli altri un po’ speciali come te.>> << Non li troverete mai!>> esclamai collerico. << In tal caso… otterremo tutte le risposte che cerchiamo esclusivamente da te.>> Ero spaventato e loro, bastardi, sguazzavano nella mia paura. Mi lasciarono tranquillo per qualche giorno, poi, una mattina mi portarono in laboratorio, mi immobilizzarono su un tavolo operatorio e un medico, diverso dal solito, mi sottopose a una serie di esami. Non sentii dolore, perché mi addormentarono. Mi risvegliai con la mano destra fasciata. Dalle medicazioni capii che mi avevano esaminato il palmo per trovare delle anomalie fisiche che potessero spiegare il fenomeno dell’efflusso anche da un punto di vista scientifico. Il dolore che ho sentito nei primi giorni dell’intervento però, è indescrivibile, le lacrime mi colavano giù da sole, non riuscivo a parlare, a bere, a mangiare, riuscivo solo a piangere. Per non parlare dei giorni seguenti in cui si dilettarono nel distruggere anche quel po’ di dignità che mi era rimasta. Avevo giurato a me stesso che non sarebbe più successo, avevo giurato che non avrei più permesso a nessuno di farmi sentire così. Non era servito a niente. Ricordo bene quand’è stata l’ultima volta che avevo pianto fino a stare così male, avevo appena compiuto diciotto anni. Non ricordavo fosse così soffocante però.

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Devo aver pianto per ore, perché dopo mi sentii davvero esausto. Desideravo solo coricarmi a terra e dormire, ma non avevo il coraggio di prender sonno. Non dimenticherò mai quello che mi hanno fatto passare in quei giorni. Perfino l’essere più crudele della terra mi avrebbe dispensato da quelle umiliazioni. Stanchi anche di quel passatempo poi, decisero di psicanalizzarmi. Mandarono giù una donna che iniziò a farmi tutta una serie di domande e che per quasi tre settimane scese a farmi compagnia tre volte al giorno per più di un’ora. La vidi l’ultima volta la sera prima che mi trasferissero a Baltimora. Devo ammettere però, che da quando sono arrivato lì, a parte l’episodio criminale della seconda notte, non mi tormentarono più come prima. Ero diventato una specie di sorvegliato speciale, un prigioniero di guerra a cui non può essere fatto del male, anche se ormai, oltre a darmi la morte non avrebbero più potuto farmi altro. Il brutto è che perfino quello è un loro meschino tentativo di tortura, sapevano che a quel punto morire per me sarebbe stata la più lieve delle pene, se non una consolazione, e non mi concessero neanche questo.

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34 Il sole del mattino mi colpì il viso rilassato. La mano di Denise ancora stretta alla mia. Il suo respiro, pigro e profondo, sul collo. Mi spostai appena, sciogliendo il groviglio di dita che ci aveva tenuto insieme tutta la notte. Si mosse, ma senza svegliarsi. Era stata una nottata lunga. Avevo dormito sì e no tre ore, Tormentato dai dolori lancinanti che mi scuotevano il corpo tenendo sveglia anche lei. Sarei rimasto a letto a riposare ancora un po’, ma non volevo rischiare oltre, la buona sorte. Buona sorte! Come no! Mi alzai dopo aver recuperato il telo di spugna finito in fondo al letto. Mi stiracchiai alla meglio e mi diressi in bagno ancora assonnato. La doccia mi svegliò. Mancavano venti minuti alle otto. Massimo starà dando i numeri a quest’ora, se Nicola non ha pensato di avvertirlo. Presi in prestito un rasoio usa e getta di Denise per tagliar via quei quattro peli che mi spuntavano sul viso di tanto in tanto. Uscii dal bagno dopo circa un’ora, pulito e profumato, massaggiandomi sul volto una punta di crema idratante che avevo trovato nell’armadietto del lavandino. << Buongiorno!>> esordì Denise, seduta al centro del letto col vassoio della colazione. << Alla buon’ora.>> Sorrisi mettendomi a sedere nella mia porzione di letto ancora sfatto. Di mattina sono assai poco loquace.

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<< Ci sono biscotti, fette biscottate, brioche, burro, marmellata, latte e the. Dipende da cosa preferisci. Caffè non ne ho. Non lo beve nessuno in casa.>> Le diedi un bacio castissimo sulla guancia. Presi una fetta biscottata e una monoporzione di marmellata alla ciliegia, che vi spalmai. << Il latte va benissimo, ti ringrazio.>> Mi prese il mento con la punta di un dito e mi voltò il viso fino ad avere la tempia destra davanti ai suoi occhi << È davvero sparito tutto. Stupefacente!>> Aveva riindossato il medaglione mentre ero in bagno. Annuii, dando un morso alla fetta biscottata inzuppata nel latte. Sorrise << Devo imparare a fidarmi di quello che dici.>> << Tu non mangi niente?>> Si rabbuiò. E tu impara a farti gli affari tuoi. << Dai, fammi compagnia. Non mi piace mangiare da solo. Mi sento osservato.>> Spizzicò un pezzetto di brioche e se lo postò alle labbra quasi con riluttanza. È così tanto disgustosa quella Brioche? << Programmi per la giornata?>> chiese dopo aver bevuto un sorso di te per mandare giù la brioche. << Per il momento mi accontenterei di uscire dal tuo quartiere senza pallottole in corpo. Per quelle il medaglione non ha alcun potere.>> << Non riesco ancora a crederci. Non…>> << … hai mai visto delle ferite guarire così in fretta.>> completai la sua frase. << Esattamente! È stato il medaglione?>> << Sì.>> << e…>>

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<<… e non posso dirti di più, quindi per favore non chiedermelo se non vuoi ricevere una menzogna come risposta.>> << Non ti fidi di me?>> chiese un po’ dispiaciuta. << Sinceramente? No!>> Non potevo farlo. C’era troppo in ballo e lei, per quel che mi riguardava, finché fosse rimasta col branco, era ancora una mia nemica. Venire a conoscenza dell’identità della Setta dei Dodici Rinnegati non le avrebbe cambiato la vita, ma a me sì. Se il Clan fosse avesse scoperto il potere dei medaglioni, avrebbero avuto un pretesto in più per darci la caccia. Quando circa millecinquecento anni fa gli Ancharos si riunirono per eliminare la Setta, i Dodici forgiarono i dodici medaglioni. Tormalina Nera, quarzo di rocca e sangue d’innocente. Ogni medaglione è legato a una diversa maledizione, che li accomuna tutti a un unico potere: l’immortalità divina. I medaglioni li protessero dai nostri propositi di sterminio per almeno trecento anni. Un giorno però, uno dei Dodici, stanco di dover continuare a fuggire, a nascondersi, chiese clemenza al Gran consiglio in cambio della libertà. Consegnò il proprio medaglione e giurò di alleanza e sottomissione da allora in avanti. Come prova della sua fedeltà il consiglio pretese che rivelasse loro il nascondiglio degli altri undici. Il traditore obbedì senza esitare e il giorno dopo, un esercito di dodici cavalieri Comuni, assoldati dal Gran Consiglio, partirono per dodici diverse destinazioni alla ricerca dei Rinnegati. Ne tornarono indietro sette. I quattro Rinnegati sopravvissuti invece, da allora hanno continuato a nascondersi e ad agire in segreto. Sette medaglioni per sette membri del Gran Consiglio, più uno restituito al Rinnegato traditore per riconoscenza del servizio reso.

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Molto sangue è stato versato nei secoli per entrare in possesso dei sette talismani. E col tempo si è persa la traccia della maggior parte di essi. Fin ora, escluso il mio, ne sono stati ritrovati cinque, uno dei due mancanti siamo quasi sicuri che si trovi custodito fra i tesori del Monastero italiano per eccellenza. Sospettiamo che uno dei tre Rinnegati superstiti si trovi lì con lui, ritirato a vita claustrale per sfuggire alla cattura. Il secondo è stato avvistato una decina di anni fa in Tibet, ma all’arrivo dei nostri era già stato portato via chissà dove. Dei medaglioni recuperati, uno è in mio possesso, uno è nelle mani di Lorenzo, uno è sempre al collo di mio nonno, che lo ha acquistato a una cifra impensabile da un ricettatore egiziano, uno è custodito gelosamente da un illustre membro della casa reale Britannica, e gli altri due sono rispettivamente in Marocco e in Australia, e infine c’è il mio. Sei in tutto. Due dispersi e quattro nelle mani dei Rinnegati superstiti. A diciotto anni non avevo idea che l’iniziazione fosse tenuta proprio dal Gran Consiglio. Se l’avessi saputo non so se avrei avuto lo stesso coraggio e la stessa determinazione nell’eliminarli. Il bello è stato che, non immaginando l’identità dei membri dell’iniziazione, non subii neanche gli attacchi del medaglione del Rinnegato. Me ne accorsi solo quando una settimana dopo mi feci spazio fra le macerie e scesi nei sotterranei per accertarmi che fossero tutti morti. Da quanto ho potuto vedere quel giorno, dev’essere stata una morte lenta e dolorosa la loro. C’era stata una rissa furibonda per impossessarsi del medaglione del Rinnegato. I vincitori poi erano morti nel tentativo. Uno di loro doveva essersi avvicinato davvero troppo, perché l’ustione sul torace gli era stata letale. La scarica elettrica era stata tanto forte da sciogliergli la carne ed esporre gli organi carbonizzati. Gli altri non ebbero sorte migliore comunque.

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Solo il Rinnegato era ancora vivo quando scesi di sotto. Il medaglione lo teneva in vita. Io non sapevo ancora chi fosse, né capivo cosa fosse accaduto lì sotto in quella settimana. All’inizio pensai di lasciarlo in vita. Attribuii la sua sopravivenza a una clemenza divina. Mi aggirai per il salone osservando i cadaveri maleodoranti dei sette Membri del Gran Consiglio. Li contai più di una volta. Erano proprio sette. << E tu chi sei?>> chiesi al Rinnegato. Se ne stava accucciato in un angolo. Tremava. << Come sei entrato?>> Non mi guardava. Non rispondeva. << Allora?>> ringhiai << Sto parlando con te.>> Avrà avuto all’incirca trent’anni. Era più grosso e muscoloso di me, eppure mi temeva. Ma forse era solo ancora terrorizzato dagli attacchi subito negli ultimi giorni. Il salone era troppo piccolo per contenere il raggio protettivo del medaglione, che si propagò investendomi in pieno. Mi sbalzò contro la parete in fondo, alle mie spalle. Non mi uccise perché i miei propositi nei suoi confronti non erano omicidi. La forza del Medaglione, infatti, è tanto più potente, quanto più ostili sono le intenzioni dell’aggressore. Avevo sentito parlare dei Rinnegati in collegio. C’era un libro dedicato all’intera storia, che dovetti studiare a fondo, perché era materia d’esame dell’ultimo anno. Però, trovarmene davanti uno in carne e ossa, fu come rendere reale quello che fino ad allora mi era sempre sembrato solo un mito. Mi accorsi solo in quel momento d’aver sterminato il Gran Consiglio.

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Presto se ne sarebbero accorti, forse stavano già arrivando per controllare, perché era lì che dovevano andare l’ultima volta che li avevano visti vivi. Se mi avessero trovato lì, se fossero riusciti a ricollegare a me quell’eccidio, avrei pagato l’affronto con la mia stessa vita. Improvvisamente mi accorsi di avere solo due opportunità per farla franca: fuggire e far perdere per sempre le mie tracce, passando il resto della mia vita a nascondermi dalla mia stessa gente, oppure uscire più velocemente possibile da lì e fare finta di niente, nella speranza di non aver lasciato troppo indizi compromettenti. La decisione che presi fu talmente fulminea, che l’azione quasi precedette la mente. Ero ancora seduto a terra dove mi aveva scagliato la forza del medaglione, riflettendo sulle conseguenze del mio gesto, quando raccolsi la pistola che mi era caduta accanto e sparai al Rinnegato senza neanche prendere la mira. Un colpo dritto al centro della fronte. Non ce l’avevo con lui. Non volevo ucciderlo, ma era un testimone troppo scomodo. Fuggii subito dopo, portando via con me il medaglione. Ero a New York quando si scoprì che ero stato io l’artefice di tutto. Galeotto fu il proiettile nel cranio del Rinnegato assassinato. Tuttavia, non ci furono conseguenze così disastrose come immaginavo. In molti desideravano far parte del Gran Consiglio, e la morte degli Anziani aveva aperto molte strade in un colpo solo. Mio nonno era uno di loro, e questo mi garantì la sopravvivenza, nonché il rispetto e l’obbedienza degli altri Ancharos minori. Sono rimasti in tre a custodire il segreto del rito di foggiatura dei medaglioni. Per quanto ne sappiamo, la Setta non è stata più ricostituita, ma nulla impedirebbe loro di rimpiazzare i membri mancanti e rinascere più forte e vendicativa di prima.

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Per questo motivo abbiamo sempre cercato di tenere il Clan all’oscuro di tutto. Potrebbero mettersi sulle loro tracce e usarne il sapere millenario contro di noi. Per questo dovevamo assolutamente trovarli prima di loro e portare a termine il lavoro iniziato più di mille anni fa. Per questo motivo non potevo assolutamente fidarmi di nessuno. Neanche di Denise. Sulla sedia della sua scrivania, c’erano degli abiti piegati. Un pantalone sportivo, di quelli militari con i tasconi sulle gambe, solo che era in tinta unita color nocciola. Una felpa beige con cappuccio della Puma e intimo in microfibra bianco. Le mie scarpe erano asciutte e pulite ai piedi della sedia. Si accorse che guardavo in quella direzione << Non sono di chi pensi tu.>> disse << Sono di mio cugino. A volte viene a stare da noi per il fine settimana.>> << Credo sia proprio ora di andare. Devo passare a casa per accertarmi che non ci siano state ripercussioni dopo ieri sera. Tu aspetta qui. Tornerò a prenderti con la macchina. Ti aspetterò allo stesso posto di ieri mattina. Non posso proseguire oltre. Ti faccio uno squillo appena sono lì. Non voglio che te ne stai all’aperto da sola. Non è sicuro. Non è infallibile come sembra. >> << Voglio venire con te.>> << Meglio di no. Saresti solo una distrazione.>> << E se quelli dovessero tornare? Il medaglione potrebbe proteggere entrambi.>> << Ho detto di no.>> puntualizzai infilando anche i pantaloni. Scese da letto. << Non puoi darmi ordini.>> << Denise.>> mi stavo alterando, e il medaglione rispose con le prime piccole scosse.

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<< Mia madre andrà in ospedale fra poco. Non voglio restare qui da sola. Se non mi porterai con te, chiederò a Marco di venire a prendermi.>> Gli lanciai un’occhiataccia minacciosa. La scossa mi allontanò da lei. Sbuffai irritato. << E va bene.>> acconsentii rassegnato. << Sbrigati però.>> Le labbra si inarcarono in uno splendido sorriso << Faccio in un lampo.>> poi sparì chiudendosi la porta alle spalle. Io intanto continuai a vestirmi.

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35 Non capivo perché volessero tenermi lucido di mente. Io non rispondevo alle loro provocazioni, non mi lasciavo trascinare dall’ira del momento, mi ritenevo troppo intelligente per quei matti. Si vedeva lontano un miglio che le loro erano provocazioni che mi avrebbero solo provocato un pestaggio gratuito e soprattutto evitabile. Dopo settantacinque giorni però, cominciavo a non poterne più. Mi sentivo troppo sporco. Volevo fare un bel bagno caldo, anche una doccia andava bene, purché potessi sentire tutt’intorno profumo di pulito. Erano trascorsi oltre tre anni dall’ultima volta che ero rimasto così a lungo senza starmene almeno due minuti a mollo nell’acqua. Non mi sarei lamentato neanche se fosse stata acqua gelida, purché fossi riuscito a togliermi di dosso quel fetore. Non ne potevo più di essere trattato come una bestia! Fu dura accettare di nuovo la prigionia dopo aver assaporato la libertà. Non parliamo poi del dolore lancinante che sentivo a causa di una nuova ferita viva sull’addome, sentivo che sarei impazzito se non mi avessero dato qualcosa per alleviarlo. E pensare che un tempo ho detestato la vita lussuosa di casa mia. Dovevo essere proprio matto! Avevo bisogno di sentirmi ancora un essere umano, e l’unica cosa che avrebbe potuto darmi quella sensazione era un bel bagno. Avrei rinunciato su due piedi al mio intero patrimonio per un bagno.

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Avevo fatto tanto per riprendere qualche chilo dopo l’iniziazione e in un attimo li avevo persi tutti di nuovo. Che strazio! Se solo quella sera fossi rimasto a casa come stabilito, non me ne sarei mai stato lì da solo a farmi divorare vivo dai ricordi. Eppure avrei dovuto immaginarlo! Chi altri, dopo tredici anni all’Ancharos, si sarebbe lasciato fregare come ho fatto io? Se ci penso mi viene ancora voglia di prendermi a testate contro il muro. Devo ammettere però, che la dura permanenza in collegio mi aveva preparato a tutto questo. Diversamente non avrei resistito così a lungo. Intanto le sere calavano indisturbate dalla finestra della mia cella ed io, guardando la luna sfuggire ai miei occhi, riuscivo solo a pensare a quello che avevo perso. Non so perché voglia aggrapparmi al ricordo di questa brutta esperienza, ma conservo ancora un foglio scritto di mio pungo in quel periodo. Come avevo previsto mi trasferivano in un’altra base. A Baltimora c’erano meno probabilità che i miei uomini riuscissero a trovarmi. Stamattina si viaggia! Sono chiuso in un minibus blindato del Clan stiamo andando a Baltimora, non so perché, forse mi trasferiscono in un’altra base. Il mezzo ha dei finestroni con vetri oscurati, quattro coppie di sedili. Io me ne sto tranquillamente seduto a scrivere, cercando di non pensare a quello che succederà una volta arrivati a destinazione.

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E' strano, è come se qualcosa dentro mi impedisse di pensare, è da qualche giorno che la sento, una voce, chiara, che pensa al posto mio, una presenza inquietante che non sentivo da tanto. E' come se qualcuno a me molto vicino volesse a tutti i costi parlarmi, comunicare con me, come faceva un tempo ormai lontano. Stamattina la sento proprio forte, è lei che mi ha convinto a scrivere, come se volesse farmi tirare fuori tutto quello che ha da dire. Non riesco a farla smettere, parla, parla, parla, mi fa pensare a cose che non avrei pensato mai, mi dice cose che conosco, ma che non ho mai avuto il coraggio di dire. E' come se mi stesse rimproverando, perché non le vado bene così come sono, mi vuole cambiare, e parla, parla, parla ancora. Il minibus col suo passo lento si appresta a raggiungere la sua meta. Io fisso il paesaggio correre dal finestrone e non posso fare a meno di domandarmi "qual è la mia meta?", delle volte la risposta mi appare così chiara, così ovvia da dare tutto per scontato, da farmi dare la mia intera vita per scontato. Altre volte invece, è tutto così cupo e misterioso da farmi dubitare di tutto, in quei momenti non so più niente, chi sono, che cosa faccio, perché lo faccio... E' una sensazione orribile. Tutto a causa di quella voce, è lei che mi fa dubitare, è lei che col suo logorroico parlare mi mette in testa problemi che non ho. E' strano come tutto ciò che c’è intorno sia relativo, come lo scorrere inesorabile del tempo sia solo un interminabile attimo di vita. E' strano come la vita sia solo un brevissimo istante di quell'attimo di tempo.

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La vita di una goccia di pioggia si esaurisce in una frenetica caduta, eppure il suo tempo continua a scorrere veloce, fino all'evaporazione, fino al nulla. Le vedo cadere una dopo l'altra, pesanti e forti, che si abbattono violente sulla vita altrui, vanno a intaccare il tempo di qualcun altro. Si scagliano frammentarie sui finestroni del bus, il vetro ha fermato la loro corsa, il vetro ha impedito loro di raggiungere la meta, ha accelerato il loro tempo ed ora, se le porta via lontano. Ha smesso di piovere, tutto sembra più calmo, a Philadelphia si affaccia un timido sole, le gocce di pioggia sul finestrone ora non ci sono più, il loro tempo è finito, per loro tutto è finito. Le loro piccole compagne adagiate a terra hanno deciso di collaborare, se resteranno unite il sole non se le porterà via tanto presto, ma dopotutto, loro hanno già raggiunto la meta. Il bus da qualche minuto si è fermato, un intoppo ha rallentato il suo tempo ma nulla potrà impedirgli di raggiungere la sua meta, il tempo potrà rallentare, ma prima o poi sarà costretto a ripartire, è inevitabile. E' dunque questo la vita? Un implacabile rincorrere il tempo per varcare la soglia del nostro ambito traguardo? Cosa c'è oltre quella soglia? Il nulla? L'oblio? O solamente un'altra soglia da varcare? E soprattutto, quale sarà mai il mio traguardo? Per quanto ancora scorrerà questo mio tempo? È indefinibile il terrore che ho provato stanotte! Il panico protrattosi per ore, l’incapacità di mantenere i nervi saldi… il sangue freddo, per evitare di cadere nell’angoscia più totale.

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Non sono mai stato così male in vita mia. La consapevolezza di non poter scappare, di non avere scampo. L’attesa infinita di qualcuno che mi aiutasse. La paura che potesse accadere l’irreparabile. La consapevolezza di aver del tutto perso il controllo e di non riuscire a recuperarlo. L’incapacità di reagire concretamente a quello che accadeva. L’involontaria rassegnazione. L’idea fissa che quell’incubo non sarebbe finito mai, mi ha fatto per la prima volta desiderare sinceramente di morire. Non so cos’è, va tutto storto, è come se fossi sul margine di un profondo precipizio, come se stessi per cadere. I giorni passano velocissimi ed io non riesco a stargli dietro, corrono, corrono… Va ogni giorno peggio. Non riesco a fermare tutto questo correre del tempo, non sono pronto ad affrontare questo strano domani, vorrei che fosse sempre ieri. Non riesco a togliermi questo grosso peso di dosso, mi schiaccia, mi soffoca. È una sensazione orrenda, devo trovare il modo di buttarla via, ma non so come. Ho paura! Ho tanta paura! A nessuno importa di me, nessuno mi ascolta. Come vorrei che finisse tutto! Come vorrei avere il coraggio di prendere quell’assurda decisione. Come vorrei avere il coraggio di seguire quella strada.

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Fossi stato solo lo avrei fatto già da tempo, ma troppe persone dipendono da me e non posso fregarmene di tutti. Pensare, che mi sono intrappolato da solo, ho fatto tutto io, come al solito. È terrificante pensare di andare avanti così. Sarà lo stress di questi ultimi giorni? Di sicuro è lo stress! Vorrei tanto andare sulla cima altissima di una montagna e mettermi a gridare e invece posso solo urlare dentro di me. A volte vorrei che qualcuno riuscisse a sentirmi, che riuscisse a capire quello che provo, quello che voglio. Vorrei fuggire via, lontano da tutti, da solo. Vorrei non sentirmi più così! Fa troppo male. Devo trovare il modo di tirarmi un po’ su, ma come? Non ho più forze. Perché il tempo non si ferma un po’? Giusto un momento per farmi riprendere fiato. Voglio tornare a casa! Voglio andare via da qui. Liberatemi da questa angoscia! Liberatemi da questo senso di puro panico. Portatemi via! Una mattina tornò Carrie a trovarmi. Non era una grande psicologa, ma in fin dei conti il suo compito principale era solo farmi parlare. Quella volta non rimase fuori dalle sbarre, aveva avuto il permesso di entrare nella cella. Si sedette sul ciglio della branda su cui ero disteso e rimase quasi tutta la mattina a farmi compagnia. Era una delle pochissime persone che ho conosciuto in quel posto a non aver affatto paura di me.

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Mi guardava come se mi conoscesse da sempre, come se tutte le menzogne che avevano ricamato sul nostro conto non la sfiorassero affatto. << Come stai?>> mi chiese subito. << Qui sto meglio.>> << Ho saputo che l’altra notte non te la sei passata tanto bene.>> << Non ne voglio parlare.>> la frenai. << Ne sei sicuro?>> << Sicuro.>> Parlammo per lo più di banalità. Mi mise nella condizione di sentirmi libero di raccontarle qualunque cosa, ma non servì a farmi cantare. Tornò anche il giorno dopo, ma quella volta in incognito. Non so come abbia fatto a raggiungere il seminterrato senza farsi notare, ma lo fece. Mi gettò un pugnale dalle sbarre e fuggì. Non mi sembrava vero. Lo afferrai velocemente per nasconderlo, ma aspettai qualche ora prima di usarlo, non ero così stupido da non pensare che avrebbe potuto essere una trappola. Nell’arco della giornata c’erano quattro giri di perlustrazione e almeno ogni ora scendeva qualcuno a controllare. Avevo calcolato per bene i momenti di assoluta solitudine. Dovevo solo aspettare il momento opportuno per fare la mia mossa: Liberarmi dalla corda che mi imprigionava le mani dietro la schiena e, alla prima occasione, usare i miei poteri per atterrare la guardia con le chiavi della cella. Dovevo stare attento perché avevo a disposizione un solo errore. Avevo aspettato tanto, avrei saputo aspettare ancora.

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Dal tramonto all’alba passavano due sole ronde, una alle 22:00 e l’altra alle 3:00. Avevo un buco di cinque ore, in cui scendevano a intervalli altre quattro guardie e una donna per uno spuntino intono alla mezzanotte. Il controllo durava all’incirca dieci minuti, il che mi lasciava solo cinquanta minuti prima del successivo. L’unica occasione che avevo per uscire da lì era a mezzanotte, quando scendeva la signora Trudy col bicchiere di latte e i biscotti. Era l’unica, infatti, che apriva la cella, disarmata. Dovevo stare attento a immobilizzarla senza farla urlare, altrimenti si sarebbe scatenato l’inferno. Non volevo farle del male, ma non mi sarei fatto scrupoli se fosse stato necessario. Dovevo solo pensare a come uscire una volta fuori dalla cella. Non sapevo, infatti, quante guardie ci fossero oltre il corridoio. Individuai il mio momento nell’ottantatreesima notte di prigionia. Ero pronto a far vedere a quei bastardi cosa volesse dire mettersi contro un Ancharos. Il piano che avevo ideato non era dei più brillanti anche perché quella notte, per ragioni a me ancora sconosciute, non scese Trudy, ma un soldato, per il solito controllo. Ero stanco di aspettare, avevo già progettato tutto e per nulla al mondo avrei passato lì dentro un altro giorno. Così passai al piano B, che non avevo.

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Attirai l’attenzione della guardia, con aria sofferente, pregandolo di portarmi un bicchiere d’acqua. In principio non volle farlo, poi, non capii cosa gli fosse preso, si allontanò un momento e tornò con il bicchiere d’acqua. Sembrava troppo bella quella bontà per essere vera! Entrò nella cella, si avvicinò al letto e con una risatina ironica versò a terra tutto il contenuto del bicchiere. << Ti basta questa o ne vuoi dell’altra?>> sghignazzò. Un po’ mi è dispiaciuto ucciderlo! Naaa, non è vero! Era già passata mezz’ora e non mi rimaneva molto tempo, così gli tolsi l’uniforme per indossarla e cercare di passare inosservato. Caricai il fucile e uscii da lì il più velocemente possibile. Mi guardai un po’ intorno per capire dove andare e notai altre celle tutt’intorno. Molte erano vuote ma tre ospitavano dei Comuni. Avevo le chiavi per farli uscire, ma appena mi avvicinai a una di quelle celle mi si scagliarono contro come bestie inferocite. Non persi tempo con quella gente - A parer mio stavano meglio rinchiusi lì che fuori a creare scompiglio -. Quando uscii dal seminterrato vidi che il piazzale brulicava di soldati armati. Mi nascosi, avevo al massimo altri dieci minuti prima che si accorgessero che ero fuggito e da allora avrei avuto meno di un istante per trovarmi il più lontano possibile da lì. Avevo due strade: o lasciavo fare al caso o passavo all’attacco e uscivo finalmente da quel lerciume.

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Date le mie precedenti controversie col destino, scelsi di gran lunga la seconda alternativa. Mi separava dalla libertà una recinzione di oltre quattro metri a qualche centinaio di metri di distanza da me. Tutt’intorno? Morte. Avevo il caricatore fucile pieno e, in più, una semiautomatica con sei proiettili in canna. In tutto? Una manciata di morte. A mio favore c’era solo la notte. Io vedevo perfettamente al buio mentre loro avevano molta difficoltà a farlo, nonostante le visiere a infrarossi. Inoltre potevo udire cosa si dicevano e anche questo mi aiutava a schivare le loro mosse. Attesi un ultimo istante, presi un bidone che avevo lì vicino e lo lanciai a qualche metro sulla mia destra. Istintivamente tutti i soldati si voltarono impugnando le armi ed io ne approfittai per dare una prima scaricata per aprirmi un varco verso la libertà. Caddero almeno dieci soldati, non credo fossero morti, anche perché non mi potevo permettere di sprecare proiettili inutilmente. Mentre gli altri iniziavano a capire cosa stesse succedendo io ero già a metà strada verso la recinzione. Nella corsa poi, afferrai il mitra di un caduto, e feci bene, perché iniziarono a volarmi contro centinaia di proiettili tutti insieme. Potei solo rispondere al fuoco e cercare disperatamente di evitare il loro. Credo d’essere stato spudoratamente fortunato, perché sono uscito quasi illeso da uno scontro totalmente a mio sfavore. Me la cavai con un paio di ferite di striscio sulla coscia sinistra.

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Mi inseguirono per quasi un’ora, ma è difficile scovare qualcuno nella notte se quel qualcuno al buio si muove come se fosse pieno giorno. Vederli rinunciare fu stata la soddisfazione più eccitante che avessi mai provato. Ero libero! L’incubo è finito! Non vedevo l’ora di tornare a casa riabbracciare la mia famiglia. Impiegai una settimana per tornare all’appartamento di New York. Fui fortunato perché sulla strada incontrai un camionista che mi diede gentilmente un passaggio fino a New York senza fare troppe domande. Volevo fare una sorpresa alla mia Celine, erano più di due mesi che non avevo più avuto il piacere di stringerla forte a me come un tempo e soprattutto, erano mesi che non vedevo il mio piccolo Thomas, anche se sapevo che sarebbe passato ancora qualche giorno prima di poter tornare in Italia e riabbracciarli. Non chiudevo occhi da giorni tant’era l’entusiasmo di riaverla fra le mie braccia. Un terribile incubo era finito, avremmo potuto finalmente ricominciare una vita il più possibile normale, tutti e tre insieme, in Italia, al sicuro. Avrei finalmente vissuto la vita che per ventun’anni mi era stata negata. Avrei potuto tutto questo se solo, tornato a casa, non fossi stato catapultato in un incubo ancora più feroce. Se solo non avessi mai varcato quella soglia… avrei evitato ai miei occhi di assistere a un simile strazio. Linda era accovacciata a terra, terrorizzata, in un oceano di sangue, e Celine e la piccola Molly riverse sul pavimento, senza vita.

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Linda stringeva forte i corpi esanimi delle sue figlie, come per intrappolare le loro piccole anime e impedirle di volare lontano da lei. Ma com’è possibile? Che ci fai ancora qui? Era successo di nuovo! Il Clan aveva vinto ancora! Fu così che le trovai una volta tornato a casa: Linda in avanzato stato confusionale e la mia Celine e Molly tra le sue braccia, senza vita da quasi un’ora ormai. Ero arrivato tardi! Se solo non avessimo trovato traffico per strada ora sarebbero ancora vive. Se solo non fossi uscito da casa quella notte, quando Celine mi implorò di restare a casa con lei, adesso potrei ancora godere dell’affetto della mia famiglia. Ma perché era ancora a New York invece di stare al sicuro in Italia insieme al bambino? Erano riusciti a colpirmi al cuore ancora una volta. Per quanto ancora sarei riuscito a sopravvivere a quegli scempi? Mi risuonano ancora vive le grida disperate di Linda quando mi vide << Alessandro! Dio ti ringrazio! Sei tornato! Ti prego, salvale, tu puoi farlo, lo hai già fatto, ti scongiuro, non lasciarle morire.>> La guardavo stordito. Come potevo dirle che non avrei potuto salvarle? Con che coraggio avrei potuto pretendere che capisse. << Mi dispiace!>> sussurrai. << Perché?>> tremò. << Perché non posso resuscitare i morti, non so fare miracoli…mi dispiace.>> risposi tutto d’un fiato.

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E mi si spezzò il cuore quando continuò a supplicarmi << Sì che puoi! Non possono morire così, non devono morire così, Alessandro, dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo fare qualcosa…>> non riusciva a smettere, mi guardava distrutta, come se fossi la sua unica speranza. Non poteva sapere, non conosceva il dolore dell’impotenza, mentre io non ero nuovo a quella disperazione. Io conoscevo bene quel vuoto che provava nel cuore, quel fuoco che le incendiava l’anima, io lo conoscevo, era il mio mondo e non avevo il coraggio di mostrarglielo, per nessuna ragione avrei mai voluto essere io a farglielo vedere. Non riuscivo a muovere un muscolo, ero rimasto lì, impietrito sulla soglia del portone, paralizzato dall’ennesimo eccidio. Linda non smetteva di piangere, mentre i suoi lamenti mi penetravano dentro e scorrevano liberi nelle vene come un tormento. Vorrei riuscire a intrappolare tra queste righe tutto quello che in questi momenti sento, o meglio, tutto quello che da troppo tempo ormai non riesco più a sentire. È come se qualcosa in me si fosse spento. Come se quell’alito di vita che riempiva le mie giornate fosse morto per sempre. Sono svanite le mattine in cui non riuscivo a dormire. Sono svanite le palpitazioni frenetiche senza motivo. È finito tutto! Non lo sento più! Tutto l’entusiasmo, tutta la voglia di vivere per un solo sguardo. Tutto finito! Non sento più quella voce che mi invoglia ad alzarmi al mattino.

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Non sento più quel richiamo dolce dell’amore. Sento solo un grosso vuoto che invade il mio spirito, un vuoto che sta divorando tutto il mio essere. Mi manca la forza di reagire. Mi manca la voglia di guardare avanti. Mi manca quell’angelo che per quasi due anni quella forza me l’ha donata. Sì …, un angelo! Si era insidiato nel mio cuore, aveva preso alloggio nella mia mente, aveva seviziato la mia anima e l’aveva fatta sua. Ora che quell’angelo me l’hanno portato via, sono rimasto solo, con la mia anima morente, a fare i conti con il mio oscuro passato. Rimasi per ore seduto sul davanzale di una delle finestre del salone, deciso più che mai a gettarmi di sotto e farla finita per sempre con questa vita di lacrime. Ripensai a tutto quello che avevo passato in quegli anni, a tutto il male che avevo subito. Mi accorsi che prese insieme quelle sventure, non si sarebbero mai neanche avvicinate al dolore lancinante che provavo in quel momento. Sarebbe bastato solo un piccolo gesto e tutto sarebbe finito per sempre, non avrei più pianto o sofferto, non avrei più assistito a quelle scene. Cos’altro avevo da perdere? Avevo già perso su tutti i fronti, non trovavo più nulla per cui valesse davvero la pena lottare. Celine non c’era più e Linda mi odiava, mi reputava la causa di tutte le sue sciagure. Come avrei potuto biasimarla? Ero stato io a dare inizio a tutto.

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Non mi permise neanche di avvicinarmi a Celine per quanto era sconvolta. << È tutta colpa tua!>> strillava << Dov’eri quando avevamo bisogno di te? Come hai potuto permettere che accadesse? Come hai potuto permettere che facessero tutto questo alle mie bambine?>> gridava inconsolabile << È tutta colpa tua! Tu le hai uccise! Tu le hai uccise!>> “ Tu le hai uccise!” questa frase tormenta tuttora le mie giornate. Un gesto, un misero salto e non avrei più udito quelle parole. Un salto… solo un salto. E mio figlio? Che ne sarebbe stato del nostro bambino? Sarebbe stato una delle prossime vittime di quei macellai. No, Alex! Non puoi permetterlo. No! Certo che no. Non l’avrei permesso. Non avrei concesso a quei bastardi di continuare la loro opera di sterminio. Non avrei tollerato che un’altra sola creatura morisse a causa loro. Dopotutto, avevo ancora qualcosa per cui lottare, dovevo proteggere mio figlio, dovevo vendicare la morte dei miei cari. Il giorno dopo parlai con Linda, le spiegai tutto quello che era successo. Stava troppo male per capire le mie ragioni, ma almeno la convinsi a lasciare che mi occupassi dei funerali. Diedi disposizioni affinché le spoglie del mio amore fossero traslate nella cappella di famiglia, in Italia. Non avrebbe avuto senso, per me, lasciarla da sola a New York. << Chi è stato?>> chiesi a Linda in un momento di stasi, qualche giorno dopo il mio ritorno all’Inferno.

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<<Non lo so!>> mi rispose riprendendo a piangere. << Non ero in casa quando è successo, ero scesa per delle commissioni e quando sono rientrata ho trovato le mia bambine in quello stato.>> disse disperata. << Come hanno fatto a risalire a voi?>> << Non lo so!>> << Potrebbero essere state Sarah e le altre?>> << Assolutamente no! Vogliono troppo bene a Thomas per fare una cosa simile.>> << Linda? Qualcuno deve aver parlato, altrimenti tutto questo non sarebbe successo.>> dissi adirato. << Avete parlato con qualcuno in mia assenza? >> << Non l’abbiamo detto a nessuno! Te lo giuro.>> << Sicura? Riflettici bene! Sei sicura di non aver parlato proprio con nessuno?>> le chiesi di nuovo afferrandola per le spalle. << Te lo giuro!>> ripeté in lacrime. << Qualcuno deve aver parlato!>> gridai. << Oh Dio! >> esclamò poi, dopo un attimo di esitazione, lasciandosi cadere sul pavimento. << Che c’è?>> chiesi preoccupato. << Con chi hai parlato? Linda! Rispondi!>> sbraitai. << L’unica persona con cui ne parlavo era il reverendo Collins, due settimane fa mi parve strano che mi facesse tutte quelle domande, ma non riesco a credere che...>> balbettò incredula e shockata. << Che domande? Che domande, Linda?>> Non le diedi il tempo di rispondere, perché mi precipitai, furibondo, per le scale in cerca di quel traditore. Impiegai meno di un istante per arrivare in chiesa. << Reverendo!>> ringhiai. Quel bastardo stava celebrando una funzione e la chiesa era gremita di fedeli.

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Appena mi vide, Collins mi fissò e fece qualche passo indietro. Tutti i presenti invece si voltarono a guardarmi per la violenta irruzione, ma non si mossero dai loro posti. << Alessandro! Che piacere averti di nuovo fra noi.>> disse cercando di mantenere la calma. Quella sua espressione innocente mi fece ribollire il sangue e in pochi secondi lo raggiunsi come una furia sull’altare. << Come hai potuto tradirci così?>> << Non so di cosa stai parlando!>> si difese. << Lo sai benissimo invece!>> << Ti sbagli figliolo, non è come pensi tu!>> << Non chiamarmi figliolo!>> gridai << Non t’azzardare a fare il divino con me.>> << Non sono stato io!>> esclamò terrorizzato. << Non mentire!>> strillai. << Che cosa vuoi ora da me? Vuoi uccidermi?>> chiese tremante. << Voglio sapere perché! Dimmi perché!>> urlai. << Non c’è un perché.>> << Quanto ti hanno dato per fare i nostri nomi?>> << Che cosa?>> << Quanto ti hanno pagato quei bastardi per avere i nostri nomi?>> ripetei imbestialito. << Mi hanno costretto a parlare! Mi hanno puntato una pistola alla testa e mi avrebbero ucciso se non avessi parlato.>> sbottò sotto gli occhi inorriditi e confusi degli spettatori. << Hai lasciato morire mia moglie e una ragazzina per avere salva la vita? È questo che mi stai dicendo?>> sbraitai scagliandolo contro una parete e tenendolo fermo con una mano per la gola << È dunque questo che ti

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insegna il tuo Dio? Rispondi quando ti parlo!>> strillai rabbioso. << Tu non puoi capire! Non mi hanno lasciato altra scelta!>> tremò. << L’avevi una scelta!>> ringhiai << Cosa credevi? Che saresti sopravvissuto a me dopo che avessi saputo la verità? Credevi che t’avrei lasciato in vita dopo?>> << Tu… eri morto.>> << No! Tu sei morto. Se quei bastardi ti hanno puntato una pistola contro io ti faccio a pezzi con le mie mani, osso dopo osso. Ti lascio l’onore di percepire ogni piccolo e insignificante dolore fino al tuo ultimo respiro.>> sentivo il fuoco della mia mano incendiargli la gola. << No! Ti prego… ho sbagliato, è vero, ma solo perché ho avuto paura… non mi era mai successa una cosa simile… non ho avuto molto tempo per pensare. Sono stato un codardo… ammetto d’aver sbagliato, ma ti giuro che sono pentito, te lo giuro su Dio… sono…>> non lo feci finire, perché accecato dall’odio, gli ruppi il collo con un colpo solo. << Non mi basta!>> mormorai soddisfatto. Subito in chiesa si scatenò il putiferio. I fedeli si riversarono tutti di corsa verso l’uscita, calpestandosi l’un l’altro terrorizzati. Lo spettacolo era finito!

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36 Aspettammo che uscisse sua madre prima di prendere l’utilitaria in garage e lasciare il quartiere. Recuperata la Mercedes poi, lasciai che riportasse l’auto a casa e venisse al confine dove mi ero fermato ad aspettarla. Marco le aveva telefonato mentre si stava cambiando. Avevo risposto io e non mi era sembrato affatto contento di sentirmi. Questo mi mise di buon umore, dopotutto. Voleva che la accompagnassi da loro all’università. L’emergenza a Trastevere era passata e ora tornava a rivendicare la sua supremazia su Denise. << Oggi non può>> risposi << è impegnata.>> Mugugnò qualcosa, poi mi riattaccò il telefono in faccia. Gli Agenti appostati al confine ci seguirono fino all’imbocco della superstrada. << Non mi è mai piaciuto andare in giro con le guardie del corpo alle calcagna.>> dissi con fare scherzoso. Lei non se ne era accorta. << I tuoi amici ci stavano seguendo un attimo fa. Non sono contenti di saperti con me, immagino. Non ti hanno ancora detto niente in proposito? Dopotutto stai uscendo con l’uomo che ha quasi ucciso tuo padre. Mi sorprende che l’ordine di spararmi a vista sia ristretto al quartiere.>> << Tuo nonno ha un qualche coinvolgimento d’affari con mio padre. Lo ha invitato alla sua festa di compleanno, ricordi? Sarà per questo.>> Mio nonno fa affari con quel Bastardo? << Di che affari stai parlando?>> << Non lo so.>> Bugiarda!

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<< Nessuno della mia famiglia ha a che fare con la tua gente. Ti stai sbagliando. Dev’esserci un altro motivo che giustifichi la sua presenza al party.>> Sorrise << Nessuno nessuno? Ne sei proprio sicuro?>> << Nessuno a parte me.>> Si appoggiò allo schienale del sedile cercando una posizione più comoda. Il fondotinta nascondeva le occhiaie livide della notte insonne che le avevo regalato per ringraziarla dell’ospitalità. << Puoi tirarlo giù. Abbiamo ancora un’oretta prima di arrivare a destinazione. Approfittane per riposare un po’.>> dissi << Mi dispiace per sta notte. Avrei preferito che dormissi un pochino almeno tu.>> << Sto bene.>> rispose interrompendosi per uno sbadiglio. << Ma dove stiamo andando?>> << A casa mia.>> << Ma questa strada non…>> << Andiamo in Villa dai miei.>> precisai << Devo recuperare delle cose che ho lasciato in camera mia e controllare che sia tutto in ordine.>> << Quindi l’appartamento in città è solo un appoggio per…>> La interruppi di nuovo << Io ci vivo in città.>> << Ma il bambino non c’era quando mi hai portato a casa tua l’altra mattina.>> osservò. << Lui vive in Villa con la mia famiglia.>> << Ah!>> Mi voltai un momento a cercare il suo viso. Sorrisi. << E non mi chiedi perché?>> Si irrigidì, arrossendo. << Dai, lo so che muori dalla voglia di chiedermelo.>> << Ti sbagli.>>

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<< Sicura?>> << Sicurissima!>> Annuii << Ok! Nessun’altra domanda allora?>> << Nessuna.>> << Perfetto.>> Dopo Celine, Denise era la prima ragazza che portavo con me in Villa. Questo mi metteva un po’ a disagio, perché non volevo che la sua presenza lì con me potesse dare adito a qualcuno di pensare che ci fosse qualcosa fra noi. Prima di invitarla a entrare, recuperai in un cassettino abbandonato della mente le buone maniere dimenticate da tempo. Cercai di sembrare cortese e disinvolto, ma dall’espressione divertita del suo viso fui costretto a dedurre di non esserci riuscito affatto. Era passato troppo tempo dall’ultima volta che avevo dovuto prendermi cura di qualcuno. Con Celine mi è sempre risultato tutto molto semplice. Ero naturalmente apprensivo, gentile e premuroso con lei. Ma io amo Celine. Vivo solo per farla felice, dopotutto. Stefano era in casa. Se ne stava spaparanzato in pigiama a guardare la Tv in salotto, con una gamba comodamente sospesa allo schienale del divano. << Ospiti.>> annunciai. Si ricompose all’istante prima di vedere che si trattava solo di Denise. Il movimento improvviso lo scosse, risvegliando la tosse violenta che lo tormentava da un paio di giorni.

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<< Stai sempre peggio>> dissi sfilando il giubbotto << e dovresti stare a letto. Mamma c’è?>> Tossì di nuovo. La voce rauca dallo sforzo << Ha accompagnato Thomas dal pediatra.>> Gli hai attaccato la bronchite? << Non mi guardare così.>> disse in risposta al mio sguardo allarmato << Sta bene. Aveva solo una visita di controllo.>> Denise se ne stava immobile davanti alla porta. Non so se fosse per imbarazzo o per timore di beccarsi qualcosa. << Ciao Denise.>> la salutò Stefano << Piacere di rivederti. Scusa se non mi alzo per venire a stringerti la mano, ma …>> altri colpi di tosse. << Non ti preoccupare, non ce n’è bisogno. Sono contenta anch’io di rivederti. Non ho ancora avuto l’occasione di ringraziarti per…>> si bloccò di colpo e spostò lo sguardo su di me. Aveva intuito che non gradivo sentir nominare suo padre e tantomeno parlare dell’accaduto ma Stefano non si era mai lasciato spaventare dai miei repentini cambi d’umore e riprese il discorso. << Come sta tuo padre?>> Lo fulminai con un’occhiataccia, ma non mi prestò la minima attenzione. << Sta un po’ meglio.>> rispose lei, intimidita. << Bene.>> riprese a tossire. Ben ti sta! Lasciai cadere il giubbotto sulla poltrona << Visto che vi trovate tanto bene insieme, ti lascio qui mentre vado un attimo di sopra. Prego, accomodati dove vuoi. Fa come se fossi a casa tua. Se ci riesci. Io non ci sono mai riuscito.>>

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Un timido sole illuminava la mia stanza. Sarebbe piovuto ancora quel giorno, ma non era importante. Celine era in piedi davanti alla finestra. Le spalle rigide, la testa alta. Sapevo che non era contenta di vedermi con Denise. Era gelosa. Diceva di no, ma a volte dimenticava di non potermi mentire senza che me ne accorgessi. << La sto solo aiutando a sopravvivere, per quanto nelle mie possibilità.>> dissi piano, avvicinandomi a lei per stringerle le braccia attorno alla vita. << Non ho detto niente.>> Posai il mento sulla sua spalla << Lo so.>> poi la voltai verso di me per guardarla in viso << Non c’è niente fra me e lei. Ci sei sempre e solo tu nel mio cuore.>> << Non ti ho chiesto questo.>> sussurrò con le lacrime agli occhi << Se tu…>> << Shhh…>> la baciai << Non dirlo più.>> La sua presenza lì era una conseguenza del patto che stringemmo dopo l’incidente. Un patto che né l’uno né l’altra era ancora riuscito a rispettare, ma a me andava benissimo così. Non potevo chiedere di più. Avevo accettato le sue condizioni solo per convincerla a restare. << Ti ho sognata stanotte.>> bisbigliai al suo orecchio. La sentii abbandonarsi fra le mie braccia << È sempre più difficile.>> confessò con un filo di voce. No, Celine… non farlo un’altra volta. Mi guardò col viso bagnato di lacrime << Ma non ce la faccio più.>> La strinsi forte a me. Avrei voluto dirle che sarebbe andato tutto bene, ma avevo promesso di non mentirle più. Così mi limitai ad abbracciarla senza dire una parola.

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Non poter interagire con Thomas per lei era davvero uno strazio. Doversene stare impassibile a guardare mentre cresceva senza di lei, mentre imparava a fare a meno di lei, era una sofferenza che andava ben oltre la percezione fisica del dolore. << Mi dispiace tanto, amore.>> << Non è giusto, Alex.>> singhiozzò, immergendo i suoi incantevoli occhi nei miei << Io…non è giusto. Non ho fatto niente di male per meritarmi tutto questo.>> No, che non l’hai fatto tesoro. È stata solo colpa mia. << Non è così che dovrebbe andare.>> continuò << Non lo capisci? Ti sto impedendo di vivere. Devi farlo tu, amore, perché io non riesco a farlo. Non… non riesco a lasciarti andare.>> Mi mandava in bestia sentirla parlare così << Che vuoi che faccia?>> sbottai, prendendo le distanze da lei. << Scioglimi dalla promessa!>> << No!>> strillai << Abbiamo fatto un accordo…e…>> << Allora rispettalo.>> sbraitò. << Lo sto facendo.>> << Non è vero.>> << Invece sì.>> Scosse la testa, decisa. << Non puoi chiedermi di innamorarmi di un’altra donna da un giorno all’altro. Non è così che funziona. >> << Non accadrà mai finché rimarrò qui. E lo sai che ho ragione!>> << Credi davvero che andando via cambierà qualcosa?>> gridai << Sei convinta che basti questo?>> << No, ma è già un passo avanti.>> Scuotevo la testa senza accorgermene. Celine me la immobilizzò fra le mani.

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<< Ti stai rimangiando tutto.>> sussurrai << Perché? È…è per lei? È per Denise? Guarda che non sono innamorato di lei.>> << Potresti farlo però. Se non ci fossi io, se non ci fossi mai stata, tu…>> << Smettila.>> mi portai le mani alle orecchie. Non avrei ascoltato una parola di più. Basta! La porta del mio appartamento era rimasta aperta dall’ultima intrusione. Dopo la discussione con Celine avevo bruscamente interrotto la mia permanenza in Villa. Stefano aveva intuito qualcosa dalla mia espressione, quando tornai in salotto per recuperare Denise, ma non si pronunciò. << Vuoi che dica a mamma e papà che sei passato?>> chiese mentre passavo il cappotto a Denise. << Sì. Fammi chiamare quando tornano, voglio sapere cosa ha detto il pediatra.>> << Ieri sera è passato Lorenzo.>> aggiunse con noncuranza. Mi allarmai << È venuto qui?>> << Sì, e non sembrava per niente una visita di piacere. Sei sicuro che vada tutto bene? Zio Sergio è uscito dall’ufficio del nonno come una furia. Non ha neanche aspettato che finissero di parlare. Mi ha chiesto di te e credo che sia uscito per venire a cercarti. Non so a che ora è rientrato però. Tu l’hai visto?>> << Non ero a casa ieri. Ti ha detto niente papà a proposito della visita di Lorenzo?>> << Non ho visto né lui né nonno per il resto della sera. Ma sono andato a dormire presto, e sta mattina erano già usciti tutti quando mi sono alzato. Non saprei dirti di più.>>

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Denise mi posò una mano sulla spalla << Forse ha ragione Marco. Lascia che se ne occupino loro. Ti sto creando solo problemi.>> << Non dire sciocchezze. Quel branco di mocciosi viziati non potrebbe fare niente contro gli uomini di Lorenzo.>> << Ma…>> La zittii con un’occhiataccia. << Sei nei guai, fratello. Se ti acciuffano, sta volta…>> << Motivo in più per non trattenermi oltre.>> Sorrise. Gli arruffai i capelli già in disordine << Sbrigati a guarire, tu. Ho bisogno anche di te.>> Come dicevo…, trovai la porta del mio appartamento, socchiusa. Feci rimanere Denise in disparte mentre mi avvicinavo, per controllare che Lorenzo non avesse lasciato qualche scagnozzo ad aspettare il mio ritorno. Impugnai entrambe le pistole che mi ero portato dietro e mi aprii cauto la porta. Denise si innervosì di fronte alla vista delle armi << Da dove le hai tirate fuori quelle?>> Ero tornato a casa apposta. Mi erano rimasti solo tre colpi in quella che porto sempre con me in macchina e l’altra semiautomatica l’avevo in camera mia insieme al resto delle munizioni e un paio di caricatori di riserva. << Shhh!>> << Non vorrai uccidere qualcuno, spero.>> Spalancai la porta con un piede, puntando le armi a braccia tese in avanti << No, ma non ho neanche intenzione di farmi ammazzare senza far niente.>> Un rumore improvviso alla mia destra mi fece scattare e puntare subito le armi in quella direzione.

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L’urlo della signora Simonelli mi si conficcò nelle tempie come una spina fastidiosa. << Mi scusi signora. L’ho scambiata per qualcun altro.>> Addio effetto sorpresa! Ma che ti strilli? << Ma sei impazzito? Puntarmi quelle cose in faccia senza ritegno.>> Che p…mmmmmmmmm. << Chiedo scusa. Non volevo…>> << Sei un teppista. Tu e quei tre delinquenti dei tuoi compari.>> Esagerata! Tuo marito e tuo figlio se ne vanno in giro ad ammazzare gente e noi siamo i teppisti? << Se non la smettete di fare tutto quel chiasso, uno di questi giorni chiamo la polizia.>> Mi strinsi nelle spalle, incurante delle sue minacce << Non è colpa nostra se lei va a dormire alle nove e mezzo di sera.>> Oh oh! Guarda che faccia? A quanto pare l’abbiamo punta sul vivo. << Io in casa mia faccio quello che voglio, come e quando, soprattutto.>> << Ed io invece dovrei attenermi ai suoi orari, giusto?>> Alex? Ti sembra questo il momento di metterti a discutere di questioni di condominio? Scrollai il capo per scacciare via il nervoso << Parleremo di questo in un altro momento. Ora mi scusi, ma ho una cosa importante da fare.>> << Non puoi andartene in giro armato per il palazzo. È nel contratto di condominio.>> infierì. Le risposi con uno sguardo che la fece indietreggiare di qualche passo, prima di voltarsi, indispettita, per

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tornarsene in casa. Avevo esaurito la mia scorta di pazienza. Appena fu fuori dal mio campo visivo sentii riaffiorare il buon umore. Denise era ancora alle mie spalle e non aveva mosso un muscolo da allora. Le sorrisi divertito e compiaciuto dalla mia piccola vittoria << Possiamo entrare. Credo proprio che non ci sia nessuno.>> e le feci largo con garbo per permetterle di entrare. Inutile dire che il mio sofisticato rifugio si era trasformato in un tugurio. Era ancora tutto sottosopra. Per fortuna i silenziatori delle armi non avevano suscitato la curiosità di nessuno nel palazzo. Non sopporto i ficcanaso. E soprattutto non gradisco intrusi in casa mia. Sono possessivo e geloso delle mie cose. Passai il resto della mattina a tentare di rimettere in ordine quel caos, ma alcuni pezzi del mobilio erano stati fatti a pezzi deliberatamente, per dispetto. Denise mi aiutò come poté, occupandosi della camera da letto, mentre io, furente, raccoglievo da terra i cocci che restavano dell’arredo della mia cucina nuova.

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37 Il davanzale al ventiduesimo piano del mio appartamento aveva assunto un aspetto davvero invitante. Cercavo di tenere la mente occupata per non pensare. Mi costringevo a stare in casa il meno possibile per non cedere alla tentazione diabolica di lasciarmi cadere di sotto. Era diventata quasi un’abitudine passare il tempo seduto in bilico sul marmo freddo di quella finestra. La stessa tentazione di chi soffre di vertigini e invece di indietreggiare si sente spinto verso il vuoto. Dentro di me speravo che un giorno o l’altro un rumore improvviso, una folata di vento, una distrazione qualunque, mi facesse perdere accidentalmente l’equilibrio. Non avvertivo alcuna paura all’idea di spappolarmi sul marciapiede, era il rimorso che mi frenava. Erano trascorsi due mesi dal brutale assassinio di Celine e la piccola Molly, e non vedevo Thomas da uno. Sapevo che a casa con Beatrice era al sicuro, ma soprattutto sapevo che non avevo alcun desiderio di vederlo. Celine era stata uccisa per colpire me, membro di rilievo della mia stirpe. Se Celine non fosse rimasta incinta io probabilmente non sarei mai tornato da lei e ora sarebbe ancora viva, felice insieme alla sua famiglia. La nascita di mio figlio aveva causato la morte di mia moglie? Certo che no, ma quel periodo avrei dato la colpa a chiunque pur di non darla a me stesso, l’unico vero responsabile. Di solito occupavo il tempo aiutando la squadra di Ancharos del quartiere. Erano ragazzi simpatici, anche se il loro aspetto incuteva un certo timore ai Comuni. Coprivano la loro identità dietro il gruppo gotic-rock che avevano composto. Il nero era il loro colore dominante, anche se le loro anime erano le più brillanti che avessi mai

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visto. Io ero diventato più brusco e irascibile del solito. Avevano imparato a conoscermi però, e capivano al volo quando fosse il momento di ignorarmi per non scatenare i miei attacchi di rabbia. Erano gentili a tenermi con loro, non erano affatto obbligati a sopportarmi, eppure mi stettero accanto. Matt era stato il nocchiero di Celine e Molly. Avevano parlato molto, di me, forse per questo mi teneva d’occhio, forse gliel’aveva chiesto lei. Non so, non l’ho mai saputo, non ha mai voluto dirmelo. A New York non è mai difficile per noi trovare lavoro, ci sono sempre più anime di quante un nocchiero riesca a gestirne. È faticoso stare in allerta e svolgere il trapasso al meglio: le anime normalmente restano shockate di fronte alla consapevolezza della morte del proprio corpo. Sono un po’ come bambini a cui va insegnato tutto, dalla normale comunicazione al movimento. Quando sei abituato a spostarti per mezzo di muscoli e ossa è difficile abituarsi a compiere lo stesso movimento senza percepire il peso e la fatica del corpo. Il trapasso dell’anima di un vivo è più gestibile, perché continua a percepire la propria materia, anche se immobile sul mondo fisico. Differentemente, l’anima di un cadavere si sente come un palloncino che si è slegato dal polso del bambino al Luna Park. È un’operazione delicata il trapasso, perché l’anima coinvolta potrebbe spaventarsi al punto di fuggire. Quella è la parte peggiore: dover passare ore a cercarla nella folla dei vivi. Il nocchiero ha tre giorni a disposizione per accompagnare l’anima nell’Hahicòs. In quei giorni può istruire l’anima e prepararla al trapasso, può aiutarla a rimettere in ordine qualche tassello mancante della sua vita, perfino concederle fugaci contatti con i propri cari, se lo ritiene

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necessario. Il suo compito è fare di tutto affinché il trapasso sia meno traumatico possibile, soprattutto perché sa che, una volta traghettata all’Hahicòs, l’anima non potrà tornare indietro tanto facilmente, e non potrà più avere contatti con i mortali senza il suo implicito permesso. Scaduto il termine dei tre giorni però, l’anima dei defunti per morte violenta decretata da terzi, resterebbe incastrata sul mondo fisico per un tempo uguale agli anni che gli erano stati destinati. Le anime dei morti per Sentenza invece non hanno bisogno di tutta questa premura, perché il loro tempo è già scaduto. La sorte peggiore è per i suicidi, perché se nessuno informa in tempo il Giudice della loro decisione di mettere fine alla propria vita, rischiano di passare decenni, anche secoli, in attesa che un nocchiere si accorga di loro e si presenti a reclamarne l’anima. È difficile distinguere gli spiriti erranti dai trapassati, perché non c’è nessun particolare che li distingua. Quando il nocchiero si proietta nell’Hahicòs per controllare le auree dei viventi, distingue le figure delle anime trapassate proprio dall’assenza dell’aurea, che nel loro caso, è proiettata esclusivamente nello sguardo: un’anima dalle iridi rosa è il riflesso dell’individuo dall’indole rosa che è stato prima di morire. Il suicida quindi, proprio come una comune anima errante, si mostrerà al nocchiero come uno spirito già trapassato, impedendogli così di identificarlo. Matt aveva concesso i tre giorni anche a Celine - Aveva ritenuto giusto procedere diversamente con Molly e affidarla alle cure di sua nonna per non turbare troppo il suo giovane spirito - . Avevo intuito da subito che per Celine non c’era niente da fare, perché dal mio arrivo la vedevo inginocchiata accanto a sua madre, stringersi forte in un abbraccio che percepiva soltanto lei. L’avrei accompagnata io

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nell’Hahicòs, se non avessi dovuto attendere altre due settimane prima di acquisire i miei poteri. Il suo pianto dirotto tormenta ancora la mia mente vacillante. Me ne stavo in disparte mentre la polizia esaminava con inutile scrupolo la scena del crimine. C’era anche uno di Loro fra gli agenti impegnati nelle ricerche degli assassini. Mi lanciava occhiate torve quando nessun altro poteva accorgersene. Sentiva il pericolo alle sue spalle. Non si aspettava affatto di trovarmi lì e questo lo inquietava, perché sospettava che difficilmente sarebbe sopravvissuto per raccontare ai suoi di avermi incontrato. Il mio sguardo doveva essere di puro odio, un allarme di pericolo mortale per chiunque incrociasse i miei occhi in fiamme. Celine se ne stava buona accanto a me. Si stringeva al mio braccio appoggiandosi rassegnata con la testa alla mia spalla tremante dall’ira. << È stato lui!>> disse senza togliergli gli occhi di dosso. << Lo so!>> bisbigliai a denti stretti per non farmi sentire dagli altri. << Ho paura per i miei genitori.>> << Tranquilla! Hanno già centrato il bersaglio.>> Dovetti distogliere lo sguardo quando sfilarono con il suo corpo su una barella. Per quanto fosse accanto a me in quel momento, non riuscivo ad accettare l’idea che non avrei più posato le dita, le mie labbra su di lei. Tentò invano di catturarmi una lacrima con un bacio << Andrà tutto bene, amore!>> disse posando una guancia sulla mia. Che assurdità! Mi stava consolando. L’unica cosa che ero in grado di fare io, la stava facendo lei per me.

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Linda seguì le salme delle ragazze. Era distrutta. Brandon, suo marito, la sorreggeva a fatica, dopotutto, non stava meglio di lei. Gli ultimi agenti si trattennero ancora qualche minuto per sbarrare il portone di casa con il nastro della scientifica. << Vuoi andare con loro?>> chiesi a Celine quando fui certo che fossimo rimasti davvero soli. Avevo sentito dire che era piuttosto comune sentir esprimere da un anima il desiderio di poter seguire le proprie spoglie mortali fino al giorno della sepoltura. Come a voler conservare un ricordo di se stessa che potesse esserle di compagnia nell’ignoto. Scosse la testa avvicinandosi a me. L’abbracciai. << Matt ha detto che posso restare solo tre giorni.>> spiegò << Voglio passarli con te.>> La strinsi ancora più forte a me, nella speranza di riuscire a ricacciare indietro il magone che mi impediva di parlare. Sentii le sue mani incorporee sul mio viso, che diresse a un centimetro dal suo per guardarmi negli occhi. << Mi mancheranno tanto questi occhi>> disse fra le lacrime << queste labbra.>> me le carezzò con il pollice prima di baciarmi. Sentivo i carboni ardermi nello stomaco. << Ti Amo!>> riuscii a dire prima di aggrapparmi stretto a lei per lasciar fluire dal mio cuore tutto il dolore accumulato nelle ultime ore. Separarmi da lei, il terzo giorno, fu come perderla un’altra volta. Se possibile, fece ancora più male. << Non fare sciocchezze, capito?>> si raccomandò prima di andare << Thomas ha bisogno di te.>> << Thomas…>> sospirai << …non so se ce la faccio senza di te.>>

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Mi cinse le braccia alla vita posando le labbra contro le mie << Ma io ci sarò. Ci sarò… per tutti e due.>> << Resta con me!>> << Sono qui, amore.>> Ryan era già in posizione. Gli Esecutori sono esperti per natura negli appostamenti. Non l’avrebbe mai notato nessuno. Matt era pronto all’agguato a meno di dieci metri da lui. Kevin e Michael attendevano il segnale di Ryan sull’altro lato della strada. Io? Io ero l’esca che avrebbe attirato Simon nella nostra trappola. Avevo giurato a me stesso che non avrei lasciato New York senza aver dato prima sfogo alla mia vendetta. Simon aveva distrutto la mia famiglia e presto avrebbe pagato a caro prezzo quest’affronto. Mi era bastato vederlo una volta per imprimere l’energia della sua aurea nella mia memoria. L’avrei riconosciuta fra milioni, bendato. Scovarlo non fu facilissimo, perché non viveva in città, ma in un villino in periferia, assieme a sua moglie Bridjet e alle loro due bambine: Lara e Samantha. Usciva di casa tutte le mattine alle 8:00 in punto, per raggiungere l’ufficio legale di copertura, sulla 34a. Gli piacevano le auto sportive, anche se aveva una familiare chiusa in garage. Bridjet usciva raramente di casa, se non per accompagnare le bambine a scuola, a tennis e a danza, il martedì. Per la spesa uscivano tutti insieme il venerdì pomeriggio. Il resto della giornata, Bridjet lo trascorreva in casa, o in giardino a occuparsi delle sue aiuole sempre fiorite. A parte sua sorella, che passava a trovarla tutti i

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giorni intorno alle 16:30, non conduceva molta vita sociale. A Simon piaceva viziare le sue tre donne con un regalo diverso ogni sera. Rientrava spesso tardi e stanco a casa, ma qualche minuto per le bambine lo trovava sempre. Gli piaceva metterle a letto e aspettare che si addormentassero al suono della sua voce. Il resto della serata era dedicato a coccolare la sua Bridjet, prima di crollare esausto, pronto per ricominciare, l’indomani una nuova giornata. Solo il giovedì sera si concedeva una serata libera al circolo dopo aver accompagnato Bridjet e le bambine a casa dei genitori di lei. Passava a riprenderle il mattino seguente alle 7:30, in tempo per presentarsi a lavoro alle 9:00. Portava sua moglie a mangiare fuori tutti i sabato sera, da soli o in compagnia, lasciando le bambine dalla vicina di casa, una vedova senza figli che trascorreva le sue giornate chiusa in casa da sola e attendeva con ansia il sabato per avere un po’ di compagnia. Questa era la vita della famiglia Banwell. Dopo sei settimane di appostamenti ero sempre più convito di voler mettere fine a quel quadretto idilliaco. La prima settimana avevo deciso di rinunciare, non me la sentivo di fare del male a quella povera donna, ma più i giorni passavano, più si accendeva in me l’odio per l’amore che Simon mi aveva tolto. Fu un lavoro pulito. Soffrì molto meno di quanto sperassi, ma non mi tolsi la soddisfazione di leggere il terrore nei suoi occhi mentre guardava in faccia la morte. Infarto fu la diagnosi del medico legale. Nessun segno di aggressione, semplice arresto cardiaco mentre, un giovedì come un altro, raggiungeva l’entrata del circolo. Solo cinque persone sapevano che era andata diversamente.

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Non mi sono mai pentito di quel delitto e sono convinto che non me ne pentirò mai. Trascinerò con me quella soddisfazione, fino all’Inferno. La nota positiva della vendetta è che ti offre un appiglio, una motivazione valida per aggrapparti alla vita. Placata la sete di vendetta non ti resta più niente però. Allora tornano le braci nello stomaco, il laccio stretto alla gola, la spossatezza che ti fa desiderare solo di chiudere gli occhi e non riaprirli più. Allora torni a sederti sul davanzale di una finestra al ventiduesimo piano, e aspetti. Aspetti che quella spossatezza muti in qualcosa di più definitivo. Perché sei stanco di vomitare tutte le volte che vedi qualcosa che ti ricordi lei, perché non hai più lacrime e gli occhi ti fanno male, perché il tuo cervello è affamato di lei e non ti fa pensare ad altro. Volevo smetterla di sentire la sua voce riecheggiare ovunque per casa. Dovevo smetterla di voltarmi a cercare quella voce, perché il vuoto che vedevo mi sbriciolava il cuore in un milione di minuscole schegge che mi strappavano l’anima.

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38 È una follia! Nicola, Bruno e Ivan erano fermi al parcheggio dell’università ad aspettare il nostro arrivo. Le ultime novità non erano per niente buone. Davide e Marta sembravano non aver risentito minimamente dell’ostacolo del Medaglione. Ivan li teneva d’occhio di nascosto. Li aveva pedinati tutta la notte, senza con questo riuscire a scoprire il loro covo. Erano rimasti appostati fino all’alba al confine del quartiere del Clan, in attesa della pur minima distrazione. Massimo era stato chiaro con Ivan e gli altri. Nessuna intromissione. Dopotutto, Davide e sua sorella facevano solo il proprio lavoro. Alla prima mossa falsa, il responsabile avrebbe risposto delle proprie azioni direttamente di fronte al Gran Consiglio. << È un viscido bastardo, ecco cos’è.>> dissi quando Ivan mi comunicò le decisioni di Massimo. La docente di Zoologia parcheggiò accanto al fuoristrada di Marco. Due macchine oltre la nostra. Calò il silenzio, mentre lasciavamo che si allontanasse. << Siamo in un vicolo cieco, Alessandro.>> disse Nicola << Non possiamo continuare così a lungo. Lo capisci? Presto o tardi qualcuno di noi farà uno sbaglio, e non è necessario che si tratti di un grande sbaglio per offrirgli l’opportunità di portare a termine il lavoro.>> << Ha ragione Nicola.>> si intromise Bruno << C’è rimasta un’unica soluzione ormai.>> Ivan scosse la testa. Come dargli torto? Incrociai le braccia al petto mentre, sbuffando, mi lasciavo cadere con la schiena contro lo sportello della macchina.

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<< Di quale soluzione state parlando?>> chiese Denise. << Per salvare te, gli Esecutori devono essere eliminati.>> rispose Bruno << Finché rimarranno in vita continueranno a darti la caccia e noi non possiamo permetterci di…>> << Bruno, lascia stare. La spaventi soltanto.>> << Volete uccidere quei due?>> era inorridita all’idea << Ma sono… sono così giovani.>> Due vite in cambio di una? Feci un passo avanti per avvicinarmi a lei << Non morirà proprio nessuno.>> guardai prima Bruno, poi Nicola << Sono stato chiaro?>> Ivan sembrò sollevato dalla mia decisione. << Il piano resta lo stesso, per il momento.>> aggiunsi dopo un lungo silenzio << Posso essere a destinazione in un paio d’ore. Sono le due e mezzo, sarò di ritorno in serata, intorno alle otto, e se tutto va come previsto, già da domani non avremo più nulla di cui preoccuparci e potremo buttarci questa brutta storia alle spalle.>> << Vuoi andare da solo?>> chiese Nicola. << Vi ho già coinvolto troppo. E Massimo non scherza. Non scherza mai. Non temo il Consiglio, non può nuocermi, ma voi…>> liberai l’ansia con un sospiro <<… cercate di starne alla larga il più possibile. Non fate niente di avventato o stupido durante la mia assenza. Finché ci sono io, posso sempre far ricadere la responsabilità su di me. Posso sempre affermare d’aver dato io l’ordine, ma se i Vigilanti dovessero catturarvi prima del mio ritorno… non potrei più intervenire in quel caso. Lo conosciamo tutti Simone, no? Non guarda in faccia nessuno quando si tratta di far rispettare le regole.>> << E la ragazza?>> chiese Ivan che era rimasto in silenzio tutto il tempo.

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<< Ha il Medaglione. I suoi sapranno proteggerla per qualche ora.>> << Vuoi lasciarmi qui da sola?>> << Sei al sicuro.>> Non ci credevo io, perché avrebbero dovuto crederci gli altri? << Ho paura. Non lasciarmi qui da sola. Portami con te.>> Che cosa hai detto? La prima volta che avevo udito quell’identica supplica stavo dicendo addio per sempre alla mia unica ragione di vita. Mi urtò sentir pronunciare quelle parole dalle sue labbra. Non aveva nessun diritto di appropriarsene. Non aveva nessun diritto di chiedermelo. Mi hai ignorato, disprezzato, per due anni interi. Che pretese credi di poter avanzare ora? Se non fossi mai stata in pericolo di vita, probabilmente non mi degneresti ancora della minima attenzione. Ti sto salvando la vita. Cos’altro vuoi da me? Ti darei la mia se potessi. Io non so che farmene. Ma non posso, quindi lasciami lavorare e… Il cuore in accelerazione mi teneva a corto di ossigeno, così che ero costretto a prendere grandi boccate d’aria per non soffocare. Non riuscivo a guardarla, sapevo d’essere abbastanza fuori controllo da terrorizzarla se solo avessi osato posare il mio sguardo crudele su di lei. Riuscirò mai a cancellare tutta questa rabbia dal mio cuore? Riuscirò mai a smettere di odiare il mondo solo perché continua a ricordarmi Lei? Con la coda dell’occhio vidi Nicola accostarsi a Denise e trarla con sé qualche passo indietro.

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A testa bassa, vedevo il mio torace gonfiarsi a un ritmo direttamente proporzionale all’aumento della rabbia. I pugni stretti nelle tasche del giubbotto. << Vediamo di darci tutti una calmata.>> intervenne Ivan << La situazione è delicata per tutti quanti. Abbiamo tanto da perdere quanto lei. Però non possiamo neanche perdere la calma in questo modo. Alessandro ha ragione. La ragazza sarà al sicuro con il Branco per qualche ora. E noi controlleremo la zona per accertarci che Davide e Marta non si avvicinino troppo. Tutti d’accordo?>> Annuii a fatica. Ero troppo concentrato a ricacciare via il veleno. Erano passati appena tre giorni dall’aggressione a suo padre. Mi circolava ancora tutto dentro, pronto a liberarsi alla prima occasione. Dovevo stare attento se non volevo correre il rischio di fare del male a qualcuno. Se non volevo farne a lei. Non ha nessuna colpa per quello che ti è successo, Alex. Non può saperlo. È vero. Non poteva neanche immaginare il fuoco che mi bruciava l’anima ogni istante della giornata da due anni, ma in quanto a colpe… beh, era una di loro. Il loro sangue scorre nelle sue vene. Il suo DNA ha tracce inequivocabili della stessa stirpe dei maledetti che me l’hanno ammazzata. È anche colpa sua. E invece no. Sì! E non capisco neanche perché mi stia affannando tanto a proteggerla. Io odio quelli come lei. Io non desidero altro che estirpare quel ceppo genetico fino all’ultimo cromosoma. Perché dovrei proteggerla? Perché si merita una seconda occasione. No! Sto solo aiutando gli assassini di mia moglie.

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Non è così. Non posso farlo. È come se la uccidessi un’altra volta. Come ho potuto farle questo? Come ho fatto a non vedere il male che le stavo facendo? Stai sbagliando, Alex. Ora capisco il perché di tutto quel discorso. È tutto così evidente adesso, così limpida la ragione del suo dolore. No! No e ancora No! Non t’azzardare a fare una cosa del genere proprio adesso. Non puoi. Non è giusto. Non deve essere lei a pagare per i tuoi errori. Mi riscossi dai miei pensieri come se fossi appena uscito da un incubo che mi aveva risucchiato all’interno della sua trama diabolica. Bruno e Nicola lessero il repentino cambio di programma nei miei occhi, che non smettevano un attimo di fissarla. Nicola la strinse a sé, mentre Bruno si frapponeva tra noi. Ivan lo affiancò senza proferire parola. Tesi lentamente un braccio in avanti, a mano aperta, ma Bruno mi puntò la pistola dritta al petto. << Non costringermi a farlo, Alessandro. Non morirà nessuno, ricordi? Erano questi gli ordini.>> << Restituiscimi il Medaglione.>> dissi con insolita calma, continuando a fissarla oltre le spalle del mio amico. Non dimenticherò mai la sorpresa mista a terrore che colsi nel suo sguardo, nel suo odore. << Daglielo, Denise.>> suggerì Ivan, e tese il braccio verso di lei per farselo passare. << Ma che ti ho fatto?>> mi chiese. << Tu non c’entri.>> spiegò Nicola. Allora si sfilò il Medaglione e, invece di posarlo sul palmo aperto di Ivan, me lo lanciò addosso << Impiccatici!>> Lo afferrai al volo.

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Bruno ripose la pistola e perse un po’ di rigidità quando si accorse che le mie intenzioni, nonostante tutto, erano pacifiche. << Sei proprio sicuro, Alessandro?>> << Non posso farlo, ragazzi. Non posso essere io a farlo.>> Ivan spostò di colpo l’attenzione su una piccola folla in fondo al vicolo << Sono qui.>> disse quasi con indifferenza. Bruno rimise mano alle armi. Nicola strinse più forte a sé Denise << Non è questo quello che vuole. Lei sarebbe la prima a intervenire, se potesse. Celine non…>> Non riuscì a finire di parlare. La mia mano era troppo stretta attorno alla sua gola << Non pronunciare mai più il suo nome davanti a me.>> Ivan riuscì a tirarmi via << Smettetela adesso.>> gridò con rabbia << E tu, Nicola, lascialo stare. Che si tiri indietro se vuole. Non puoi costringerlo.>> Ma Nicola non lo stava ascoltando, era troppo infuriato per la mia reazione. Si massaggiava la gola arroventata dal bruciore della mia mano. << Vaffanculo, Alessandro.>> E sono due! << Sono qui.>> ripeté Ivan, con la stessa indifferenza della prima volta. << Sei o no dei nostri?>> mi chiese Bruno << Non c’è più molto tempo.>> Feci “No” con la testa. Dal fondo del vicolo, la folla si aprì per far passare il Branco, diretto al parcheggio dopo la fine delle lezioni. Appena li riconobbe, Denise fece uno scatto improvviso in avanti, sfuggendo alla stretta di Nicola. << No, Denise.>> gridò lui.

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Mi passò accanto correndo verso i suoi amici. Non mossi un muscolo per fermarla. Mi limitai a chiudere gli occhi per non guardare. Fu tutto fin troppo semplice, estremamente naturale, proprio come avrebbe dovuto essere fin dall’inizio. Le bastò sfiorarla appena, mentre, piangendo, si stringeva all’abbraccio protettivo di Marco. Non si accorse di nulla. Un lavoro pulito, perfetto. Proprio come avrebbe dovuto essere. In altre circostanze, Bruno non avrebbe esitato a premere il grilletto su Marta, ma c’era troppa gente innocente intorno a lei. Poté solo portarsi le mani alle tempie. Impotente. Nicola, mano alla fronte, non riusciva a credere ai suoi occhi. Ivan si rifiutava di guardare. Li ritrovai così, immobili, quando riaprii gli occhi. Non ebbi bisogno di parole per sapere quello che era successo. Riuscivo a distinguere i suoi singhiozzi fra il chiasso della folla. << Ehi, voi.>> vociò Marco, per farsi sentire. Mi voltai. << Che cosa le avete fatto?>> Non volli rispondere alle sue accuse e gli altri non osarono rivelargli una verità che era difficile da accettare perfino per loro. << Riportami a casa, ti prego.>> lo supplicò Denise, ignara di tutto. Marco le mise un braccio attorno alle spalle e la guidò con sé fino al fuoristrada.

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Passandoci a un metro neanche di distanza, Denise mi rivolse uno sguardo che non avrei mai potuto cancellare dai miei ricordi. Un misto di rabbia, disprezzo e delusione. << Sali in macchina.>> le disse Marco, poi, chiuso lo sportello, si avvicinò a noi puntandomi il dito contro << Se mai dovesse accaderle qualcosa, ti giuro che ti darò la caccia fino alla fine dei tuoi giorni. Dovesse essere l’ultima cosa che faccio, io ti…>> << Fa quello che vuoi.>> lo interruppi incurante delle sue minacce << Sono a tua disposizione in qualunque momento. Levati dai piedi adesso. Ho già perso troppo tempo con voi.>> Raggiunsi la Mercedes spingendolo via. Sentii lo spostamento d’aria alle mie spalle. Bruno e Ivan si erano messi in mezzo per frenare sul nascere la reazione violenta di Marco alla mia spinta. << Verrà il giorno in cui sarai costretto ad affrontarmi da solo, beccamorto.>> Aprii lo sportello per salire in macchina, ma prima, senza neanche voltarmi, lo degnai di una risposta << E quel giorno, se sarai fortunato, ed io dell’umore giusto, ti regalerò una morte rapida e indolore. Prima di allora però, tu e la tua gente, cercate di starmi alla larga.>> detto questo, mi infilai in auto e sfrecciai via, lasciando i miei amici a cercare risposte al quel mio comportamento assurdo.

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39 Non me la sento. Proprio no. Non dovrei essere costretto a partecipare se non voglio. È crudele chiedermi di farlo. Come possono pretendere che mantenga la calma? A che serve umiliarmi così. Quel vestito non ci piace neanche. Non voglio andarci, non voglio. Specie con quel vestito. Non è sufficiente che sia presente? Devo per forza sembrare quello che non sono? Non vado a una festa, porcaccia miseria! Vado al funerale di mia moglie e mia cognata. Perché devo vestirmi per sembrare un damerino se mi sento uno straccio sporco? No, non ci vado, non se continuano a pretendere che mi vesta così. Tanto che importa, non voglio stare in prima linea, non ho la forza di stare a guardare. Ci mancava solo la nausea, sta mattina. Cos’altro c’è da tirare fuori che non abbia già ricacciato sta notte? Non ricordo neanche quand’è l’ultima volta che ho mangiato qualcosa, ma cos’è allora questa massa acida che spinge per uscire? Che ci sia ancora dell’altro? Ne dubito! Ho già iniziato ieri a vomitare bile. Non voglio andare. Avrei tutti gli occhi puntati addosso e non lo sopporto. Già li sento i loro falsi commenti pietosi. Non posso andare. Non so neanche se riesco ad alzarmi. L’ultima volta che l’ho fatto non sono neanche arrivato in bagno. Ho vomitato a terra.

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È assurdo che si aspettino che vada, ma che hanno in testa? Come fanno anche solo ad avere la forza di pensare dopo quello che è successo. Lasciatemi in pace. Se non mi steste sempre così intorno forse potrei anche essere abbastanza fortunato da stramazzare soffocato dalla bile che mi corrode dentro. Potrei riuscirci se mio padre la smettesse di iniettarmi quella robaccia che placa la nausea per qualche ora. Potrei perfino morire per disidratazione, ma mio padre mette becco anche lì e non me lo permette. Che strazio! Possibile che non si possa morire senza che qualcuno si prenda il disturbo di salvarti la vita? Ma chi gliel’ha chiesto? Chi è che bussa? Entra se ti va, io non ce la faccio a muovermi. Se tornano a rompere con la storia del funerale mi arrabbio davvero. Non voglio andare. Mettetevelo in testa una volta per tutte. NON VOGLIO ANDARE. Ancora bussi? Entra e smettila di rompere. Che aspetti, un invito scritto? Alleluia, ce ne hai messo di tempo a capire. << Potresti anche rispondere!>> Non mi va, ho mal di gola. << Credevo fossi già vestito! Siamo tutti pronti per uscire, non sta bene arrivare dopo la salma.>> Salma! Questo è quello che è rimasto di mia moglie? Una Salma? Ma che parola è? Posso capire resti, spoglie, corpo, perfino cadavere, ma… salma… << Dai, tirati su, ti aiuto io.>> Metti giù quel vestito. Riappendilo allo sportello dell’armadio. Non lo voglio neanche vedere.

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<< Alessandro, non abbiamo tutto il giorno.>> << Non voglio venire.>> Sono stato io a parlare? Era proprio mia quella voce? Sembra così diversa. La bile deve avermi danneggiato le corde vocali. << Che cosa hai detto?>> Ahi! Sembra di strofinare la gola su un cespuglio spinoso se provo a schiarirmi la voce << Non me la sento di venire.>> mi ero sbagliato, non si sono rovinate, la raucedine è data solo dallo sforzo. << Ascolta, figliolo.>> Figliolo? Ma che hai fumato? Non fingere che ti dispiaccia per me, tanto lo so che non te ne frega niente. Per quel che mi riguarda potevi rimanere in Italia, come hai fatto per il matrimonio. Non te l’ho chiesto io di venire. << Credi che per me sia stato facile presenziare al funerale di Laura?>> Che c’entra mamma, adesso? << Io amavo tua madre con tutto me stesso. Avrei sacrificato la vita per lei, se fosse stato necessario. Avrei barattato la mia vita con la sua, se me l’avessero permesso, ma non è stato possibile niente di tutto ciò. Ero a pezzi dopo la sua morte. Non ho parlato con nessuno per settimane. Il giorno del funerale è stato il più doloro in assoluto della mia vita, ma non mi sono tirato indietro. Non me la sono sentita di lasciarla da sola proprio nel momento in cui aveva più bisogno di avermi accanto. Tu possiedi un dono speciale, Alessandro. Io avrei rinunciato a tutto pur di riuscire a parlarle anche solo un’altra volta. Eravamo così giovani e avevo ancora così tante cose da dirle… Sono stato un vero stronzo con te, lo ammetto. Ti ritenevo l’unico responsabile della sua morte. Non concepivo che la

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donna che amavo fosse morta solo per dare alla luce un bambino. Dopotutto avremmo potuto averne tanti altri insieme, ma lei si era ostinata a portare avanti la gravidanza, nonostante i medici lo sconsigliassero. Ti rifiutavo ancor prima che nascessi.>> Ma perché mi fai questo? Perché proprio oggi? << Per mesi non ho voluto saperne niente di te. Se non fosse stato per tuo nonno ti avrei dato via pur di non sentirti piangere, pur di non vederti, pur di non riconoscere i suoi occhi sul tuo viso. Mi faceva troppo male.>> << Smettila! Non voglio sentire una parola di più.>> ma con che coraggio vieni a dirmi quanto mi odi il giorno del funerale di mia moglie. Non potevi più aspettare? Ti sembrava il momento giusto per darmi il colpo di grazia? << Aspetta, fammi finire per favore.>> Te lo puoi scordare << Sta lontano da me.>> << Dopo che avrò finito.>> Stronzo << Finisci alla svelta allora.>> << Una sera, avrai avuto su e giù quattro mesi, rientro in casa dalla clinica e ti sento strillare. Piangevi dal pomeriggio e non c’era verso di farti smettere. Avevi l’otite e non riuscivano a calmarti. Riuscii a stare in casa per meno di dieci minuti, poi uscii in veranda per non sentirti. Nonostante ciò, la tua voce si faceva sempre più vicina, più lancinante. Mi sembrava di impazzire. Un minuto dopo uscì mia madre in veranda. Era preoccupata e arrabbiata allo stesso tempo. Tu eri un fagottino avvolto in un plaid verde chiaro. Qualche accenno appena di peluria sul cranio e due meravigliosi occhi azzurro cielo. Eri tutto rosso per lo sforzo di piangere e tremavi come una foglia in braccio a lei. Senza neanche una parola, ti sporse verso di me. Non ti avevo mai preso in braccio prima ed ero riluttante all’idea di farlo, ma non mi diede scelta, così ti

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presi in braccio accostandoti al petto per cercare di calmare le convulsioni che ti facevano tremare. Mamma rientrò in casa e noi due restammo da soli in veranda. Avevi pianto talmente tanto che la voce non ce l’avevi quasi più. Eri esausto, però non smettesti un attimo di guardarmi, come se da un momento all’altro ti aspettassi chissà quale miracolo da me. Mi stringevi forte un dito con la manina e ogni tanto strizzavi gli occhietti arrossati che ti bruciavano.>> Smettila di torturarmi. << Quando Laura non si sentiva tanto bene, durante la gravidanza, mentre il cancro si faceva largo nelle sue ossa, c’era una sola cosa che riusciva a calmarla e non farle pensare al dolore. Una canzone, che le canticchiavo all’orecchio tenendola stretta fra le braccia. Tu quella sera mi guardavi con gli stessi occhi imploranti che aveva lei. Ti aspettavi lo stesso miracolo. Io riuscivo solo a sentirmi impotente come allora, ma non ce la feci a negartelo.>> Che fai Alex, piangi anche tu adesso? << Ti strinsi forte forte e iniziai a cantare quella canzone anche per te. Sempre con la tua manina intorno al mio dito. Funzionò come aveva sempre funzionato con lei. Smettesti piano piano di piangere e ti addormentasti col faccino sul mio braccio. Da quel momento ho passato il resto della mia vita nel tentativo disperato di farmi perdonare per il male che ti avevo fatto. Ma non ci siamo mai capiti ed io non ti sono venuto incontro abbastanza. Tu scappavi da me ed io restavo immobile nel mio rimorso, mentre avrei dovuto correrti dietro e riacciuffare te e il nostro rapporto in frantumi.>> ?!?!? << Non ti permetterò di fare i miei stessi errori, Alessandro. Non puoi lasciarti andare così. Pensa a

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Thomas. Non riesci neanche a guardarlo. Lui non ha colpe, come non le avevi tu. Non strappargli via l’unico genitore che gli resta. Non è giusto.>> << Non ce la faccio.>> << Potrà sembrare brutale quello che sto per dirti, Alessandro, ma… credimi… Imparerai a vivere anche senza di lei.>> No! Non ha più senso vivere, adesso. Non mi importa più. << Non cancellerai mai il dolore dal tuo cuore, ci sarà sempre un angolo da cui farà capolino alla prima mossa falsa: una parola, un nome, un profumo, un sapore, un pezzo di mondo che hai condiviso con lei. Non puoi resettare la memoria e dimenticare che sia esistita, ma puoi imparare a convivere con la consapevolezza che non c’è più… e continuare a vivere, per te, per Thomas, per lei, che avrebbe dato la vita per il vostro bambino.>> Questa cerimonia è una pagliacciata. Avremmo potuto celebrare il funerale direttamente in Italia e risparmiarci questo strazio. Tanto Linda è così imbottita di tranquillanti da non rendersi neanche conto di dove sia. Spero di essere stato chiaro quando ho accettato di venire. Non farò un solo passo più avanti di così. Non mi lascerò convincere a stare a guardare mentre la calano in quella fossa fredda. Non sarò io a gettarle il primo pugno di terra addosso. A che serve poi, tanto non è un funerale come gli altri, nessuno la ricoprirà di terra. È già tutto pronto per la traslazione in Italia, oggi stesso. È una pagliacciata, tutto qua. Un pochino mi pento di non aver preso parte al funerale della mia piccola Molly. È stata solo una vittima collaterale della maledizione che mi porto dietro. Se la meritava la mia presenza. Gliel’avrei dovuta, a costo di

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non reggere alla pressione e crollare nel mezzo della funzione. Gliel’avrei dovuta. Ehi, ma c’è Mat! Non l’avevo notato, dev’essere arrivato da poco. Si sta avvicinando. Spero non gli venga in mente di darmi le condoglianze. Era uno dei compromessi alla mia partecipazione alla funzione: niente condoglianze. Non permetterò che mi rendano la sua morte ancora più reale di quanto già non sia. Mio padre però non conosce Mat, e forse non si è neanche accorto del suo arrivo. Difficilmente avrà avuto il tempo di avvisarlo. Niente condoglianze Mat, ti prego. Un abbraccio lo posso anche sopportare, ma non dire quella parola. Non dire quella parola. << Sei venuto?>> Dio ti ringrazio << Sì, alla fine mi sono lasciato convincere.>> << Sono contento.>> << Mat?>> << Dimmi.>> << Come stanno?>> << La piccola è ancora un po’ frastornata, ma è in buona compagnia. Piano piano se ne farà una ragione, come tutti.>> E…Celine? << Lei?>> << Celine?>> mmmmmmmm, non lo dire ad alta voce. << Puoi chiederglielo tu se vuoi.>> ?!?!? << Di solito concedono un permesso speciale per far assistere l’anima al proprio funerale.>>

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Allora non sto sognando, sono davvero sue le braccia attorno alla mia vita, la sua guancia contro la mia schiena. << Avresti potuto salutare Molly se fossi venuto l’altro ieri. C’è rimasta un po’ male, ma ha capito la situazione. Ti ha perdonato.>> Eh? Che hai detto? Mi ero distratto. << Senti, io torno di là con gli altri. Vi lascio un po’ soli.>> << Grazie Mat.>> È proprio la sua voce? Sì che è la sua voce. << Alex, Amore?>> Se il cuore smettesse di battermi così forte per un minuto forse riuscirei anche a rispondere. Dev’essersene accorta anche lei, perché le sue mani stanno scivolando su fino al centro del mio petto. << Te l’avevo detto che ci sarei stata.>> Parla ancora Amore mio. << Anche quando non puoi vedermi, se non puoi avvertire la mia presenza, se non puoi parlare con me, non vuol dire che io non ci sia. Non vuol dire che non veda come stai, che non senta quello che dici, quello che pensi.>> << Io…>> << Lasciami finire.>> Sei arrabbiata con me? << Sì sono arrabbiata con te. Mi avevi promesso che ti saresti preso cura di Thomas.>> Thomas. << Sì, tuo figlio. Te lo ricordi?>> << Thomas sta bene!>> finché gli resterò lontano starà benissimo. << Ha bisogno di te.>>

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Ma se sembro un cadavere. Non voglio che mi veda in questo stato. I bambini riescono a percepire lo stato d’animo degli adulti. Non voglio che si nutra del mio dolore. Dovrebbe solo pensare a crescere e giocare, niente di più. Io non posso garantirgli nulla di tutto ciò. Mi dimenticherei perfino di dargli da mangiare. << Alex! Per me. Fallo per me. Ti scongiuro, non negare un padre a mio figlio. Mi fa soffrire anche solo l’idea.>> Che fai? Perché ti sciogli da me? Ah! << Giurami che ti toglierai quei brutti pensieri dalla testa.>> Che bello potermi immergere ancora nei tuoi occhi. << Giuramelo Alex.>> << Cosa?>> << Giurami che non mollerai a causa mia.>> Vieni con me, spostiamoci qui dietro, così non ci vede nessuno. Abbracciami. Sì, così. Tienimi stretto e non lasciarmi. Portami via con te. << Non permettere che vincano. Non permettere che facciano del male al mio bambino.>> Non piangere amore. Tutto quello che vuoi, ma non piangere << Te lo giuro.>> << Grazie.>> << Ti amo.>> << Per sempre!>> << Anche di più.>> le tue labbra sono ancora calde e morbide come le ricordavo. Sembra passato un secolo dall’ultima volta. << Non rimpiango niente Alex. Ogni attimo di vita che mi hai concesso è stato un raggio di sole nel mio cuore. L’unico rammarico che ho è essere la causa del tuo dolore. Io non voglio che soffri per me. Tuo padre ha ragione,

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imparerai a vivere senza di me. Devi imparare a farlo se vuoi che viva questa condizione con serenità. La mia anima è ancora legata alla tua. Se tu soffri, io soffro. Non farmi soffrire più, Alex. O almeno, non più del necessario.>> << Ci posso provare.>> << Ci devi riuscire.>> D’accordo. << Ora devo proprio andare. Matt mi sta cercando.>> Già? Ma la funzione non è ancora finita. << È finita, amore. Stanno andando via tutti. Scommetto che adesso avresti voluto che durasse di più. Devi stare attento alle condizioni che detti, ti si potrebbero ritorcere contro.>> Eccolo! << Cosa?>> << Il tuo sorriso. Dio solo sa quanto mi è mancato.>> ed eccone un altro. Non mi stancherei mai di guardarlo. Non mi stancherei mai di guardarti. << Per sempre Alex.>> << Di più, molto di più.>>

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40 Angelo? Sono un demone, altro che Angelo. Ho le corna, non le ali. Fissavo una delle tante statue alate di Ponte Sant’Angelo e non riuscivo a fare a meno di chiedermi perché. Quel fastidioso suono di campanelli mi torturava da più di un’ora ormai. Per quanto avessi corso, per quanto ci avessi provato, non sarei riuscito a liberarmi di quell’insistente tintinnio. Non c’era posto al mondo in cui avrei potuto nascondermi da Lui. Bella fregatura! Un gruppo di turisti polacchi si sporgeva dal ponte a osservare il Tevere scorrere impetuoso dopo le ultime piogge abbondanti. Anche d’inverno? Questa città diventa sempre più invivibile. Stretta. Non si riesce più a stare un momento da soli. Un Esecutore osservava in disparte la sua vittima tra la folla. La sua aura blu scuro era talmente luminosa da avvolgere anche le persone attorno a lei. Fissai l’Esecutore, che mi fece un cenno complice col capo. Non c’era gioia o soddisfazione nei suoi occhi. Solo impazienza. Prima sarebbe successo e prima sarebbe potuto tornare alla sua vita di sempre. Mi strinsi meglio la sciarpa attorno al collo per attutire i colpi di vento gelido che mi tagliavano il viso. Una pattuglia di tre Agenti attraversò il ponte. Ormai avevo imparato a riconoscerli.

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Tirai sul capo il cappuccio del giubbotto e finsi di guardare la piena del Tevere insieme ai turisti. I campanelli suonavano ancora, anche l’Esecutore riuscì a sentirli e arretrò di qualche metro. Si stava avvicinando! Sono qui. Non vado da nessuna parte. Il giovane Destinato era salito sul parapetto del ponte per sporgersi a guardare meglio. L’esecutore era arretrato abbastanza da potermi avvicinare al ragazzo. << Scendi da lì.>> dissi serio. Accompagnai la frase a un gesto che gli facesse comprendere cosa stavo dicendo. Il mio sguardo lo intimorì, così smontò dal parapetto senza replicare. Non aggiunsi altro, ma quel poco bastò ad aumentare il frastuono nella mia testa. Era appena sopportabile e non avrebbe smesso di torturarmi fino a quando non mi fossi deciso ad affrontarlo. Mi voltai nella direzione dell’Esecutore, che era tornato ad avvicinarsi. Non ce l’aveva con me per aver prolungato la sua personale agonia, però dai suoi occhi capii che non mi avrebbe più concesso intromissioni di alcun tipo. Avrei potuto regalargli qualche giorno in più. Permettergli di tornare a casa e rivedere i suoi cari prima del trapasso, ma non sarebbe stato prudente con Lui nelle vicinanze. Non mi avrebbe perdonato anche questa. Mi allontanai per concedere all’Esecutore un po’ di pace. Il tintinno era un richiamo per me. Era me che cercava, non lui. Perché aggiungere altra sofferenza al suo dolore quindi? Solo perché riusciva a sentirlo non significa che dovesse anche subirlo.

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L’Esecutore mi ringraziò con un cenno d’assenso e tornò a seguire la sua vittima, che aveva ripreso a passeggiare col gruppo di turisti. Le mie ali in cambio di un'ora di pace. << È davvero questo che vuoi?>> la voce di Gabriel sembrava provenire dall’interno di un’ampia cattedrale vuota. Avevo già avuto occasione una volta di sentire quella voce incantevole, di scorgere quel viso meraviglioso, quegli occhi tanto belli quanto severi. Era dietro di me. Non dimostrava più di vent’anni e la sua aura, di un bianco accecante, mi costrinse a spostare lo sguardo da un’altra parte. Dei nuvoloni scuri, carichi di pioggia, si addensavano sulle nostre teste, scoraggiando anche i più audaci dal rimanere all’aperto. I primi lampi squarciarono il cielo. C’eravamo solo noi due all’aperto ora. Il vento si fece più forte e minaccioso. Si fece buio in pochi minuti, nonostante fossero ancora le quattro del pomeriggio. Un nuovo lampo, più forte e fragoroso degli altri, squarciò una nuvola che riversò sulla terra la sua cascata di pioggia. I clacson del traffico giungevano quasi sordi ai miei sensi. Ero troppo concentrato su Gabriel. Incapace di muovermi. Impietrito dal potere che stava esercitando su di me. << Che altro vuoi?>> chiesi scontroso << L’ho lasciata andare.>> << Il tuo compito non è quello di contravvenire agli ordini divini. Non puoi salvare gli uomini dalla morte. La loro, qui, è una posizione di passaggio. Smettila di intrometterti!>> mi rimproverò. Il temporale si fece più minaccioso. << Non usare questo tono con me. >>

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I suoi occhi divennero una fessura sottile. In quello stesso momento una forza inumana mi scaraventò con violenza contro una statua del ponte, una decina di metri più indietro. L’urto fu così forte da fracassarne un braccio, che cadde nel Tevere, scosso da onde innaturali che, frangendosi contro le arcate di pietra riversavano l’acqua putrida in superficie, bagnandomi. Come se la pioggia non bastasse. Mi rimisi in piedi, contrastando il vento pesante che mi spingeva indietro. Con un solo gesto del braccio me ne liberai invertendone il corso contro Gabriel. La valanga d’aria gelida lo oltrepassò senza scalfirlo, andando a scontrarsi col traffico impazzito lungo la strada in fondo. Due auto si rovesciarono con una facilità mostruosa contro la parete del palazzo di fronte. Non avevo ancora il pieno controllo dei miei poteri. Mancavano due anni alla mia completa trasformazione. Un fulmine si frappose fra noi, lasciando una profonda crepa sulla passerella del ponte. Non ha gradito l’affronto. << Solo perché sono ancora umano.>> continuai urlando, perché il frastuono copriva la mia voce << Non significa che puoi avanzare una qualche pretesa su di me. >> << Vuoi forse metterti contro la volontà del tuo Signore?>> Non sarebbe la prima volta. Dopotutto discendo, per linea diretta, dalla stirpe degli Angeli Ribelli. Chi più di me potrebbe opporsi alla Sua volontà. << Mi sto opponendo alla tua volontà, non alla Sua. O vuoi forse paragonarti a Lui?>> La terra tremò e il ponte si aprì nel mezzo, lungo tutta la crepa provocata dal fulmine.

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<< Non osare sfidarmi, Halixos. Non ci provare.>> << Se no, che fai? Mi ammazzi?>> spalancai le braccia esponendo il petto << Avanti! Sono qui!>> lo sfidai. Un Angelo della Morte non può avere paura di essa. Era una minaccia assurda la sua. Tanto più che i suoi poteri potevano ferirmi ma non darmi la morte. << Non puoi privarmi dei miei poteri. Sono miei per diritto di nascita. Le tue minacce potranno avere effetto sui Sangue Misto, ma non su di me. E… l’arroganza con cui ti sei fatto avanti… non l’ho affatto gradita.>> Si accigliò << Non puoi continuare a fare di testa tua.>> << Finché sono mortale mi è concesso fare ciò che voglio.>> gli ricordai. << Ne riparleremo quando sarò uno dei vostri a tutti gli effetti. Per ora seguo le leggi mortali, e in quanto tale posso, se voglio, oppormi agli eventi secondo libero arbitrio.>> << Non sei, propriamente, un mortale come gli altri. Hai delle responsabilità verso il tuo Signore.>> << Che mi sto prendendo fino all’ultima, mi pare.>> << E Celine?>> Il suo nome, pronunciato così impunemente ad alta voce per la seconda volta a distanza di poche ore scatenò in me una reazione che non mi aspettavo. Una violenta ondata di energia si liberò dal mio corpo come un’esplosione. Le statue lungo il ponte si frantumarono una dopo l’altra in massi non più grandi di una palla da tennis. Il ponte vacillò. << Un incidente di percorso.>> risposi digrignando i denti. << E l’altra?>> chiese come se nulla fosse successo. Denise. Si chiama Denise.

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<< Volevo solo offrirle una seconda chance. >> << Non sta a te farlo.>> Vero! Ma non mi interessa. << Te lo chiedo di nuovo, Gabriel. Che ci fai qui? Che cosa vuoi da me?>> << La ragazza deve morire.>> << Perché?>> Svanì nel nulla senza rispondermi. << Gabriel?>> gridai << Dimmi perché!>>

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41 Il mio rientro in Italia fu quantomeno bizzarro. Con la sua confessione il giorno del funerale di Celine, mi ero convinto che mio padre mi avesse finalmente fornito una ragione valida per odiarlo. Non poteva essere diversamente. Avevo troppa rabbia dentro e un disperato bisogno di riversarla su qualcuno. Per quasi tre mesi non feci altro che impegnarmi per mostrargli finalmente di cosa ero capace, di quanto meschino e vendicativo riuscissi a essere nei suoi confronti e quanto lesivo nei miei. Non dimenticherò mai la sua faccia quando venne a prendermi all’aeroporto. Scoppiai quasi a ridergli in faccia. L’espressione distrutta di mia madre però, mi provocò molto meno piacere. Non volevo un abbraccio di ben tornato, ma c’era tanta gente e le convenzioni sociali richiedevano questo piccolo sacrificio. Mio padre era il numero uno quando si trattava di dar bella mostra di sé in pubblico. Il migliore attore che abbia mai visto recitare in tutta la mia vita. La mia più grande fonte di ispirazione. Mi avvicinai lentamente. Volevo ritardare quel contatto il più possibile. Mia madre aveva gli occhi lucidi. Se qualcuno l’avesse notata in quel momento avrebbe falsamente creduto che fosse per l’emozione di rivedermi. Mi fermai a pochi passi da loro, aspettando che si facessero avanti per mettere fine a quella farsa. Mia madre mi strinse forte a se, affondando il suo viso nell’incavo della mia spalla. Appena riuscì a smettere di tremare si spostò quel tanto da permettere a mio padre di salutarmi. Rimasi a fissarlo mentre si

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avvicinava, sempre troppo più velocemente di quanto desiderassi. Tirai un profondo sospiro prima che fosse troppo vicino e, a occhi chiusi, aspettai di sentire il suo corpo stretto al mio. Invece sentii un forte bruciore sul viso. Spalancai gli occhi, ancora incredulo che avesse avuto il coraggio di prendermi a schiaffi lì davanti a tutti. Dovevo essere stato davvero bravo se ero riuscito a scatenare una tale reazione da parte sua. Per un attimo l’attenzione di tutti sembrò riversarsi su di me, immobile come una statua, frastornato, e questo, lo ammetto, mi mise molto in imbarazzo. Mio padre era paonazzo, furioso. A quel punto non sapevo davvero cos’altro aspettarmi. Smisi di sostenerne lo sguardo inferocito e chinai leggermente il capo a terra. Riconoscevo una sconfitta quando la vedevo e, anche se mi bruciava ammetterlo, quel round l’aveva vinto lui. Avevo trascorso tre mesi alla ricerca di qualcosa che lo facesse imbestialire e avevo ottenuto quello che volevo. In quel momento però, invece di gioire della mia piccola vittoria personale, non riuscivo a pensare ad altro che a quanto fosse stata stupida l’idea di sfidarlo a quel modo. Cosa credevo di ottenere presentandomi cosi? Il meglio che poteva accadere era che mi cacciasse da casa. Vent’anni, senza un soldo o uno straccio di lavoro, senza nient’altro che l’odio a fare da cornice alla mia esistenza senza sapore. A quel punto avrei potuto aspettarmi di tutto. Leggevo il terrore negli occhi addolorati di mia madre. Sapevo di dover chiedere scusa. Mi sentivo stupido. Però ero troppo orgoglioso per ammettere d’aver esagerato. Sarebbe stato come ammettere a me stesso d’aver sbagliato, quindi quella parola velenosa non uscì mai dalle mie labbra, benché fossi consapevole che era l’unico appiglio a cui avrei potuto aggrapparmi per non precipitare

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nel baratro di collera che aveva spalancato sotto di me l’ira di mio padre. Guardavo ancora a terra quando lo sentii muoversi. Chiusi gli occhi di nuovo, ma sta volta per paura non per rassegnazione. << Andrea, sono io.>> disse. Mi accorsi che stava parlando a telefono << Sono all’aeroporto con Beatrice. Ho bisogno che mi raggiungi al più presto. Ho un impegno urgente e non posso riaccompagnarla a casa.>> Brutta cosa! Brutta cosa! Brutta cosa! Continuavo a ripetermi sforzandomi di non alzare la testa per cercare mia madre. << Perfetto!>> aggiunse prima di richiudere con troppa forza lo sportelletto del cellulare << Andrea sarà qui fra poco.>> le disse << Non c’è bisogno che aspetti fuori da sola. Ti raggiungerà lui in sala d’aspetto.>> Nessuna replica da parte sua. E come avrebbe potuto? << Quanto a te…>> Ahia! Era il mio turno. << Fila subito in macchina, prima che ci ripensi e ti rispedisca indietro a calci.>> Arrogante! Abbasso la guardia un momento e credi d’avermi in pugno? Non mi mossi. << Alessandro?>> Non tirare troppo la corda, Alex! Non tirare troppo la corda. Ti rifarai la prossima volta. << Sto ancora aspettando.>> Riuscii a muovermi un pochino. Nulla di esaltante, ma almeno riuscì a vedere, dopotutto, che ci stavo almeno provando.

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Mi spinsi alla macchina come una canoa contro corrente. Lo sentivo procedere alle mie spalle. Silenzioso. Troppo silenzioso. Quando non parlava era sempre un brutto segno. Stavo tranquillo fin tanto che lo sentivo strillare, ma quei silenzi erano solo ambasciatori di sventura. Lanciai lo zaino e il borsone nel bagagliaio della Mercedes senza prestarvi la minima attenzione. Trovare il coraggio di salire in macchina però, fu un po’ più difficile. Era un gesto irreversibile, una volta dentro non avrei avuto più vie di scampo. Siediti dietro. Siediti dietro. Dovevo avere l’esitazione dipinta sul viso, perché mio padre si spazientì dell’attesa e mi aprì personalmente lo sportello anteriore facendomi cenno di entrare. Codardo! Troppo tardi. Soffocai a fatica un sospiro, ma riuscii ugualmente a trascinarmi dentro l’abitacolo senza rendermi troppo ridicolo. Posai un gomito sul bordo del finestrino aperto e rimasi a guardare fuori, mentre mio padre si sedeva al posto di guida, accanto a me. Troppo vicino. Sentivo che mi stava fissando, mentre girava la chiave nel quadro per mettere in moto. Non lo guardare. Mi voltai un poco, per capire. << Le cinture!>> bofonchiò. Non ero già abbastanza in trappola? Obbedii senza replicare, anche se uno sbuffo sfuggì indisciplinato al mio controllo. Ero tornato a guardare fuori, ma non ci stavamo ancora muovendo. Di sicuro era ancora intento a fissarmi. Lo

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detesto quando mi fissa a quel modo, come se avesse chissà cosa da dire, ma si rifiuta di parlare. Non ero certo di voler sapere davvero cosa avesse da dirmi quel giorno, ma era un atteggiamento che non digerivo lo stesso. Finalmente iniziarono le manovre per uscire dal parcheggio e, per un momento almeno, mi sentii un po’ sollevato. Il centro era inzuppato di macchine, ma non era un problema per lui. Non è mai un problema per lui. Parcheggiò nell’area riservata del salone di Michele e scese guardando male il custode del parcheggio che smise di avvicinarsi appena lo riconobbe. Mi aprì lo sportello come aveva fatto all’aeroporto, con la stessa impazienza intendo, mentre io armeggiavo per liberarmi dalla morsa della cintura, che non ne voleva sapere di sganciarsi. Quasi volesse vendicarsi dello sbuffo. E tu da che parte stai? Vidi mio padre piegarsi su di me, esasperato, e liberare il gancio senza difficoltà. Calmati, Alex! Sei troppo nervoso. Stavo sudando, in effetti, e non credo fosse a causa del caldo ancora torrido di inizi settembre. << Scendi!>> Era un ordine o una richiesta? Mi sentivo ribollire il sangue. Avevo vent’anni, ero maggiorenne, decisamente troppo cresciuto per farmi trattare come un ragazzino. Era una richiesta Alex, scendi per l’amor del cielo, scendi subito. Lo guardai in cagnesco, ma obbedii.

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Michele ha il centro estetico-termale più lussuoso e rinomato di tutta la città. I miei genitori ci andavano da sempre e anch’io, prima della mia inutile ribellione d’oltre oceano. Non mi riconobbe subito quando entrammo. Se non ci fosse stato mio padre con me, non mi avrebbe neanche permesso di entrare, conciato com’ero. Alzò gli occhi al cielo con un’espressione così buffa che non riuscii a decifrare, ma almeno riuscì a farmi sorridere. Diceva sempre che ero la sua ispirazione, il modello a cui si ispirava quando pensava alle sue nuove creazioni. Posso solo immaginare cosa gli passasse per la testa quando mi vide conciato a quel modo. << Che ti è successo, tesoro?>> mi disse, restio ad avvicinarsi, a toccarmi. Una mano a coprire la bocca semi spalancata dallo shock ancora vivo nei suoi occhi. Mio padre si allontanò un momento per un’altra telefonata. << Stai bene?>> mi chiese Michele. Annuii senza rispondere. Nella sala c’erano specchi dappertutto. Una piccola folla di privilegiati si aggirava in accappatoi di seta e ciabattine firmate e di tanto in tanto mi lanciavano un’occhiata disgustata. Chissà, probabilmente, oltre all’aspetto, non avevo neanche un buon odore, poco aiutato anche dal fatto che ero da un volo interminabile dagli Stati Uniti. Mi osservai in uno degli specchi a parete della sala e mi vergognai seriamente di me stesso. Che volevi dimostrare? Michele se ne accorse, perché sfiorò amichevole il rossore sulle mie guance. Mio padre tornò per assistere trionfante alla mia umiliazione pubblica. Mi conoscevano tutti in quel centro

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ed io conoscevo loro. Non avrebbe potuto infliggere mortificazione peggiore alla mia vanità. Per avere un appuntamento da Michele si dovevano aspettare anche mesi. Solo la nostra famiglia e una manciata di eletti avevano accesso illimitato ai suoi servigi. La cospicua quota annuale che gli versava mio nonno era sufficiente a garantirci certi privilegi. Solo con quella Michele riusciva a coprire le spese annuali dell’intero centro. Le altre facevano il resto. << A te ci penso io!>> disse soppesando una ciocca dei miei capelli unti e troppo, troppo lunghi per i suoi gusti. Scambiò un paio di sguardi con mio padre che, quasi avesse potuto leggergli nel pensiero, si congedò senza aggiungere nulla a una semplice approvazione. Appena non avvertii più la sua soffocante presenza, dopo un’ulteriore sbirciata al balordo riflesso nello specchio al mio fianco, sentii l’irrefrenabile desiderio di togliermi quegli stracci da dosso. Michele intuì anche questo << Vieni, tesoro.>> e mi fece strada verso il complesso termale. Doccia, fanghi, bagni estetici profumati… La mia pelle – soffocata da uno strato si sebo maleodorante – tornava finalmente a respirare. Mi sentivo rinato, anche se a Roberto non sembrava abbastanza e mi fece fare un altro giro. I massaggi rilassarono un po’ la tensione accumulata. La manicure eliminò ogni traccia di smalto nero dalle unghie. La maschera al viso lisciò l’espressione corrugata della tensione, mentre l’estetista faceva il resto. Erano passate le 16:30 e mancava solo il tocco magico di Michele, che non perse neanche tempo a sciogliere il groviglio di nodi nei miei capelli maltrattati, ma affondò

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direttamente le forbici per un taglio netto e definitivo. Sapeva che i capelli troppo corti non mi erano mai piaciuti, ma quel giorno non badò minimamente a quali potessero essere le mie preferenze. Ogni obiezione da parte mia l’avrebbe mandato su tutte le furie, come ogni volta che provava a fare qualcosa di nuovo con la mia chioma ed io provavo a ribellarmi. Per un momento, quando lo vidi impugnare la macchinetta mi prese il panico. Feci un sussulto troppo visibile per non essere notato, ma Michele non si fece scrupoli e io non potei fare altro che cercare di non perdere troppo la calma mentre mi riduceva i capelli a una spazzoletta di non più di un centimetro di spessore. Tremavo. Ero troppo arrabbiato, troppo umiliato. Non mollare proprio adesso. È quasi finita. Resisti! << Credimi, fa più male a me che a te.>> sussurrò Michele chinandosi a raggiungere il mio orecchio punteggiato di piccolissimi fori arrossati, lì dove prima davano bella mostra quattro pearcing di metallo scarso. << Ricresceranno presto. E più forti e belli di come sarebbero stati adesso.>> aveva un tono così dolce, rassicurante. Non fare lo stupido. Trattieniti! Non riuscivo a smettere di tremare. Provai a schiarirmi la voce per dire qualcosa che potesse farmi pensare ad altro, ma continuai a non dire niente. Ero stanco. Ero riuscito ad appisolarmi durante il massaggio, ma non era stato abbastanza. Volevo solo tornare a casa e buttarmi quella giornataccia alle spalle per sempre. Non mi disturbava essere tornato l’Alessandro di sempre. L’avrei fatto io stesso appena ne avessi avuta l’occasione. Volevo solo scatenare una qualche reazione in mio padre,

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una qualunque. Quello che mi offendeva era che mi avesse portato in giro conciato così… Faticavo a riconoscermi perfino io. Sembravo il Sicario tanto temuto dalla mia Celine, un demone appena uscito dall’inferno. Dopo il taglio, Michele mi fece alzare e avvicinare alla postazione per lo shampoo << Non ne hai bisogno, ma una curetta contro i pidocchi la farei lo stesso, se non ti dispiace.>> sussurrò la parola pidocchi, per non farsi sentire dalla cliente alla postazione accanto. Annuii con un sospiro rassegnato. Non riuscivo a comunicare neanche a monosillabi. Riuscii a liberarmi un pochino solo durante lo shampoo. Non avrei potuto fare di più, mi ero trattenuto anche troppo. Michele mi bagnò scherzosamente il viso arrossato con uno spruzzo d’acqua << Non volevo mandarti lo shampoo negli occhi.>> disse a voce abbastanza alta da farsi sentire << Ti prego di scusarmi. Non so come sia potuto succedere. Sono imperdonabile.>> Adesso non esagerare! << Non ti preoccupare, non fa niente.>> Mi fece capire con un buffetto che aveva finito, così mi drizzai sulla sedia mentre lui mi strofinava con delicatezza un asciugamano sulla testa. Mio padre rientrò in quel momento con in mano alcune buste dell’atelier di Cavalli. Le posò ai miei piedi e rimase a fissarmi un momento, rinnovando quel po’ di irritazione che ero riuscito a cancellare. Sembrava soddisfatto. Uno stato d’animo che proprio non lo associavo a mio padre quando si trattava di me. Allungò una lauta mancia a Michele per il servizio e tornò a fissarmi di nuovo.

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Smettila! Che aveva da guardare? Cos’era che gli provocava tanto piacere? Me ne resi conto tutto d’un tratto, quando avvertii qualcosa di caldo accarezzarmi la guancia. Merda! Asciugai la lacrima con l’asciugamano che avevo ancora in mano. << Shampoo!>> mi coprì Michele, ma tanto lo sapevo che non ci avrebbe creduto. Se anche fosse stato vero si sarebbe convinto del contrario solo per crogiolarsi ancora e ancora nella sua vittoria. << Vestiti!>> disse soltanto. Vedevo ancora quel ghigno soddisfatto. Pazienza Alex. È andata come è andata, non ci pensare più adesso. È finita, si torna a casa, non rovinare tutto proprio adesso. Presi le buste e mi affrettai a raggiungere gli spogliatoi per mettere su qualcosa. Gli stracci che avevo addosso quando ero arrivato erano ancora buttati a terra dove li avevo lasciati quando mi ero spogliato per indossare l’accappatoio del centro. Li afferrai e li gettai con rabbia nel secchio della spazzatura. Che cosa avevo dimostrato con quell’assurda messa in scena? Niente! Ero solo riuscito a mettermi in ridicolo. All’atelier avevo fatto confezionare molti abiti su misura per le grandi apparizioni pubbliche a cui mi costringeva mio padre almeno sei volte l’anno fin da quando potessi ricordare. Conoscevano alla perfezione la mia taglia, e i miei gusti, quindi non gli fu difficile mandarmi qualcosa di mio gradimento e che calzasse alla perfezione. Con stupore mi scoprii molto più a mio agio nei panni del mio personaggio che nei miei. Mi era bastato pochissimo a

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riconoscere i miei simili in America, appena avevo avuto la possibilità di guardarmi un po’ dentro, da solo. Quello stile rock gotico che mi aveva aperto le porte di un mondo tutto nuovo e stranamente affascinante per me, rifletteva perfettamente la rabbia che covavo dentro. Passata la rabbia però? L’Alessandro che conoscevo io era il tizio che si osservava curioso allo specchio di quel centro termale, non il demone oscuro che era sceso dall’aereo qualche ora prima. Che c’è che non va in me? Cercai di scacciare ogni pensiero violento dalla mia mente e mi sbrigai a raggiungere mio padre. Volevo davvero tornarmene a casa. Mi accorsi fin troppo presto che non stavamo tornando in Villa come avevo sperato, però non avrei davvero creduto che arrivasse a tanto. Ci volle tutto il mio autocontrollo per non aggredirlo verbalmente quando lo vidi imboccare l’ingresso della clinica di famiglia. Anche se avrei dovuto aspettarmelo da lui, ma forse era proprio questo a mettermi in crisi ogni volta. Non riuscivo mai ad anticiparne le mosse, mai una volta. Mi lasciava sempre spiazzato. Il mio trisnonno paterno aveva tirato su quella clinica dal niente. Con le sue sole forze. Partendo da un minuscolo ambulatorio. Ora è una delle cliniche private più all’avanguardia. Mio zio e mio padre lavorano lì. Mio nonno lavora ancora lì. Ma per me vedevano una carriera da avvocato, quando era più che evidente da chi avessi ereditato la passione per la medicina. Non capisco proprio perché questa presa di posizione. Scesi dalla macchina prima che potesse aprirmi la portiera di nuovo e farmi sentire ancora più stupido di quanto già mi sentissi.

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Ormai avevo capito dove voleva arrivare e non mi piaceva affatto. Avevo capito anche perché tanta urgenza da Michele: se mio nonno mi avesse visto com’ero quando sono arrivato mi avrebbe scorticato vivo. << Non lo fare!>> riuscii a dire mentre mi indicava di precederlo verso l’entrata << Non ce n’è bisogno. Sto bene!>> << Non ho ancora sbollito la rabbia abbastanza da starti a sentire. Quindi ti consiglio di fare silenzio finché possibile.>> Salimmo muti fino al terzo piano. Mio zio Sergio ci stava già aspettando. Di certo mio padre l’aveva avvisato prima. Spalancò le braccia appena mi vide. Adoravo mio zio, ma non in quel momento, non per quello che stava per fare. Mi strinse forte fra le braccia, poi mi spinse un po’ indietro e si mise fra me e mio padre, come a volermi proteggere da lui. << Ci penso io.>> disse serio. Mio padre gli rispose con un’occhiata minacciosa, ma mio zio era fin troppo abituato a far valere le sue ragioni di fratello maggiore. Sapeva che mio padre non si sarebbe mai permesso di contraddirlo << Papà ha chiesto di te più di mezz’ora fa.>> aggiunse poi << Te lo restituisco al massimo fra un paio d’ore.>> Due ore? Sentii riaffiorare il senso di panico. Una nuova sensazione giunse poi a sovraccaricare il mio tormento. La nausea. Dio solo sa quanto avessi voglia di vomitare. Mio padre si perse per un momento sul mio pallore improvviso e forse questo lo convinse a lasciarmi andare. << Ripasso più tardi.>> mi disse severo. Feci di sì con la testa. Ero certo che se avessi provato a parlare sarebbe stato un disastro.

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L’ambulatorio di zio Sergio era più spaventoso di quello di mio padre. Lui è un eccellente ortopedico, si occupa soprattutto di sportivi di un certo livello. Mio zio invece era tutto il resto. Aveva passato la vita a studiare, racimolando una specializzazione dopo l’altra. È l’organo vitale della clinica. Mio nonno, è il cervello, e non solo perché è un neurochirurgo. Mio padre è il braccio, le gambe… Un corpo completo. L’idea generale che si era fatto mio padre era che avessi contratto chissà quale peste. Voleva la certezza che non ci fosse una sola cellula del mio corpo che non risultasse a dir poco perfetta. Mentre mio zio chiudeva la porta dello studio me ne stetti un po’ a guardarmi intorno, incerto. In fin dei conti non ero sicuro che assecondasse le folli paranoie di suo fratello. Appena si voltò a cercarmi con lo sguardo gli sorrisi istintivamente, ma la sua espressione era seria, accigliata. Non l’avevo mai visto così con me. Chissà che gli aveva raccontato mio padre? << Ti posso spiegare!>> esordii. << Dopo!>> disse gelido. Mi rivoltò come un calzino. Tre ore intere di esami e controlli. Dentro e fuori. Tra una cosa e l’altra mi scombussolò tanto da farmi vomitare tre volte. Ero a pezzi quando mi mollò per permettermi di rivestirmi, mentre lui scrutava con attenzione la cartellina con i risultati degli esami del sangue. Mi girava la testa, non riuscivo neanche a chinarmi per allacciarmi le scarpe. Per reprimere un nuovo conato di

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vomito mi stesi sul lettino coprendomi gli occhi con l’avambraccio. << Adesso mi puoi spiegare.>> disse con tono più tranquillo. Avevo ragione io, non avevo niente che non andasse. Feci di no con la testa. Non riuscivo davvero ad aprire bocca. Si avvicinò per mettersi a sedere sul bordo del lettino. Mi posò il palmo della mano sulla fronte ghiacciata. Mi spostò il braccio per esaminare meglio il mio stato. Adesso sì che sembravo malato. Ero un cencio bianco sbiadito. Senza dire niente afferrò un cestino da terra con una mano e con l’altra mi tirò un po’ su la testa. Bastò questo a farmi perdere il controllo. Mi tuffai con la testa nel cestino e vomitai ancora. << È inutile trattenerlo quando senti che vuole uscire. Ti fa solo stare peggio.>> In effetti, aveva ragione. Iniziai a sentirmi subito meglio dopo. Mi allacciò le scarpe mentre me ne stavo un altro po’ disteso. << Mi spieghi adesso?>> Feci di nuovo di no con la testa << A questo punto non ha più importanza.>> Tenevo gli occhi chiusi per non vedere la stanza girare. Sentii le sue dita sul mio mento mentre mi guidava il volto verso di lui. Provai ad aprire gli occhi per guardarlo, ma mi sentii avvampare e distolsi lo sguardo rannicchiandomi su un lato per dargli le spalle. Stupido!

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<< Che c’è?>> dal tono sembrava sorpreso e divertito allo stesso tempo << Ti vergogni di me?>> Stupido, stupido, stupido. << Forse sono stato un tantino brutale oggi, ma avrebbe dovuto metterti un po’ più a tuo agio, no?>> Volevo scomparire. << Ehi!>> sussurrò provando a voltarmi << Parlami.>> << E dai, zio, tutto questo scrupolo era davvero necessario?>> non mi accorsi da subito che stavo alzando la voce << Non ero stato messo in imbarazzo abbastanza per oggi? Ce lo potevamo di gran lunga evitare tutti quanti.>> Mi guardò un momento, poi scoppiò a ridere. << Non lo trovo affatto divertente.>> << Lo è, credimi. E comunque, lui non c’entra. È stata un’idea mia.>> Adesso ero io quello furente. << Quando Roberto mi ha raccontato cos’è successo all’aeroporto, gli ho chiesto di portarti qui. Vive anche la mia famiglia in Villa. Non ti avrei mai premesso di rientrare senza avere prima la certezza che fossi nelle stesse condizioni in cui eri quando ti ha lasciato partire.>> << E che ne sai di quali fossero le mie condizioni prima di partire?>> << Stai bene. Sei pulito. Vuol dire che non avevi niente neanche prima.>> Mi scappò un’imprecazione. Mi sentivo profondamente offeso dalla scarsa fiducia che proprio lui mi aveva dimostrato, credendomi capace di chissà quale follia << Non farei mai niente che possa in qualche modo danneggiare te o la tua famiglia, credevo lo sapessi.>>

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<< Ma se non sono neanche sicuro che tu riesca a non danneggiare te stesso.>> sbottò. Troppo sincero per non ferirmi. << Se è questo che credi, allora…>> non riuscivo più ad andare avanti. << Mi spieghi quand’è che la smetterai con questa guerra inutile?>> << Non sono stato io a iniziare, o sbaglio?>> la mia voce tuonò un po’ e lui, per reazione, si irrigidì mettendosi sulla difensiva. << Volevi andare in America. Ti ha lasciato andare, no?>> << Forse voleva solo togliermi di mezzo per non intaccare il rientro a casa di Stefano!>> Avevo detto qualcosa di troppo. << Uno di questi giorni mi farai davvero perdere la pazienza.>> tuonò << Che vantaggi hai avuto dalla pagliacciata di sta mattina? Perché non la smetti di provocarlo? Ogni sforzo che faccio per fargli fare un passo verso di te tu ne fai dieci indietro e mandi a monte tutti i miei sforzi.>> Non era davvero il momento di schierarsi dalla parte di mio padre. Mantieni la calma. Non è successo niente. << Ci stai facendo impazzire tutti.>> Eh no! Adesso è davvero troppo! << Basta così!>> non volevo alzare la voce, ma ero troppo, troppo arrabbiato. Mi alzai per lasciare l’ambulatorio. Non volevo più starlo a sentire. Volevo tornare a casa. Non volevo altro che tornarmene a casa. << Dove credi di andare? Non ho ancora finito con te.>> Avevo già la mano sulla maniglia della porta, dovevo solo far leva e uscire << Lasciami andare.>> dissi piano, cercando di moderare i toni e riportare un po’ di calma.

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<< Ho solo bisogno di farti un paio di domande. Non ti ruberò più di dieci minuti.>> Ero ancora rivolto alla porta. Gli occhi sulla maniglia. Esausto << Non voglio litigare con te, zio. Mollami per favore. Possiamo continuare a parlare più tardi se vuoi, ma adesso, ti prego, voglio andare via.>>

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42 L’intromissione di Gabriel aveva sortito l’effetto contrario alle Loro aspettative. Chiedermi di lasciar morire Denise equivaleva a rendermi complice di quell’ingiusta condanna a morte. Non potevo accettarlo. La porta finestra del balcone della sua camera da letto era socchiusa. C’era un posacenere a terra. La sigaretta, consumata a metà, fumava ancora. Sentivo il suo respiro lento dall’esterno. Si era addormentata dimenticando la finestra aperta. Per fortuna non avvertivo la presenza degli Esecutori nelle immediate vicinanze. Il grosso del lavoro era stato fatto. Non restava che aspettare il momento più opportuno per concluderlo. Entrai senza fare rumore. L’interno era caldo e accogliente come l’ultima volta che vi ero stato. Sembrava passato un secolo da quella sera, mentre invece erano trascorse poco più di ventiquattro ore. Mi avvicinai al letto. Aveva gli occhi arrossati di pianto. Posai la busta sul comodino, in modo che non potesse non vederla al suo risveglio. Mi tremava la mano, tanto che per farla rimanere in piedi fui costretto a diversi tentativi andati a vuoto. Mi rassegnai a lasciarla semplicemente di piatto, nella speranza che se ne accorgesse o che non la spingesse via con qualche gesto maldestro durante la nottata.

Non potevo fare di più. Dovevo solo tornare a casa e attendere una sua risposta alla mia lettera. Sempre che

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avesse avuto ancora voglia di parlare con me dopo quello che le avevo fatto. C’è ancora tempo! L’ultima cosa che avrei voluto fare, Denise, era spaventarti, deluderti. Mi dispiace che sia andata a finire così. Ho sbagliato io, avrei dovuto dirti tutto fin dall’inizio, ma a quanto pare non ho ancora imparato la lezione. Sono stato imperdonabile nel nostro ultimo incontro, ma credimi se ti dico che ho reagito così solo per paura. Non per me, perché se avessi un briciolo di coraggio nel cuore avrei messo fine alle mie pene molto tempo fa. Ho avuto paura per Thomas, lui è ancora troppo piccolo per affrontare questo tipo di vita. Ho giurato a me stesso che non avrei mai permesso che il mio bambino ereditasse il mio destino. Per lui ho messo da parte l’odio e il rancore per permettergli una vita migliore della mia. Sono due anni e mezzo che vivo con questo peso sul cuore e mi sento ogni giorno peggio. Per un momento, con i tuoi assurdi ma deliziosi modi di fare, mi hai ridato un barlume di vita che era spento da troppo tempo e che credevo non tornasse più a brillare. So che è tardi per chiedere scusa. Sono molto impulsivo e agisco troppo spesso d’istinto, senza pensare. Mi rendo conto d’averti giudicato male; mi rendo conto di non averti dato neanche l’opportunità di spiegarti; mi rendo conto d’aver sbagliato e ora posso solo chiederti scusa. Durante la prigionia avevo la convinzione che una volta uscito da lì avrei fatto in modo che tutti sapessero, che tutti capissero come stavano effettivamente le cose. Volevo

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che, il Clan la smettesse di far guerra alla mia gente, alla mia famiglia. Non appena misi piede a casa però, la scena mostruosa che si presentò ai miei occhi mi disarmò completamente. Smisi di vivere per un anno intero, credendo di riuscire ad affievolire quel dolore, ma non fu così, perché è un dolore che proto legato all’anima. So che sai di cosa sto parlando. Avevo perso di vista il mio scopo, ma tu sei riuscita ad aprirmi gli occhi, sei riuscita a svegliarmi da questo lungo sonno, e ti ringrazio. Sono stanco di dovermi nascondere, Denise. Sono stanco d’avere paura, di dovermi guardare continuamente le spalle. Voglio iniziare a vivere, ma non sarà possibile finché non la smetteranno di darci la caccia. Devo polverizzare quel mito che ci perseguita da secoli. Devo salvare la vita di mio figlio e di tanti che, come lui, non hanno colpa d’essere nati quello che sono. Ma prima di tutto questo, devo salvare te da un destino che non ti appartiene. Perdonami se puoi. Dammi la possibilità di rimediare agli errori del mio egoismo.

Alessandro

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43 Non vedevo Thomas da quasi sei mesi. Avevano festeggiato il suo primo compleanno a Febbraio ed io non avevo avuto il coraggio di fare neanche una telefonata. Non mi meravigliava che fossero tutti furiosi con me. La verità è che ero troppo concentrato a non pensare a lei. Pensare a Thomas significava ricordare ogni attimo dei sei mesi più felici di tutta la mia vita. Non potevo permettermelo. Era una debolezza pericolosa visto che programmavo ogni attimo delle mie giornate per non restare da solo a pensare al modo migliore per morire. Decisi di tornare in Italia solo quando mi ero sentito abbastanza forte da poter resistere. Tanto forte da sfidare mio padre l’ennesima volta. Non sono mai stato migliore di lui, in fondo. Solo più cocciuto, più insolente, irriverente. Ne ero consapevole, ma era un modo come un altro per sfogarmi, e lui era il mio parafulmine. Sei mesi sono tanti per un neonato. Cambiano giorno per giorno e a me nessuno avrebbe restituito il tempo perso, lontano da lui. Sei mesi della sua vita erano irrimediabilmente perduti per me. Lo avevamo lasciato che impara a indicare le cose e lo ritrovavo che si reggeva in piedi da solo. Non si era ancora lanciato a camminare senza appoggio, ma l’avrebbe fatto a momenti ed io avevo rischiato di perdermi anche quello. Era cresciuto. Somigliava sempre di più a lei. Inconsciamente avevo sperato di trovarlo cambiato abbastanza da non ricordarmela, ma aveva il suo stesso modo delizioso di fare il broncio, aveva i suoi stessi occhi

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furbi, intelligenti, aveva perfino lo stesso odore della sua pelle. Riuscii a tenerlo in braccio solo qualche minuto. Pianse un po’ quando lo restituii a Beatrice. Tendeva le braccia verso di me, come se mi avesse riconosciuto dopo tutto quel tempo. Come se fosse possibile che avesse sentito la mia mancanza. Avevamo fatto molte riprese nel periodo trascorso tutti e tre alla Villa. Celine voleva registrare ogni momento del bambino per non far perdere niente alla sua famiglia così distante da noi. Durante la prigionia, mio padre aveva disposto per il rientro di Celine in Italia. Fu un violento periodo di agitazioni e sommosse fra gli Ancharos e il Clan. Mi credevano tutti morto, specie dopo le prime, inutili, settimane di ricerca. Solo Celine era sicura che fossi vivo. Era l’unica che riuscisse a sentirmi davvero, dopotutto. Mi hanno detto che faceva vedere i miei filmati a Thomas tutti i giorni. Gli parlava di me, di quanto li amavo e di come saremmo stati felici insieme quando sarei tornato da loro. Aveva continuato a riprendere e fotografare il piccolo come faceva quando eravamo insieme. A volte se lo sedeva sulle ginocchia, di fronte alla telecamera, e parlava con me. Mi raccontava come andavano le giornate, cosa facevano. Mio padre le aveva provate tutte per convincerla a non tornare a New York, ma lei era convinta che sarei tornato a giorni – probabilmente aveva avvertito i miei propositi di fuga – e voleva farsi trovare a casa nostra ad aspettarmi a braccia aperte. Voleva essere la prima persona ad abbracciarmi dopo tutto quel tempo. Il destino infame ha voluto che ci fosse qualcuno ad aspettare lei al suo ritorno. Vedere i suoi video è stata la prima cosa che ho fatto appena tornato a casa, prima ancora di vedere Thomas. Mi

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chiusi in camera per il resto della giornata senza vedere o sentire altri che lei. Speravo davvero che prima o poi il cuore avrebbe ceduto, assecondandomi. Passai la notte a guardare e riguardare i suoi sorrisi, a nutrirmi della sua voce, del suono delicato delle sue risate. Una notte passata a fare a brandelli quel po’ di spirito di sopravvivenza che ero riuscito a conservare con tanta fatica. Quella notte Celine mi avvelenò. Thomas - senza volerlo, povero piccolo! -, mi diede il colpo di grazia. Una pugnalata dritta al cuore. Non lo sapevo, ma la mia famiglia aveva disposto per la costruzione di una cappella apposta per lei. In stile romanico, sembrava il tempio di una Dea. C’erano dei meravigliosi fiori freschi dentro, quando andai al cimitero per vederla. Il profumo era un po’ forte per il mio olfatto, ma l’aroma era quello fresco di una casa abitata, non quello pungente e fastidioso, tipico dei cimiteri. Il marmo rosa degli interni era lucente alla luce del sole che filtrava indisturbato dalle vetrate. Solo il suo loculo era appena un po’ in penombra. Come se il sole diretto potesse infastidire le sue spoglie mortali. Chi, più di noi, può sapere quanto è sciocco tutto ciò. C’era solo un corpo di carne a marcire in quel loculo, non la mia Celine. Lei probabilmente era lì accanto a me, a soffrire della mia sofferenza. Però io amavo profondamente quel corpicino delizioso. E saperlo tutto solo, al buio, senz’aria, mi straziava un cuore già a pezzi. Lei odiava il buio, aveva paura perfino a stare in casa da sola di notte. Soffriva di claustrofobia. Non prendeva neanche l’ascensore se poteva farne a meno. E ora eccola lì, al buio, senz’aria. La lapide era posta sul pavimento, quasi al centro della cappella. In America si usa la sepoltura nel terreno e lei

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aveva espresso più di una volta il suo disappunto per il nostro uso italiano di porre i loculi uno sull’altro per guadagnare spazio nei cimiteri. Mi inginocchiai accanto all’angelo di marmo della lapide e posai il mazzo di fiori ai suoi piedi. Era una splendida statua a grandezza naturale. Un angelo dalle fattezze femminili, ad ali raccolte, seduto su una panchina a osservare con occhi curiosi una sfera di vetro con all’interno una farfalla posata su un giglio bianco. L’angelo aveva il suo volto, il suo corpo, il suo sguardo, rubato fra le tante riprese e fotografie conservate gelosamente. Mio padre aveva ingaggiato lo scultore migliore di tutti i tempi per realizzarlo. Un australiano di sessantacinque anni, che aveva fatto della scultura la sua unica ragione di vita. Aveva impiegato poco più di due mesi per finire quella che aveva definito “La migliore delle sue opere”. Eppure la mia Celine non era quel capolavoro di pietra candida. Il mio angelo era sepolto ai suoi piedi, ricoperto da chili e chili di terra scura. Ed era a quel pavimento di marmo che era rivolta la mia attenzione. A lei soltanto. La mano che carezzava il pavimento tremava visibilmente. Le prime lacrime iniziarono a bagnare il pavimento, evaporando quasi subito al calore del sole mattutino << Scusa se ci ho messo tanto a tornare.>>

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44 Lasciai lo studio di Giorgio che era già buio. Lo avevo costretto agli straordinari quel giorno, ma dopo tutto questo tempo era diventato più un amico che uno psicoterapeuta, e si tratteneva volentieri a parlare con me. La sua vita noiosa di marito di famiglia, con una moglie troppo frivola per il suo intelletto assetato di sapere e una figlia troppo cresciuta per dare qualche scossone alla sua quotidianità, lo legava con avidità alla mia realtà travagliata. Io avrei volentieri barattato la sua piattezza con la mia bellicosa esistenza, ma lui continuava a ripetere che due anni di avventure valgono due secoli di banale routine. Punti di vista. Anch’io parlavo con piacere con lui. Mi ascoltava senza giudicare. È il suo lavoro, no? Nessuno pagherebbe duecento euro l’ora per parlare con qualcuno pronto a dirti che quello che fai è sbagliato. Ci sono i sacerdoti per questo! Ero riuscito a calmare un po’ la rabbia che si era scatenata alla vista del padre di Denise quella mattina all’università. Si era ripreso fin troppo bene quel maledetto. Era passato qualche giorno da quando le avevo consegnato la mia lettera di scuse. Non si era più fatta viva da allora. Sapevo che stava bene, perché la tenevo d’occhio di nascosto. Eppure mi aspettavo una telefonata. Ero arrogantemente certo che mi avrebbe chiamato. Era la prima volta che la vedevo arrivare a lezione accompagnata da suo padre. Che avesse mutato sentimenti nei suoi confronti era fuori discussione, ma forse era solo spaventata e usava qualche precauzione in più, visto che

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credeva di dover ancora sfuggire a una coppia di gemelli che non desiderava altro che la sua morte. Passeggiavo lungo il marciapiede affollato, illuminato dalle vetrine dei negozi. La macchina non era lontana, ma volevo fare due passi per scaricarmi ancora un altro po’. Il freddo, di solito, mi aiuta molto. Un’ombra mi seguiva da quando avevo lasciato lo studio. Detesto essere spiato, soprattutto da Questa Parte. Accelerai il passo e cercai di seminarla fra gli scaffali di un supermercato. Le Ombre non possono entrare a contatto con la luce, che siano esse naturali o artificiali. Mi infilai nel corridoio del banco frigo e presi il cellulare. << Nicola, sono io.>> << Che succede?>> << Ombre!>> << Qui a Roma? Ne sei sicuro?>> << Non potrei sbagliarmi anche se volessi.>> << Dove sei adesso? Vengo a prenderti.>> << Sta tranquillo, ho l’auto qui vicino. Aspettami a casa, sarò da te fra venti minuti al massimo.>> << Hai idea di che cosa abbia in mente?>> << Ancora no, ma qualunque cosa sia, dobbiamo fermarla. Avverti gli altri. Agiremo subito, prima che sia troppo tardi.>> Quando un’Ombra attraversa il Portale energetico per entrare nel mondo fisico non è mai per una visita di piacere. Le Ombre non sono altro che demoni preposti alla rottura dell’Equilibrio Divino.

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Mi spiego meglio: Sul mondo fisico niente avviene per caso. Vita e morte sono regolati da un preciso stato di Equilibrio energetico. Il mondo mortale può tollerare solo un determinato quantitativo di energia vitale. Un sovraccarico di questa porterebbe al collasso dimensionale che mescolerebbe il mondo fisico allo spirituale, creando una situazione di scompiglio tale da generare la distruzione del primo, che non sarebbe in grado di sorreggere il peso energetico del secondo. Gli angeli della Morte servono proprio a garantire questo equilibrio di forze. Come? Semplice! Se l’energia supera l’intensità massima con una o più nascite, il Giudice ha la visione dell’anima sacrificabile allo scopo. L’Esecutore esegue la sentenza e il Nocchiero trasporta lo spirito energetico in eccesso nell’Hahicòs. Per nostra fortuna, gli uomini sono perfettamente in grado di mantenere l’equilibrio da soli, uccidendosi a vicenda, ma nonostante questo, le nuove aspettative di vita dei mortali di questi ultimi secoli, ha intensificato il nostro lavoro. Al contrario però, un’eccessiva mancanza di Energia sulla terra porta a un collasso altrettanto pericoloso per gli umani, che nutrono le proprie anime proprio grazie a questa. La presenza di un Ombra sul mondo terreno, preannuncia sempre un disastro collettivo di dimensioni tali da determinare uno squilibrio sufficiente a portare al collasso dimensionale. Eruzioni, terremoti, uragani, alluvioni, incendi, tornado, di vaste dimensioni e intensità sono riconducibili tutti all’azione diretta di un’Ombra. Può succedere, anche se raramente, che l’Ombra influenzi la mente di uno o più umani per indurlo a commettere un’azione folle, che molto spesso termina con una vera e

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propria strage, se non ci sono le condizioni climatiche adatte a scatenare un fenomeno naturalmente devastante. Anche se i Comuni non se ne rendono conto, la terra è attaccata spesso da questi demoni e sta a noi - gli Ancharos a cui danno la caccia con così tanta insistenza – rimettere ordine per garantire loro un futuro che altrimenti non avrebbero. Chi crede che l’esistenza di un Angelo consista nel passare l’eternità a cantare e gioire dell’amore di Dio si sbaglia di grosso. Fosse solo questo non rimpiangerei continuamente di essere nato ciò che sono. Un Angelo deve sudarsele le sue ali, così come un Comune deve sudarsi il Paradiso. Senza contare che noi Ancharos di Sangue Puro dobbiamo anche riscattare l’imperdonabile affronto dei nostri avi. Uscii dal supermercato fingendo indifferenza. È la tattica migliore contro le Ombre. La certezza di essere state scoperte rischia di indurle ad agire prima di un nostro intervento. Attraversai la strada per raggiungere la macchina. Stava proprio seguendo me, non c’erano dubbi in proposito. Mentre attraversava a sua volta per raggiungermi, un gruppo di donne rischiò di essere investito da un folle al volante di un’utilitaria. Ovunque vada, l’Ombra si trascina dietro un flusso di morte che coinvolge chiunque si trovi nel suo raggio d’azione. Senza farmi notare, spinsi via l’utilitaria quel tanto da impedire l’impatto con quelle donne. I miei poteri crescono ogni giorno di più, man mano che mi avvicino ai temuti venticinque anni. Non so esattamente cosa accadrà quel giorno. Non ero ancora nato quando è accaduto a mio zio Sergio, e non ero in Italia

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quando è successo a Simone. Loro due, insieme a mio Nonno e Ivan sono gli unici Sangue Puro che conosco. Gli altri non vivono in Italia e ho avuto occasione di vederli solo di sfuggita durante uno dei lussuosi ricevimenti della mia famiglia. Quel che è certo è che ci sarà un profondo cambiamento. Spero solo che non sia troppo doloroso come la prima volta, quando il giorno del mio ventunesimo compleanno ho acquisito i miei pieni poteri di Nocchiero. Ma non voglio pensarci adesso. C’è ancora tempo, e comunque è un cambiamento che non posso evitare, tanto vale non pensarci affatto e continuare a vivere alla giornata. Quando sarà si vedrà. Mi trascinai dietro l’Ombra fino al confine del quartiere. Ci sono troppi Ancharos all’interno, L’Ombra non rischierebbe mai di essere scoperta per una leggerezza simile. Se ero davvero io il suo obiettivo, avrebbe atteso pazientemente che uscissi di nuovo. La fretta non è una delle sue caratteristiche. Salii di corsa le scale del palazzo senza aspettare che l’ascensore tornasse di sotto dal sesto piano. Avevo parcheggiato la Mercedes fra la Tuareg expedition di Stefano e la Viper di Nicola. Non vedevo la Porsche di Ivan però. Strano che non fosse ancora arrivato. In compenso, la Vanquish di Simone era parcheggiata sotto il suo palazzo. C’è anche lui. Credevo fosse a Londra. Meglio così. Col suo aiuto finiremo prima. Quando bussai al portone di Nicola venne ad aprirmi proprio Simone. Non mi diede neanche il tempo di entrare << Dov’è?>>

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<< L’ho persa di vista sul confine.>> << Ti ha seguito?>> << Mi sta seguendo da giorni.>> risposi entrando in salotto dove mi stavano aspettando gli altri. Avevo approfittato di un istante di distrazione del demone per scrutare la sua aura nera e leggerne le intenzioni, i pensieri, passati e presenti. Uno dei vantaggi di poter vedere le aure è quella di poter leggere in un attimo la loro intera esistenza come in un libro aperto. Non ci sono segreti che l’aura possa celare agli occhi di un Nocchiero. È un curriculum vitae impossibile da manomettere. Ogni azione passata, ogni pensiero formulato, resta impresso in modo indelebile come una traccia sul più moderno dei dvd, con l’unica differenza che l’aura non corre il rischio di smagnetizzarsi e perdere i dati registrati nel corso degli anni. Non mi piace spulciare nelle vite dei non Destinati, ma ammetto di averlo fatto di proposito più di una volta per tornaconto personale. Si ottiene molto di più dal prossimo se ne conosci i segreti. << Quando attaccherà?>> mi chiese ancora Simone. << Non l’ha ancora deciso.>> << Bene. Abbiamo tempo allora.>> Nicola mi indicò un posto libero sul divano accanto a Bruno. Mi misi a sedere, ma prima mi versai della Coca in uno dei bicchieri puliti sul tavolo. << Ivan?>> chiesi. << È di guardia.>> rispose Paolo << Ci raggiungerà più tardi.>> Da quando mi ero tirato indietro con Denise, avevo lasciato tutto il peso nelle mani dei miei amici. Li avevo tirati talmente dentro da non dar loro neanche la possibilità

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di scegliere di rinunciare alla missione. Io avevo un motivo per mollare, ma loro? Loro no. La madre di Nicola entrò in salotto con un vassoio di stuzzichini. Il suo sorriso era così caldo e sincero da catturare l’attenzione di tutti. Clarissa la seguiva con una ciotola di patatine e un pacco di tovaglioli. << Ci sei anche tu?>> le chiesi, guardando male Bruno, accanto a me. << Non vi starò fra i piedi. Tranquillo. Sono solo curiosa di sapere cosa sta succedendo stavolta.>> Non mi disturbava la presenza di Clarissa fra noi. È una ragazza deliziosa, ma il pericolo continuo che correva standoci accanto mi spingeva a essere eccessivamente apprensivo con lei. Margherita mi avrebbe fatto a pezzi se mai le fosse accaduto qualcosa. Simone si schiarì la voce << Che ne dite di tornare ad occuparci del nostro intruso?.>> C’è un solo modo per ricacciare un’Ombra negli inferi: infondergli tanta energia vitale da ucciderla. Per questo avevamo bisogno di essere in tanti. Uno solo di noi non ne contiene a sufficienza da poter cedere senza rimanerne ucciso a sua volta. Sempre che non ne abbia volutamente sottratta ad altri esseri umani per preservare la propria. L’Ombra che mi seguiva non era molto potente, in cinque avremmo dovuto farcela senza difficoltà a eliminarla. Le guerre, le rappresaglie, i conflitti e gli altri interventi diabolici degli ultimi anni, avevano già portato l’equilibrio sul bordo del baratro. Per un collasso non era necessario un intervento catastrofico, per questo era stata impiegata un’Ombra di secondo livello come quella.

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<< Innanzitutto.>> dissi << Dobbiamo portarla lontano da qui. Sta pedinando me, quindi mi seguirà ovunque.>> << È proprio questo il punto.>> intervenne Simone. Finché sei sotto tiro dobbiamo agire con cautela. Potrebbe attaccarti in qualunque momento: all’università, a casa dai tuoi, al centro commerciale, in strada… ovunque. È troppo rischioso.>> << Mi stai forse suggerendo di nascondermi?>> << Solo mentre noi la mettiamo fuori uso.>> << Sc