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Università degli Studi di Cagliari Facoltà di Scienze Politiche Corso di Laurea Specialistica in Relazioni Internazionali (Classe 60/S) L’Acqua Sacra Tradizione e Modernità nello sviluppo dell’India Relatore Tesi di: Prof.ssa Annamaria Baldussi Crobeddu Carlotta Anno Accademico 2006/2007

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Università degli Studi di Cagliari

Facoltà di Scienze Politiche Corso di Laurea Specialistica in Relazioni Internazionali

(Classe 60/S)

L’Acqua Sacra

Tradizione e Modernità nello sviluppo

dell’India

Relatore Tesi di: Prof.ssa Annamaria Baldussi Crobeddu Carlotta

Anno Accademico 2006/2007

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Fonte (Autore), Rishikesh, novembre 2007 Grazie di cuore a tutti quelli che hanno creduto in me, a mia Madre, e in particolare alla professoressa Baldussi e al dott. Marino per la loro professionalità e disponibilità; grazie a tutti quelli che mi hanno permesso di realizzare il mio sogno nel cassetto, andare in India, e a tutti quei colleghi che in questi anni sono diventati compagni di “viaggio”.

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“Dalla terra nasce l'acqua, dall'acqua nasce l'anima... È fiume, è mare, è lago, stagno, ghiaccio e quant'altro...

è dolce, salata, salmastra, è luogo presso cui ci si ferma e su cui ci si viaggia

è piacere e paura, nemica ed amica è confine ed infinito

è cambiamento e immutabilità ricordo ed oblio”.

Eraclito

“Sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti, ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi”

M. Gandhi

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Indice-Sommario

Prefazione 6

Primo Capitolo 8

L’Acqua della sacralità 8

1.1 Dalla Storia… 8 1.1.1 L’ecosistema 8 1.1.2 Le prime civiltà indiane, la Valle dell’Indo 10 1.1.3 L’età degli Aryi (1500-1000 a.C. circa ) 12 1.1.4 Dalla fine dell’epoca vedica alla prima unificazione imperiale del continente 15 1.1.5 Upanishad, Jainismo e Buddismo 16 1.1.6 I Maurya e l’era post Maurya 17 1.1.7 Dal Regno dei Gupta alle prime invasioni musulmane 20

1.2. Alla Religione 21 1.2.1 Sacro e profano 21 1.2.2 Lo spazio sacro e la cosmogonia 22 1.2.3 Mito: modello esemplare 26 1.2.4 Le acque e il simbolismo acquatico 26 1.2.5 La religione vedica e l’Induismo 28

Secondo Capitolo 30

Acqua per la vita e dighe per il progresso? 30

2.1 Acqua per la vita 30 2.1.1 Crisi idrica a livello globale 30 2.1.2 Cambiamento climatico 31 2.1.3 Ecologia dell’acqua 34 2.1.4 Cibo e Acqua 36 2.1.5 Acqua e sviluppo 38

2.2 Dighe per il progresso? 39 2.2.1 Breve storia dei fiumi 39 2.2.3 Dighe: cosa sono e cosa fanno 40 2.2.4 L’impatto delle dighe a livello ambientale e sociale 42 2.2.5 Dighe e malattie 47 2.2.6 L’India e la malattia del gigantismo 48

Terzo Capitolo 53

La Valle della Narmada 53

3.1 La Narmada come divinità 53 3.1.1 La Dea Narmada 53 3.1.2 Unicità del Parikrama 55 3.1.3 Cultura, storia, componenti etniche 57 3.1.4 Geografia del fiume 58

3.2 Narmada Projects 59 3.2.1 L’Inizio del Conflitto 60

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3.2.2 L’opposizione popolare e la nascita dell’ NBA 62 3.2.3 MoEf, Report Morse e ritiro della Banca Mondiale 65 3.2.4 Satyagrha e creazione dell’ennesimo comitato 67 3.2.5 Gli sfollati 68 3.2.6 Dighe e condizione femminile nella valle della Narmada 70 3.2.7 Dall’intensa lotta 1990-1994 alla sentenza della Corte Suprema 71 3.2.8 Dal 2000 a oggi la lotta continua 73 3.2.9 Il miraggio dei benefici 75

Quarto Capitolo 78

Le Soluzioni, Diritti, Globalizzazione e Cooperazione Internazionale 78

4.1 Soluzioni Eco-Sostenibili 78 4.1.1 Ecologia e tradizione induista 78 4.1.2 Secolarizzazione ecologica 79 4.1.3 Etica Gandhiana 80 4.1.4 Politiche ambientali per ristrutturare la società indiana 81 4.1.5 Il guardiano del Gange 85 4.1.6 Alternative alla Sardar Sarovar 86

4.2 Diritti, Globalizzazione e Cooperazione 90 4.2.1 La Banca Mondiale, il WTO e il controllo delle grandi aziende sull’acqua 90 4.2.2 I Giganti dell’Acqua e la Privatizzazione del mercato 93 4.2.3 Mobilitazione sociale internazionale 96 4.2.4 L’Acqua in rete 97 4.2.5 I Social Forum 98

Quinto Capitolo 101

La sacralità dell’Acqua 101

Bibliografia 103

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Prefazione

La mia totale ammirazione per questo elemento naturale ha radici molto lontane. I miei ricordi risalgono a quando da bambina, nel paese dei miei nonni1, si andava a vedere la diga che straripava come se fosse l’evento dell’anno. Tutti stavano lì a guardare una cascata di acqua immensa che con tutta la sua forza scendeva giù. Tutti gioivano per l’arrivo dell’acqua, dal momento che avrebbe significato niente acqua razionata in estate. Un altro ricordo sempre molto vivo è quello della sorgente del paese, dove nelle ricche annate, l’acqua fuoriusciva dalle grate di protezione. Ebbene sì l’acqua ha sempre destato curiosità nella mia vita sin da bambina, diciamo che appartiene alla mia storia, un po’ come l’acqua appartiene al popolo indiano. Grazie alla borsa di studio dell’Ersu, per ricerca tesi in cooperazione e sviluppo, ho potuto realizzare il mio sogno nel cassetto, visitare l’India, e allo stesso tempo approfondire una tematica che oggi sento e ritengo sia molto attuale. Un’esperienza bellissima e indimenticabile, grazie alla quale ho avuto modo di constatare di persona tematiche che in parte avevo già trattato nella tesi triennale e che ho voluto approfondire nella tesi della specialistica. Alla triennale feci una tesi sull’eco femminismo in India e proprio in quell’occasione ebbi modo di esaminare e conoscere la Valle della Narmada e la sua problematica sulle dighe. L’argomento mi appassionò talmente tanto che decisi di affrontarlo nello specifico. Ma come tutti ben sanno l’acqua è un elemento dalle mille sfaccettature, direi quasi un argomento multidisciplinare e non solo, nella società odierna del XXI secolo, è il petrolio blu. L’acqua è presente nella storia dei popoli, nelle religioni, nel diritto, nelle controversie, nelle tematiche ecologiche, nella povertà, ed è elemento ormai di discussione in tutti i forum internazionali, fonte di ricchezza materiale e spirituale che tutti si contendono. Chi per vivere e chi per arricchirsi. Ho iniziato così, il primo capitolo, parlando dell’importanza dell’acqua nella religione e nella storia dove l’acqua ha sempre avuto un ruolo fondamentale. L’acqua per la religione è sacra perché da la vita, è l’origine di tutte le cose. L’acqua che purifica dai peccati, dalle malattie e ridona la giovinezza. Acqua adorata nei fiumi, che nel bene e nel male hanno sempre influenzato le popolazioni. Storia e religione vanno di pari passo, non c’è cultura che non si sia stanziata lungo un fiume e che da essa abbia tratto sostentamento. Nel caso dell’India in particolare, l’acqua rappresenta la nascita e la morte. L’origine della religione induista se si considera che lo stesso nome “India” deriva da Hindo, il fiume indiano sulle cui rive si stanziarono le prime popolazioni. Acqua, che in India viene adorata in tutte le sue forme e che oggi rappresenta uno dei più grandi problemi del subcontinente. Nel secondo capitolo ho invece voluto parlare dell’acqua come mezzo di sostentamento e come risorsa sempre più scarsa nella nostra società. Ho trattato il problema del cambiamento climatico e di come questo influenzi il corso dei fiumi e dei laghi, di come l’acqua diventi sempre più scarsa per certi paesi, come l’India, e di come sia ormai uno dei pilastri per lo sviluppo moderno. Ho parlato della desertificazione, della non equa distribuzione e dello sfruttamento dell’acqua, riferendomi in particolar modo al boom avutosi nei primi anni dell’indipendenza dell’India attraverso la costruzione delle grandi dighe. I grossi “elefanti bianchi” che nascono come grande sviluppo tecnologico, come la chiave di svolta per i paesi del Terzo Mondo. Dighe che in realtà in tutti i paesi sembrano aver provocato più che altro disastri e pochi benefici, danni a livello ambientale e sociali. Ma nonostante l’India abbia riconosciuto la sua malattia per il

1 Nuxis, a circa 50km da Cagliari, nei pressi si trova la diga di Bau Pressiu

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gigantismo, la costruzione delle dighe più grandi continua ininterrotta. In tutto il mondo ormai la costruzione delle grandi dighe è un fenomeno in declino. In America, paese al primo posto per la costruzione di questi immense opere, lo smantellamento inizia a farsi strada. Ma purtroppo in paesi come Cina e India, secondo e terzo posto nella classifica dei paesi con il più alto numero di dighe, la strage continua colpendo soprattutto i poveri. Nel terzo capitolo ho parlato della Valle della Narmada e del progetto delle grandi dighe ormai in corso di costruzione dagli anni ottanta. Con il mio viaggio in India, ho avuto modo di partecipare a uno dei sit-in che il gruppo di protesta contro le dighe, l’NBA (Narmada Bachao Andolan), ha tenuto a Indore. Sono stata a Badwani presso la sede dell’NBA per quattro giorni, dove ho visto come questa ONG lavora e lotta per la difesa dei diritti umani. Ho inoltre visitato due dei villaggi che dovrebbero essere sommersi dall’innalzamento della diga Sardar Sarovar e qui ho avuto il piacere di intervistare alcuni abitanti di questi villaggi, vedendo con i miei occhi le sedi di reinsediamento e il fiume Narmada. Ho toccato con mano una realtà lontana anni luce dalla civiltà occidentale e che ha risvegliato in me la voglia di lottare, una lotta sana e civile basata sui principi della non violenza. Non dimenticherò mai questa esperienza e come promesso a queste persone io lotto con loro diffondendo la dura realtà che si trovano ad affrontare. Il quarto capitolo riassume in breve le possibili alternative a queste grandi costruzioni portando alla ribalta i vecchi sistemi di irrigazione, economicamente e socialmente più sostenibili. Analizzo inoltre, la presenza di grandi colossi come la Banca Mondiale e il WTO, che premono affinché l’acqua diventi una merce e quindi si creino i business dell’acqua, facendola diventare, in tutti i sensi il petrolio del nuovo millennio. Organismi che sono pilastri portanti della globalizzazione e che non solo hanno partecipato alla costruzione delle dighe attraverso finanziamenti, ma che alimentano ogni giorno i conflitti e le guerre per l’acqua. Se è vero che la globalizzazione si sviluppa facendo diventare merce tutto, compresi beni inalienabili come l’acqua, c’è da dire che altrettanto velocemente si sta diffondendo la mobilitazione sociale attraverso i Forum Sociali, La giornata internazionale per l’Acqua e altre forme di comunicazione che si diffondono attraverso i media e internet. L’acqua entra così in rete, una rete di relazioni internazionali che lottano per la sua salvezza. Infine l’ultimo capitolo chiude il ciclo non solo della mia tesi, come l’acqua infatti è una sorta di cerchio che nasce con la vita per chiudersi con la morte, così l’acqua della sacralità diventa l’acqua sacra. Acqua ormai sacra per noi esseri umani, senza di essa infatti non possiamo vivere! Acqua che ogni giorno ci da la vita e che oggi diventa sacra perché rara e preziosa

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Primo Capitolo

L’Acqua della sacralità

Fonte: Torri M., Storia dell’India, Editori Laterza, Bari, 2007

1.1 Dalla Storia…

1.1.1 L’ecosistema

Per capire meglio il concetto di sacralità dell’acqua non si può saltare quella che è la parte geografica e storica del continente Indiano. Il subcontinente indiano è separato dall’Asia attraverso degli ostacoli naturali ben definiti. Si estende dall’Hindu-Kush e dalle alte terre del Beluchistan a occidente fino ai

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monti della Birmania a oriente, e dall’Himalaya a settentrione fino all’Oceano Indiano, coprendo così un area di circa quattro milioni e mezzo di chilometri quadrati2. All’interno di questo continente troviamo ogni genere di topografia, clima e formazione geologica: dalle lande desertiche, alle montagne più alte del mondo. Dal punto di vista geografico il subcontinente indiano può essere diviso in tre zone chiave: la fascia montuosa settentrionale, le pianure indo-gangetiche e a sud il massiccio peninsulare del Deccan. La vallata indo-gangetica può essere considerata avente la forma di una elle rovesciata dove, il braccio più corto è formato dalla vallata dell’Indo e quello più lungo da quello del Gange. Le due vallate sono separate dal grande deserto del Thar che delimita, assieme ai monti dell’Himalaya, un corridoio pianeggiante di poche decine di chilometri.3 La vallata dell’Indo è formata dal grande fiume che nasce sul versante settentrionale dell’Himalaya, per poi scorrere verso nord-ovest e infine piegare verso sud nel Mare Arabico. L’Indo riceva l’acqua da cinque grandi corsi fluviali che nascono da Karakorum e dall’Himalaya, da ovest a est : il Jhelum, il Chenab, il Ravi, il Beas e il Sutlej. Alimentato dai ghiacciai del Tibet meridionale, l’Indo scorre per 1.500 km verso nord-est, attraverso il Kashmir per poi dirigersi a sud, strozzandosi attraverso il Nanga Parbat, giù per il passo di Malakand, fino a ricevere le acque del fiume Kabul, proveniente dall’Afghanistan. Entrambi i fiumi si ricongiungono nella regione del Gandhara, a nord del passo del Kyber, via tradizionale per le invasioni dell’India da occidente. Le acque del bacino dell’Indo, il cui affluente minore è il Soan, divennero la culla dell’India settentrionale, così pure le valli del Punjab4 e del Sind il cui fango è portato dai torrenti affluenti dall’Himalaya. Se il passaggio a occidente della vallata dell’Indo non presentava grandi difficoltà, quello a oriente si presentava molto più irto. La zona costiera tra il deserto del Thar e il Mare Arabico è formata dalle paludi del Kutch, ragion per cui si deduce che l’unico collegamento con le coste dell’India occidentale è stato quello via mare. Anche la vallata dell’Indo e del Gange sono collegate tra loro da uno stretto corridoio al di là del quale ha inizio la vallata gangetica, sede della maggioranza dei grandi imperi e caratterizzata per la presenza del fiume Gange. Questo importantissimo fiume, nasce dalle pendici sud dell’Himalaya e anch’ esso viene alimentato, come l’Indo, da una serie di altri fiumi. Il più importante di questi affluenti è lo Yamuna che chiudendosi con il Gange, dà vita a uno dei terreni più fertili del subcontinente. La Yamuna-Ganga e il Brahmaputra, traggono origine dagli stessi ghiacciai del Tibet, anch’essi poco distanti dall’Indo tanto da far supporre che appartenessero allo stesso bacino lacustre, che si divise a seguito della nascita dell’Himalaya. La dispersione delle acque in varie direzioni determinò, dal punto di vista politico, l’odierna suddivisione del subcontinente in Pakistan, India e Bangladesh che devono la loro sussistenza a questi fiumi. Il Gange, prima di sfociare nel Golf del Bengala, si unisce a un altro grande fiume, il Brahmaputra il quale nasce non molto distante dalle sorgenti dell’Indo ma scorre nella direzione opposta rispetto a quest’ultimo, gira attorno alle pendici dell’Himalaya, entra nel subcontinente indiano e da ultimo si butta nel Golfo del Bengala. Un’altra divisione geografica all’interno del subcontinente indiano è quella tra nord e sud. Tale cesura è data da due catene montuose i Vindhya, più a nord, e i Satpura più a sud fra cui corre il fiume Narmada che sfocia nel golfo di Cambay, sul mare Arabico. A sud dei Satpura c’è poi il fiume Tapti che scorre anch’esso come il Narmada da oriente

2 Wolpert Stanley, Storia dell’India, dalle origini della cultura dell’ Indo alla storia di oggi.. Bompiani Milano, 1985, pag.14 3 Questa striscia è stata nel corso della storia, una via obbligata per gli invasori provenienti dall’Asia centrale, Ibidem 4 Il cui significato etimologico è proprio terra dei cinque fiumi. Ibidem

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a occidente. Un’altro ostacolo più impegnativo dei monti, che hanno sempre costituito una barriera naturale contro le comunicazioni fra India settentrionale e India meridionale favorendo lo sviluppo di culture indipendenti come e di imperi a nord e a sud dello spartiacque di Vindya-Satpura-Chota Nagpur, è la presenza di fitte foreste tropicali, tutt’oggi tra le più selvagge dell’India. La netta differenza tra la parte peninsulare e quella settentrionale del continente è data dalle differenze ecologiche. Gran parte dell’area peninsulare forma l’altopiano del Deccan, stretto lungo le catene montuose del Mar Arabico e del Golfo del Bengala; si tratta dei Ghati5 occidentali e orientali. Nonostante la presenza dei fiumi Godavari e Krishna, il Deccan è oggi un territorio arido che va pian piano declinando verso il territorio fertile e pianeggiante formato dalla punta estrema della penisola, irrigata dal fiume Cauvery. Per quanto riguarda il clima, si presenta mite al nord ma per la gran parte del continente possiamo dire esser subtropicale. Il calore è il dato predominante dell’ecosistema indiano e questo ci spiega anche perché nell’induismo si trovano divinizzati sole e fuoco. Il calore ha influito non solo nelle abitudini ma anche nella produttività, fattore che per esempio si può riscontrare mettendo a confronto la cultura indiana con quella cinese. Come fa notare lo storico Wolpert, a causa del calore, nella vita e nel pensiero degli indiani l’acqua ha sempre giocato un ruolo sacrale. Se nell’india settentrionale i fiumi vengono sempre alimentati dalle nevi, quella meridionale ha sempre dovuto dipendere dalle piogge tant’è che l’arrivo del monsone a giugno è sempre accolto con danze tribali e feste locali. Gli stessi venti che ogni anno portano le piogge in India, portarono con ogni probabilità anche i primi uomini nella penisola Indiana , via mare attraverso l’Africa orientale. 1.1.2 Le prime civiltà indiane, la Valle dell’Indo I primi insediamenti nel subcontinente indiano avvengono tra il VII millennio a.C. alla prima metà del primo millennio a.C. Questo periodo a sua volta può essere diviso in due fasi. La prima, vede il passaggio dei primi insediamenti umani, intorno al 7.000 a.C., a civiltà urbane basate sull’agricoltura e sul commercio simile alle civiltà egizie e mesopotamiche. Questa civiltà urbana, chiamata civiltà dell’Indo fiorì per circa mille anni, dal 2.600 a.C. al 1.500 a.C. I reperti archeologi scoperti negli anni venti del XX secolo a ridosso del fiume Indo, fecero sì che l’archeologo sir John Marshall battezzò questa civiltà con l’omonimo nome del fiume. La valle dell’Indo si presenta molto simile a quella del Nilo o del Tigri-Ufrate, quindi molto fertile per l’insediamento di villaggi. Il primo dei villaggi ritrovati nella valle è stato scoperto nel 1929 nel Sind e ha fornito reperti di vasellame e anfore dipinte con raffigurazioni di animali domestici, che ci fanno quindi pensare a un evoluzione della società, altri insediamenti di questo tipo sono stati rinvenuti a Mohenjo-daro, la grande capitale meridionale della civiltà dell’Indo e ad Harappa6 i due più importanti siti archeologici di questa civiltà. Oggi si localizzano nel nord e nel sud del Pakistan e grazie a successivi ritrovamenti dopo il 1947, si è scoperto che questa civiltà si estendeva ben oltre il Pakistan, fino a comprendere l’Afghanistan e l’altopiani iranico, mentre a oriente comprendeva tutta la valle gangetica, una parte del Rajastan e del Gujarat.Questa civiltà raggiunse la piena maturità fra il 2500 e il 2000 a.C. per poi attraversare una fase di declino, seguita da una

5 Termine che significa gradini. Torri M., Storia dell’india, edizioni Laterza, Bari, 2007, pag. 16 6 Wolpert Stanley, Storia dell’India, dalle origini della cultura dell’ Indo alla storia di oggi. Bompiani Milano, 1985, pag. 22

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ripresa e infine una nuova fase di decadenza che poi portò alla sua scomparsa nel 1500 a.C. Grazie a numerosi studi compiuti negli anni Ottanta si è venuto a scoprire, non solo che esistevamo più centri oltre a quelli di Harappa e Mohenjo-daro, ma che questi erano sorti non lungo l’Indo ma ai lati del corso del fiume ormai prosciugato che nasceva nell’Himalaya per poi sfociare in Pakistan. Questo fiume secondo alcuni sarebbe il mitico fiume Sarasvati, descritto nel Rig-Veda come il più grande dei fiumi, “grande come l’oceano”7. La civiltà dell’Indo da quanto riscontrato nei reperti archeologici, conosceva la scrittura, addomesticava varie specie animali, utilizzava il rame e il bronzo, ma non conosceva ancora l’uso del ferro e quindi non erano ancora in grado di produrre delle asce che poi sarebbero servite al disboscamento delle terre vergini, allora coperte da irte foreste. Nonostante tutto la civiltà dell’Indo raggiunse uno sviluppo tecnologico tale da realizzare dighe e centri urbani disposti secondo un piano regolatore. Furono ritrovati sistemi fognari simili a quelli romani e grandi silo destinati alla conservazione della produzione agricola. Se all’inizio del periodo, si riscontrarono varie differenze tra i vari centri, a partire dal 2200 a.C. si raggiunse una certa omogeneità, dato che assieme ad altri fa pensare al passaggio da una società articolata in piccole città stato a un unico impero centralizzato la cui capitale sarebbe stata Mohenjo-daro. Per quanto riguarda le caratteristiche politiche e sociali, non si sa tanto, fattori importanti che ci possono condurre a delle ipotesi sono il non ritrovamento di monumenti funerari, di palazzi o templi. Tutti i monumenti sopravvissuti hanno fini di utilità civica, gli stessi utensili inoltre sono stati reperiti anche nei siti di minore importanza, come se ci fosse una distribuzione della ricchezza in modo egualitario. Tuttavia ciò che si sa sulla civiltà vallinda rimane sempre ipotetico. Con assoluta certezza si sa che la sua base economica era quella agraria e che aveva importanti scambi commerciali con le civiltà mesopotamiche.8 Il crollo della civiltà dell’Indo venne inizialmente spiegato con l’invasione del subcontinente da parte dei popoli conosciuti come arya o indo-arya, oggi l’ipotesi prevalente pone l’accento su aspetti più di natura ecologica. Vi furono una serie di catastrofi: mutamenti tettonici, una riduzione delle precipitazioni piovose, la graduale salinizzazione delle zone coltivate e l’espansione del deserto e mutamenti di grande rilevanza nel livello del mare ebbero effetti sui porti dell’Oceano Indiano.Perciò se anche la civiltà dell’Indo sia scomparsa a seguito dell’invasione arya sicuramente, la civiltà in sé era già in piena disgregazione.

7 Torri M., Storia dell’india, edizioni Laterza, Bari, 2007, pag. 31 8 Dato dimostrato grazie al ritrovamento di manufatti della cIviltà dell’Indo nella zona mesopotamica e manufatti mesopotamici nella cIviltà dell’Indo. Inoltre si riscontra una certa similarità fra i manufatti delle due cIviltà. Torri M.,op. cit., pag. 33

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Fonte: Atlante storico e altro ancora… http://www.silab.it/storia/as07/images/as07p10.jpg 1.1.3 L’età degli Aryi (1500-1000 a.C. circa )

Intorno al 2000a.C. le tribù barbare seminomadi, che in origine parlavano l’indoeuropeo e vivevano nella regione tra il Mar Caspio e il Mar Nero, vennero sospinte via dalle loro terre, e per sopravvivere si spostarono verso la Russia meridionale. Le tribù si mossero in ogni direzione, frazionandosi in piccole e più chiuse comunità e portandosi dietro il loro bestiame. Si aprì così un nuovo capitolo sia nella storia europea che in quella indiana. Ciò che rese inarrestabile il movimento dei popoli indo-europei, fu il fatto che erano portatori di una rivoluzionaria tecnologia in campo militare: l’utilizzo di carri da guerra. Gli ittiti furono i primi indoeuropei a stabilirsi in una nuova patria: troviamo infatti loro tracce a sud del Cucaso e in Cappadocia Altre tribù si spinsero più avanti, alcune verso l’Anatolia, altre attraverso la Persia e altre verso oriente. Ma intorno al 1.500 a.C. queste popolazioni si divisero di nuovo e le tribù con il nome di indoarii, o più semplicemente arii, si spinsero ancora più a oriente, attraverso le pericolose montagne dell’Hindu Kush sino all’India. L’invasione così descritta ci fa pensare che gli arya o indo-arya erano membri di un comune gruppo razziale, quello indo-europeo, in realtà i legami di parentela dei vari popoli indo-europei erano di tipo linguistico culturale e non razziale. Infatti la lingua indo-arya , dai cui poi ebbe origine il sanscrito, apparteneva al ceppo delle lingue indo-europe.

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Il periodo compreso fra l’arrivo degli arya e il 500 a.C. è caratterizzato dal processo di conquista ai danni dei popoli aborigeni di pelle scura. È questo processo che poi spiegherà l’emergere delle quattro caste originarie o varna. All’arrivo degli arya la società era divisa in tre gruppi: l’aristocrazia guerriera, quella dei sacerdoti e quella del popolo comune. Questa divisione venne alterata con l’occupazione della parte nord dell’India e a queste tre classi se ne aggiunse un’altra, la più bassa. La quarta classe conosciuta come shudra o servitori, nata dal desiderio dei conquistatori di mantenere la propria purezza razziale, tant’è che entrambe le caste divennero più chiuse e delimitate dall’endogamia. Questa teoria viene spiegata con il significato etimologico della parola varna che significa colore9. I tre ordini originari avrebbero incorporato i conquistatori ariani, mentre la quarta classe sarebbe stata composta dai popoli conquistati aventi la pelle scura. Le varie interpretazioni su quest’epoca sono basate sull’analisi dei monumenti letterari lasciatici dagli arya. Si tratta dei Veda, “libri della conoscenza”. Questi sono libri della religione arya conservati dai bardi di ciascuna tribù mediante tradizione orale. Il Veda non è mai stato redatto deliberatamente, esso ha funzionato come patrimonio comune di famiglie sacerdotali che ne memorizzavano la materia a fini utilitari e la trasmettevano oralmente nelle scuole in cui si formavano i futuri sacerdoti. E’ per questo che esistono più Veda con i nomi delle famiglie che ne hanno curato l’ordinamento, ma non si va mai oltre la variazione del genere in sé, ecco perché i brahmani assicurano che il Veda è uno solo. Il più antico di questi libri sacri è il Rig-Veda ( letteralmente Veda degli inni)10, che fa riferimento a un periodo che va dal 1500 al 1000 a.C. mentre gli altri tre libri, coprono i 500 anni successivi. Per i sacri testi, che gli indù considerano ancora come letteratura rivelata, vengono individuati tre stadi nella loro evoluzione. Lo stadio iniziale comprende il Rig-Veda e le tre antiche collezioni (shamita) di inni e formule magiche: il Shama lo Yajur e l’Atharva Veda, tutti testi di poesia arcaica. Dello stadio successivo fanno parte una serie di commentari in prosa a ciascuno dei Veda, che descrivono le procedure per attuare sacrifici e venerare le divinità e allo stesso tempo esaltano il ruolo della classe sacerdotale dei brahmani, è per questo che prendono il nome di Brahman. Il terzo gruppo infine comprende opere di filosofia mistica, che si differenziano da quelle appartenenti alle due categorie precedenti sia per l’aspetto che per il contenuto religioso, queste si chiamano Upanishad, e fanno parte del Vedanta cioè fine dei Veda. Il termine arya, inizialmente aveva il significato di nobile, la gente comune identificata con il nome vaisya, era di solito divisa in tribù, jana. Nonostante fossero tribù unite dal punto di vista religioso e contro il nemico11, sembra che queste tribù lottassero sempre le une contro le altre. La più importante tribù aria era quella dei Bharata, dalla quale poi presa il nome la più tarda composizione Mabharata. Ciascuna tribù aria aveva i suoi bardi, ovvero dei sacerdoti i quali avevano solo loro il compito di memorizzare gli inni vedici e di compiere i sacrifici. Il territorio abitato dagli arya nel periodo della composizione dei Rig-veda era conosciuto con il nome di terra dei sette fiumi, all’epoca non conoscevano ancora il fiume Ganga che, secondo quanto pervenutoci, conobbero solo alla fine del periodo vedico. Plausibile spiegazione del perché le tribù di invasori si espansero molto lentamente verso oriente per arrivare a Delhi impiegando circa cinque secoli. Durante questo lasso di tempo, le lotte, la cooperazione e l’assimilazione tra genti arie e precarie

9 Rimane tutt’ora una teoria molto discussa. 10 E’ la più antica letteratura indoeuropea e consiste in 1017 inni in sanscrito, indirizzati ai vari dèi arii. Wolpert Stanley, Storia dell’India, dalle origini della cultura dell’ Indo alla storia di oggi.. Bompiani Milano, 1985, pag. 30 11 Il nemico veniva chiamato dasa, Wolpert, op. cit., pag.31

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determinò i mutamenti più importanti sia dal punto di vista della società che del pensiero, sia nella natura della società indigena.12 Per quanto riguarda le origini degli arya, si è sviluppato un ampio dibattito. La tesi secondo la quale gli aria sono di razza indo-europea, venne appoggiata dalla casta brahmanica soprattutto per ragioni ideologiche, in quando li metteva sullo stesso piano dei conquistatori britannici. In tempi recenti, a partire dagli anni ottanta del ventesimo secolo, la tesi dell’origine autoctona degli aryi è ridiventata popolare fra gli indù. È infatti da qui che parte e si riconosce il nazionalismo indù, il quale considera gli indiani autentici, solo quelli di religione indù. Dal momento che i Veda sono stati lasciti dagli aryi, tramite questa prova si può leggere come gli arya siano originari dell’India. Nella tesi dell’origine arya, si riconosce la destra indù, mentre alla sinistra si riconoscono tutti coloro che sostengono la tesi della migrazione. Tesi, che dimostrerebbe sin dall’inizio che in India vi è sempre stato il sommarsi di diversi gruppi etnici, nessuno dei quali è più indiano di altri, gruppi che hanno sempre convissuto armonicamente nonostante vi siano state divisioni etnico religiose. Dall’origine degli arya nascono così due opposte correnti politiche e ideologiche che ci fanno capire perché i toni sulla questione siano tutt’ora aspri. Per quanto riguarda la pretese di identità arya dei vallindi, rimane il fatto che la cultura vedica e la civiltà dell’Indo appaiono profondamente diverse. La civiltà dell’Indo era una civiltà urbana che conosceva la scrittura, che conosceva la lingua dravidica e che come animale venerato aveva il bue. La cultura vedica, nonostante i riferimenti al mondo urbano nei Veda, era una cultura di nomadi che parlavano una lingua indo-europea, non conoscevano la scrittura e l’animale di maggiore importanza era il cavallo. Nel periodo rigvedico corrispondente alla composizione del Rig-Veda conclusasi nel 1000 a.C., la società arya rimase essenzialmente tribale, caratterizzata dalla graduale evoluzione della pastorizia e dal nomadismo a una vita sedentaria, fondata sull’agricoltura. Un’altra caratteristica della società vedica era data dalle sue peculiari stratificazioni sociali, che si riallacciavano a sanzioni di natura religiosa rituale. Fino al 1000 a.C. la loro alimentazione si basava soprattutto di carne e orzo. L’economia era prevalentemente agraria, la tecnologia era caratterizzata dall’uso del ferro e arrivò al suo culmine nel VI secolo a.C. con la fioritura di una nuova civiltà urbana. Ai mutamenti della sfera materiale si accompagnarono quelli della sfera filosofica religiosa. Nel periodo ragvedico erano evidenti gli stretti rapporti con l’Iran, nel pantheon arya c’erano gli stessi dei iraniani, Indra, Mitra, Veruna, Savitr, Soma e Agni13. Solo nel periodo tardo vedico nascono nuove divinità, inizialmente sullo stesso piano delle vecchie per poi divenire dominanti. Nell’ età vedica matura, cioè fra il 1000 e il 500 a.C., l’agricoltura divenne nuovamente l’attività economica dominante, questo unito alla diffusione dell’uso del ferro portò a una rivoluzionaria fase di espansione economica. Nella valle gangetica si sviluppò un civiltà urbana caratterizzata da dimensioni superiori a quelle della civiltà dell’Indo e tutto ciò porto a profonde trasformazioni.

12 La struttura tribale divenne più complessa, al raja venne affiancata la figura del nobile guerriero e quella dell’assemblea di capifamiglia anziani. I rishi, cioè i saggi nominati dal Rig-Veda erano i primi a essere avvicinata dal raja per dei consigli. Wolpert Stanley, Storia dell’India, cit., pag. 38 13 A questi documenti vedici si può aggiungere la comparazione con altre religioni indoeuropee. Dal momento che il sanscrito è una lingua sorella dell’iranico, del greco, del latino, dei dialetti celtici, germanici, scandinavi, slavi etc., si deduce che le pratiche e le credenze dei primitIvi Indiani siano anch’esse sorelle delle pratiche e delle credenze degli altri popoli. Il nome del dio Mitra lo s ritrova in Iran (Mithra) quello di Dyaus Pitar si ritrova in Grecia e a Roma, I Maruti vedici corrispondono al Marte latino, ecc. Talvolta i nomi differiscono, ma le personalità a cui si riferiscono sono le stesse. Zimmer Heinrich, Miti e s Simboli dell’India, Adelphi, Milano, 1993

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Mentre in India si attraversavano queste trasformazioni, in Medio Oriente si andavano delineando dei cambiamenti. Iniziò il processo di unificazione ad opera della dinastia persiana degli Achmenidi. Ciro il grande iniziò la sua conquista alla fine del VI secolo a.C. e alla fine dello stesso secolo aveva un impero comprendente la Mesopotamia, l’altopiano Iranico e la Cirenaica sino ad inglobare la valle dell’Indo. Se la crescita dal punto di vista economico la riscontriamo con la costruzione di grandi opere14, dal punto di vista culturale la si riscontra con una serie di maestri del pensiero. Nel 585 a.C. circa, Talete di Mileto diede origine alla scuola filosofica ionica, cinquant’anni dopo abbiamo Senofane che postulò una sostanza originaria singola, un Dio unico e onnipotente. Nel VI secolo venne fondato il libro rivelato della religione persiano Zoroastro, il Ghata. In India fecero la comparsa una serie di grandi maestri, come il Buddha e Mahavira, alcuni dei quali dovevano segnare in maniera decisiva, la civiltà indiana. In Cina invece apparve la concezione confuciana15, basata sugli insegnamenti del maestro Confucio. Ciò che avevano in comune tutte queste nuove forme di pensiero, era l’idea che i principi dell’etica non erano funzione della volontà del potere politico, ma trascendevano questo potere. Il potere politico doveva conformarsi ed apparire legittimo ai propri sudditi. Il processo di trasformazione si concluse nella seconda metà del III secolo, la Grecia venne portata sotto l’egemonia politica del macedone Filippo II, il cui obbiettivo, la conquista della Persia venne realizzato dal figlio Alessandro che dopo aver conquistato l’impero Achmenide, nel 327, entrò in Asia centrale invadendo il subcontinente Indiano. Le imprese del conquistatore macedone segnarono uno spartiacque a livello storico. 1.1.4 Dalla fine dell’epoca vedica alla prima unificazione imperiale del continente

I mutamenti a livello culturale politico ed economico si riscontrarono anche in India. Nella vallata gangetica nel VI secolo di diffuse la civiltà urbana e si completò il processo di sedentarizzazione, accompagnato dal prevale dell’agricoltura come attività economica dominante. Questo processo consentì il trasferimento della ricchezza dalle classi subordinate a quelle dominanti dei brahmani. Se nel periodo vedico questa ripartizione avveniva attraverso una distribuzione di doni, entro il VI secolo le donazioni divennero obbligatorie e furono fatte a intervalli regolari ben definiti. Nacque un vero e proprio sistema di tassazione finalizzato a drenare la ricchezza verso le classi dominanti. Il mondo agricolo era caratterizzato dalla presenza di agiati commercianti terrieri che assieme agli artigiani costituivano la classe dominante. L’attività produttiva degli artigiani alimentò i rapporti commerciali, che a loro volta legavano le varie parti del subcontinente e l’India al mondo estero. Sarà poi dal sistema di tassazione del surplus agricolo che si svilupperà l’economia monetaria. Per quanto riguarda il mutamento sociale, consistette nell’evolversi delle caste, cioè gruppi sociali delimitati dalla pratica dell’endogamia e della commensalità. L’espansione della colonizzazione di terre contribuì a marginalizzare le popolazioni tribali aborigene, le quali sia che vi si integrassero sia che rimanessero ai margini, costituivano una categoria sociale indiscriminata16.

14 In questa fase storica Atene edificò le lunghe mura e il partendone, i gran re edificarono la strada reale da Susa a Sardi e i signori della Cina feudale promossero grandi opere di canalizzazione. Torri M., Storia dell’india, op. cit., pag.50 15 Secondo cui la nobiltà è funzione non della nascita ma dell’educazione e gli elementi del buon vivere sono dati da bontà, saggezza e coraggio. 16 È in questo modo che emerse il gruppo sociale dei fuori casta.

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Alla crescita e alla differenziazione dell’economia corrispose a livello politico, la nascita di veri e propri stati e il processo di unificazione imperiale. Questo processo iniziò verso il 600 a.C. quando nel nord dell’India iniziarono a sorgere monarchie e repubbliche, le prime concentrate nella pianura gangetica le seconde lungo la periferia settentrionale e occidentale cioè nella regione del Punjab. Le repubbliche, formate da una singola tribù o da una confederazione di tribù segnano la fase di passaggio dal periodo tribale a quello monarchico. Anche se l’ordine monarchico rappresenta la fase successiva alle repubbliche aristocratiche, il passaggio da una fase all’altra non fu rapido e irreversibile. Lo scontro della monarchia di Magadha con la confederazione di Vrijis e la vittoria della prima sulla seconda, sono considerati il momento di svolta nella lotta fra i due sistemi politici. L’espansione dei traffici commerciali favorì anche lo sviluppo della lingua scritta, il sanscrito iniziò ad assumere sempre più carattere di lingua per i colti brahamani, che diventavano sempre più potenti. Nacquero inoltre nuove correnti filosofiche e nuove dottrine in riferimento alla preesistente letteratura vedica. E’ questo il caso della filosofia delle Upanishad delle nuove correnti filosofiche che si discostavano dalla tradizione vedica; fra queste correnti ebbero poi origine due religioni: il jainismo e il buddismo. 1.1.5 Upanishad, Jainismo e Buddismo Le Upanishad furono le prime a cercare di dare una risposta religioso-filosofica alle esigenze lasciate insoddisfatte dalla dottrina vedica, con esse venne enunciato uno dei concetti fondamentali della successiva tradizione filosofica indù: il grande segreto dell’identità fra l’anima universale ( il brahman) e l’anima individuale (l’atman). Nelle Upanishad c’è l’affermazione che tutti gli essersi e tutte le cose sono compartecipi dell’anima cosmica e che “come da un fuoco che arde si sprigionano a migliaia scintille simili a lui, così dall’essere immutabile hanno origine esseri di ogni specie che a lui ritornano”.17 Nelle Upanishad viene espressa l’idea che in ogni caso, l’anima individuale dopo la morte, tornerà automaticamente all’anima universale. Quindi le azioni buone o cattive non hanno nessun peso mentre acquistano importanza il comportamento logico della non azione. Ciò che le Upanishad affermano dal punto di vista etico è l’insistenza sulla necessità di ricercare la verità e di attenersi ad essa. Ma sicuramente il messaggio delle Upanishad non rappresentò una risposta soddisfacente alle risposte etiche e religiose dell’epoca dal momento che iniziarono a fiorire una serie di scuole eretiche rispetto alla tradizione del pensiero vedico. In questo periodo si diffuse anche un forte senso di impotenza, e i primi che cercarono di trovare una via di salvezza, parlando di concezione etnica dell’esistenza, furono il fondatore del Jianismo, Vardhamana Mahavira, e il fondatore del buddhismo, Siddharta detto il Buddha. La vita dei due maestri si colloca fra la metà del VI e la metà del V secolo a.C. Entrambi cercarono di offrire una via d’uscita al pessimismo che si basava nell’attivo operare del singolo, anche se con modalità diverse. Il Buddha predicava una vita basata su eccessivo rigore ed eccessiva indulgenza verso se stessi, Mahariva invece sottolineava la necessità di un ascetismo dalle forme estreme. Le concezioni basilari del buddismo vennero enunciate dal maestro subito dopo l’illuminazione, nel discorso delle quattro “Nobili Verità” a Varanasi. La prima verità è che la vita è una vita di dolore, la seconda verità è che il dolore è l’inevitabile conseguenza del desiderio, la terza è che al dolore si può porre termine solo attraverso

17 Cit. Schweiter 1983 pag. 30; Torri M., Storia dell’India, cit., pag. 58

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l’eliminazione del desiderio, la quarta è che il desiderio si può eliminare solo percorrendo il nobile sentiero: retta visione, retta decisione, retto eloquio, retta condotta, retto stile di vita, retto sforzo, retta attenzione, retta concentrazione.18 Secondo il Buddha è il desiderio che lega il singolo alla ruota delle vite e delle morti. Il singolo deve rompere questo processo attraverso il raggiungimento del Nirvana, termine che significa estinzione e rappresenta la fine dell’essenza dell’io individuale e dall’effettivo raggiungimento di uno stato di suprema beatitudine. Il raggiungimento di questa condizione si basa sulla pratica di un comportamento altruistico e nel rifiuto di qualsiasi eccesso. Solo attraverso l’altruismo si può eliminare la sofferenza umana. Se da un lato la dottrina del Buddha si basa sulla non permanenza e l’illusorietà del reale, l’insegnamento di Mahavira si basa sull’idea che non esiste l’anima individuale come entità a sé stante, ma che tutto ha un anima, compresi gli oggetti inanimati. Quest’anima che si chiama jiva cioè “vita” non si identifica con l’anima universale , ma è un’entità ben definita la cui essenza è caratterizzata da purezza, beatitudine, onniscienza e autosufficienza. Vivere comporta una compenetrazione dell’anima individuale con la materia attraverso un legame detto karma, una “ specie di anima, sottile, che fluisce nell’anima essenzialmente attraverso gli organi sensoriali”19. È appunto il karma che incatenando l’anima alla materia lo condanna alla sofferenza della vita, sia al ciclo perenne delle reincarnazioni. Secondo Mahavira ogni azione, parola e pensiero hanno un preciso nesso casuale con l’indebolirsi del karma20. Se per i non induisti, jainismo e buddismo sono religioni a sé, gli indù le considerano più o meno varianti della tradizione induista. Sicuramente alcuni tratti della tradizione indù matura sono assenti nel pensiero vedico, i quali furono elaborati storicamente da Buddha e Mahavira. E’ il caso della dottrina della reincarnazione, totalmente assente nel pensiero vedico. Un’altro tratto dell’induismo proveniente dal jaisnismo è il concetto di non violenza, ahisma, non riscontrabile nel periodo vedico dal momento che gli stessi brahmani nelle celebrazioni attuavano cruenti sacrifici umani. La grande crescita di queste due religioni era data dal fatto che venivano adottate da uomini che in quel periodo stavano emergendo ai vertici della società, pur non appartenendo a classi di sacerdoti o brahmani21. Non a caso la maggior parte dei seguaci facevano parte degli strati intermedi dei mercanti, finanzieri e artigiani. Il carattere borghese del jainismo e del buddismo alla fine diventò però anche il loro limite. Queste tradizioni, non riuscirono mai a divenire patrimonio delle grandi masse contadine. Sia il buddismo che il jainismo erano concezioni troppo raffinante per sostituirsi agli dèi locali adorati dalle popolazioni contadine, inoltre il jainismo con la sua filosofia del rispetto di ogni forma di vita, non si prestava ad essere adottato da coloro che lavoravano la terra, uccidendo gli insetti e gli animali che vi vivevano. Entrambe le correnti infatti decaddero in parallelo con la crescita e la decadenza delle classi di mercanti e artigiani che le adottarono.

1.1.6 I Maurya e l’era post Maurya

Lo sviluppo economico portò alla nascita del primo stato panindiano: quello dei Maurya che arrivò a comprendere non solo tutto il continente ma anche una parte di quello

18 Torri M., Storia dell’India, cit., pag. 63 19 Torri M.,op. cit., pag. 64 20 Atti egoistici e crudeli generano un karma negativo, mentre gli atti altruistici non generano alcun karma, mentre la volontaria sofferenza eliminano il karma già accumulato. Torri M., p. cit., pag. 65 21 E’ il caso di Chandragupta, il fondatore universale dell’universo dei Maurya, che negli ultimi anni di vita si convertì al jainismo.

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afghano. L’impero dei Maurya non durò a lungo (321-185 a.C.) ma l’idea dell’unificazione, da loro attuata, sotto il controllo di un unico centro di potere da questo momento divenne una costante del pensiero politico. Nel 326 a.C. Alessandro Magno entrò nel subcontinente per restarci sino al 317 a.C. Ma l’uomo che in India cercò di attuare il sogno di Alessandro Magno22, fu Chandragupta Maurya per poi essere portato avanti dal figlio di Chandragupta, Bindusara, che regnò all’incirca tra il 293 e il 268 a.C. A Bindusara succedette Ashoka, il quale riuscì ad estendere sempre più il domino Maurya, ma soprattutto fu il primo a convertirsi al buddismo.23 Se anche dopo la conversione l’imperatore continuò a comportarsi con benignità nei confronti di tutte le religioni, cercò allo stesso tempo di uniformare il proprio stile di governo ai principi etici buddisti. Ashoka teorizzò e praticò una politica basata sull’amicizia con i regni confinanti, e fece sì che le sue idee venissero incise su rupi o colonne per farle diventare degli editti. Questi, avevano il compito di diffondere quanto più possibile la nuova ideologia imperiale basata sul concetto di dhamma24 e i suoi quattro punti essenziali: 1) la benevolenza verso tutti gli esseri umani; 2) il rispetto verso tutte le credenze religiose; 3) la non violenza; 4) la preoccupazione di portare a termine opere di pubblico interesse. Con la morte di Ashoka nel 233 o 232 a.C. l’impero iniziò il suo collasso. I territori a sud della Narmada si sottrassero al controllo Maurya e il resto dell’impero fu suddiviso fra il suoi tre figli. Circa 50 anni dopo, di queste monarchie ne rimaneva solo una attorno alla vecchia capitale di Pataliputra. Con il declino e la scomparsa dell’impero Maurya (circa 185 a.C.) ebbe termine il primo episodio di unificazione imperiale del subcontinente. A questo seguì un lungo periodo di frammentazione politica destinato a terminare con l’ascesa dell’impero Gupta. Questa fase storica nonostante le periodiche invasione da parte di popoli proveniente dall’Asia centrale, appare caratterizzata dal fiorire dei commerci a noi pervenutoci anche grazie all’apertura della via della seta. Cambiarono inoltre molte delle vecchie concezioni religiose, dando origine a religioni del tutto nuove, innovative rispetto alle precedenti e caratterizzate da analogie reciproche. Nel Mediterraneo si diffuse il cristianesimo mentre nel continente indiano si diffuse una nuova forma di buddismo e ci fu una profonda trasformazione della tradizione religiosa brahmanica. Se l’unificazione politica venne meno, l’unificazione commerciale si rivelò sempre più efficace. Dal punto di vista delle invasioni, la parte più colpita fu sicuramente quella del nord. Con la fine del III secolo a.C., una confederazione di gruppi tribali mongoli e turchi, sotto la leadership degli hsiung-nu, un popolo di lingua turca, divennero l’origine ultima delle invasioni in India. Nel 208 a.C. gli hsiung-nu si impadronirono della Mongolia minacciando la Cina, con la quale raggiunse un accordo nel 200 a.C., a seguito del quale la popolazione di origine turca iniziò a spingersi verso Occidente e a creare grossi movimenti migratori da parte di tutte quelle persone che non volevano sottomettersi al loro potere e che mantenevano un forte desiderio di indipendenza. Popolazioni che avevano in comune un fattore fondamentale, la lingua iranica. Fu così che gli sciiti entrarono in India attraverso il passo del Bolan, mentre i Kushana entrarono attraverso i

22 E quindi i creare un impero universale 23 Con la guerra di Kalinga, che causò centinaia di morti, e le enormi sofferenze umane che si susseguirono crearono una profonda crisi morale da parte del monarca che poi sfociò nella conversione. Torri M., Storia dell’India, op. cit., pag. 81 24 Concezione volta a definire criteri di moralità pubblica e privata in cui si riconoscessero sia le diverse classi sociali, sia gli svariati gruppi etnici presenti nell’impero. Torri M., op. cit. pag. 83

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passi del Nord-ovest. A queste invasioni si aggiunse quella greca, che durò sino al 135 a.C. per poi essere susseguita dall’impero dei Shaka e quello dei Kushana. Come ho già accennato, in questo periodo nacquero nuove religioni. Le preesistenti religioni dominanti dell’epoca si presentavano come un metodo per mantenere relazioni con i poteri sovrannaturali, obbiettivi che persero importanza e vennero soppiantati dal raggiungimento di una vita di eterna beatitudine nell’aldilà, perseguibile attraverso un comportamento etico in questo mondo. Idea completamente diversa a quella presente fino ad allora, fondata sul fatto che la vita eterna era perseguibile solo attraverso la celebrazione dei riti. Le tradizioni nate in questo periodo sono caratterizzate da delle analogie di fondo che si sono sicuramente trasmesse, nel caso del cristianesimo e del buddismo, grazie ai fiorenti scambi commerciali ma anche grazie a una forte somiglianza della configurazione sociale tra quella mediterranea e quella gangetica. Entrambe possedevano una classe dominante, che risiedeva nelle città, e una classe più povera identificabile con la massa contadina. Ciò che accomuna l’occidente con l’oriente sotto questo punto di vista è il fatto che la cultura alta non penetrò mai ai livelli inferiori della società. Essa non venne mai accettata dalla classe contadina25 che rimaneva portatrice della cultura costituita dalle tradizioni religiose popolari. Il mondo urbano era inoltre attraversato da varie spaccature etniche, ragion per cui abbracciarono con favore queste nuove religioni vedendo in esse un nesso per potersi reintegrare nel contesto sociale dal quale continuavano a essere emarginati. La nuova forma di buddismo che emerse in questo periodo fu quella mahayana. Secondo questa tradizione il Buddha iniziò a essere considerato come una figura divina tanto da porsi al di sopra degli dèi del pantheon brahmanico. Il Buddha era quindi un dio e lo diventò nel momento in cui raggiunse la perfezione con la sua morte andando oltre il Nirvana. Nonostante la sua vitalità il buddismo mahayana, non riuscì mai a penetrare in profondità tra le varie classi contadine dell’India. Nell’era post-Mauryana, ebbe invece più successo la religione brahmanica, la quale non godendo dell’appoggio delle classi superiori, si rivolse al mondo rurale26. A partire dal 200 a.C. l’atteggiamento dei brahmani verso le classi contadine iniziò a cambiare, vennero riproposti i concetti di brahman e rincarnazione, già presenti nelle Upanishad, attraverso l’assimilazione e l’integrazione delle credenze locali. Gli dèi vedici scomparvero ed emersero nuovi dèi, come il caso del grande dio Shiva. Il risultato di questo processo fu la creazione di una nuova religione definita induismo27 e incentrata su tre figure principali: Brahma, Vishnu, Shiva. Questa visione dell’induismo è un quadro interpretativo venuto in essere nel XIX secolo, quando intellettuali europei e indiani cercarono di descrivere un insieme variegato di religioni che si costituirono attraverso la fusione del brahmanesimo e delle antiche religioni contadine, come una religione unitaria. Queste religioni avevano in comune il gran numero di dèi; in ognuna vi era una divinità suprema che presiedeva una molteplicità di divinità minori. Nel corso del tempo, questa divinità suprema divenne il dio Vishnu o il dio Shiva. Si formò in seguito la tradizione religiosa, secondo cui Vishnu e Shiva discendessero periodicamente su questa terra, sotto varie forme, avatar, col fine

25 Spesso questo processo fu voluto dalle stesse classi dominanti, come nel caso dei brahmani. 26 La connessione tra brahmani e mondo rurale è sempre esistita grazie alla capacità dei brahmani di organizzare il ciclo agricolo attraverso le conoscenze di astronomiche. 27 II termine indù venne usato per la prima volta dagli invasori arabi nell’ VIII secolo per definire le popolazioni autoctone del continente indiano, inizialmente il termine non aveva connotazione religiosa. Torri M., Storia dell’India, pag. 60

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di stabilire l’ordine ed eliminare il male. La credenza degli avatar permise ai brahmani di assimilare alcune divinità al pantheon indù28. 1.1.7 Dal Regno dei Gupta alle prime invasioni musulmane

Con l’ascesa al trono di Chandra Gupta I, all’incirca nel 319 o 320 d.C. iniziò una nuova dinastia, che costruì un impero comprendente la vallata indo-gangetica, la regione dei monti Vindhya e il Gujarat. Una delle caratteristiche del regno Gupta fu l’emergere dell’induismo come tradizione dominante dell’India e il conseguente declino del buddismo. Dal punto di vista culturale vi fu il rifiorire del sanscrito. I buddisti o jaina abbandonarono i pracriti e adottarono il sanscrito per i loro scritti religiosi e filosofici, compresi quelli di natura polemica contro le correnti induiste. La perdita d’importanza del buddismo fu inoltre favorita dalla scelta da parte degli imperatori Gupta della religione induista, che all’epoca aveva un peso maggiore nella società. I Gupta videro nell’induismo un’arma ideologica tale, da dare una ragione alle loro ambizioni imperiali. Essendo le loro origini incerte, come altre dinastie, usarono la religione induista come strumento per darsi forza. L’induismo li avvantaggiava perché il monarca veniva proclamato come una figura divina, anche se poi doveva sempre rispettare le leggi che regolavano l’ordine sociale. Fu in questo periodo che assunsero la loro forma scritta le due più famose opere letterarie: il Mahabharata e il Ramayana29. E sempre in ambito letterario bisogna ricordare i Purana30. Ma gli sviluppi di questo periodo non furono solo positivi. Si solidificarono le divisioni castali e anche il ruolo della donna si deteriorò. Con la scomparsa del buddismo, religione che le aveva fornito una certa protezione sociale, le donne divennero praticamente schiave esattamente come stabiliva la concezione cavalleresca dei Gupta. Sempre a questo periodo viene fatto risalire l’ideale socialmente lodevole del matrimonio in età prepuberale e del mantenimento del celibato da parte delle vedove. Quest’ultimo finì poi per trovare l’estensione della pratica sociale del sati, il suicidio della vedova nella pira funeraria del marito.31 Il regno dei Gupta si disintegrò dopo la morte dell’ultimo grande imperatore della dinastia nel 497. Le invasioni degli unni all’inizio del VI secolo e la sconfitta dell’esercito dei Gupta a opera del capo Toramana nel 510, ne segnarono la fine. In seguito l’India settentrionale si frantumò nuovamente in numerosi regni indù indipendenti. Mentre l’India del sud manteneva il suo carattere induista, quella del nord veniva invasa dagli eserciti musulmani. L’artefice dell’invasione musulmana fu Mahmud Ghazni. Tra il 1001 e il 1027 Ghazni scatenò varie spedizioni contro l’India del nord arrivando a conquistare la valle indo-gangetica e razziare vari templi induisti.Queste conquiste permisero agli invasori successivi di conquistare ampi territori. Con la morte di Ghazni

28 E’ il caso di Krishna , che inizialmente non era un Dio appartenente al pantheon brahmanico ma che venne aggiunto come uno dei più potenti avatar del Dio Vishnu. Lo stesso buddismo una volta sparito vide l’assimilazione del Buddha come avatar di Vishnu. 29 I Mahabarata si distingue per essere il più gigantesco poema epico del mondo e narra le vicende tra due famiglie parenti ma rivali, i Kaurava e i Pandava. Mentre il Ramayana , è più breve e narra il rapimento della virtuosa Sita da parte del demone Ravana e la ricerca e liberazione di Sita, tenuta prigioniera a Lanka ( Ceylon). Torri M., Storia dell’India, cit., pag. 125 30 Insieme di miti e dialoghi filosofici di famiglie regnanti dell’India centro-settentrionale, sono una sorta di profezie e di miti religiosi. Torri M., op. cit., pag.126 31 Il primo caso di sati, risale al 510 e fa riferimento al suicidio volontario della vedova di uno dei caduti nella battaglia di Eran, la battaglia che chiuse definitivamente l’epoca dei Gupta. Torri M., op. cit.,132

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nel 1033, la capitale del regno, che portava lo stesso suo nome, venne conquistata prima dai selgiuchidi e poi dai Ghur provenienti dall’Afghanistan occidentale. Nel 1911 Mohammed di Ghur penetrò in India combattendo i sovrani induisti, dai quali venne sconfitto una prima volta, per poi ritornare l’anno seguente e impossessarsi dei territori sino alla città di Delhi. Pian piano l’impero musulmano si estese sino al sud, formando un regno separato nel Bengala. Con la morte di Mohammed, nel 1206, Qutb-ud-din, uno dei suoi generali, divenne il primo sultano di Delhi. Nacque così il sultanato di Delhi che difese l’impero dai tentativi di incursione mongoli. 1.2. Alla Religione 1.2.1 Sacro e profano

Dopo questo breve excursus storico per capire come nacquero e si diffusero le religioni in India, bisogna ora cercare di capire come si può definire qualcosa di sacro e la relazione che questo ha con la religione e la storia. Analizzando il fenomeno religioso ci si trova davanti alla contrapposizione tra sacro e profano e le maggiori difficoltà si riscontrano quando si vuole delimitare la sfera della nozione di sacro. Quasi dappertutto ci si trova davanti a fenomeni religiosi complessi, che presuppongono una lunga evoluzione storica. Volendo delimitare e definire il sacro è necessario avere una quantità sufficiente di sacralità, cioè di fatti sacri intesi come riti, miti, forme divine, oggetti sacri e venerati, simboli, cosmologie, teologumeni, uomini consacrati, animali, piante, luoghi sacri etc. I documenti che ci parlano di sacro sono da considerarsi tali nel momento in cui esprimono: 1) modalità di sacro in quanto ierofania32 2) e rivelano, in quanto momento storico, la posizione dell’uomo rispetto al sacro. Un esempio può essere tratto dal testo vedico rivolto al morto: “striscia verso la terra , tua genitrice! Possa ella salvarti dal nulla”33 ,esso ci mostra come la Terra venga considerata come una madre, ma ci rivela allo stesso tempo un certo momento nella storia delle religioni indiane: il momento in cui la Terra era valorizzata come protettrice contro il nulla, valorizzazione che la riforma upanishadica e la predicazione del Buddha renderanno poi caduca. La comprensione si realizza sempre nella cornice della storia, il fatto stesso che ci sia la presenza di ierofanie significa che siamo in presenza di documenti storici, il sacro si manifesta sempre in una certa situazione storica. Le esperienze mistiche subiscono l’influenza del momento storico. La ierofania è sempre un atto misterioso, la manifestazione di qualcosa di completamente diverso, di una realtà che non appartiene al nostro mondo. L’uomo occidentale moderno, come fa notare Mircea Eliade, prova un certo disagio di fronte a talune forme di manifestazione del sacro: gli è difficile accettare che per certi esseri umani, il sacro possa manifestarsi nelle pietre o negli alberi. Ma non si tratta di venerare la pietra o l’albero in se stessi, la pietra sacra e l’albero sacro non sono adorati in quanto tali ma in quanto ierofanie, perché mostrano qualcosa che non è più né pietra né albero, ma il sacro, il ganz andere.34

32 Termine che indica la manifestazione del sacro, come fa notare Mircea Eliade nel testo il sacro e il Profano, la storia delle religioni è costituita dall’accumularsi di ierofanie ossia dalla manifestazione di realtà sacre. 33 Rigveda X, 18, 10, Eliade Mircea, Trattato di Storia delle Religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 2001, pag. 4 34 Eliade Mircea, Il Sacro e il Profano, cit., pag. 15

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Con la manifestazione del sacro cessa di essere se stesso e diventa un’altra continuando a far parte del proprio ambiente. Per coloro che hanno un esperienza religiosa tutta la natura può rivelarsi sacralità cosmica. Il Cosmo nella sua totalità può diventare ierofania. Il Cosmo desacralizzato è una scoperta recente dello spirito umano, l’uomo primitivo ha sempre cercato di vivere nel sacro e nell’intimità degli oggetti consacrati, il sacro per l’uomo ha sempre rappresentato la potenza, mentre la desacralizzazione caratterizza la vita dell’uomo non religioso delle società moderne. Il sacro e il profano non sono altro che due modi d’essere del mondo, due situazioni esistenziali assunte dall’uomo nel corso della storia. Sacro e profano dipendono dalle differenti posizioni che l’uomo ha conquistato nel Cosmo. E’ normale che buona parte delle diverse esperienze scaturiscono da differenze di economia, di cultura e di organizzazione sociale. Chiaramente, una società preagricola specializzata nella caccia non sentiva con la stessa intensità la sacralità della Terra Madre. Nonostante tutto tra cacciatori nomadi e cacciatori sedentari esiste una similitudine: entrambi vivono in un cosmo sacralizzato, fanno parte di una sacralità cosmica manifesta sia nel mondo animale che in quello vegetale. 1.2.2 Lo spazio sacro e la cosmogonia

Per l’uomo religioso, lo spazio non è omogeneo ma si presenta con varie spaccature, aspetto riscontrabile anche nelle scritture cristiane: “ Non ti avvicinare – disse il Signore a Mosè- togliti i calzari, poiché il luogo in cui ti trovi è santo” (Esodo, 3.5)35. Vi è dunque uno spazio sacro che ha una sua forza, e vi sono spazi non consacrati, cioè amorfi. Per il religioso la non omogeneità dello spazio contrappone lo spazio sacro e tutto ciò che lo circonda. Nel momento in cui il sacro di manifesta viene interrotta l’omogeneità dello spazio e avviene la rivelazione di una realtà assoluta, in opposizione alla non realtà. La manifestazione del sacro fonda il Mondo e la ierofania rivela un punto fisso e centrale. L’uomo ha bisogno di un orientamento per vivere e quindi di un inizio, ha bisogno di fondare il Mondo perché nessuno può nascere nel caos della omogeneità. La scoperta di un centro equivale così alla Creazione del Mondo. Questa visione si contrappone a quella profana, per la quale il mondo è omogeneo e neutro, anche se poi conserva delle tracce di valore religioso. Esistono anche per il profano dei luoghi privilegiati diversi dagli altri, come il paese natale, il luogo dei primi amori o una strada che ricorda la gioventù passata. Tutti luoghi che anche per l’uomo non religioso, hanno una qualità “unica”, sono “luoghi santi” del suo universo privato. Le società tradizionali si costituiscono dall’opposizione tra il territorio da esse abitato e lo spazio circostante sconosciuto e indeterminato. Si ha la contrapposizione tra il Mondo, il Cosmo, e una specie di altro mondo caotico popolato da demoni e fantasmi. Da una parte il Cosmo, inteso come luogo abitato e dall’altra il Caos. Ma se qualsiasi luogo abitato è un Cosmo, lo si deve al fatto che è stato consacrato. Perché è opera degli dèi. Tutto questo lo si può ritrovare nel rito vedico relativo alla conquista di un territorio. Il possesso acquista valore legale nel momento in cui si costruisce un altare del fuoco in onore della divinità Agni. Con l’erezione dell’altare del fuoco, Agni diviene presente ed è assicurata la comunicazione con gli dèi: lo spazio dell’altare diviene spazio sacro. L’altare ad Agni non è altro che la riproduzione a livello microscopico della Creazione. L’acqua con cui si impasta l’argilla è simile a quella primordiale, l’argilla con la quale si crea l’altare è il simbolo della Terra, le pareti rappresentano l’atmosfera ecc. Come ci

35 Eliade Mircea, Il Sacro e il Profano, cit., pag. 19

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fa notare Mircea Eliade l’elevazione dell’altare, come convalida della conquista del territorio, equivale a una cosmogonia. Ciò che deve diventare il nostro mondo deve essere prima di tutto creato e ogni creazione ha il suo modello esemplare nella Creazione dell’universo per opera degli dèi36.La cosmizzazione dei territori è sempre una consacrazione: organizzando uno spazio si ripete sempre l’opera esemplare degli dèi. Stabilirsi in un territorio significa consacrarlo, significa organizzarlo, abitarlo. Nel punto in cui, attraverso una ierofania, si è effettuata la rottura dei livelli, si è contemporaneamente verificata un’apertura verso l’alto o verso il basso. I tre livelli cosmici, Terra, Cielo, Regioni Inferiori diventano comunicanti fra loro. La comunicazione tra questi tre elementi viene spesso espressa attraverso l’immagine di una colonna situata sempre al centro dell’Universo e attorno ad essa, si estende il mondo abitabile. Si tenta di ricreare il “Sistema Mondo”37 delle società tradizionali: a) un luogo sacro costituisce un punto di rottura nell’omogeneità dello spazio, b) la rottura si manifesta attraverso un apertura attraverso la quale è possibile il passaggio da una ragione cosmica all’altra, c) la comunicazione con il Cielo avviene attraverso una serie di immagini che possono essere quella del pilastro, della scala, della montagna, dell’albero, della liana, d) attorno all’asse cosmico si estende il Mondo, ecco perché l’asse è al centro della terra, di conseguenza ne risulta che il vero mondo ne è al Centro. Un universo nasce dal suo proprio centro, estendendosi dal punto centrale che è come il suo ombelico38. Una volta scoperto il valore del Centro ci è facile capire anche perché ogni istituzione umana ripete la Creazione del Mondo, partendo da un punto centrale. Anche il villaggio, esattamente come l’Universo, si sviluppa dal centro, e quindi si costituisce partendo da un incrocio di strade. La costruzione della casa per la società tradizionale acquista un significato vitale per il singolo individuo ma anche per la comunità. La costruzione è una sorta di imitazione dell’opera divina. Spesso, infatti, in molte popolazioni primitive, la dimora aveva un palo centrale che collegava la casa alla Terra e al Cielo, nella struttura stessa dell’abitazione si poteva rintracciare il simbolismo cosmico. Per quanto riguarda la cultura indiana la casa viene paragonata al Cosmo. Nel momento in cui si posa la prima pietra, l’astrologo indica il punto nel quale si trova il serpente che sostiene il mondo. Il muratore taglierà il palo conficcandolo nel terreno con lo scopo di centrare la testa del serpente. Questo gesto riprende l’atto cosmogonico. Conficcare il palo nella testa del serpente equivale a imitare il gesto di Soma o Indra che, secondo il Rg-Veda “Ha scovato il serpente nella sua tana” e gli ha tagliato la testa con il suo sguardo di fuoco. Il serpente rappresenta il Caos, l’amorfo, ciò che non si conosce. Decapitarlo equivale a un atto di creazione: il passaggio dal virtuale al formale. La costruzione dell’abitazione viene quasi sempre preceduta cronologicamente, dal luogo santo. Tutti i simboli e i riti riguardanti i templi, le città, le case, derivano, in ultima analisi, dalla primaria esperienza dello spazio sacro. Nelle grandi civiltà orientali, Mesopotamia, Egitto, Cina, India il tempio ha avuto una nuova valorizzazione. Non è soltanto un imago mundi, ma anche la riproduzione sulla terra di un modello trascendente. Il tempio rappresenta ma allo stesso tempo contiene il Mondo. L’uomo religioso ha una profonda nostalgia del “mondo divino”, di avere una casa che assomigli alla “casa degli dei”, rappresentata nei templi e nei santuari. Questa

36 Ma questo atteggiamento religioso lo si ritrova anche in Occidente, i conquistarli spagnoli o portoghesi, si impadronivano del territorio in nome di Cristo, ergendo la croce consacravano il territorio. 37 Eliade Mircea, Il Sacro e il Profano, op. cit.., pag. 29 38 In questo modo, secondo le scritture del Rg-Veda, X, 149 , nasce e si sviluppa l’Universo, da un nucleo da un punto centrale. Eliade Mircea, op. cit., pag. 33

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nostalgia religiosa esprime il desiderio di vivere in un Cosmo puro e santo, così com’era quando uscì dalle mani del creatore.39 L’identificazione nel mondo naturale con la divinità è diffusa in molte teleologie indù, ma forse non ci sono scritture così dirette come Bhagavata Purana all’interno della quale si legge che l’intero mondo è il corpo di un dio, conosciuto come Krishna. Gli alberi per esempio sono i cappelli del suo corpo, le montagne le sue ossa e i fiumi le sue vene e le sue arterie. Come un giocoso giovane, Dio appare contento del suo corpo provando piacere nella bellezza della natura. In particolare Bhagavata ci dice che Krishna era particolarmente deliziato dalla vista delle foreste della città di Vrindavan, dalla montagna Govardana e dai suoi fiumi riferendosi alla Yamuna. Queste tre rappresentano speciali forme di divinità. A questo punto c’è da chiedersi quali sono le implicazioni che questi ideali testuali hanno nella vita culturale religiosa. La foresta di Vrindavan per esempio è adorata come la dea Vrnda Devi, spesso rappresentata come una pianta tulasi; la montagna Govardhana è rappresentata come la naturale forma di Kirshna; le rocce di questa montagna sono bagnate, decorate, nutrite e rappresentate come parti del corpo di Krishna. La terza caratteristica del paesaggio divino è quella del fiume Yamuna che nella letteratura Puranica è un potente fiume che rimuove i peccati di tutti coloro che si bagnano nelle sue acque dando al credente la possibilità di raggiungere il paradiso. I miti cosmogonici si muovono attorno all’idea che l’universo si è costituito gradatamente, a partire da un “caos”originario, simboleggiato dall’immagine di un’acqua “senza limiti”. In questo stadio tutto è tenebra indistinta , non sussiste né tempo né esistenza40, una sorta di uovo che galleggia sulla superficie dell’onda senza limiti. Ma viene un momento in cui esso desidera moltiplicarsi41, questo desiderio lo riscalda e l’uovo si spezza e le due metà del guscio diventano il Cielo e la Terra, l’essere è divenuto l’Uno, il demiurgo che il Veda chiama Prajapati “Padre di tutti gli esseri”. Egli stabilizza la luce , la terra, sorregge il cielo, crea infine gli dei e il primo uomo: Yama che, con sua sorella Yami, genera una prima razza umana. E’ l’età dell’oro, la parola è unica, tutti parlano lo stesso linguaggio. Ma le cose vanno male e un diluvio, provocato dagli dei, annienta tutti gli uomini tranne uno: Manu, che viene salvato dalle acque per ripopolare la terra. Ma vi sono anche altre versioni che hanno interferito con quella sopraccitata rendendola più drammatica. Prajapati, dopo aver fissato il cielo e la terra, dopo aver separato la luce dalle tenebre, ha fatto comparire gli dèi, i quali decisero di celebrare il primo sacrificio. Ma l’universo non era popolato da esseri viventi, esistevano solo gli dèi e dal momento che non potevano essere fatti sacrifici senza vittime, gli dèi si impossessarono di Prajapati e lo immolarono. Smembrando la vittima fanno comparire il sole e la luna, il vento il fuoco, i punti cardinali. L’umanità nella sua strutturazione gerarchica è creata dalla bocca dalle braccia dalle gambe e dai piedi di Purusa42. Questa versione della creazione, a differenza dell’altra vede un ruolo attivo degli dèi, aventi funzione creatrice. Ma entrambe le versioni hanno in comune una cosa: l’immagine di Prajapati, divinità maschile, padre delle creature avente ruolo attivo nel mondo indoeuropeo e un ruolo inferiore nella religione vedica.

39 Ivi, pag. 46 40 La tenebra che nei testi viene chiamato il non essere (a-sad). Puech (a cura di), Le religioni dell’Estremo Oriente, Biblioteca Universale Laterza, Editori Laterza, Bari, 1988, pag. 41 41 Qui subentra il tema del desiderio: kama=eros, Ibidem 42 Nome attribuito a Prajapati come vittima sacrificale. Il significato della parola è “uomo”. Puech (a cura di) op. cit., pag. 42

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Alcune parti del Veda tendono a porre l’accento non sul demiurgo ma su qualche cosa che i testi indicano con il pronome neutro tad “quello”43. L’Atharvaveda-Samhita riprendeva questa terminologia identificandola con tad ekam “questo mistero o unico”, con il Brahman. In base al contesto questa potenza è una forza cosmogonica responsabile della nascita e dell’evoluzione dell’universo delle forme: il Brahman dunque è al d fuori di questo mondo e se agisce sulla terra o tra gli dei è perché ha scelto deliberatamente di venire a manifestarvisi. Altrove il Brahaman è considerato immanente: è sempre e dovunque presente in un universo che non ha né principio né fine. Uomini e dèi possono utilizzare questa forza se sanno come raggiungerla. Entra così il tema della conoscenza che da l’onnipotenza a chi la possiede; colui che sa in questo modo si colloca al di sopra degli stessi dèi. La religione vedica ufficiale deriva da quest’ultimo modo di considerare il Brahaman e i testi precisano che la via più sicura per raggiungerlo è quella della liturgia. Secondo il Veda solo quelli che sanno hanno accesso alla parola vera, quella che mette in moto ogni cosa in questo mondo e nell’altro. Le Upanishad amplificano questo tema fino a identificare l’assoluto con la sillaba Om, nella quale si ritiene si condensi l’intero Veda. Ciò deriva dal fatto che il suono Om si recita prima e dopo ogni pratica rituale. Nelle religioni indiane, solitamente la struttura del macrocosmo la si tende a ritrovare anche nel microcosmo, infatti gli inni dell’Atharva-Veda, i Brahmana e tutte le Upanishad affermano che nel cuore dell’uomo risiede una potenza sacra che lo illumina come farebbe il fuoco o il sole. Questo prodigio, che si trova nell’intimo di ciascuno si chiama Atman, il cui significato è anima. L’Atman è sorgente di vita come lo sono il fuoco e il sole, divinità alle quali viene costantemente assimilato44. Il Veda, dice esplicitamente che l’Atman non risiede all’interno dell’essere umano sin dalla nascita ma entra nel corpo umano e si stabilisce nel cuore al momento dell’iniziazione45.Per quanto riguarda l’ingresso dell’Atman, nei testi si trovano due spiegazioni possibili: l’Atman concesso da qualche divinità suprema come se fosse una grazia, oppure l’Atman che deve essere costruito dall’uomo per mezzo dei riti compiuti nella pratica della religione. Nel primo caso l’Atman si identifica con Vishnu, che si chiama anche Narayana, nel secondo caso l’Atman si identifica con il Brahman. L’identificazione dell’anima umana con quella del mondo fa perdere importanza agli dèi, e danno vita al concetto monastico. Ma questo concetto non toglie importanza al carattere dualistico che contrappone lo spirito alla materia, dio alla natura e quindi Purusa e Prakrti. In Purusa, riconosciamo il nome che riceve Prajapati nel ruolo di vittima sacrificale in una delle cosmogonie del Rg-Veda. L’unione permanente del Purusa e del Prakrti spiega l’esistenza dell’universo. Nell’uomo si ritrovano le stesse contrapposizioni: un’anima (maschile) e una base materiale (il corpo) la cui unione dura tutta la vita. Quella che noi chiamiamo morte, dipende dal dissolversi di questa unione per poi rinnovarsi altrove. La grazia concessa dal signore in una vita post mortem non può essere che transitoria o quantomeno non costituisce un’effettiva soluzione. Coloro che sanno, aspirano a raggiungere uno stadio spirituale che trascenda la dialettica Purusa-Prakrti.

43 ) Ibidem 44 Altre volte si preferisce identificarlo con il vento, intendendo Atman come soffio vitale anche se le Upanishad preferiscono impiegare il termine in prana. Varenne Jean, La Religione Vedica, Le Religioni dell’Estremo Oriente, India Cina Giappone, Biblioteca Universale Laterza, Editori Laterza, Bari, 1988, pag.20 45 Varenne Jean, op. cit, pag.44

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1.2.3 Mito: modello esemplare

Il mito narra una storia sacra, cioè un evento primordiale che ha avuto luogo all’inizio. Raccontare una storia sacra significa rivelare un mistero, dato che i personaggi dei miti non sono esseri umani: sono dèi o eroi, abbiamo un motivo in più per credere che le loro gesta costituiscano dei misteri che l’uomo non poteva conoscere se non gli fossero stati rivelati. Il mito è la rappresentazione di ciò che gli dèi o gli esseri divini hanno fatto in principio. Una volta rivelato il mito si stabilisce la verità assoluta. Ecco perché il mito parla sempre di cose reali, di ciò che è realmente accaduto, di ciò che si è manifestato totalmente. Si tratta sicuramente di realtà sacre, dato che il sacro è il reale per eccellenza. Tutto ciò che è profano non fa parte dell’essere. Ciò che gli uomini fanno di loro iniziativa senza nessun esemplare mitico, appartiene alla sfera profana. Più l’uomo è religioso e più ha modelli esemplari a sua disposizione cui uniformare i suoi comportamenti e le sue azioni. Il mito rivela la sacralità assoluta, perché racconta l’attività creatrice degli dèi, in altre parole descrive le varie e a volte drammatiche irruzioni del sacro nel mondo. Ogni mito rivela la nascita di una realtà o di un frammento di essa. Raccontando come le cose sono nate, se ne dà la spiegazione e si risponde automaticamente alla domanda: perché sono nate? Un perché sottointeso nel come. Raccontando com’è nata una cosa, viene rivelata l’irruzione del sacro nel Mondo, causa finale di ogni esistenza reale. Ogni cosa creata essendo opera degli dèi rappresenta un irruzione di energia creatrice nel Mondo. “Dobbiamo fare ciò che gli dèi fecero in principio” dice un testo indiano46 e ancora da un altro testo: “Così hanno fatto gli dèi, così devono fare gli uomini”47. La principale funzione del mito è quindi quella di stabilire i modelli esemplari di tutti i riti e di tutte le attività umane significative: alimentazione, sessualità, lavoro, educazione, ecc. Comportandosi come essere umano responsabile, l’uomo imita i gesti degli dèi, ripete le loro azioni e ripetendo ciò che facevano gli dèi si ha un doppio risultato: 1) da un lato l’uomo si mantiene nel sacro e quindi nella realtà, 2) dall’altro, il mondo viene semplificato dalla ininterrotta ritualizzazione dei gesti divini ed esemplari. Il comportamento religioso degli uomini contribuisce a conservare la santità del mondo. Bisogna inoltre notare come l’uomo religioso non è dato: ma si fa da sé avvicinandosi ai modelli divini. Questi modelli, sono conservati dai miti e dalla storia delle gesta divine, di conseguenza l’uomo religioso si considera fatto per la storia, ma l’unica storia che lo interessa è la storia sacra, cioè quella degli dèi; mentre l’uomo profano si considera proveniente solo dalla storia umana.

1.2.4 Le acque e il simbolismo acquatico

Le acque simboleggiano la totalità delle virtualità, sono la matrice di tutte le possibilità di esistenza. Un testo indiano recita: “Acqua tu sei la fonte di tutte le cose e di ogni esistenza”48. Le acque sono il fondamento del mondo intero, sono l’essenza della vegetazione, l’elisir dell’immortalità, assicurano la lunga vita e sono il principio di ogni guarigione.49

46 Sata-patha-brahmana,VII,2,1,4. Eliade Mircea, Il Sacro e il Profano, op. cit., pag. 64 47 Taittiriya-brahmana, I,5,IX,4. Ivi, pag.65 48 Eliade Mircea, Trattato di Storia delle Religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 2001, pag. 169 49 Satapatha Brahmani, VI, 8, 2, 2; XII, 5, 2, 14. Ibidem

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Le acque simboleggiano la sostanzia primordiale da cui nascono tutte le forme, e alle quali tornano per regressione o cataclisma; furono al principio e tornano alla fine di ogni ciclo storico o cosmico. Esisteranno sempre ma mai sole, dal momento che sono germinative e racchiudono la virtualità di tutte le forme. Nella cosmogonia: le acque precedono ogni forma e sostengono ogni creazione50. Ricca di germi l’acqua feconda la terra, gli animali e le donne. Spesso viene paragonata alla Luna che ne regola i ritmi dando al divenire universale una struttura ciclica. La spirale, lumaca,(che rappresenta la luna) la donna, l’acqua, il pesce, appartengono costituzionalmente allo stesso simbolismo di fecondità verificabile su tutti i piani cosmici. La mitologia indiana è quella che ha reso più popolare il tema delle acque primordiali sulle quali galleggiava Narayana, dal cui ombelico spuntava l’albero cosmico.51 L’uno dopo l’altro nascono gli altri dèi Veruna, Prajapati, Purusa o Brahman, Narayana o Visnu, che esprimo sempre lo stesso mito dell’acqua. Con il tempo questa cosmogonia acquatica la si ritrovò anche nell’arte decorativa: la pianta o l’albero sorgono dalla bocca o dall’ombelico di uno Yaksa, da un mostro marino, da una lumaca o da un vaso, mai però da un simbolo che rappresenti la Terra.52 Questo perché le acque precedono ogni creazione.Oltre all’immagine di Narayana che galleggiava nelle acque primordiali e dal centro del suo ombelico nasceva la vita, c’è la variante di Vishnu, che nella sua terza reincarnazione in cinghiale gigantesco, scende nelle profondità delle acque primordiali e tira su la terra dall’abisso53. L’acqua diventa così sostanza magica, medicinale per eccellenza; guarisce, ringiovanisce, assicura la vita eterna. Il prototipo dell’acqua è “l’acqua viva”, le fontane di giovinezza, l’Acqua della vita ecc.. sono le formule mitiche di una stessa realtà metafisica e religiosa: nell’acqua risiedono la vita, il vigore e l’eternità. Ancora ai giorni nostri i bambini malati, in Cornovaglia, vengono tuffati tre volte nel pozzo di San Mandron e sempre in Francia esistono un numero notevole di pozzi, o sorgenti che risanano; in India le malattie vengono gettate nell’acqua54 che assorbe il male grazie al suo potere di disintegrare e assimilare tutte le forme. La purificazione per mezzo dell’acqua ha le stesse proprietà. Tutto si scioglie nell’acqua ogni forma si disintegra, qualsiasi sostanza viene abolita, tutto ciò che esisteva prima di un immersione nell’acque non rimane. L’immersione equivale sul piano umano alla morte, sul piano cosmico alla catastrofe e al diluvio che scioglie il mondo nell’Oceano primordiale. Tutto ciò che viene immerso in essa “muore” e uscendone è simile a un bambino senza peccati in grado di iniziare una nuova vita55. Lo stesso meccanismo spiega l’immersione delle statue in uso nel mondo antico e reperibile in varie religioni. Per esempio l’immersione del crocifisso o di statue della Madonna e dei santi per scongiurare la siccità e ottenere la pioggia, si praticava dai cattolici sin dal XIII secolo.56Nei testi vedici l’acqua viene identificata con il termine apah e viene considerata come mezzo purificatore, come vero elemento spirituale “la prima porta per raggiungere l’ordine divino”57.

50 Ivi, pag. 170 51 Nella tradizione puranica all’albero viene sostituito il loto, dal quale nasce Brama, etimologicamente: nato dal loto. 52 Coosmaraswamy, Yaksa II, Eliade Mircea, Trattato di Storia delle Religioni, op. cit., pag. 170 53 Taittiriya Brahmana, I, 1, 2, 5, Satapatha BR., XIV, I, 2, 11,; cfr. Ramayana, Ayodhya kanda, CX, 4; Mahabharata, Vana-Prana, CXLII, 28-62, 49-55;Bhagavata Purana, III, 13 ecc. 54 Ronnow, Trita Aptya, pag.36 e seg., Eliade Mircea, Trattato di Storia delle Religioni, op. cit., pag. 175 55 Ragione per la quale i morti in India vengono cremati su una pira galleggiante nell’acqua sacra del Gange. 56 Ivi, op. cit., pag.177 57 Atharva Veda, Fallace T. and Coles A., Gender, Water and development, Oxford, New York: Berg, 2005, pag. 41

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Durante l’atto del bagno, non è l’acqua in sé, ma entrando in contatto con la sacralità dell’acqua si può raggiungere la conoscenza che guida l’essere all’eterno sé. Qualsiasi peccato è in me, qualsiasi cosa sbagliata io possa aver fatto, se ho detto una bugia o falsamente bestemmiato, Acque rimuovete tutto lontano a me58. L’acqua è considerata sacra, ma uno non prega all’acqua ma alla sorgente di vita e spiritualità all’interno dell’acqua. Acqua considerata come purificata ma anche purificatrice come la reale e spirituale fonte di vita.59 1.2.5 La religione vedica e l’Induismo

I testi vedici sono raggruppati in quattro grandi sezioni, ognuna delle quali porta il nome di Veda.60 Abbiamo il Rg-Veda, ossia il sapere sotto forma di stanze, il Yajur-Veda, il sapere sotto forma di formule liturgiche, il Sama-Veda, sotto forma di melodie liturgiche, infine l’Atharva-Veda, ossia il sapere nella forma propria degli Atharvan, nome di una particolare casta di sacerdoti.. Ciascun Veda contiene numerosi elementi che potrebbero trovare posto in uno qualunque degli altri tre, spesso sezioni molto ampie sono interamente comuni. Le stesse parti rituali, coprono sia l’insieme del culto che la parte del sacrificio che riguarda ad esempio il cantore o il sacerdote incaricato di pronunciare le formule rituali. All’interno dei Veda, poesia e prosa vengono separate tra di loro e spesso l’espressione poetica si riteneva di maggior pregio, dal momento che la prosa vedica serviva soltanto a commentare i poemi e a descrivere le cerimonie del culto. Da qui nasce la classificazione: a) collezioni poetiche( Samhita); b) i Trattati rituali (Kalpasutra); c) i Brahmana, raccolte di prosa destinate al commento delle precedenti. Questi Brahmana si prolungano: d) negli Aranyaka, raccolte di commento di cerimonie minori, e: e) nelle Upanisad61, testi in prosa o versi destinati alla speculazione teologica. Queste denominazioni sono differentemente usate per designare le opere vediche con l’indicazione del Veda da cui provengono e spesso della famiglia liturgica che le ha tramandate. Alla fine del periodo dei Brahmana, si ha una graduale trasformazione della religione vedica, questo processo iniziato lentamente nelle Aranyaka62 diventa manifesto all’interno delle Upanisad. Allo stesso tempo la religione avanza dal punto di vista geografico, verso est e verso sud. Le trasformazioni sono prodotte da una pressione interna e allo stesso tempo

58 cit. Rg Veda , Atharva Veda, Fallace T. and Coles A., Gender, Water and development, cit., pag. 41 59 Baartmans F., Apah the sacred waters; an Analysis of Primordial Symbol in Hindu Myths, Delhi, Br Publishing., pag. 20 60 Un fenomeno analogo a quello del vangelo, che si considera unico ma alla fine si presenta in quattro redazioni: secondo Marco, secondo Luca, ecc. Varenne Jean, La Religione Vedica, Le Religioni dell’Estremo Oriente, India Cina Giappone, cit., pag. 5 61 sono certamente quelle che hanno ottenuto il maggiore successo in Occidente. Ognuna delle scuole vediche possiede la sua Upanishad, a volte designata con il nome della scuola, a volte invece con le parole iniziali. In realtà le Upanisad di epoca vedica non sono più di una quindicina: le altre duecento circa, conservateci dalla tradizione sono state concepite in epoche molto più recenti e concernono pratiche e credenze sconosciute ai Veda, come il Tantrismo e il culto di Shiva. Ivi, pag.13 62 Sono dei brevi testi, usati come appendice ai testi brahmani. Sono testi riferiti a pratiche rituali marginali, spesso di carattere magico che spesso si consigliava di studiare “nel bosco”, cioè lontano dalle normali comunità di insegnamento insediate nelle città e nei villaggi. Varenne Jean, La Religione Vedica, Le Religioni dell’Estremo Oriente, India Cina Giappone, cit., pag.12

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esterna. Così la religione, che viene detta vedica per la fase precedente, nella quale era stata introdotta da poco nella parte settentrionale dell’India, nella fase più recente verrà indicata con il termine Brahmanesimo. Termine che indica sia l’attaccamento alla credenza nel Brahman, sia l’importanza del ruolo svolto dalla casta sacerdotale. Essa prende anche il nome di induismo, termine di origine geografica pervenutoci con i musulmani. Hindu, forma iranica di Sindhu, indicava inizialmente alcune tribù insediate sulle rive dell’omonimo fiume, che noi chiamiamo Indo. Le idee religiose di queste comunità si diffusero in tutto il Nord e poi nella penisola; per contagio la denominazione si è diffusa in tutto il continente perdendo il suo significato originario. Al tempo della conquista islamica gli invasori lo applicarono a tutti coloro che non accettavano la religione del Profeta. Il termine Indù esclude così tutti coloro che sfuggono da questa duplice caratteristica: buddisti, jainisti, musulmani, cristiani. Dal punto di vista interno sembra che la trasformazione sia avvenuta cambiando le nozioni, di dharma a quella di rta, che prende le mosse dalle Upanishad. Entrambe rappresentano la regola e la legge cosmica. Rta, indicava il mondo del concatenato, una nozione cosmica alla quale corrisponde il concatenamento del sacrificio dove il processo rituale riproduce quello cosmico. La nozione di dharma, ha anch’essa una nozione cosmica che riveste contemporaneamente un aspetto morale. Il dharma è la legge che sottende l’universo, e gli oggetti che formano l’universo hanno a sua volta il loro dharma. Ogni uomo ha il suo dharma particolare, svadharma, una norma morale molto più che fisica, il dharma appare come legge morale ma anche legge cosmica. Quando il Brahmanesimo induista si sostituisce al Brahmanesimo vedico, il sovrano inizia a proteggere il mondo più con la sua retta condotta che non con il sacrificio63, cambiano così i rapporti tra uomo e divino64. Tra rta e dharma esiste oltre che qualcosa di antitetico, qualcosa di complementare. L’indiano dei tempi vedici non vedeva altro che vantaggi materiali procurati dal sacrificio e l’aldilà si fermava alla visione di una seconda vita che occorreva mantenere con l’aiuto di offerte. Dal giorno in cui si inizia a credere che ciascuna azione, brahman, compiuta nel corso della vita può avere conseguenze nelle future esistenze dell’uomo che si susseguono, samara, cambia anche il punto di vista. L’azione malvagia comporta un compenso cattivo, l’azione buona condiziona la natura del soggetto che la compie. Le vite che si ripetono in continuazione fanno parte della metafisica indiana, il timore di una trasgressione morale prevale su quello di una trasgressione rituale. Mentre l’errore tecnico era facilmente evitabile, quello morale era più insinuante e provocava l’angoscia metafisica.65 Il dharma rimane così il garante di tutta la vita religiosa e morale indiana che si perpetua ancora oggi.

63 Nel sacrificio antico era essenziale la precisione rituale: un sovrano,contribuiva al sostegno dell’universo nella misura in cui offriva vittime e pagava gli officianti perché facessero oblazioni destinate a garantire l’ordine cosmico. Esnoul Anne-Marie, L’Induismo, Le Religioni dell’Estremo Oriente, India Cina Giappone, cit., pag. 56 64 Buona parte dei riti di espiazione derivanti dal vedismo e venivano attuati con lo scopo di redimersi da errori rituali mentre in epoca induista hanno lo scopo di redimere gli errori morali. Esnoul Anne-Marie, op. cit. 56 65 Ibidem

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Secondo Capitolo

Acqua per la vita e dighe per il progresso?

2.1 Acqua per la vita 2.1.1 Crisi idrica a livello globale Con il significato di acqua, il Corano dice: “noi diamo vita a tutto”66 da questa semplice frase si estrapola una profonda verità: l’essere umano ha bisogno dell’acqua esattamente come dell’ossigeno, senza di essa la vita non esisterebbe. Il popolo ne ha bisogno per la cura personale, per la dignità, per i bisogni e il sostentamento familiare ha inoltre necessità che l’acqua sostenga il sistema economico e dia dei contributi a livello di produzione affinché si possa mantenere un buon livello di vita. Ultimamente lo sviluppo umano viene collegato allo sviluppo del proprio potenziale, su ciò che l’uomo può fare e può diventare grazie alla libertà di scelta e di azione. L’acqua pervade tutti gli aspetti dello sviluppo umano. Quando a un essere umano viene negato l’accesso all’acqua potabile nella propria abitazione o l’utilizzo dell’acqua nel sistema produttivo, in qualche modo viene costretto a una salute precaria, alla povertà e alla vulnerabilità. L’acqua da vita a tutto: compreso l’essere umano. Il corpo umano stesso è fatto per il 70% di acqua e senza di essa non possiamo vivere. Nonostante tutto ci troviamo ad affrontare una forte crisi idrica che va a peggiorare di anno in anno. Con il termine crisi idrica si indica quella situazione tale per cui la quantità di acqua disponibile pro capite è inferiore 1.000 metri cubi l’anno. Al di sotto di questa soglia lo sviluppo economico di un paese è fortemente ostacolato. Oggi 1,1 miliardi di persone dei paesi in via di sviluppo non hanno un adeguato accesso all’acqua e 2,6 milioni sono carenti in prestazioni sanitarie di base (tabella 1)67. Queste due carenze sono radicate nelle scelte e nelle istituzioni politiche e non nella disponibilità dell’acqua. L’utilizzo dell’acqua in campo domestico rappresenta una piccola frazione68, il vero problema è la forte disparità nell’accesso all’acqua pulita e l’igiene a livello domestico. In zone cittadine ad alto reddito, dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa Subsahariana, la gente ha accesso a diversi centinaia di litri di acqua al giorno a basso costo distribuiti nelle case dalle aziende pubbliche. Allo stesso tempo, nei quartieri poveri degli stessi paesi si ha accesso a meno di 20litri di acqua al giorno a persona, necessaria a ricoprire i principali bisogni umani. Le donne e le ragazze sono quelle che sentono di più questo peso, dal momento che passano parte della giornata a raccogliere l’acqua per sostentarsi. In tutto il mondo l’agricoltura e l’industria si devono adeguare per contenere i danni idrologici. Nonostante la scarsità sia ormai un fattore appurato e quindi un problema comune, nono viene comunque percepito nello stesso modo da tutti. In India pompe di irrigazione estraggono acqua dalle sorgenti 24 ore al giorno per i contadini benestanti, mentre i vicini piccoli proprietari dipendono dalle instabili piogge69. Anche in questo

66 Watkins Kevin, Human Develompment Report 2006, Beyond scarcity: power, poverty and the global water crisis, UNDP, New York, 2006, pag.2 67 Ibidem. 68 Solitamente meno del 5% del totale. Ibidem 69 Ibidem

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caso la causa della scarsità nella maggioranza dei casi dipende non da carenze fisiche di rifornimenti ma da cause politiche e istituzionali. In molti paesi la scarsità è il prodotto di politiche pubbliche che hanno incoraggiato la sovrautilizzazione dell’acqua attraverso sussidi, deprezzamento e pratiche discriminatorie. Oltre al problema acqua a livello domestico e industriale, c’è la sempre maggiore esclusione della popolazione povera alla quale viene negato l’accesso sia per la stessa condizione di povertà, ma anche per via di diritti non riconosciuti o politiche pubbliche discriminatorie. Quando si arriva all’acqua, in molti paesi lo schema è sempre lo stesso, il povero è colui che paga maggiormente i costi dello sviluppo umano avendo però minor accesso al bene ricavato; in questo caso l’acqua. “Il diritto umano all’acqua”, dichiara la Commissione delle Nazioni Unite dei diritti economici sociali e culturali, “ da diritto a ciascuno, ad avere accesso all’acqua fisicamente e civilmente sia per uso personale che domestico”.70 Questi punti rappresentano le fondamenta per la sicurezza dell’acqua, anche se ancora oggi vengono violati. I Poveri non hanno accesso all’acqua pulita e per averla pagano anche cifre esorbitanti. E’ qui che entra in campo la privatizzazione dell’acqua. Una buona fetta della popolazione mondiale inizia a rifornirsi di acqua dai mercati privati. Ormai l’acqua conta più del petrolio e come l’oro nero tutti ne vogliono di più. Cresce il divario tra disponibilità e domanda, e in nome suo aumentano dovunque competizione e conflittualità. Ma perché la scarsità di acqua è un problema? In parte perché l’acqua, come la salute non viene equamente distribuita tra i paesi, l’accesso all’acqua richiede infrastrutture e a sua volta l’accesso alle infrastrutture è influenzato dalle politiche fra stati e fra quelle all’interno di ciascuno di essi. Oggi circa 700 milioni di persone in 43 paesi vivono sotto la soglia minima dell’utilizzo di acqua; se la richiesta di acqua si dovesse intensificare in Cina, India e Africa Subsahariana, si arriverà nel 2025 a una quota pari a 3 miliardi71. Il problema dell’acqua è strettamente collegato al problema ambientale. In Cina i fiumi non sfociano più nel mare, in India le falde acquifere si prosciugano e le uniche soluzioni realmente efficaci sarebbero quelle dell’ecologia dell’acqua. La crisi idrica che, come abbiamo detto colpisce soprattutto i paesi in via di sviluppo, si costituisce al concorrere di diversi fattori: cambiamento climatico, cattiva gestione a livello statale e poca considerazione a livello ecologico della natura che ci circonda. 2.1.2 Cambiamento climatico L’impatto della crisi del clima sulle forme di vita viene mediato dall’acqua attraverso inondazioni, cicloni, calore e siccità. La furia dell’acqua può essere domata attraverso il controllo dell’anidride carbonica, oggi a livelli altissimi. La destabilizzazione climatica iniziata con l’industrializzazione si è aggravata solo di recente. Nel 1850 la presenza di biossido di carbonio nell’aria era di 280 parti per milione, a metà degli anni novanta era arrivata a 360 ppm.72Questa crisi climatica che a noi si manifesta sotto forma di inondazioni, siccità, ondate di calore e inverni gelidi, è il risultato dell’inquinamento aggravato dalle regioni più ricche del mondo. Con l’aumento del biossido di carbonio, le molecole intrappolano calore causando l’innalzamento della temperatura globale. Assieme ad altri gas, come il metano

70 Watkins Kevin, Human Develompment Report 2006, Beyond scarcity: power, poverty and the global water crisis, UNDP, New York, 2006, pag.9 71 Watkins Kevin, op.cit, pag.14 72 Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, Feltrinelli, Milano 2006, pag. 54

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Intergovernmental Panel on Climate Change , Climate Change2007:Syntesys Report, http://www.ipcc.ch/ e l’azoto, l’impatto dell’anidride carbonica diventa anche più dannoso. Il rapporto dell’ Ipcc, Intergovernmental Panel on Climate Change, rivela come le emissioni prodotte dalla combustione di gas stiano intrappolando una quantità di calore superiore alla norma. Undici tra gli ultimi dodici anni sono stati i più caldi del pianeta (1995-2006)73 causando carenza nei raccolti, siccità, aumento di malattie, alluvioni, frane e cicloni. Come sempre le principali vittime dei disastri climatici sono quelle che hanno le responsabilità minori nel creare le condizioni di destabilizzazione. Nonostante il riconoscimento mondiale del mutamento climatico e l’impegno a combattere il riscaldamento globale, gli Stati Uniti si oppongono all’applicazione dell’accordo raggiunto a Kyoto per ridurre i gas serra, benché questi ne producano più del 25%, la parte maggiore relazionata agli altri paesi. Sempre secondo gli ultimi studi compiuti dalla IPCC, le variazioni climatiche, causate soprattutto dalle emissioni di gas emessi dalle industrie, fanno aumentare le temperature dei mari tropicali intensificando le precipitazioni, che assieme all’innalzamento del mare minacciano di inondare zone costiere e aumentare la salinità delle fonti acquifere. L’innalzamento del mare aumenterebbe inoltre il rischio cicloni, come quello avvenuto nell’Orissa in India74. Non sono da meno le alluvioni e gli uragani. Nel 1995 un’inondazione in Bangladesh ha colpito quasi 19 milioni di persone, l’isola di St Thomas nei Carabi è stata devastata dagli uragani, la Francia e i Paesi Bassi vengono

73 Intergovernmental Panel on Climate Change , Climate Change2007:Syntesys Report . 74 Il ciclone avvenne nel 1999 ad una velocità del vento pari a 260 Km all’ora rispetto alla media passata dei 73Km all’ora. Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., pag. 57

Figure 10.12

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colpiti da piogge e alluvioni senza precedenti75. O c’è troppa acqua o e n’è troppo poca ed entrambe gli stremi costituiscono una minaccia alla sopravvivenza. A causa dei cambiamenti climatici la temperatura della terra è aumentata di 0,4-0,8 gradi rispetto a un secolo fa. Secondo la popolazione locale, il ghiacciaio di Gangotri, la principale fonte perenne del potente fiume Gange, sta recedendo di 5 metri all’anno. Il cambiamento climatico sta trasformando la natura, le temperature si alzano e la stessa Convenzione sul Cambiamento Climatico tenutasi nel 1992 mette in guardia i governi, sostenendo: che dove ci sono rischi di seri danni, la carenza di certezze scientifiche non deve essere una ragione per posporre l’azione. Ma nonostante tutto, le varie avvertenze hanno continuato a essere ignorate76. Il riscaldamento globale trasformerà la disponibilità di acqua; le aree carenti ne avranno sempre meno, le correnti dei fiumi saranno meno praticabili e soggette a eventi estremi. I risultati che ci si aspetta di avere in futuro saranno77:

• Riduzione del mercato dell’acqua in Sud Africa e Africa dell’est • L’arresto del sistema produttivo, con un totale di 75-125 milioni di persone che

moriranno di fame • L’accelerazione dello scioglimento dei ghiacciai che condurrà a una diminuzione

di acqua in un gruppo specifico di paesi: Asia dell’est, sud Asia e America Latina. • La scomparsa dei monsoni nel sud dell’Asia con conseguente diminuzione di

giorni di pioggia e aumento della siccità. • L’aumento del livello del mare che porterà a una perdita del delta di alcuni fiumi

come in Egitto, Bangladesh, Tailandia. La risposta internazionale ai problemi dell’acqua posti dal cambiamento climatico è stata sino a oggi inadeguata. Gli sforzi multilaterali, comprendenti il protocollo di Kyoto non vengono sempre rispettati; raggiungere gli scopi preposti dal protocollo per il 2012 significa controllare di più le politiche energetiche e adottare tecnologie più pulite. Il cambiamento climatico non è una minaccia futura, ma una realtà alla quale la gente e i paesi si devono adattare. L’adeguamento più importante è sicuramente da attuarsi nel campo agricolo, fortemente influenzato dalle precipitazioni che vanno sempre più a diminuire. Ma anche qui, gli aiuti internazionali che dovrebbero servire come pietre miliari per un adeguamento mondiale al cambiamento, in realtà sono inadeguati. Secondo il resoconto dello sviluppo umano del 2006 promosso dall’ UNDP, gli aiuti sono precipitati in termini assoluti e relativi nell’ultima decade. Per i paesi in via di sviluppo l’aiuto internazionale è passato da 4,9 miliardi di dollari all’anno a 3,2 miliardi, dal 12% al 3,5% all’anno. Sicuramente questi dati non aiutano al rapido adattamento. I paesi che si trovano ad affrontare cambiamenti dal punto di vista dell’acqua, dovrebbero cercare di attuare delle strategie mirate, come promuove l’ UNDP78:

• Sviluppare delle risorse intergate di acqua all’interno dei limiti della sostenibilità ecologica e quindi creare dei programmi per tutte le sorgenti di acqua.

• Mettere l’equità e gli interessi dei poveri al centro della gestione

75 Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., pag. 57 76 Watkins Kevin, Human Develompment Report 2006, Beyond scarcity: power, poverty and the global water crisis, cit., pag. 20 77 Ibidem 78 Watkins Kevin, op. cit., pag. 16

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• Far si che la gestione dell’acqua faccia parte delle strategie nazionali per la riduzione della povertà.

• Riconoscere il vero valore dell’acqua, attraverso delle appropriate politiche di prezzo e attraverso procedure nazionali che ritirino i sussidi per l’incoraggiamento dell’abuso di acqua.

• Incoraggiare l’utilizzo di acqua attraverso una sicura fonte di acqua distinta per usi produttivi e di lavoro da quella per usi domestici.

• Aumentare gli aiuti nazionali e internazionali per investimenti in infrastruttura d’acqua.

• Rispondere al surriscaldamento globale dando enfasi alle strategie di adattamento nell’amministrazione delle politiche dell’acqua e degli aiuti.

• Triplicare gli aiuti all’agricoltura A spiegare la crisi dell’acqua ci sono due paradigmi contrastanti: il paradigma del mercato e quello ecologico. Il primo vede la scarsità idrica come derivante dall’assenza di commercio dell’acqua. Come affermano Anderson e Snyder: Al crescere del prezzo di una merce si tende a ridurre il consumo e a cercare mezzi alternativi per raggiungere il fine desiderato. L’acqua non fa eccezione.79 I limiti ecologici come anche quelli economici della povertà, non vengono mai presi in considerazione dal mercato. Lo sfruttamento e la scarsità dell’acqua sono problemi a cui il mercato non riesce a rimediare attraverso la sostituzione con altre merci. La crisi dell’acqua è una crisi ecologica che ha cause commerciali ma non soluzioni di mercato. Le soluzioni di mercato distruggono la terra e aumentano le disuguaglianze. Secondo V. Shiva la soluzione alla crisi ecologica è l’ecologia di pari passo con la democrazia. Per fermare la crisi dell’acqua ci vuole una rinascita della democrazia ecologica. 2.1.3 Ecologia dell’acqua Sarà in grado la terra di sostenere un’economia globale in continua crescita e di assorbire al tempo stesso l’inquinamento che lo sviluppo economico produce ? Per calcolare lo spazio ecologico occupato dall’umanità, a livello nazionale e globale, lo studioso Wackernagel ha sviluppato un concetto noto come “impronta ecologica”. L’analisi dell’impronta misura la “quantità di natura” consumata da un’economia e quindi le risorse di cui essa si alimenta e i rifiuti che produce. La misurazione avviene utilizzando un unico sistema metrico (gli ettari globali di terra e acqua)80. India, Cina, Europa, Stati Uniti e Giappone vivono tutti al di sopra della loro capacità ecologica. Le economie più sviluppate stanno consumando il loro capitale ecologico abbattendo foreste, sottraendo acqua alle falde e immettendo nell’aria carbonio difficile da assorbire. Il ciclo idrologico è un processo ecologico, l’acqua viene ricevuta dall’ecosistema sotto forma di pioggia o neve, le precipitazioni alimentano i fiumi, le falde acquifere e le fonti sotterrane. La quantità di acqua che spetta a ogni sistema dipende dal clima che questo possiede, dalla geologia dalla vegetazione e così via…..tutti fattori che l’essere umano ha usurpato abusando della terra. La deforestazione ha compromesso la capacità dei

79 Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., pag.31 80 Se l’impronta ecologica è più grande della sua biocapacità, vuol dire che la sua economia sta consumando più di quanto il paese disponga in termini di foreste, terre coltivabili e altre risorse e sta prendendo troppo dalla capacità dell’ambiente di assorbire i rifiuti.World Watch Institute, Rapporto sullo Stato del Pianeta, focus: Cina e India, 2006, pag. 62

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bacini di trattenere l’acqua. L’uso di combustibili fossili ha provocato l’inquinamento atmosferico, i cambiamenti climatici responsabili dell’aumento di fenomeni di inondazione, cicloni e siccità. Le foreste sono state da sempre dighe naturali, raccoglievano l’acqua e poi la rilasciavano sotto forma di ruscelli, parte dell’acqua evaporava tornando nell’atmosfera e se la foresta era ricca di humus questa tratteneva l’acqua per rigenerarla. Con il disboscamento tutto questo non è più possibile e l’acqua scorre via distruggendo la capacità di conservazione del suolo. La crisi d’acqua chiaramente si diffonde a macchia d’olio in tutti i settori che la riguardano. Molti dei villaggi Himalayani una volta autosufficienti, sono stati costretti a importare cibo perchè le fonti di acqua si sono esaurite e una volta sparite le foreste sono aumentate le frane e le alluvioni81. Nel 1978, nel villaggio di Tawaghat, successe la stessa cosa che avvenne nel 1963 con la diga del Vajont, il fianco di una montagna franò nel Bagirathi, formando un lago, che cedendo inondò la pianura gangetica. A dare inoltre un forte peso alla crisi mondiale dell’acqua c’è il diffondersi delle monoculture di determinate specie naturali non compatibili con certi ecosistemi. Vandana Shiva82 fa notare come in India la monocultura dell’eucalipto83 impiantato in regioni carenti di acqua, come in India e in Sud Africa, è la causa di grossi problemi idrici. In Sud Africa dopo aver eliminato piante estranee all’ambiente e introdotto l’eucalipto, che utilizzava 3,3 miliardi di metri cubi d’acqua in più rispetto alla vegetazione originaria, si è registrato un’ aumento della portata dell’acqua del 120%.84 La scarsità come abbiamo già detto non è sempre una calamità naturale, spesso è il frutto di scelte di governo sbagliate, come per esempio la Rivoluzione verde degli anni cinquanta, usata in paesi come Cina e India per ampliare la produzione globale alimentare. Vennero diffuse sementi ad alto potenziale genetico affiancate a fertilizzanti, acqua e prodotti chimici consentendo un incremento significativo della produzione agricola in gran parte del mondo. Ma i costi, soprattutto ambientali, di questa rivoluzione sono stati ignorati. Le critiche che vengono mosse sono: la perdita della biodiversità, la dipendenza da combustibili fossili, l’inquinamento, il degrado del suolo, la dipendenza economica e la dimensione sociale. Le forti esigenze idriche hanno portato all’estrazione di acqua in zone che ne erano povere. Inoltre venivano attinte attraverso tecnologie avanzate come le pompe elettriche, che estraevano acqua più rapidamente di quanto la natura fosse in grado di rigenerare. E anche lo sfruttamento freatico divenne economia. La privatizzazione delle acque ha fatto sorgere in India i pozzi come funghi. Nel Maharshtra, la Banca Mondiale è intervenuta fornendo finanziamenti per acquisire moderni macchinari per l’estrazione dell’acqua e il risultato è stato un boom della coltivazione di canna da zucchero fortemente dipendenti dall’acqua, tanto da consumare l’80% della sorgente per l’ irrigazione.85In meno di un decennio i campi hanno trasformato l’acqua freatica in merce, lasciando assetate popolazioni e coltivazioni Un altro esempio è quello della valle di Malwa nell’India centrale, conosciuta un tempo come zona ricca di acqua, oggi diventata arida e i suoi residenti sono costretti a percorre circa 4 km per trovare acqua. L’estrazione meccanizzata non è un fenomeno

81 Come nel caso del disastro Alaknanda, in cui un enorme frana ha bloccato il fiume e inondato 1000 Km di terra, spazzando via tutto. Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, Feltrinelli, Milano 2006, pag.19 82 Vandana Shiva è una fisica ed economista indiana, dirige il Centro per la scienza, tecnologia e politica delle risorse naturali a Deradun in India, E’ tra i massimi esperti internazionali di ecologia sociale. Attivista politica radicale e ambientalista 83 L’habitat dell’eucalipto è quello australiano e la stessa Australia afferma che in annate con scarsità piovana gli eucalipti creano deficit a livello di umidità. Vandana Shiva, op. cit., pag. 21 84 Ibidem. 85 Vandana Shiva, op. cit., pag. 26

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riscontrabile solo in India, anche in Africa Subsahariana i pozzi hanno sostituito la pratica tradizionale del movimento delle bestie da un luogo all’altro. I nuovi pozzi fornivano abbastanza acqua ai pastori da incoraggiarne l’insediamento in una sola località aumentando così lo sfruttamento del bestiame. Trasformandosi in stanziali, i pastori hanno aggravato il problema della desertificazione. In quasi tutte le collettività indigene, la gestione dell’acqua in modo collettivo è la chiave della conservazione idrica. Le regole di gestione d’uso e di limiti hanno permesso che regnasse sempre l’equità e la sostenibilità, ma l’avvento della globalizzazione ha soppiantato il controllo dell’acqua a livello micro per lasciare spazio allo sfruttamento privato. In India quando si è iniziato a investire maggiormente sui progetti idrici i villaggi hanno visto diminuire sempre più le riserve di acqua. Negli anni settanta e ottanta la Banca Mondiale e altre agenzie si sono concentrate su tecnologie sulla fornitura di acqua che si sono rivelate disastrose. A partire dagli anni novanta queste hanno spinto verso la privatizzazione, spesso per correggere i fallimenti ottenuti negli anni ottanta attraverso i loro stessi investimenti. Nello stato del Gujarat a seguito della crisi idrica del 1985-1986, fu attuato un programma di emergenza che prevedeva circa quattrocento pozzi tubolari, ma queste nuove fonti adesso si sono esaurite. Le potenti tecnologie di prelievo hanno portato solo a una carestia di acqua nel sottosuolo. 2.1.4 Cibo e Acqua Senza acqua la produzione di cibo sarebbe impossibile. E’ per questo che la scarsità e la siccità comportano una riduzione nella produzione alimentare. La scelta degli alimenti da coltivare dipende proprio dalla quantità di acqua presente. Nei territori poveri di acqua si sono affermate culture poco esigenti in fatto di irrigazione, mentre quelle con più necessità di acqua si sono sviluppate in zone umide. Nei territori umidi dell’Asia si sono sviluppate le risaie, mentre in zone semiaride hanno prevalso frumento, orzo, mais, sorgo e miglio. Ma oggi giorno la monocultura diventa il metodo di produzione a livello nazionale, internazionale e aziendale. L’influenza delle culture è data anche dalla variazione genetica. Se il mais, il sorgo e il miglio convertono l’acqua in materiale biologico e sopportano bene l’umidità, con la rivoluzione verde tutte queste culture “amiche” dell’acqua sono state sostituite con quelle a uso intensivo. La produttività in rapporto all’acqua è stata ignorata e il risultato delle le nuove coltivazioni è stato mediocre. I contadini hanno sempre scelto varietà specifiche per i terreni da loro utilizzati, cosa che non ha fatto l’agricoltura moderna, che ha inoltre eliminato i caratteri propri di resistenza alla siccità di determinate coltivazioni. L’agricoltura industriale ha prodotto alimenti usando metodi che hanno ridotto la capacità idrica del suolo e creato un aumento della domanda di acqua. Il cambiamento di tipo di sementi e l’utilizzo di fertilizzanti chimici hanno rappresentato uno fattore sicuro alla carestia d’acqua. La siccità, fattore causato dal mutamento climatico influisce sicuramente sulla produzione, ma anche dove le precipitazioni non sono cambiate la capacità idrica del suolo è stata erosa. Tre acri di sorgo utilizzano la stessa quantità di un acro di riso e forniscono anche maggiori sostanze nutritive, ma l’avvento della rivoluzione verde ha spinto il terzo mondo verso la produzione di frumento e riso. Tutte queste introduzioni hanno avuto costi sociali ed ecologici. Innanzitutto la maggiore irrigazione ha portato a ristagni86, salinizzazione e desertificazione.

86 I ristagni si verficano quando la profondità della superficie freatica si riduce, se in un bacino si aggiunge acqua più in fretta di quanto questa possa essere drenata, la falda sale. Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., pag. 116

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La salinizzazione è sempre connessa al ristagno; nelle zone scarse d’acqua si ha una grossa quantità di sali disciolti che irrigando salgono in superficie e con l’evaporazione dell’acqua, i residui salini si depositano nella superficie. Secondo le stime oggi ci sono nel solo stato del Punjab 70.000 ettari i terra colpiti da salinizzazione. In India tutti questi fattori negativi hanno portato all’indebitamento dei contadini, che per poter lottare contro l’improduttività delle terre chiedevano presiti alle banche. A ciò si aggiunse la tassa di sviluppo sull’acqua che portò ad aspre manifestazioni di dissidenza, che con l’andare del tempo sfociarono con ribellioni cruente e morti. L’agricoltura diventa sempre più insostenibile e a causa della cattiva gestione che porta allo spreco e alla distruzione. Ne abbiamo esempi anche al di fuori dell’India, come il lago Aral dove oggi porti e pescherecci distano a 40-50Km dalle coste del lago. La causa sono le acque dei suoi affluenti deviate per irrigare piantagioni di cotone87, frutta, ortaggi e riso. Ma l’esaurimento idrico non è l’unico problema di cui è responsabile l’agricoltura industriale. Nel Bengala, l’utilizzo dei pozzi tubolari di profondità è stata la causa da avvelenamento da arsenico, stesso problema si è verificato anche in Bangladesh. Secondo molte grosse multinazionali la soluzione dei problemi idrici risiede nell’ingegneria genetica che promuove l’introduzione di sementi resistenti alla siccità. Ma questa teoria in realtà non è ancora provata, le coltivazioni Ogm attualmente in corso, per esempio le culture della Mosanto resistenti agli erbicidi, hanno portato all’erosione del suolo88. Anche il riso golden ricco di vitamina A aumenta l’uso di acqua a discapito di altre piante come l’amaranto e il coriandolo che richiedono meno acqua e apportano più vitamina A, essenziale nei bambini per prevenire la cecità. Come dice Vanda Shiva il riso golden non è altro che “ un approccio cieco alla prevenzione della cecità”. Bisognerebbe investire di più sulla competenza indigena e proteggere i diritti delle comunità locali, questi sono gli unici mezzi per assicurare a tutti accesso ad acqua e cibo. La produzione totale dei cereali sotto la crisi dell’acqua, per esempio, sarà di 249 milioni di tonnellate, 10%, meno del solito business, risultato del declino sia delle aree coltivabili che del raccolto. Questa riduzione è la perdita annuale del raccolto di cereali dell’India o dell’annuale raccolto dell’Africa Subsahariana, dell’Asia dell’est e del nord Africa. Comparando tutto questo al commercio odierno, l’area di raccolta dei cereali sotto la crisi idrica sarà di 17.7 milioni di ettari, o meglio il 3% in meno rispetto ai paesi ricchi.89

87 State of the World 2006, Acqua dolce tesoro da custodire. 88 Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., pag.114 89 Mark W. Rosegrant, Ximing Cai, and Sarah A.Cline, International Food policy research Institute, sustainable options for ending hunger and poverty, Global Water Outlook 2025, Averting an Impending Crisis, pag. 3

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World Commission in Dams, Dams and Development, a New Framework for Decision-Making, Earthscan, Novembre, 2000

2.1.5 Acqua e sviluppo Siamo all’inizio del ventunesimo secolo e viviamo in un mondo di ineguagliabile prosperità, ma ancora oggi circa 2 milioni di bambini muoiono ogni anno per carenza di acqua pulita. La crescita economica dal 1950 a oggi è stata all’incirca del 4% all’anno90. L’equilibrio mondiale sta cambiando e l’Asia diventa sempre più forte. Tale crescita economica ha due principali implicazioni nella domanda di acqua; la prima è che l’aumento della produttività economica ne fa aumentare anche la domanda per l’erogazione dei servizi; la seconda è che sia lo sviluppo che la crescita economica, e quindi il cambiamento tecnologico che ne consegue, portano a dei cambiamenti strutturali nell’ambito di beni e servizi che la società produce e nel modo in cui questi servizi vengono forniti. La domanda di acqua per unità di prodotto interno lordo è data da una combinazione di queste due componenti. Paesi con lo stesso prodotto interno lordo ma con differenti caratteristiche di produzione possono consumare più acqua rispetto ad altri paesi. Questo lo si denota se per esempio si comparano Stati Uniti e Canada con Germania e Francia o con India e Cina. Negli ultimi cinquanta anni ci sono stai dei miglioramenti anche se la gestione dell’acqua e delle tecnologie non sono sempre disponibili e a volte assenti del tutto dove ce n’è più bisogno. Nonostante l’aumento tecnologico il numero delle persone che non ha accesso all’acqua pulita cresce sempre più.

90 Mark W. Rosegrant, Ximing Cai, and Sarah A.Cline, International Food policy research Institute, sustainable options for ending hunger and poverty, cit., pag. 3

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Quanta acqua serve per una o più persone? Sebbene il clima e la cultura influenzino quello che è un corretto e appropriato livello di consumo d’acqua, alcune agenzie internazionali ed esperti hanno proposto 50 litri a persona al giorno91 per un totale che ricompre le basilari necessità umane, per bere, lavarsi, cucinare e l’igiene. Gli analisti prevedono un aumento competitivo tra gli utilizzatori di acqua, in particolare in 3 settori: agricoltura, industria e uso domestico. L’uso maggiore di acqua per l’agricoltura viene sostenuto dall’Africa, dall’Asia e dall’America Latina, circa l’85%, mentre in tutte le altre regioni, fatta eccezione per l’Oceania, l’uso domestico è pari a meno del 20%92. La disponibilità e l’uso di acqua non è sempre distribuita nel mondo in base alle necessità umane. Per colmare la carenza di acqua si è sempre ricorsi a mezzi non adeguati, tra questi c’erano le costruzioni di grandi dighe o di sistemi di canalizzazione. 2.2 Dighe per il progresso? 2.2.1 Breve storia dei fiumi Scrivere la storia senza metterci l’acqua è come lasciare fuori una larga parte della storia. L’esperienza umana non è mai stata così secca come questa. Donald Worster, Rivers of Empire, 198593 Tutta la terra fa parte di un sistema di fiumi e bacini che scorrendo sopra e attraverso di essa, la modellano. I fiumi sono più di semplice acqua che scorre verso il mare. I fiumi trasportano a valle acqua ma anche importanti sedimenti, minerali, detriti di piante e animali vivi o morti. Anche il letto, le banchine, le acque sotterrane fanno parte del fiume, come le foreste, i prati, le aree soggette ad allagamenti e così via. Lo spartiacque inizia sempre dalle cime delle montagne o delle colline, la neve sciolta assieme alle piogge, crea dei piccoli ruscelli che unendosi ad altri ruscelli e alle sorgenti sotterranee, ne ingrossano la portata per poi diventare fiume. Come lasciano le montagne, i fiumi discendono e iniziano a intrecciarsi e districarsi cercando il loro sentiero. Se il fiume è fangoso e il terreno è piatto, i sedimenti possono formare un delta e il fiume dividendosi va a sfociare nel mare. Gli estuari, cioè le parti nelle quali l’acqua dolce del fiume viene a contatto con quella salata dei mari, sono le parti biologicamente più produttive. La diversità dei fiumi non dipende solo dal terreno in cui essi scorrono ma anche dalle stagioni e dalle annate ricche di pioggia e da quelle secche. Le grandi pietre miliari della storia umana si trovano nelle banchine dei fiumi. I resti di uno dei nostri primi antenati, furono ritrovati nelle rive del fiume Awash in Etiopia. La prima civiltà umana, nacque nel terzo millennio a.C., lungo il Tigri e l’Eufrate, il Nilo e il fiume Indo e più tardi sul fiume Giallo e sempre più tardi, un punto cruciale del cambiamento umano è avvenuto lungo i fiumi nel nord Inghilterra, fiumi che servivano per il mantenimento delle industrie. I fiumi, e le varietà di animali e piante si sostengono a vicenda, provvedono a mantenere le società cacciatrici con l’acqua per bere e per lavarsi, con il cibo, le droghe, le medicine, i coloranti, le fibre e il legno. I fiumi servono ai pastori come agli agricoltori

91 Mark W. Rosegrant, Ximing Cai, and Sarah A.Cline, International Food policy research Institute, sustainable options for ending hunger and poverty, cit., pag.5 92 Ibidem 93 Citato in Mc Cully Patrick, Silenced Rivers, The ecology and Politics of Large Dams, Zed Books, 2001

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e alle città per portar via i rifiuti prodotti. Servono per il commercio, le esplorazioni e le conquiste. Il ruolo dei fiumi come sostenitori di vita e fertilità si riflette anche nei miti e nelle credenze di mote civiltà. In molte parti del mondo i fumi vengono chiamati “Madri”, la Narmada “Madre Narmada” , il Volga “Madre della Terra”. La parola thai per fiume, mae nan, tradotta letteralmente significa “acqua madre”. I fiumi vengono spesso associati a divinità femminili; nell’antico Egitto il fiume Nilo veniva associato alle lacrime della dea Isis, il fiume irlandese Boyne veniva visto dagli isolani come il più impressionante monumento storico funerario e per i Celtici era come una dea94. I fiumi indiani, sono forse quelli più avvolti di mistero, miti storie epiche e significati religiosi. L’ambientalista Vijay Paranjpye parla di un testo sacro nel quale si sostiene che “tutti i peccati vengono lavati via facendosi il bagno tre volte nello Saraswati, sette volte nello Yamuna, una volta nel fiume Gange, ma un solo sguardo nel fiume Narmada per assolvere uno da tutti i peccati!” Un altro testo sacro descrive il fiume Narmada come donatore di gioia, beatitudine e come colui che da la felicità95. Della vita alimentata grazie ai fiumi, il salmone è forse quello più ricoperto di significato mitologico. Una leggenda lo vede come “ il salmone della Conoscenza”, che nuotava in una piscina nelle sorgenti del fiume Boyne. Chiunque avrebbe assaggiato il pesce avrebbe conosciuto qualsiasi cosa al mondo, presente passato e futuro. Anche i nativi d’america vedevano il salmone come un essere superiore e ancora oggi alcune tribù danno il benvenuto al primo salmone come se fosse la visita di un importante capo. Ma se i fiumi hanno provveduto a donare la vita, con se hanno portato anche la morte. Gli stanziamenti nelle pianure, che hanno permesso alle popolazioni di avere vantaggi dalle alluvioni, sono anche stati esposti alle catastrofiche inondazioni96. I miti e le leggende sui fiumi sono comuni a molte culture nel mondo, dal vecchio testamento ebreo, a quello pagano norvegese sino a quelli indigeni d’america. Gli sbarramenti hanno apportato grossi cambiamenti alle sorgenti. Niente altera un fiume totalmente come una diga. La riserva è l’antitesi del fiume, la cui essenza è quella di scorrere mentre quella della riserva è di immobilità. La diga è un monumento statico, cerca di controllare un fiume attraverso i suoi cambiamenti stagionali, intrappola sedimenti, altera la temperatura del fiume e le sue qualità chimiche, coinvolge i processi geologici di erosione attraverso i quali il fiume scolpisce la terra che lo circonda. 2.2.3 Dighe: cosa sono e cosa fanno Un bacino è il trionfo dell’uomo sulla natura e la vista di una grande lastra di acqua porta una profonda soddisfazione a coloro che la ammirano. S.H.C. Silva , Consultant to Irrigation Department of Sri Lanka. 199197 Le dighe hanno due funzioni principali98:

• Raccogliere acqua per compensare le fluttuazioni del flusso del fiume e per rispondere alla domanda di acqua ed energia.

94 Mc Cully Patrick, Silenced Rivers, The ecology and Politics of Large Dams, Zed Books, 2001, pag. 8 95 McCully, op. cit., pag.9 96 Gilgamesh, fu la prima storia epica sopravvissuta, parla di un grande fiume scatenato da Dio per devastare il peccato in Mesopotamia. McCully, op. cit., pag.10 97 Citato in McCully, op. cit., pag.11 98 Ibidem

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• Aumentare il livello di acqua che va a monte per poi indirizzarla in var canali aumentandone il salto99, cioè la differenza tra l’altezza della superficie del bacino e la corrente del fiume.

La creazione di un deposito e della centrale permettono alla diga di generare elettricità per fornire acqua all’agricoltura, alle industrie e alle abitazioni, per controllare le inondazioni; per aiutare la navigazione dei fiumi permettendo un rapido aumentare e diminuire delle acque. Altre motivazioni sono i bacini per la pesca e attività di piacere come l’andare in barca. La capacità di generare elettricità dipende quindi dall’ammontare dell’inondazione e dal salto, di conseguenza dall’altezza della diga. Il vantaggio dell’energia idroelettrica rispetto alle altre è che i bacini possono accumulare acqua durante periodi di bassa domanda e poi successivamente iniziare velocemente a generarla durante le ore di picco di uso elettrico. L’energia nucleare, quella del carbone e degli impianti di petrolio, necessitano di più tempo per iniziare a generarla da freddi. La sostenibilità idrica per i picchi di elettricità negli ultimi anni ha incoraggiato un boom degli impianti di stoccaggio. Questo sistema solitamente richiede due piccoli bacini uno sopra l’altro. Durante le ore di punta, l’acqua del bacino più in alto scorre attraverso le turbine nel bacino più piccolo, creando elettricità. L’acqua viene poi ripompata in salita usando dei piccoli picchi di elettricità. Lo sbarramento è un diverso tipo di diga, questi creano solo piccoli bacini e non possono realmente regolare l’inondazione. Lo sbarramento è solitamente un piccolo muro di pietre, calcestruzzo o vimini. Può essere una struttura molto grande di 10 o 20 metri d’altezza che si estende per centinaia di metri attraverso il fondo, la corrente generata da questo tipo di diga è proporzionale al flusso del fiume. Solitamente sono dighe che producono conseguenze minori rispetto alle dighe da riserva ma non sono ancora definibili benigne dal punto di vista ambientale perché la differenza tra queste e le altre non è ancora chiara. Come ogni fiume è unico, così ogni diga e la sua locazione sono uniche. Vengono comunque identificati tre tipi principali di diga: in terra, a gravità e ad arco100.

• Dighe in terra: quelle in terra sono le più semplici, le più economiche da costruire e compongono l’80% delle grandi dighe. Queste vengono solitamente costruite in ampie vallate vicino a siti dove sono disponibili grandi quantità di materiali necessari alla costruzione.

• Dighe a gravità: sono spessi muri rettilinei di calcestruzzo, costruiti in strette vallate con stabili rocce.

• Dighe ad arco: sono anche queste fatte di calcestruzzo e vengono solitamente costruite nelle vicinanze di gole con forti pareti rocciose e costituiscono solo il 4% delle grandi dighe. Hanno la forma di un arco e i lati del corpo diga sono appoggiati direttamente ai monti e su di essi scaricano la pressione esercitata dall'acqua.

Una diga contiene poi diverse caratteristiche strutturali oltre al grande muro, in poche parole è un grosso marchingegno umano con una sua storia. Forse, i primi che costruirono una diga furono i contadini che vivevano nelle montagne di Zagros in Mesopotamia. Vari reperti archeologici ci portano a pensare che i Sumeri, 6.500 anni fa, attraversarono le pianure del Tigri e dell’Efruate attraverso i canali di

99 Il salto è la differenza di quota tra il punto di prelievo dell'acqua ed il punto di restituzione [m].Gli impianti idroelettrici si suddIvidono in base al valore di questa grandezza in: Alta caduta: al di sopra dei 100 m;Media caduta: 30-100 m; Bassa caduta: 2-30 m. http://www.greencrossitalia.it/ita/acqua/risorse_acqua/dighe/le_definizioni.htm 100 Mc Cully Patrick, Silenced Rivers, cit., pag. 12

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irrigazione101. Non sono mai state trovate tracce di dighe ma si pensa che venissero usate per controllare le inondazioni e i canali di irrigazione. La prima vera diga della quale sono stati trovati i resti, risale al 3000 a.C. come parte di un sistema di scorta per la città di Jawa, oggi Giordania. La più grande di questo sistema aveva 4 metri di altezza e 80 centimetri di lunghezza. Poi 400 anni dopo ne venne costruita una nelle vicinanze di Cairo, la diga Sadd el kafra “ diga per i pagani” avente 14 metri di altezza e 113 metri di lunghezza102. Nel tardo millennio a.C. le dighe hanno iniziato a esser costruite nel Mediterraneo, in Cina e in Centro America. L’ingegneria romana è forse quella più riscontrabile oggi sia attraverso gli acquedotti che le dighe103. Le tecnologie per trasformare l’acqua in energia meccanica hanno una storia lunga quanto l’irrigazione. Un tipo di ruota idraulica chiamata Noria veniva già usata dagli egiziani per poi nel primo secolo d.c. essere soppiantata dai mulini. Nel 1900 la Gran Bretagna era lo stato che aveva più dighe al mondo, furono la conseguenza dell’industrializzazione e servivano per conservare l’acqua da fornire alle città e alle industrie. All’epoca sicuramente i costruttori delle dighe non avevano grandi dati da analizzare e spesso e volentieri le dighe cedevano, evento che nonostante l’avanzamento tecnologico continua ad esistere e l’America ne mantiene il primato. Il primo a scoprire e perfezionare la turbina ad acqua fu l’ingegnere francese Benoit Fourneyron nel 1832.L’importanza di questa turbina divenne chiara alla fine del XIX secolo quando grazie agli sviluppi dell’ingegneria elettronica si arrivò alla costruzione delle centrali energetiche. Il primo impianto idroelettrico è datato1882 e fu installato nel in Wisconsin per poi, negli anni successivi essere riprodotto in Italia e in Norvegia104. Pian piano le dighe si diffusero ovunque e la tecnologia delle turbine divenne sempre maggiore. 2.2.4 L’impatto delle dighe a livello ambientale e sociale Molti degli effetti provocati dalle dighe ai fiumi, sono difficili da prevedere con certezza, le teorie apportate sulle dinamiche ecologiche si basano soprattutto su studi a brevi termine e su particolari fiumi aventi determinate caratteristiche. Se ogni fiume è unico nelle sue caratteristiche, nell’ambiente in cui scorre e nelle specie che alimenta, i modelli con cui opera ogni diga e i suoi effetti sull’ambiente sono unici a sua volta. A volte gli effetti di una diga sull’ambiente si sono realizzati anche dopo cento anni dalla fine della costruzione. E’ per questo che la diga può essere considerata come un’ esperimento ambientale a lungo termine largamente irreversibile e senza controllo. Le due più grandi categorie di impatto ambientale delle dighe sono: quelle inerenti alla costruzione della diga e quelle date dallo specifico modo di operare in ciascuna diga, elencate nello schema sottostante.

101 Mc Cully Patrick, Silenced Rivers, cit., pag. 12 102 La diga venne spazzata via prima della conclusione dei lavori e non venne mai riparata dal momento che il Nilo inondava i terreni prima della stagione della semina, quindi non avevano bisogno delle dighe per l’irrigazione. Mc Cully Patrick, op. cit., pag. 12 103 La più grande diga romana sopravvissuta è quella di Alicante in Spagna, con 46 metri di altezza e 14 anni di lavoro.Anche in sud Asia le prime dighe risalgono al 460 a.C. Ibidem. 104 McCully, op. cit., pag.13

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I MAGGIORI IMPATTI AMBIENTALI DELLE DIGHE

A. Conseguenze date dall’esistenza della diga e del suo bacino

1. La corrente del fiume cambia, dalla vallata si sposta 2. Cambiamenti nella morfologia del letto del fiume, nelle banchine, nel delta, nell’estuario e nelle linee costiere dovute al sovraccarico dei sedimenti 3. Cambiamento nella qualità dell’acqua: effetti nella temperatura, nei nutrimenti, torpidità, gas dissolti, concentrazioni di metalli pesanti e minerali 4. Riduzione della biodiversità data dal blocco del movimento degli organismi dovuti a sua volta dai cambiamenti del punto 1, 2 e 3. Sovrapposti agli effetti sopra citati ci possono essere:

B. Conseguenze dovute allo schema su cui opera la diga

1.Cambiamento nella corrente idrologica: a) cambiamento nelle inondazioni totali b) cambiamenti nel tempo delle inondazioni stagionali c) fluttuazioni a breve termine delle inondazioni d) cambiamenti nelle estreme alte e basse inondazioni

2.Cambiamento nella morfologia della corrente date dall’alterazione delle inondazioni 3.Cambiamenti nella qualità dell’acqua 4. Riduzione specie dell’habitat, soprattutto a causa dell’eliminazione delle inondazioni.

Mc Cully Patrick, Silenced Rivers, The ecology and Politics of Large Dams, Zed Books, 2001, pag.30 La conseguenza più significativa è la frammentazione dell’ecosistema rivierasco, interi branchi di pesci vengono isolati e di conseguenza viene alterato il loro ciclo vitale. Quasi tutte le dighe infatti, riduco il flusso dell’acqua e l’eliminazione dei benefici dati dal naturale fluire del fiume, questo è forse l’impatto più ecologicamente dannoso. Alcuni effetti delle dighe possono favorire alcune specie, per esempio creando l’habitat per pesci di lago, oppure attraverso il riscaldamento dell’acqua fanno si che i pesci non adatti alle acqua gelide si riproducano nel bacino. Ma nel momento stesso in cui l’impatto della dighe richiede un adattamento delle varie specie, automaticamente ne deriva una diminuzione. Tra gli effetti più scontati ci sono: l’inondazione delle foreste, la morte di tutte le specie all’interno di essa, l’accumulo dei detriti, l’acqua stagna che diventa sporca oppure diventa salata105, i pesci intrappolati nel bacino106, i cambiamenti degli estuari e dei percorsi naturali e così via, a tutto ciò bisogna aggiungere gli effetti prodotti sull’ essere umano

105 Le dighe in zone calde sono esposte all’evaporazione di grandi quantità d’acqua. In 170 km cubici d’acqua evapora ogni anno più del 7% dell’acqua fresca consumata dalle attvità umane. Mc Cully Patrick, Silenced Rivers, cit., pag. 12 106 E’ il caso del pesce hilsa nella fiume Narmada. Ivi, pag. 43

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Nelle ultime sei decadi, i costruttori delle dighe hanno sfrattato dalle loro case e dai loro terreni più di 10 milioni di persone, la maggior parte, poveri, senza potere politico, indigeni o minoranze etniche. Questi legionari delle dighe chiamati “oustees”, estromessi, sono stati economicamente, culturalmente ed psicologicamente devastati. Alcuni sono stati compensati con terre altri in contanti e altri ancora con niente. Molte famiglie contadine sono state costrette a migrare nei quartieri poveri delle grandi città. Persino nei programmi che hanno avuto più successo, gli sfollati si sono lamentati di come la terra che avevano ricevuto non era di buona qualità come quella che possedevano precedentemente. I dislocati dai bacini sono quelli più visibilmente colpiti dagli artefici, dai fondatori e dai costruttori delle dighe. Molti altri hanno perso la casa e la terra con i canali, i progetti di irrigazione, le strade, le centrali elettriche e tutto lo sviluppo industriale che segue la costruzione di una diga. Altri non hanno perso fisicamente la loro casa, ma non hanno più accesso all’acqua pulita, i pesci, i giochi, il terreno per il pascolo, il legname, i frutti e i vegetali. Altri ancora a valle sono stati privati delle inondazioni annuali i quali dopo aver irrigato e fertilizzato i loro campi venivano ricaricati con l’acqua del fiume. Milioni hanno sofferto di malattie che le dighe e i grandi progetti di irrigazione, nei tropici soprattutto, hanno risvegliato. Il numero preciso delle persone obbligate a lasciare le loro case è difficilmente reperibile. Il maggior numero di persone sfollate proviene dalla Cina e dall’India. Molte statistiche prendono in considerazione solo le persone cacciate dai bacini, il cui numero viene adesso superato da tutti coloro che sono stati privati della terra o del sostentamento per via di altre parti del progetto o a causa degli effetti ecologici. Queste persone raramente vengono definite come “affette dal progetto” e come risultato non ricevono compensazione. Un simile trattamento viene riservato anche a coloro che perdono una parte di terra. La maggior parte, dei non riconosciuti, modi in cui le persone possono perdere il loro sostentamento a causa di una diga vengono ben illustrati dal progetto delle diga Indiana Sardar Sarovar (SSP) 107:

• Ottocento famiglie persero le loro terre e vennero spostate nella nuova città costruita per i lavoratori della diga. Sebbene l’acquisizione della terra iniziò nel 1961, le famiglie 35 anni dopo stavano ancora lottando per un’adeguata compensazione.

• Centinaia di adivasi108potevano essere strappati dalla loro terra tradizionale per creare una riserva naturale con lo scopo di mitigare la perdita di specie dovuta al bacino della SSP.

• Centinaia sono stati privati dell’accesso alle terre per la coltivazione perché il governo le sta convertendo in tre boschi per colmare la carenza di quelle sommerse dalla diga.

• Centinaia di coloro che coltivavano la terra, raccoglievano legname per combustione o mangime per gli animali o erano impiegati in terra agricole e con l’inondazione delle foreste si sono ritrovati disoccupati.

• Circa 140,000 proprietari terrieri perderanno almeno parte delle loro terre per via dei canali di irrigazione, circa 25.000 finiranno con meno di 2 ettari, considerato come il minimo possesso.

• Una grande zona di terra agricola, alcuni villaggi e intere città possono eventualmente essere inondate dal così soprannominato effetto “acqua stagnante”,

107 Mc Cully Patrick, op. cit., pag. 40 108 Letteralmente significa: “originale/primo a stanziarsi” ma viene usato per descrivere le persone indigene dell’India, ufficialmente conosciute come “tribù schedate” e quindi riconosciute come tali, che costituiscono circa l’8% della popolazione. Baviskar Amita, Waterscapes, Permanent Black, New Delhi, 2007, pag. 209

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causato dal graduale innalzamento dell’acqua dovuto ai depositi nella portata del bacino.

• A valle, la SSP è programmata per estirpare l’inondazione della Narmada tra la diga e il mare per buona parte dell’anno distruggendo il sostentamento di centinaia di pesci e di pescatori.

Uno dei più seri effetti a lungo termine è quello subito dalle persone che vivono a valle. In Africa, la mancanza annuale dell’inondazione annuale sotto la diga ha devastato intere pianure agricole e pescicolture. Non da meno è l’impatto verso la popolazione indigena che subisce il trauma anche dal punto di vista spirituale dal momento che si sentono fortemente legati alla terra. Vari studi antropologici hanno evidenziato come gli anziani sono quelli più toccati e che nei villaggi di riabilitazione continuano ad attuare i riti di preghiera anche in assenza del loro fiume sacro109. La paura della dislocazione si protrae spesso per anni o decadi, ricevendo voci o minacce. Come la diga viene proposta, la gente che vive nel futuro bacino inizia a soffrire per la carenza degli investimenti privati e del governo. I prezzi delle proprietà cadono, le banche si rifiutano di fare prestiti e non vengono costruite scuole o centri ospedalieri. Nel lasso di tempo che intercorre dallo sfratto alla riabilitazione, gli sfollati vivono in condizioni meno abbienti degli altri nelle aree vicine. Un esempio dei lunghi tempi per l’attuazione di questi progetti c’è fornito dalla diga delle Tre Gole. La proposta fu presa in considerazione per la prima volta nel 1919, il primo progetto fu disegnato nel 1944, disegni dettagliati vennero fatti nel 1955, e la preliminare costruzione iniziò nel 1993, il reinsediamento non è ancora stato completato nonostante la data di scadenza fosse il 2008110. L’incertezza su quando la diga si cominci a costruire e se verrà costruita o no, quante case e fattorie verranno sommerse, chi sarà idoneo al compenso e quanto gli verrà dato non viene spesso colmata nemmeno dopo l’inizio della costruzione. A volte anche dopo l’inizio dei lavori le regole per il compenso possono cambiare per ragioni politiche o economiche. Qualche volta inadeguate indagini fan sì che nemmeno le autorità sappiano quanta terra verrà inondata. Quando ci si avvicina alla fine dei lavori, il processo dello sfratto delle persone dalle aree che verranno inondate è spesso e volentieri violento o intimidatori con episodi di uccisioni111. Sicuramente in gran parte perché le persone si rifiutano di lasciare le loro case. La maggioranza degli sfollati sono il più delle volte inghiottiti inglobati dalle aree degradate nelle grandi città. In India tre quarti delle persone dislocate dalle dighe non hanno avuto terre o case, al massimo hanno ricevuto qualche compenso monetario. Oltre essere stati impoveriti questi vengono anche denigrati, per esempio gli sfollati della diga Regali nello stato dell’ Orissa, vengono soprannominati dai vicini “ i mancati sommersi”.112 Le compensazioni monetarie sono sempre misere, spesso perché il valore della terra perduta viene valutato in base a vecchie quotazioni, altre volte la causa è l’inflazione

109 Come nel caso dello studio condotto da Lyla Mehta e Anand Punja, le quali hanno messo in evidenza le differenze tra il vilaggio Gandher e quello di Malu dove gli adivasi vennero spstati dopo l’inondazione del fiume Narmada. “ Molte delle attIvità fatte nel fiume adesso vengono attuate nelle loro case”. Baviskar Amita, Waterscapes, cit., pag. 204 110 Ivi, pag 74 111 Per esempio nelle ex colonia britannica delle Rodhesia del nord vennero uccisi otto abitanti e feriti circa una trentina che si opposero alla abbandono della terra che sarebbe poi diventata il bacino di Kariba. Ivi, pag.73 112 Ivi, pag. 76

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che aumenta nel lasso di tempo che va dal momento dell’inondazione della terra al momento in cui viene elargita la somma. Inflazione che viene favorita anche dai prezzi esorbitanti delle terre vicino ai bacini, che ormai diventate rare, acquistano valore. A volte la terra fornita non è adeguata o è insufficiente per sostenere intere famiglie. Agli adivasi delle diga di Bargi, la prima ad a essere costruita nel fiume Narmada, vennero promessi 2 ettari di terra di rimpiazzo, ogni appezzamento sarebbe stato fornito con l’inondazione dei campi, la promessa non venne mantenuta e a gran parte dei 114.000 sfollati vennero forniti solo lotti per case o baracche e un pietoso compenso monetario113. Inoltre le terre che vennero inizialmente date in sostituzione non furono sede stabile e definitiva, dal momento che anche queste vennero inondate e gli abitanti scacciati per la seconda volta. Il reinsediamento non si è mostrato sino ad ora la soluzione migliore; malattia e casi di morte sono molto frequenti tra gli sfollati e i riabilitati, soprattutto tra i più giovani e i più vecchi. Le principali cause delle malattie sono la malnutrizione, la cattiva igiene dei luoghi di reinsediamento, i parassiti che nascono nell’acqua e lo stress psicologico che indebolisce l’organismo. Altri casi di morte sono dovuti all’annegamento, sia perché le loro piccole imbarcazioni non sono adatte ai bacini delle dighe ma anche perché non vengono mai messi al corrente delle fluttuazioni del livello dell’acqua che possono crearsi con i lavori nelle dighe. E’ il caso del 7 aprile 2005, quando 68 pellegrini sono stati uccisi mentre facevano una breve immersione religiosa nel fiume Narmada, nel villaggio Dharaji presso in distretto Dewas in Madhya Pradesh. Durante i festeggiamenti della festa religiosa Bhooti Amavasaya Mela, la diga Indira Sagar situata a 25 km a monte ha alzato le acque senza che le vittime fossero avvisate. Gli amministratori della Narmada Hydroeletric Corporation sostengono che l’amministrazione non è responsabile di tutto ciò che succede a valle. L’autorità della diga non sente di doversi tenere al corrente degli eventi locali. “il festival seguiva il calendario lunare e noi non siamo a conoscenza di questi eventi culturali” questa è stata l’affermazione del direttore esecutivo Dodeja.114 Gli stenti della riabilitazione non vengono inoltre distribuiti equamente. Per le donne la situazione solitamente è peggiore, spesso il compenso monetario va agli uomini e le donne vengono escluse. Maggiormente colpite anche per via della loro dipendenza ai beni comuni: in molte culture le donne hanno la responsabilità raccogliere legna, mangime, e vegetali. Queste persone vengono, per la prima volta nella loto vita, a conoscenza del debito. Per poter andare avanti iniziano a chiedere prestiti e se poi non riescono a ripagarli vendono anche l’unico pezzo di terra che gli è stato dato. Un’altro effetto è quello della rottura delle relazioni familiari, molti villaggi vengono divisi e riabilitati in diverse zone, le festività religiose perdono importanza e si intensificano le liti tra famiglie che si devono spartire il compenso monetario. Le donne che si vogliono sposare possono trovare marito solo all’interno del villaggio degli sfollati perdendo così il prestigio sociale.

113 Mc Cully Patrick, Silenced Rivers, cit., pag. 78 114 Padmaparna Ghosh Dewas, 68 Drowned, piligrims die as Indira Sagar releases water, Dow to Earth, 15 maggio, 2005, pag.22

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Riportato in Roy Arundhaty, “Per il Bene Comune”, Internazionale, 22/28 Ottobre, 1999, pag.22 2.2.5 Dighe e malattie Dal momento che le dighe alterano le condizioni ambientali e favoriscono lo spostamento di massa, una conseguenza pressoché scontata è quella della diffusione delle malattie, soprattutto nelle aree tropicali e subtropicali e dove vi sono canali di irrigazione. Molte delle malattie, che colpiscono i costruttori sembra siano spesso sconosciute alla popolazione dei villaggi che quindi si presentano deboli e immuni. I lavoratori delle dighe inoltre sono esposti a morti e infortuni, secondo François Lempérierè, un vecchio membro del comitato francese per le dighe, circa 100.000 lavoratori sono morti costruendo dighe e altrettanti sono stati gravemente feriti.115 La principale ragione per la quale le dighe e i sistemi di irrigazione apportano malattie è che ricreano l’ambiente nel quale gli insetti, le lumache e altri animali, che fungono da vettore, si moltiplicano. Una tipica malattia ricollegata ai canali di irrigazione e alle dighe è la schistosomiasi, che si diffonde attraverso le uova del verme che vanno a installarsi nella lumaca, all’interno della quale crescono, per poi ritornare nell’acqua e

115 Mc Cully Patrick, Silenced Rivers, cit., pag. 83

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infettarla. Basti che l’essere umano si sfreghi contro una pianta infetta e la larva penetra rapidamente nella pelle per poi entrare nel sangue. Un’altra delle malattie più diffuse al mondo è la malaria, parassita che vive all’interno della femmina di alcune specie di zanzare anofele e che pungendo l’essere umano lo infettano. I maggiori fattori che contribuiscono alla diffusione della malaria sono il clima e l’umidità e sicuramente i grandi progetti di acqua contribuiscono a tutto ciò. Inoltre incoraggiano le persone a vivere a contatto con le anofele quando lavorano e irrigano i cambi per poi andare a lavorare nelle foreste con gli animali e quindi trasportare l’infezione. Le mosche inizieranno così non solo a pungere gli esseri umani ma anche gli animali. I pianificatori delle dighe spesso sottovalutano il rischio sostenendo che le zanzare possono essere combattute con i moderni pesticidi, in realtà molte di queste zanzare sono ormai diventate resistenti e risultano essere anche più mortali delle altre. Esistono anche altre malattie che si diffondono con le zanzare, la filaria, l’encefalite giapponese, la febbre gialla e la dengue. Gli insetti a volte possono rendere la vita difficile anche se non trasmettono malattie, come per esempio l’invasione delle zanzare in Brasile nel bacino Tucurui116. Un’altra malattia sempre molto diffusa è l’oncorcercosi117 che causa la cecità. I costruttori delle dighe sostengono che tutti questi rischi di malattia possono essere portati a un livello accettabile attraverso monitoraggi e misure per la prevenzione. Sicuramente il miglioramento per le cure sanitarie è da seguire ma non sarà questo a prevenire la malattia, quanto piuttosto sarebbe meglio cercare di creare migliori condizioni ecologiche. Un’ argomento a favore delle dighe, è che queste provvedendo maggiori quantità d’acqua, possono ridurre il numero delle malattie; ma in realtà le dighe costruite per fornire riserve di acqua per uso domestico sono poche o questo scopo fa parte solo di una parte del progetto. 2.2.6 L’India e la malattia del gigantismo Quando ho camminato attorno al sito, ho pensato in questi giorni che, i più grandi templi moschee sono i luoghi in cui l’uomo lavora per i bene dell’umanità. Quale tempio può essere più grande del progetto di Bhakra Nangal, dove centinaia di uomini vi hanno lavorato, versato il loro sangue, sudato e adattato le loro vite?Dove può esistere un posto più santo di questo, che

può essere guardato così grande? Jawaharlal Nehru118 La diga di Bhakra fu concepita nel 1908 con un bacino alto 120 metri. Nel 1927 l’altezza fu sollevata a 500 metri119 e dopo l’indipendenza la diga assunse una nuova importanza: una larga parte della terra irrigata nel bacino dell’Indo era finita sotto il controllo del Pakistan e all’India occorrevano nuove fonti di irrigazioni per il Punjab. La diga fu completata nel 1963, il primo ministro indiano la definì il “tempio dell’India moderna” usando la diga per trasferire il controllo dell’acqua dalle regioni, agli stati al governo centrale. Venne istituito il Consiglio di gestione del Bhakra Beas con il compito di controllare i sistemi di canalizzazione più antichi del Punjab. Il compito a lui

116 Mc Cully Patrick, Silenced Rivers, cit., pag.93 117 E’ causata da un verme trasmesso dal morso di una mosca nera la quale si procrea nelle acqua dei fiumi correnti. Ivi, pag. 94 118 Citato in Khagram Sanjeev, Dams and Development. Transnational Struggles for Water and Power, Oxford, 2005, pag. 33 119 Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., pag.70

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affidato non fu sicuramente svolto con eccellenza, il bacino dell’Indo diventò più vulnerabile alle alluvioni, iniziarono le carestie d’acqua e i conflitti tra stati confinanti. Nehru in seguito si rese conto e confessò di essere stato vittima della “malattia del gigantismo”120 e si iniziarono a prendere in considerazione tutti i pro e i contro che una diga come quella di Bhakra avrebbe potuto creare; il tempo, i costi, e il coinvolgimento di una certa quantità di denaro proveniente dall’estero. Nel 1984 il canale principale della diga si sfondò e lo Stato dell’Haryana subì una grossa perdita monetaria. Intanto nel Punjab si affrontava una forte crisi idrica alla quale lo stato dovette porre rimedio attraverso le autobotti per fornire acqua potabile in caso d’emergenza.121 Lo sviluppo attraverso le dighe in India venne esteso per la prima volta nel periodo della dominazione britannica ma la costruzione di grandi dighe iniziò attraverso le autorità dell’India indipendente. All’epoca dell’Indipendenza, nel 1947, la coalizione che guidava il governo indiano con a capo il Primo Ministro Nehru, doveva fronteggiarsi con uno stato debole con scarse capacità e una società civile smobilitata. Il risultato fu che i politici e i burocrati indiani poterono effettuare strategie e politiche di sviluppo autonomamente ed efficacemente122. Visti gli apparenti benefici a favore della classe dominante indiana dell’epoca, non stupisce il progresso che si sviluppò attorno agli anni 50 e 60. Le autorità politiche utilizzavano questi progetti come mezzi di controllo nel sistema democratico. Le grandi dighe e i progetti di irrigazione venivano inoltre finanziati e supportati da donatori stranieri, come l’America, l’Unione Sovietica e la Banca Mondiale.123 Solo negli anni ‘70 la tendenza iniziò a invertirsi. Nel 1986, il Primo Ministro Rajiv Ghandi riferiva: La situazione al momento è che dal 1951 a oggi sono stati varati 254 grandi progetti di irrigazione di superficie. Di questi solo 66 sono stati completati, 181 sono ancora in fase di costruzione. Forse possiamo dire con una certa sicurezza che questi progetti non hanno portato praticamente nessun vantaggio alla popolazione. Per 16 anni abbiamo sborsato denaro. La gente non ha avuto nulla in cambio, né irrigazione, né acqua né aumento della produzione né aiuti nelle attività quotidiane.124 Nel 1988 le alluvioni sommergono il Punjab, 1.500 saranno le vittime e la causa verrà fatta ricadere sul Bbmb, il comando manageriale della Bhakra Beas il quale avrebbe riempito la diga più della capacità massima causando l’inondazione125. Il dirigete della Bhakra Beas venne assassinato nel 1988 incrementando gli scontri tra il Punjab e il Governo Centrale. In circa una decade si sono sviluppati sempre più movimenti contro le dighe, soprattutto a livello internazionale. Molti attivisti hanno sparso la voce, scritto libri e articoli. Il Centro per la Scienza e l’Ambiente, organizzazione non governativa nata nel 1980 a New Delhi, pubblicò il suo primo “Stato ambientale dell’India-1982: resoconto ai cittadini” per una visione dello stato ambientale, attaccando vivamente anche la costruzione delle dighe. Nel 2005 lo Stesso resoconto riportava le seguenti notizie:

120 Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., pag 71 121 Ibidem 122 Khagram Sanjeev, Dams and Development. Transnational Struggles for Water and Power, Oxford, 2005, pag. 35 123 Ibidem 124 Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., pag. 72 125 Hanno riempito la diga di 6 metri in più rispetto alla capacità massima, la diga ha scaricato 380.000 metri cubi d’acqua al secondo sul fiume Sutlej. Ibidem

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• Nonostante investimenti pari a 7.510 RS nei maggiori e medi sistemi di irrigazione, la media nazionale raccolta per le terre irrigate è solo di 1,7 tonnellate di grano per ettaro contro i traguardi da raggiungere di circa 4 o 5 tonnellate per ettaro.126

• Nella provincia di Jammu, che estrae circa l’89% del suo potere dall’ idroelettricità le trasmissioni perdono ogni anno il 62%

• I livelli di ostruzione dei bacini delle più grandi dighe sono tre o quattro volte più alti rispetto le tariffe del progetto.La durata di vita della diga di Theri potrebbe essere di soli trenta o 40 anni rispetto ai cento proposti all’inizio.

• Il progetto idroelettrico della Silent Valley in Kerala sta creando l’estinzione di specie biologiche che si sono evolute in milioni di anni.

• Il terzo piano di costruzione programmato per il fiume Kali in Karnataka ha portato all’erosione del suolo e alla perdita del sottosuolo, creando un deserto non adatto alla coltivazione.

• I costi dei benefici forniti dalle dighe vengono gonfiati per essere approvati dalla Commissione. Varie valutazioni rivelano che per molti progetti il rapporto è meno di uno.

• Piccoli progetti idroelettrici in India sono stati sempre ignorati. Mentre in Cina, 87.000 piccoli progetti idroelettrici generano un terzo dell’elettricità della nazione.127

Le dighe più alte in India- informazioni base

Nome della diga

Fiume/Stato Ammontare complessivo della riserva (milioni per m3)

Altezza/ Lunghezza

(m)

Scopo (a)

Their(b) Bhagirathi/UP 3539 261/570 I H Kishau(b) Tons/UP 2400 253/360 I H Bhakra Satluj/HP 9621 226/518 I H Lakhwar(b) Yamuna/UP 580 192/440 I H Idukki Periyar/Kerala 1996 169/366 H C Srisailam(b) Krishna/AP 8722 143/512 H Cheruthoni Cheruthoni/Kerala 1996 138/650 H C Sardar Sarovar Narmada/Gujarat 9492 137/1210 I H C Pong Beas/HP 8570 133/1950 I H Silent valley(b)

Kanthipuzha/Kerala 317 131/430 H

Notes: (a) I: irrigation, H: potere idroelettrico C: controllo inondazioni (b) In costruzione (c) Settimo piano

Fonte: Registro delle Grandi Dighe in India, CBIP, New Delhi

126Agarwal Anil, Dams, The First Citizen’s Report, 1, 2005, pag. 59 127 Agarwal Anil, op. cit., pag. 58

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Per quanto concerne l’irrigazione la Commissione Nazionale per l’Agricoltura aveva stimato che il 40% dell’acqua dei bacini delle dighe si sarebbe potuta utilizzare per usi domestici. Ma attualmente ne viene utilizzata meno della metà. Le aree per l’irrigazione sono molto ridotte rispetto a quelle prospettare in particolar modo a causa dei ritardi nella costruzione delle canalizzazioni. Molti stati non sono in grado di ricoprire le spese per i progetti di irrigazione e le perdite aumentano sempre più.128 Una delle cause è il ritardo nel completamento dei progetti,

gran parte delle dighe sono in costruzione da 15-20 anni. Lo sviluppo dell’irrigazione continua inoltre a essere differente da stato a stato. Punjab, Tamil Nadu, Haryana, Rajastan e UP hanno avuto un alta percentuale di terre coltivate attraverso l’irrigazione; mentre nel Maharashtra, nonostante sia lo stato ad avere il più alto numero di dighe, solo il 41% del territorio è coltivato per irrigazione.

Dietro all’aspetto rinnovabile e non inquinante di energia, l’idroelettricità si suppone sia più economica di quella termoelettrica e nucleare.

Roy Arundhaty, Internazionale, 19-25 gennaio, 2001, pag. 30 Ma i benefici dei progetti idroelettrici vanno soprattutto nelle aree urbane. Questo perché in India il maggiore settore a utilizzare energia elettrica è quello industriale. Il corrispondente spettante al campo agricolo, nonostante sia aumentato dal 1954, è di un piccolo14,2% .129 Durante i periodi di bassa domanda o bassa produzione elettrica, per esempio in estate, il supporto di elettricità per le aree rurali viene scavalcato a favore di aree urbane. La più notoria capitale d’indebitamento è New Delhi, dato il suo arcaico piano, il nord-est del distretto della città si alimenta con l’energia della Bhakra-Beas piuttosto che ricavare voltaggio dalla centrale termoelettrica di Delhi. La città continua persistentemente a utilizzare due volte più del tanto concessogli in base alle divisioni con gli altri stati e l’ironia vuole che la capacità degli impianti di installazione a Delhi è due volte maggiore da ciò che la città richiede. Ci sono serie discrepanze nella distribuzione idroelettrica tra le regioni indiane. Solitamente quelli che ne beneficiano di meno sono le regioni dove sono state costruite le dighe. Nell’Himachal Pradesh, il consumo pro capite di energia è di 56.6 KW pro capite, meno della metà della media nazionale di 130,5 KW. Il Punjab è lo stato che

128 Secondo i documenti del Sesto Programma ci sono perdite pari a circa 427 milioni di rupie. Agarwal Anil,Damns, The First Citizen’s Report, 1, 2005, pag. 60 129 Ibidem

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beneficia più di tutti delle dighe dell’ Himacha Pradesh, consumando una media di 314 KW pro capita130, la più alta a livello nazionale. Nel 1993 il Primo Ministro N.K.P. Salve, affermò che l’India non avrebbe mai più costruito grandi dighe, al massimo avrebbero dato la precedenza a piccoli progetti o fiumi in corsa131. In realtà le cose non stanno così, il numero dei progetti non è aumentato ma quelli esistenti continuano ad essere innalzati o continuano a essere utilizzati senza porvi modifiche. Lo sviluppo economico dell’ India con tutte le sue contraddizioni e le dighe continuano a crescere assieme alla sua economia.132 Come ha osservato Arundhaty Roy133: Le grandi dighe rivestono, per lo sviluppo di una nazione, la stessa importanza delle bombe atomiche per il suo arsenale militare. Si tratta, in entrambi i casi, di armi che i governi usano per controllare le loro popolazioni. D emblemi del XX secolo che segnano una svolta storica e dimostrano la rinuncia dell’intelligenza all’istinto di conservazione. Di sintomi preoccupanti di rivolgimento della civiltà contro se stessa. Rappresentano il venir meno del legame, e, più ancora, la consapevolezza del rapporto fra gli esseri umani e il pianeta in cui vivono. Offuscano la comprensione nel nesso elementare fra l’uovo e la gallina, il latte e la mucca, il cibo e le foreste, l’acqua e i fiumi, l’aria e la vita e più in generale fra la terra e la nostra esistenza.134.

130 Agarwal Anil, Damns, The First Citizen’s Report, 1, 2005, pag.60 131 Khagram Sanjeev, Dams and Development. Transnational Struggles for Water and Power, Oxford, 2005, pag. 61

133 Nata in Kerala e laureata in architettura a New Delhi, ha vinto nel 1997, il Booker Prize con il libro il “Dio delle Piccole Cose”, oggi è assieme a Medha Patkar una delle principali attiviste del movimento Narmada Bachao Andolan. Shiva Vandana, “Le guerre per l’acqua in India”, Limes, quaderno speciale, Tutti giù per Terra, 2006, pag. 46

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Terzo Capitolo

La Valle della Narmada

3.1 La Narmada come divinità

3.1.1 La Dea Narmada Come già affermato nel primo capitolo, i fiumi sono sempre stati di fondamentale importanza per le civiltà umane. In India a rendere i fiumi ancora più importanti, ha contribuito il clima monsonico, imprevedibile ma allo stesso tempo benefico perché portatori di vita. Ecco perché in tutte le lingue indiane i fiumi sono femminili e al di sotto di essi vi si ricollega una divinità benevola, portatrice di vita e di conseguenza femminile. E’ il caso della dea Narmada, Ganga, Yamuna e così via. Sicuramente la forma dell’immagine del fiume sacro più conosciuto è quello della Ganga, dal momento che questo ha costituito il punto di irradiazione per la tradizione Hindu ma tra i fiumi più citati c’è anche la Narmada; la Ganga dell’India occidentale e lo spartiacque naturale tra India del nord e India del sud.Le popolazioni del Gujarat, Maharashtra e Madhya Pradesh la venerano come uno dei fiumi più sacri. La Narmada, chiamata spesso negli antichi testi Rewa135, viene sempre citata come tra i più sacri dell’ India induista, non solo per il fiume in sé ma anche per i numerosi luoghi di pellegrinaggio che si trovano lungo le sue rive. Nonostante la Narmada non venga citata nei Veda, la sua figura inizia a essere centrale fin dall’epoca puranica, tant’è che in molti passi essa viene associata alla Ganga e alla Sarasvati. Nei Purana136, la Narmada viene spesso associata al culto di Shiva, mentre la Ganga è associata al culto di Vishnu e Sarasvati a quello di Brahama. Si pensa che in passato la Narmada avesse un significato religioso molto più importante di quello che le viene storicamente attribuito, ossia di essere il principale fiume sacro dell’India centrale e occidentale. Ma i purana non si limitano a paragonare la Narmada alla Ganga o alla Sarasvati. In diversi passi emerge la superiorità della Narmada anche rispetto agli altri due fiumi, soprattutto per i rituali di purificazione. Il dharsan, semplice sguardo delle acque per purificarsi dalle colpe, rende la Narmada unica. Essa possiede la capacità di trasmettere agli essere umani la purezza. In un passo della Matsya Purana vi è un paragone tra la santità della Narmada e quella degli altri tre più sacri fiumi della tradizione induista: la Ganga, la Yamuna e la Sarasvati. Qui si afferma come il primo abbia capacità di purificazione dei peccati in modo maggiore rispetto agli altri tre137, in un altro passo viene ribadita la superiorità della Narmada in termini di sacralità. Essa si presenta sacra nel suo insieme, non è sacra solo in alcuni punti, thirtas138, ma è sacra in ogni luogo del suo percorso. E’ sacra nei ghat di Amarkantak e Omkhareswar, ma anche dove attraversa un villaggio o una foresta.

135 Caldirola Stefano, La Narmada: Storia di un Fiume Indiano e del suo Ambiente, tesi di dottorato (docente supervisore prof E. Fasana) in Storia, Istituzioni e Relazioni Internazionali dell’Asia e dell’Africa Moderna e Contemporanea, a.a. 2003-2004, pag. 93 136 Eliade Mircea, Il Sacro e il Profano, cit., pag. 30 137Caldirola Stefano, op. cit., pag. 95 138 Sono i luoghi per le immersioni durante il pellegrinaggio.

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Se si guarda alle origini della dea Narmada ci si rende subito conto dell’importanza che nella tradizione è stata data al fiume. Un mito, in particolare, ribadisce il ruolo unico proprio della dea del fiume, quello espresso nello Skanda Purana sulla discesa della Narmada sulla terra. Yudishshthira chiede al saggio Markandeya, che meditava lungo le rive della Narmada, come mai aveva scelto proprio le rive di quel fiume per compiere azione meditativa. Il saggio rispose alla domanda raccontando il terzo Avatara139 della Narmada. Durante il satya yuga alcuni saggi chiesero al re Pururava di portare la Narmada sulla terra, poiché solo questo avrebbe consentito all’intera umanità di purificarsi dalle proprie colpe. Il re era afflitto dall’impossibilità, per carenza di fiumi sulla terra, di non poter eseguire i riti funebri e quindi di liberarne le anime dei suoi antenati, così decise di cimentarsi in penitenze particolarmente dure, come il digiuno e la tapasya140.Quando Shiva apparse di fronte al re, rimase impressionato dalla devozione di quest’ultimo e gli chiese la spiegazione delle sue dure penitenze. Il re spiegò a Shiva il motivo e quest’ultimo, impressionato, chiese alla figlia Narmada di scendere sulla terra. Ma Narmada si espresse dicendo che sulla terra non esisteva alcuna montagna che potesse contenere la spinta delle sue acque, fu allora che Shiva chiese il sacrificio al monte Prayank il quale riuscì a sostenere l’impeto della Narmada. Il fiume fu una benedizione per tutti, lavando le colpe e consentendo la celebrazione dei riti per i defunti.141 Nei Purana vengono anche citati diversi episodi sulla capacità della Narmada di purificare le anime degli esseri umani e degli dei. Nello Skanda Purana si narra un’altro episodio. Durante l’epoca di Swayambhuva Manvatar, il celebre Manu regnava sulla città di Ayodhya e una notte fu destato dal suono di migliaia di campane, non riuscendo a capire l’origine del suono chiese spiegazioni al saggio Vashishth, il quale rispose alla domanda dicendo che il suono proveniva da una città chiamata Tripuri, lungo le sponde della Narmada. A Tripuri si usava attaccare ai tetti delle case delle persone virtuose delle campane e visto che la città si trovava sulle rive del fiume Narmada, tutti, compresi i più grandi peccatori semplicemente guardando il fiume divenivano virtuosi. Secondo Vashishth solo la Narmada aveva il compito di cancellare in un’istante i peccati. Manu dopo aver sentito queste spiegazioni decise di mettersi in moto con il suo clan verso Tripuri.Tutti si immersero nelle acque della Narmada e tutti furono purificati. Fu allora che Manu compì una grande yagya sulle rive del fiume, invitando asceti e pellegrini. Narmada rimase impressionata dalla devozione di Manu e per ringraziarlo gli propose di esprimere qualsiasi desiderio, fu così che Manu le chiese di aiutarlo a fare scendere sulla terra la Ganga e altri fiumi sacri, in modo da moltiplicare le fonti di purificazione sulla terra. Narmada rispose che un discendente di Manu, Bhagirath, avrebbe favorito la discesa della Ganga e alla fine della stessa epoca sarebbe discesi anche gli altri fiumi.142 Come si può notare da questo brano la Narmada era il più sacro dei fiumi e tra le tante interpretazioni per avvalorare tale tesi, esiste la leggenda più popolare che ha preceduto la stesura dei Purana per poi essere ripresa nel Karma Purana e nello Shiva Purana. La giovane e bellissima figlia di Shiva era stata promessa in sposa al giovane Sonbhadra. Poiché Narmada non aveva mai visto il suo futuro sposo, divorata dalla curiosità mandò una sua ancella, Johilla a vedere Sonbhadra. Jhoilla si innamorò del

139 Incarnazione di Visnu. 140 Tapas è un vecchio concetto indiano che lavora a livello cosmico e spirituale. E’ una la purificazione di se stesso, pagando un prezzo estremo attraverso l penitenza, la preghiera, i digiuno o altre pratiche spirituali e in comprenso ricevi risposte spirituali o materiali. Per Ghandi, tapas, sar la chiave per scoprire il debito spirituale di una persona che consente la compassione e la sincerità che emerge nella vita di tutti i giorni. Chapple Key Christopher and Tucker Mary Evelyn, Hinduism and Ecology, The Intersection of Earth, Sky, and Water, Oxford University Press, New Delhi 2001, pag. 221 141 Caldirola Stefano, op. cit.,pag. 97 142 Ivi, pag 98.

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futuro sposo di Narmada, il quale non conoscendo la verità, la volle possedere. Jhoilla non disse mai chi era in realtà e quando Narmada venne a conoscenza del tradimento, disperata cercò il suicidio gettandosi da una rupe e scappò via correndo verso occidente. Il fatto che Narmada fosse in preda alla rabbia e all’angoscia è la spiegazione per cui la Narmada a differenza degli altri fiumi indiani, scorre da ovest a est, compiendo così un tragitto contrario. Sonbhadra si rese conto dell’inganno, cercò Narmada, compiendo un lungo percorso che lo portò a scorrere verso est. Oggi il fiume Son nasce a pochi metri dalla sorgente Narmada, per poi unirsi alla Ganga. Jhoilla rimase vicino a Sonbhandra, ma con la punizione di poterlo osservare solo da lontano. Jhoilla è oggi identificata con il terzo fiume che nasce da Amarkantak, la Mahanadi. Secondo la leggenda Narmada Devi rimase per sempre Kumari, ossia vergine, non essendosi mai più sposata. Narmada Kumari è di conseguenza la più pura di tutte le dee, anche la Ganga, secondo la tradizione, va bagnarsi nelle acque della Narmada per purificarsi. La Ganga raggiunge le acque sotto forma di vacca nera e dopo essersi immersa ritorna verso nord con le sembianze di una vacca bianca, simbolo dell’avvenuta purificazione143. Per tutte le persone che popolano le rive del fiume Narmada, quest’ultimo è il più sacro. E’ il luogo dove si svolgono i riti funebri, dove vengono immerse le statue della dea al termine della Durga Puja144, o attorno a cui sono fiorite e leggende di villaggio. Ma il fatto che attraverso i testi sacri come anche le leggende popolari, la sacralità della Narmada sia conosciuta in tutta l’India, dà un’ulteriore importanza al fiume. Fiume sentito come indiano per il retaggio, storico, culturale e religioso non solo per gli abitante della valle ma per tutta l’intera comunità induista del subcontinente. 3.1.2 Unicità del Parikrama L’unicità del fiume Narmada di cui abbiamo parlato poc’anzi è data anche dal pellegrinaggio che si svolge nelle sue rive e che presenta caratteristiche che non vengono trovate in nessun altro continente: il parikrama. Si tratta di un pellegrinaggio che i devoti compiono a piedi circuambulando l’intero corso del fiume per 800 chilometri all’andata e al ritorno145. L’idea di questo pellegrinaggio nasce dalla considerazione che il letto in cui il fiume scorre è un unico grande tempio. Poiché il tempio è nella religione induista la dimora della divinità è normale che il letto del fiume e la valle in cui esso scorre, vengano riconosciuti come dimora della dea Narmada e quindi come luogo fisico assimilato al tempio in tutto e per tutto. I primi riferimenti al parikrama, nonostante non siano certi si riferissero a questo pellegrinaggio, si trovano nei Purana, purtroppo però non si trovano elementi che ci diano certezza sulla datazione e l’inizio di questa pratica. Secondo la tradizione il primo parikramavala fu il santo Markandeya, ed è a lui che vengono attribuite le regole che ogni pellegrino deve seguire nel realizzare il lungo

143 Questo rituale è ancora svolto nel mese di Veshak, quando nella città di Dudlod, in Gujarat, una vacca nera viene immersa nelle acque e una vacca bianca viene tirata fuori dal fiume. Per i pellegrini questo rituale è molto importante, dal momento che per la prima volta sono in presenza dei due fiumi più sacri nello stesso luogo. Caldirola Stefano, op. cit., pag.99 144 Venerazione di ottobre delle dIvinità Durga, venerata da milioni di indiani come rappresentazione dell’energia cosmica, la sua primaria funzione è quella di mantenere l’equilibrio dell’ordine cosmico sconfiggendo i demoni. Chapple Key Christopher and Tucker Mary Evelyn, Hinduism and Ecology, The Intersection of Earth, Sky, and Water, Oxford University Press, New Delhi, 2001, pag. 469 145 Caldirola Stefano,op. cit., 121

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viaggio spirituale. Pare infatti che abbia risalito tutti gli affluenti tenendosi sulla destra delle acque sino a raggiungere la sorgente in tre anni, tre mesi e tre giorni. Le regole del parikrama consistono nel muoversi sempre a piedi nudi, nel non attraversare mai il fiume se non alla foce e nel non tagliarsi mai barba e capelli lungo il percorso. Oltre a queste tre regole fondamentali ve ne sono molte altre, come l’obbligo del pellegrino di mangiare una volta al giorno, di compiere un bagno nella Narmada una volta al giorno, astenersi da attività sessuali, dormire sulla nuda terra, non mentire, procurarsi il cibo attraverso l’elemosina, vestirsi di bianco, non parlare mai ad alta voce, sopprimere ogni desiderio146. Oggi i pellegrini partono da una qualsiasi punto lungo le rive del fiume, sulla sponda settentrionale o, indifferentemente su quella meridionale. Il percorse si compie tenendo il fiume sempre sulla destra senza viaggiare durante i 4 mesi delle piogge, perché il fiume si ingrossa e molti sentieri vengono inondati. L’interruzione del pellegrinaggio, oltre a motivi di tipo naturale, viene giustificata dal punto di vista religioso con il fatto che il pellegrino non possa attraversare le acque, non può tornare indietro lungo il percorso, e non può attraversare più di una volta lo stesso affluente. L’inizio del pellegrinaggio viene sancito attraverso un rituale. A ogni pellegrino vengono rasati barba e capelli per essere offerti alla dea Narmada, come unici beni in possesso del pellegrino. Viene poi riempito un contenitore con l’acqua della Narmada, e tale contenitore verrà portato dal pellegrino lungo il tragitto svuotandolo e riempiendolo prima quando raggiunge la bocca del fiume a Broach e poi alla sorgente ad Armakantak. Una volta terminato l’intero percorso il pellegrino si deve recare a Omkareshwar, per versare quest’acqua sul jyotirlinga, al tempio di Omkareshwar. Qui il contenitore viene riempito per l’ultima volta e poi portato alla propria dimora, dove l’acqua viene aspersa per garantire prosperità alla famiglia. Gli scopi di un pellegrino per intraprendere tale percorso, sono vari: espiare le proprie colpe, pregare per gli altri membri della propria famiglia, amici e persone che appartengono alla sua comunità dal momento che i benefici del pellegrinaggio ricadono in eguale misura sul pellegrino e sulle persone che vengono ricordate da quest’ultimo nelle sue preghiere. Il parikrama può anche essere intrapreso da una persona per conto di un’altra, anche se così facendo poi i benefici spirituali, phal, andrebbero ripartiti. Il pellegrino che compie il parikrama per un’altra persona, dovrebbe provenire dalla medesima comunità e possedere un uguale livello di conoscenza dei riti e dei testi sacri. I benefici spirituali sono massimi nel caso in cui un marito compia il parikrama per la moglie oppure se il parikrama viene compiuto per i genitori, i fratelli, le sorelle, i nipoti e il proprio guru o discepolo.147 Ma l’idea di intraprendere un viaggio del genere non può essere spiegata solo con il desiderio di purificazione o la volontà di acquisire meriti per se stessi e per le persone più care. Il pellegrinaggio viene compiuto per accostarsi al divino, oltre che per rinforzare i valori della comunità. Una dimensione speso sottovalutata è quella della simbiosi che si viene a creare tra il pellegrino e la natura. Il fatto che il percorso sia molto irto e da fare a piedi fa pensare a un percorso di penitenza. Oggi il percorso del pellegrinaggio rimane lo stesso fatta eccezione per i progetti idrici della valle fatti. I pellegrini compiono sempre lo stesso sentiero con gli stessi rituali, venendo ospitati nei villaggi, dormendo nelle case dei contadini o degli adivasi. E’ nel parikrama che si esprime la massima devozione per la Dea Narmada e attraverso esso i pellegrini si accostano all’ecosistema del fiume e alle condizioni della sua gente.

146 Chapple Key Christopher and Tucker Mary Evelyn, Hinduism and Ecology, The Intersection of Earth, Sky, and Water, Oxford University Press, New Delhi, 2001, pag. 397 147 Ibidem

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3.1.3 Cultura, storia, componenti etniche Come paesaggio religioso culturale, la regione Narmada viene definita dalle scelte comportamentali fatte dalle persone che vi vivono. Scelte che si basano su insiemi di credenze, che includono miti e simboli sacri, concernenti le relazioni delle persone con il loro passato nel contesto geografico. La cultura è fatta sia di tradizioni popolari che metropolitane, ma anche se queste hanno radici comuni, c’è una distinzione tra le due che si basa soprattutto sull’ecologia del luogo, dove gli aspetti popolari della cultura si mischiano con le leggende della storia. Le tradizioni popolari esprimo i bisogni umani,danno ordine ai sentimenti umani e ci permettono di conoscere come le persone organizzano l’espressione di questi sentimenti. Più di ogni altra attività culturale ci rivelano attraverso a letteratura, la musica, le canzoni, le danze e l’arte gli sviluppi della società. In particolare nel contesto induista e in considerazione delle sue gerarchie economiche, politiche e sociali, il pellegrinaggio è una specifica tradizione popolare dove la consistenza di attività culturali può esser vista chiaramente. Le popolazioni che abitano la valle della Narmada sono piuttosto eterogenee. Neppure gli abitanti originari, adivasi, sono in realtà mai stati estranei e isolati al contesto in cui vivono. Oggi in India vivono circa 60 mila adivasi, in continua fusione con le popolazioni circostanti, fatto riscontrabile in modo elevato nella valle della Narmada. Il fiume ha rappresentato un punto di unione, nonostante le differenze geografiche che permettono di dividere la valle in quattro distinte aree. Gli adivasi costituiscono circa un terzo della popolazione della valle della Narmada e si concentrano nelle zone più remote, dove i gruppi definiti scheduled tribes148 costituiscono spesso la maggioranza assoluta della popolazione. Analizzando la religiosità induista su due livelli, quello della tradizione dei testi sacri e quello dei culti locali, il culto della dea Narmada non mostra differenze . Da un lato la dea Narmada viene divinizzata nei testi sacri, soprattutto alcuno Mahapurana, che conferiscono alle leggende e alla tradizione religiosa un ruolo di importanza “panindiano.” A fianco a questa tradizione troviamo il culto locale, che per quanto non ci pervenga attraverso testi sacri, mantiene sempre una certa importanza. E’ proprio dal culto locale che assume l’importanza di colei che da la vita, non a caso le offerte che vengono fatte oltre a essere un ringraziamento sono un tentativo di placare la forza distruttrice delle acque. Ogni villaggio ha la sua tradizione e spesso alcuni villaggi vengono influenzati dalla grande tradizione induista. Gli stanziamenti tribali della valle sono rimasti relativamente autonomi dal mondo esterno. Le persone di Baiga, Gond, korku, Bhil e Bhilala hanno coltivato la vallata e le sue banchine per millenni coesistendo con la foresta, che copre circa 75-85% dei loro bisogni come alimenti, concimi, frutti materiale da costruzione e così via. I gruppi tribali più isolati non subiscono influenze esterne, come i Baiga della Narmada orientale che non attribuiscono al fiume nessun significato.Mentre i Bhilala di Alirajpur, in Madhya Pradesh, divinizzano ogni fenomeno naturale è così che hanno riservato al fiume Narmada un ruolo centrale, legato in particolare al monsone. L’unione tra la pioggia e la terra viene celebrata con la cerimonia indal pooja, dove si canta la canzone

148 Termine utilizzato dal governo per indicare gruppi etnico-tribali riconosciuti dal governo, soprattutto nei documenti di lingua inglese. Caldirola Stefano, op.cit,pag. 5

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alla creazione149. Ma l’identificazione della Narmada come Dea madre non è uguale alla cultura induista. Il rituale induista, il parikrama, per gli adivasi non ha significato.150 Nonostante questo pellegrinaggio non abbia importanza per gli adivasi, ha sicuramente influito e influenzato le tribù che vivono lungo il corso del fiume, si è creato un sistema di relazioni sociali, economiche e culturali. I pellegrini sono entrati in contatto con gli adivasi, i quali hanno col tempo assorbito la cultura induista151. Il processo di introduzione del culto induista della dea Narmada è graduale e ancora in corso in molte aree. 3.1.4 Geografia del fiume La Narmada, la linea di confine naturale che divide l’India del nord da quella del sud, nasce dal monte Amarkantak,1.057 metri sopra il livello del mare e scorre per 1.312 km per poi sfociare nel mare d’Arabia. Il fiume attraversa, 16 distretti, il Madhya Pradesh, il Gujarat e la zona periferica del Maharashtra, scorre attraverso il denso Sal, la pianura del Nimad, le catene montuose di Satpura-Vindhyas per poi ridiscendere giù nelle pianure alluvionali del Gujarat. Tra le catene di Maikal, Satpura e Vindhya si estendono le pianure di Jabalpur, Narsimhapur, Hoshangabad, Nimad e Gujarat.152. Nel primo tratto il fiume scorre verso nord-ovest per circa 80 km, cambiando poi direzione nei pressi di Dindori, scorrendo verso sud-ovest sino all’unificazione con il fiume Banjar per poi svoltare a nord. Il corso prosegue nella pianura dov’è situata Jabalpur, e senza toccarla, arrivata al villaggio di Beraghat il fiume compie nuovamente un’altra svolta da nord-est a sud-est passando attraverso un’area di formazioni marmoree conosciuta con i nome di Marble Rocks. Il fiume diventa stretto e impetuoso per poi tornare calmo e placido nella vallata situata tra Vinhya e Satpura, zona in cui vivono principalmente popolazioni non adivasi. Il fiume prosegue verso la pianura di Nimar, accogliendo diversi affluenti e facendo di questa zona una delle più coltivate. Ma subito dopo Badwani, la valle si restringe dando nuovamente spazio alle foreste vergini dell’India. L’ultimo tratto del fiume di circa 180 km è situato interamente nel Gujarat, dove il fiume finisce per sfociare nel mare arabico nei pressi della città di Baruch. Il fiume Narmada e il suo bacino, formano un importante caposaldo nella storia della penisola indiana. Il fiume definisce l’altopiano del Deccan, aprendo la strada per il dakshinapath (regione del sud) nel periodo mediovale. Soltanto qui si può riscontrare una ininterrotta catena di attività umane dal periodo preistorico al quello storico, definita dagli archeologi come il tesoro ritrovato.153 Fin dal 1872 ha mostrato di essere la culla dell’abitazione umana, nel letto del fiume a Butta, nel distretto di Narsinghpur, venne ritrovata la prima abitazione umana, mentre nelle colline di Bhimbetka e Adamgarh furono rinvenuti i primi segni di pittura preistorica. Dalle prima indicazioni di esistenza umana la valle è stata vista come il vai e vieni della preistoria indiana. Ci sono prove di numerosi stanziamenti dell’età della pietra a

149 La quale dice che il mondo trae origine dalla Narmada. Baviskar A., In the Belly of the River, Tribal Conflicts over Development in the Narmada Valley, Oxford University Press, New Delhi, 1997, pag. 263 150 Baviskar A., op. cit.,pag. 91 151 Inoltre i villeggianti hanno creato un certo numero di mercati locali, haats, e quindi stilato determinati giorni della settimana per scambiare prodotti, la gente proveniente dall’esterno della società tribale, chiamata bazariya, ha finito non solo per influenzare le tribù ma anche per sfruttarle. Sangvai Sanjay, The River and Life, people’s struggle in the Narmada Valley, Earthcare Books, Mumbai Calcutta, 2002 pag. 152 Sangvai Sanjay, op. cit., pag. 7 153 Ibidem

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Navadatoli e Kasaravad e recentemente, sono state rinvenute nuove tracce a Pipri-Utawad, Khaparkheda154.Zone che presto verranno sommerse e cancellando tutto grazie al Progetto della Narmada, la grande scalinata d’acqua. 3.2 Narmada Projects

Numeri:

• 1987 approvazione del Governo per la costruzione delle due dighe principali • 91.000 ettari di terre sommerse • 41.000 ettari di foresta vergine • 249 villaggi sommersi • 360.000 sfollati • 1980 stesura progetto • 3.200 dighe previste (30 grandi, 135 medie, le rimanenti piccole) • 44,2% dell’energia prodotta dispersa • 50 m altezza iniziale Sadar Savor, in seguito innalzata a 100 m, approvati 110,6 m155

Roy Arundathy, “Per il Bene Comune”, Internazionale, 22-28 ottobre, 1999, pag.18

Il progetto si basa sulla trasformazione del gigantesco fiume in una serie di bacini idrici: 3.200 dighe che avrebbero trasformato la Narmada in una sorta di scala di acqua. Di queste 30, sarebbero state dighe di grandi dimensioni, 135 medie e il restante piccole. Lo scopo era quello di fornire acqua per l’irrigazione e l’elettricità: 123.000 ettari sommersi per irrigarne 91.000 ed elettricità ai due stati di Madhya Predesh e Gujarant156.

154 Sangvai Sanjay,The River and Life, people’s struggle in the Narmada Valley, Earthcare Books, Mumbai Calcutta, 2002 pag. 7 155 Dossier Legambiente, Ambiente Violato e Diritti Calpestati, le 10 grandi dighe più devastanti del mondo, Roma , 22 marzo,2006, pag. 18 156 Sangvai Sanjay, op. cit.,pag. 10

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3.2.1 L’Inizio del Conflitto I sogni di imbrigliare le acque della Narmada attraverso le dighe, sono stati coltivati dai politici fin dal lontano XIX secolo. La prima Commissione per l’irrigazione, nel suo resoconto del 1901 cita una diga vicino a Baruch157. Tuttavia il profondo suolo nero di Baruch-Ahmedabad non fu considerato idoneo per la costruzione del canale e venne così trovata un’altra utilità alla diga di Baruch; vendere l’acqua agli abitanti dei villaggi. La fiducia verso il progetto della Narmada faceva parte di quella politica di sviluppo adottata subito dopo l’indipendenza quando la Central Waterways , Irrigation and Navigation Commission (CWINC) propose come siti per la costruzione delle grandi dighe; Bargi, Tawa, Punasa, e Baruch. La diga di Tawa, nel fiume Chhoti Tawa, venne completata nel 1973, causando la dislocazione e la saturazione in tutte le sue aree di comando. La diga di Bargi fu completata nel 1989, sfollando più di un milione di persone e sommergendo 162 Dal 1955, la Central Water Power Commission(CWPC) identificò 16 siti per il progetto e nel 1956 propose la diga da 50 metri. Nel 1959 la CWPC, presentò il progetto al Governo di Bombay, nasceva così il sogno della Sardar Sarovar158, che in seguito subì radicali cambiamenti concernenti i suoi scopi.159 Questa sindrome continuò e diventò più forte in Gujarat con Mr Bhailalbhai Patel o Bhaikaka160, il quale evidenziò la necessità di deviare le acque della Narmada. Tutto ciò ebbe un forte impatto sul movimento indipendentista del Gujarat degli anni ‘50, provocando comportamenti di rivendicazione da parte dell’elite di potere. Nella metà degli anni ‘70, l’astuto politico Chimanbhai Patel, fece del progetto della Narmada un mezzo per sopravvivere politicamente. Dopo essere stato forzato alle dimissioni dal primo ministro Indira Gandhi, Chimanbhai si proclamò “figlio dei contadini” viaggiando in ogni angolo del Gujarat con la bandiera del progetto della Narmada e sostenendo che il progetto della Narmada sarebbe diventato la questione principale del futuro161. Che relazione aveva questo sogno con la realtà? Con i suoi 1.312 km di lunghezza, solo 160 km della Narmada scorrevano nel Gujarat. Solo il 5% della raccolta del fiume stava nello stato, gli adivasi e i contadini sulle sponde erano quelli che avevano più diritti, ma ciò non andò in questo modo e da sogno si trasformò in incubo. Un incubo non solo per il progetto e tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate, ma anche per la lotta tra i tre stati che si andava delineando per spartirsi le acque del fiume. Il processo di riorganizzazione statale degli anni ’50, subito dopo l’indipendenza, aumentò il numero delle dispute. Il risultato fu the Inter-Sate Water Disputes Act del 1956162, che autorizzava il Governo ad assegnare la questione sulla disputa a un tribunale, la cui decisione avrebbe obbligato in tutto le parti contestanti. La giurisdizione di questo tribunale fu relegata alla sola questione della disputa delle acque. Accordata dal governo del Gujarat la prima indagine sul potenziale sviluppo dell’energia e delle acque iniziò nel 1947, dando priorità alle indagini nei siti di Baruch, Tawa, Bargi e Punasa.

157 Sangvai Sanjay, op.cit, pag. 11 158 La SSP è la diga più grande del progetto assieme alla Narmada Sagar Project. (NSP) 159 Sangvai Sanjay, op. cit.,pag.12 160 Ex ingegnere nella diga di Sukkur ( adesso in Pakista) che successivamente divenne un rispettato insegnate. Ibidem 161 Ibidem 162 Ibidem

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La Planning Commission approvò il progetto d’irrigazione nel sito di Baroch, nel 1960 con un’altezza di circa 50 metri per irrigare 9.97 ettari di terra. Nel secondo stadio la diga venne sollevata a 90 metri e infine a 100. Dopo molti sforzi, l’Unione del governativa nominò il Comitato sullo Sviluppo delle Risorse dell’Acque della Narmada163 sotto la presidenza del Dr.A.N. Kholsa, primo governatore dell’Orissa. Nel 1965 la commissione propose una diga al di sopra dei 152 metri vicino a Navagam, nel distretto di Baruch, nel Gujarat, assegnando 14 milioni di acri al Mahadya Pradesh e 10 milioni circa al Gujarat. Il Governo del Madhya Pradesh contestò subito la decisione e si oppose alle rivendicazioni del Gujarat sulle acque della Narmada, chiarendo che il fiume prima di tutto apparteneva al M.P. e che il Gujarat reclamava più di quanto gli spettasse. Accusò anche il Ministero della Risorsa delle acque, Dr K.L. Rao, di essere di parte con il Gujarat e rifiutò di partecipare a qualsiasi discussione in cui fosse presente il Dr. Rao. Non volle portare la questione in tribunale e chiese chiarimento diretto tra Gujarat, Maharashtra e Mahadya Pradesh.164 Il 24 novembre 1967, la legislatura statale, unanimemente, passò una risoluzione non ufficiale sostenendo che: “Il Madhya Pradesh non è pronta a sacrificare un solo ettaro del suo terreno per l’irrigazione nel bacino della Narmada e nessuna risoluzione della disputa sull’acqua della Narmada dovrebbe essere cercata in questa posizione… Il Madhya Pradesh, non vorrebbe come ogni altro stato occuparsi di un progetto che affliggerebbe gli interessi della sua gente sommergendo qualsiasi parte del suo territorio.”165 Nel dicembre del 1967 i membri del Parlamento scrissero una lettera al Primo Ministro definendo le richieste del Gujarat irragionevoli e non nell’interesse dell’economia nazionale e degli sforzi per lo sviluppo. Sia il Madhya Pradesh che lo stato del Maharashtra, insistettero affinché la diga di Navagam (adesso SSP) fosse dell’altezza di 60 metri opponendosi alle volontà del comitato Khosla che proponeva un’altezza di 150 metri. Dopo il rifiuto da parte del M.P. sulle proposte della commissione Kholsa, iniziarono una serie di incontri tra i vari Stati. Nel luglio del 1968, il governo del Gujarat espose una formale denuncia all’interno dell’Atto per le Dispute dell’Acqua del 1956. Fu così che il Governo Indiano decise, nel novembre del 1969, di istituire il Tribunale per la disputa delle acque della Narmada (NWDT). Il Gujarat continuava a chiedere una grossa quantità di acqua sostenendo che le sue aree erano quelle a rischio di siccità perché lontane dalla valle del Kutch, per rafforzare la sua posizione fece subentrare nella disputa lo stato del Rajastan. Il M.P. inizialmente non ripresentò alle udienze per poi successivamente entrare in gioco proponendo una distribuzione dell’acqua di 24.08 MAf per se stessa e 4.44 per il Gujarat. Il Gujarat propose invece 6.00 MAF166 contro 22.72 MAf per il suo stato. Di conseguenza, il M.P. sostenne che l’altezza della SSP dovesse essere di 60 metri, mentre il Gujarat chiedeva un altezza di 160 metri. L’NWDT inizialmente rigettò l’inclusione del Rajastan, per poi accettarlo nel 1974 e quindi opporsi alle proposte del M.P. Un lotta estenuante conclusasi solo dopo dieci

163 L’obbiettivo del NWRDC chiamata anche commissione Kholsa, era quello di creare, con la consultazione dei tre stati, un piano principale per l’ottimizzazione e lo sviluppo delle risorse delle acque della Narmada. Wood R. John, The Politics of Water Resource Development in India, the Narmada Dams Controvesy, SAGE Publications, New Delhi, 2007, pag. 97 164 Sangvai Sanjay,op. cit., pag.13 165 Ivi, pag. 14 166 Maf= Milioni di acri per metro cubo, è l’unità di misura per misurare il volume dell’acqua.

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anni, quando nel 1979 l’NWDT emise la sua sentenza. Al Madhya Pradesh venne dato 18.25 MAF di acqua al Gujarat 9 MAF, al Rajastan 0.50 MAF e al Maharashtra 0.25 MAF della Narmada. L’NWDT annunciò l’altezza delle due proposte fatte nel piano di sviluppo della valle della Narmada. Queste erano la Saradar Sarovar Project (SSP) di 138 metri e la Narmada Sagar Project (NSP), successivamente rinominata Indira Sagar, di 260 metri dal livello del mare167. Venne stipulato che la diga Indira Sagar sarebbe stata costruita principalmente per rilasciare l’acqua alla Sardar Sarovar e che i benefici della SSP dipendevano dalla NSP. L’NWDT sosteneva che l’altezza pattuita per la Sardar Sarovar sarebbe stata sufficiente per l’irrigazione del Gujarat e del Rajastan. In realtà la diga venne successivamente innalzata a 138 metri per compensare la perdita di energia elettrica in M.P. e Maharashtra. Era chiaro che il tribunale stava favorendo il Gujarat non rispettando le norme per la divisione dell’acqua. Le lotte di cavilli tra i due stati proseguirono fino al 1969, paralizzando di fatto i progetti, fino a quando il governo centrale, in base al potere conferitogli dall’articolo 262 della costituzione del 1950, decise la creazione di un tribunale per le dispute sulle acque della Narmada. Il tribunale commissionò indagini che durarono nove anni, in cui nulla mutò lungo il corso del fiume. Il rapporto finale sul Narmada Valley Project, reso pubblico nel dicembre del 1979, approvò le controverse opere previste sul medio e basso corso del fiume, riuscendo alla fine a trovare un nuovo accordo tra i governi degli stati interessati, cui ora si era aggiunto anche il Rajasthan. La nuova versione del Narmada Valley Project (NVP) è costituito da due progetti distinti ma in relazione tra loro:

• il Sardar Sarovar Project (SSP), al confine fra i tre stati rivieraschi; • il Narmada Sagar Complex (NSC), più a monte, completamente nel territorio del

Madhya Pradesh. Il primo prevede una diga principale, altre 29 grandi dighe e 135 sbarramenti di medie dimensioni. Il complesso dovrebbe portare alla nascita dell’imponente recevoir di Sardar Sarovar, ampliamento di quello creato dalla vecchia diga di Navagam, le cui acque saranno interamente destinate all’irrigazione dei distretti occidentali del Gujarat e di Barmer, in Rajasthan. Altri tre recevoir, rispettivamente Punasa, Omkareshwar e Maheshwar, sono stati già realizzati nell’ambito del NSC sul fiume prima che esso entri nel Gujarat, e servono essenzialmente ad irrigare il Madhya Pradesh occidentale. Approvando il progetto, il tribunale adottò specifiche raccomandazioni circa il programma di Reinsediamento e Reinserimento (R&R). Definendo “sfollato” (“oustee”) non solo chi era proprietario di un terreno in prossimità dell’area che sarebbe stata sommersa, ma anche tutti coloro che semplicemente vivevano nelle zona soggetta all’inondazione, compresi i braccianti ed i contadini senza terra, gli artigiani ed i pescatori, per la prima volta un organo governativo chiamato a dare un giudizio su una simile controversia allargava il diritto ad ottenere compensazione a tutti coloro che erano in effetti danneggiati dal sistema di dighe. 3.2.2 L’opposizione popolare e la nascita dell’ NBA

Durante le deliberazioni del tribunale, verso la metà degli anni ‘70, una protesta su larga scala si creava nell’area del Nimad.

167 Wood R. John, The Politics of Water Resource Development in India, the Narmada Dams Controvesy, SAGE Publications, New Delhi, 2007, pag. 99

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Nasceva il “ Nimad-Bachao-Narmada Bachao Samiti” (Salva Nimad - Salva il comitato Narmada). I capi ben informati del gruppo, Mr. Mangilal Vyas e altri iniziarono a diffondere la notizia di ciò che stava accadendo nella Valle, opponendosi alle rivendicazioni del Gujarat di irrigare l’area del Kutch con le acque della Narmada. Ino Il Samiti fu il primo a presentare un memorandum al Primo Ministro Indira Gandhi. Il tribunale iniziò la procedura molto tardi e in modo incostante, non visitò mai le terre sommerse, non considerò mai gli sfollati tribali dati dalla diga e non considerarono mai gli aspetti ambientali ed ecologici della valle. Non determinò mai nemmeno la quantità di acqua disponibile nella Narmada, ma accettò come dato l’accordo tra Gujarat e Madhya Pradesh circa la disponibilità di acqua168. Il solo scopo del tribunale era quello di distribuire l’acqua del fiume tra gli stati contendenti. Con l’Inizio della costruzione della diga e le prime immersioni delle terre fertili, si scatenò l’agitazione nelle valli. Il Nimad Bachao Andolan, iniziò una manifestazione di protesta a Badwani, tutti i ponti di Rajghat Kalghat e Mortakka vennero bloccati. Il Governo del M.P. si espose dichiarando che avrebbe cercato di ridurre l’altezza della diga e che era pronta a ricompensare la perdita di elettricità che avrebbe avuto il Gujarat. Il 28 agosto oltre 5.000 persone dalla valle dimostrarono a Bhopal169. Nel 1983 un gruppo di attivisti ricercatori di un’organizzazione con sede a Delhi “Kalpavriksha”, attraversarono la valle della Narmada per poi e pubblicare un resoconto sul progetto delle grandi dighe. Vennero portati così alla luce i costi umani e ambientali che il Narmada Project stava creando. In Gujarat alcuni attivisti, compreso Bhanubhai Adhvaryu, sollevarono il problema circa i diritti delle popolazioni tribali e alcuni degli stessi burocrati coinvolti nel negoziato per il prestito della Banca Mondiale, iniziarono a mostrare dubbi sui risultati del progetto.

Fonte (autore), Pipri, Novembre 2007

168 Nell’agosto del 1981 Arjun Singh divenne il primo ministro del Congresso, l’amministrazione del M.P. accettò la sentenza dell’NWDT sulle dighe come parte della strategia politica dell’India, e assieme al primo ministro de Gujarat pattuirono un’ accordo confidenziale in base al quale entrambi gli stati si sarebbero impegnati nel mitigare gli stenti delle persone sfollate, lasciavano aperta la possibilità di rivedere l’altezza della diga nel caso il problema della riabilitazione diventasse insostenibile. 169 Sangvai Sanjay, The River and Life, people’s struggle in the Narmada Valley, Earthcare Books, Mumbai Calcutta, 2002 pag.50

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Nel 1986, in Ahmedabad, una organizzazione non governativa (ONG), preparava un seminario sulla sopravvivenza. Tra gli organizzatori c’era Medha Patkar, che lavorava già con i gruppi tribali nei distretti di Sabarkantha, Dangs e Banaskantha dal 1983-84 e che sarebbe poi diventata il principale esponente dell’ NBA. Al seminario, si presentò anche una certa Vashuda Dhagamwar che con l’intendo di avvalorarsi del problema degli sfollati, volle essere portata nei villaggi per costatare di persona il problema dello sfollamento.Medha Patkar l’accompagnò nel villaggio Akrani in Maharshtra dove constatò di persona come il governo fosse indifferente nell’informare e coinvolgere gli adivasi sulle decisioni riguardanti il loro futuro. Iniziò così la saga di Medha Patkar per la Valle della Narmada. Nel 1985 i tribali di alcuni villaggi dell’area colpita di Akkalkua e Akrani, iniziarono a organizzarsi per opporsi. Nonostante non fossero informati sull’estensione dell’area che sarebbe stata sommersa e su cosa ne sarebbe stato delle loro vita, sapevano benissimo che una diga sarebbe stata costruita e che dovevano andarsene. Le minacce degli ufficiali erano molto esplicite: “Se non ve ne andate adesso, come l’acqua sale, dovrete correre come topi”170. Nessuno chiese un parere agli abitanti o li informò esattamente di ciò che stava accadendo, fu Medha Patkar con altri attivisti che iniziarono a diffondere l’informazione e a organizzare gli abitanti in gruppi di protesta. L’ NBA, Narmada Bachao Andolan, letteralmente Movimento per la salvezza della Narmada, nasce dall’unione di due organizzazioni costituitesi rispettivamente negli anni 1986-1987. La Narmada Ghati Navniram Samiti, con sede e Dhule in Maharashtra e il Narmada Ghati Navnirman Samiti con sede a Barwani nel Madhya Pradesh. La forza dell’NBA risiede nell’organizzazione degli abitanti del villaggio e nell’appoggio avuto da oltre 150 ONG dell’India. In Maharashtra dove gli sfollati erano tutti adivasi, venne creato un comitato in ciascun villaggio il quale mandava due rappresentati al Karbhar Samiti (comitato di lavoro) una volta al mese.

Fonte(Roolpa), nei pressi di Badwani, Ottobre 2007

Il primo segno di unione nella protesta da parte degli abitanti dei tre stati, si ebbe con la manifestazione del gennaio 1988 in Kevadia. Una manifestazione di portata nazionale con persone provenienti da Dhule Ahmedabad, Baroda, Indore e Mumbai.

170 Sangvai Sanjay, op. cit.,pag. 39

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L’NBA chiede che le persone possano partecipare al processo decisionale della diga, possano conoscere quale sarà il loro futuro ed esprimere le loro opinioni. Il 16 febbraio 1986, Narmada Dharangrasta Samiti NDS, venne costituita. Samiti non trattò il problema dello sfollamento come qualcosa di già accettato, ma chiedevano il diritto a conoscere e partecipare nel processo decisionale sul loro sfollamento, sulla valutazione della loro vita e delle loro risorse la questione dell’abbandono delle loro terre divenne il fulcro centrale. Dal 1989 l’opposizione verso la diga e gli sfollati si era cristallizzata in due punti del programma: primo, la non cooperazione con tutti i lavori collegati alla costruzione della diga nei villaggi; secondo, la determinazione di non andar via dalla loro terra e villaggi, simbolizzata dallo slogan : “Affogheremo ma non ci sposteremo”171 In uno dei maggiori incontri dell’ NBA, il 5-6 maggio del 1989, venne creato un piano d’azione dettagliato a livello nazionale, in questo incontro Baba Amte172 prese parte all’opposizione della SSP andando a vivere lungo il fiume Narmada. L’Andolan marciò contro lo sviluppo distruttivo ad Harsud mobilitando oltre 50 mila persone da 300 organizzazioni provenienti da tutta l’India e il loro slogan fu : “ vogliamo lo sviluppo non la distruzione”173. L’NBA lanciò subito manifestazioni, satyagraha174, scioperi della fame, e parallelamente cercò di guadagnarsi un appoggio internazionale, trovando terreno fertile tra i sostenitori del nascente movimento per la riforma della Banca Mondiale, principale finanziatrice del progetto. I primi viaggi negli Stati Uniti di Medha Patkar sono del 1987 e del 1989. I suoi discorsi pubblici furono così convincenti che alcuni autorevoli giornali la intervistarono ed addirittura un gruppo di senatori democratici scrisse una petizione alla Banca Mondiale perché interrompesse i finanziamenti. 3.2.3 MoEf, Report Morse e ritiro della Banca Mondiale La Banca Mondiale mostrò il suo interesse per il Narmada Projects sin dal lontano 1978, inviando delle missioni con il compito di sondare il terreno per finanziare un eventuale prestito. Nel 1980 “i missionari” della Banca Mondiale iniziarono ad avvicinarsi ad alcune ONG dello Stato del Gujarat, facendo cedere che solo la presenza della Banca Mondiale avrebbe garantito meglio la riabilitazione. Iniziò così a finanziare il dipartimento per l’irrigazione del Gujarat, con 10 mila dollari, per studiare il progetto. Già dalle prime analisi, si constatò che i costi economici della NSP erano più alti dei suoi benefici.

171 Ivi, pag.52 172 Baba Amte (nato nel 1914 e morto il 9 febbraio 2008): attIvista e figura di spicco dei movimenti ecologisti della valle della Narmada. Condusse con grande coraggio il satyagraha del 1942 in Maharashtra contro il raj britannico, ottenendo riconoscimenti dallo stesso Gandhi. Dopo l’indipendenza dell’India lasciò la carriera di avvocato per dedicare la vita intera alla difesa degli oppressi, in particolare degli adivasi Gond. Nel 1949 fondò un’ associazione, la Maharogi Sewa Samiti, per la riabilitazione delle persone affette dalla lebbra. A partire dagli anni ’70 condusse diverse proteste nei confronti delle Grandi Dighe, in particolare quelle di Bhopalpatnam and Inchampalli, nel Bastar, un’area abitata dalle popolazioni Gond. http://www.indiatogether.org/2008/feb/hrt-amte.htm 173 Sangvai Sanjay, The River and Life, people’s struggle in the Narmada Valley, Earthcare Books, Mumbai Calcutta, 2002 pag.54 174 Letteralmente significa “forza vitale” è il termine coniato da Ghandi per indicare la disobbedienza cIvile, attraverso proteste pacifiche, marce e digiuni. Oggi viene comunemente applicato a ogni movimento che affronta il suo antagonista, in genere lo Stato, con metod non violenti. Chapple Key Christopher and Tucker Mary Evelyn, Hinduism and Ecology, The Intersection of Earth, Sky, and Water, Oxford University Press, New Delhi, 2001, pag. 524

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Nel frattempo il governo centrale creò, nel 1980 un nuovo organo; il Ministero dell’Ambiente e delle Foreste (MoEF). Nel 1983 questo ministero formulò le linee guida per il progetto di sviluppo della valle e nel 1986 dichiarava che gli studi per gli impatti ambientali dei due progetti non erano ancora stati completati e che avrebbero richiesto ancora altri due o tre anni. Il Ministero chiedeva così: 1. la revisione dei parametri stabiliti per un’eventuale valutazione e modificazine

dell’altezza della diga e 2. la preparazione di piani dettagliati per la riabilitazione, per i bacini di accoglienza,

il rimboschimento e l’eventuale area di commando175. Il fatto che gli studi per la costruzione delle dighe non fossero pronti, allarmò il Gujarat tanto da fare pressione sul primo ministro Rajiv Gandhi, per avere nel 1987 autorizzazione da parte del MoEf , per la costruzione di entrambe le dighe. Sebbene nel 1980 l’autorizzazione da parte del MoEF non esistesse ancora, la banca Mondiale iniziò a elargire il suo primo prestito di 450 mila dollari. L’autorizzazione estorta al MoEf nel 1987, sottolineava che occorreva compiere altri studi entro il 1989, su otto punti principali: 1. reinsediamento e riabilitazione 2. trattamento delle aree di bacino 3. trattamento delle aree di commando 4. flora e fauna 5. capacità di carico 6. rimboschimento 7. sismicità 8. impatto dal punto di vista della salute176 Nonostante le avvertenze, lo sfratto per la costruzione della SSP, da parte dei governi del Gujarat e del Maharashtra era già iniziato nel 1980-83. Nel 1990 l’eco delle conferenze di Medha Patkar giunse in Giappone, dove la sezione locale degli Amici della terra organizzò una campagna tanto intensa da costringere il governo giapponese a ritirare i finanziamenti stanziati per il progetto. Il giorno di Natale del 1990 un gruppo di manifestanti dell’ NBA cercò di raggiungere il sito della diga, ma venne fermato dalla polizia. Ne seguì un’aspra lotta con decine di arresti e feriti. Alcuni membri dell’ NBA inscenarono uno sciopero della fame che durò 22 giorni attirando un gran numero di giornalisti nella valle. Questi fatti e le pressioni delle organizzazioni ambientaliste costrinsero la Banca Mondiale ad aprire un’inchiesta la Commission for the Indipendent Review affidata a Bradford Morse, in precedenza a capo del Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), e al vice presidente Thomas Berger. I lavori iniziarono con i monsoni del 1991, i membri incontrarono ministri e burocrati, organizzazioni non governative che lavoravano nella zona, andarono di villaggio in villaggio, da un sito di insediamento all’altro, visitando quelli buoni e quelli pessimi, quelli temporanei e quelli permanenti. Parlarono con centinaia di persone, fecero ricognizioni delle zone da sommergere e delle aree di comando, cioè quelle irrigate dai canali. Esaminarono il progetto sotto ogni punto di vista per arrivare nel giugno del 1992 ala storica Revisione indipendente conosciuta come Rapporto Morse. Il monito contenuto nelle 357 pagine della Revisione Indipendente è inequivocabile e del tutto inaspettato:

175 Sangvai Sanjay, The River and Life, people’s struggle in the Narmada Valley, Earthcare Books, Mumbai Calcutta, 2002 pag. 21 176 Sangvai Sanjay, op.cit, 24-25

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pensiamo che i Sardar Sarovar Projects, così come sono, siano imperfetti, che il reinsediamento e il reinserimento degli sfollati non sia più possibile date le circostanze e che l’impatto ambientale del progetto non sia stato preso nella dovuta considerazione o studiato con i mezzi adatti. Crediamo inoltre che la Banca condivida con il mutuatario la responsabilità della situazione che si è verificata…. Appare chiaro come imperativi tecnici ed economici abbiano indotto il progetto a trascurare del tutto gli interessi umani e ambientali…L’India e gli stati coinvolti…hanno speso grandi quantità di denaro. Nessuno vuole che tale denaro vada perduto. Ma il nostro avvertimento è questo: procedere senza una piena consapevolezza dei costumi umani e ambientali potrebbe condurre a perdite ancora maggiori…. In conclusione, pensiamo che la condotta più saggia, per la Banca, sarebbe quella di ritirarsi dal progetto e riconsiderarlo da capo….177 Questo resoconto fu il caposaldo dello sviluppo futuro. Ma anche dopo la pubblicazione la Banca Mondiale era riluttante nel fare marcia indietro e mandò un altro team sotto il comando della signora Pamela Cox per investigare ulteriormente sulle raccomandazioni del Comitato Morse. Fece ciò che il rapporto Morse aveva sconsigliato, e tentò di indire una sorta di rimedio per salvare il progetto. Su suggerimento di questo comitato la Banca chiese al Governo Indiano di soddisfare alcune minime basilari condizioni. Ma il Governo non poteva fare nemmeno quel poco. La SSP diventava ormai una grossa responsabilità per la Banca, e il 10 marzo del 1993 la Banca si ritirò. L’euforia del ritiro della Banca non durò a lungo, il Governo del Gujarat dichiarò che si sarebbe procurato da solo i 200 milioni di $ che servivano per completare l’opera. Il ritiro della Banca fu un primo passo ma l’ NBA chiedeva che anche il governo Indiano facesse la sua analisi dettagliata del piano, cosa che confece mai e anzi riprese a sfollare e sommergere nuovamente i villaggi. 3.2.4 Satyagrha e creazione dell’ennesimo comitato Il villaggio di Manibeli, nel Maharashtra, centro nevralgico della resistenza, fu messo un’ altra volta sotto assedio. Centinai di abitanti dei villaggi parteciparono a un satyagraha in occasione del monsone. Nel 1993 le famiglie di Manibeli rimasero nel loro villaggio mentre l’acqua saliva, si legarono a pali di legno e si rifiutarono di andarsene, alla fine i poliziotti li sciolsero con la forza e li trascinarono via. L’ NBA dichiarò che se il progetto non veniva rivisto, un gruppo di attivisti si sarebbe gettato nel bacino. Il 5 agosto il Governo costituì un altro comitato, Five Member Group (FMG), per la revisione dei Sardar Sarovar Projects. Il rapporto dell’FMG venne presentato l’anno successivo e rafforzava ciò che veniva scritto nella Revisione Indipendente, niente cambiò. Nel febbraio 1994 il Governo del Gujarat chiuse permanentemente le paratoie della diga. Con il monsone del 1994, l’acqua del bacino si riversò dall’altra parte della diga, 65 mila metri cubi di cemento armato e 35 mila di roccia furono strappati via da un bacino formando un grosso cratere, ma solo nel 1995 i giornali iniziarono a parlarne178. All’inizio del 1995 dal momento che il reinserimento della popolazione si era mostrato inadeguato, la Corte suprema decretò che i lavori della diga venissero sospesi. La diga aveva raggiunto gli 80 metri di altezza sopra il livello del mare. Nel frattempo iniziarono i lavori della Narmada Sagar e della diga a Maheshwar. L’attenzione si spostò nel Maheshwar nella valle del Nimad, ma anche se i lavori si erano fermati, si continuava ad abbattere gli alberi delle foreste e a radere al suolo i villaggi.

177 cit…Roy Arundhaty, Guerra è Pace, Ugo Guanda Editore, Parma, 2002, pag. 91 178 Roy Arundhaty, Guerra è Pace, Ugo Guanda Editore, Parma, 2002, pag. 93

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I Governi del Madhya Pradesh e del Mharashtra continuarono a ignorare gli sfollati, mentre il Gujarat si vantava di avere la migliore politica di reinserimento. Ma di fatto lo stato del Gujarat non è mai riuscito a reinserire gli abitanti dei suoi 19 villaggi oggi sparpagliati in 175 siti di riabilitazione. 3.2.5 Gli sfollati Il progetto della diga Sardar Sarovar è quello che ha creato il maggior numero di sfollati, anche se ancora oggi non conosciamo un numero preciso. Ognuno ha sempre dato numeri diversi. L’NWDT sosteneva che le famiglie sfollate erano 6.147 mila (39.700 persone), il Gujarat affermava fossero6.700 famiglie, la commissione della Banca Mondiale del 1987 faceva un totale i 12 mila famigli e successivamente 27.000. Dal 1994, i governi stimavano che almeno 41.500 famiglie, da 245 villaggi sarebbero state affette solo dall’inondazione del bacino, sino ad arrivare all’ultima stima del 2001 di circa 43.000 famiglie identificate dal governo come Paps, Project Affected Persons.179 Le persone non colpite dal bacino ma dai canali di irrigazione, circa 170.000 non sono considerate PAPs. Il problema degli sfollati emerse chiaramente alla fine degli anni ’80 sull’alto corso del fiume, presso Jabalpur, in Madhya Pradesh. Alle famiglie tribali che dovettero abbandonare le proprie terre a causa della costruzione della diga di Bargi180, venne inizialmente promesso un indennizzo pari alla proprietà requisita. Successivamente il governo corresse le promesse, garantendo un compenso di soli due ettari per famiglia. Ma la maggior parte degli sfollati ricevette solo piccoli terreni edificabili su cui costruire le proprie case. I motivi della mancata realizzazione delle aspettative degli sfollati di Bargi è da ricercare principalmente nell’impossibilità di provvedere adeguati siti di reinserimento a causa della presenza nell’area di comando della diga di alcune tra le più grandi foreste protette del paese. La maggior parte dei nuovi villaggi sarebbe stata prossima alle rive del recevoir, ma, a causa di calcoli errati, nella stagione dei monsoni del 1990 molti di essi si allagarono e vennero, di conseguenza, dichiarati inabitabili. Il governo del Madhya Pradesh si trovò decisamente impreparato a gestire la situazione e gran parte degli sfollati rimase abbandonata al suo destino. I vari tentativi di dialogo tra le persone dei villaggi e il governo si sono fino ad ora mostrati vani. Ancora ad oggi non esiste una politica di reisendiamento comune ad entrambi gli stati. La storia del reinsediamento continua a essere una storia di indifferenza e promesse non mantenute. Alcuni hanno avuto la terra, altri no. C’è chi ha avuto una terra pietrosa e in coltivabile e chi satura d’acqua, altri ancora sono stati sbattuti fuori dai proprietari della terra che l’avevano venduta al governo senza essere pagati. Alcuni degli insediati, sono stati picchiati e cacciati via dai loro ospiti, in alcuni casi gli sfollati provenienti da due diversi progetti sono stati alloggiati nella stessa terra. Esiste poi un’altra categoria di sfollati, quella la cui terra è stata acquistata dal governo per poi essere utilizzata come terra per il reinsediamento. In numerosi siti dati in sostituzione alle terre sommerse la gente si ritrova a vivere ammassata in baracche di lamiera, alcune sono state collocate nel letto asciutto di un fiume, che durante il monsone si trasforma in un torrente in piena.

179Sangvai Sanjay, The River and Life, people’s struggle in the Narmada Valley, Earthcare Books, Mumbai Calcutta, 2002 pag. 125 180 La prima del progetto a esser stata completata nel 1989. Ivi, pag. 28

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Da Manibeli si sono trasferiti 40 nuclei familiari in un sito di reinserimento. Il primo anno sono morti 38 bambini181. Famiglie che prima avevano la foresta dalla quale ricavavano tutto l’occorrente per vivere: cibo, combustibile, foraggio, corda, tabacco, gomma, polvere dentifricia, erbe medicinali, oggetti per la casa; ora guadagnano tra le 10-20 rupie al giorno, con le quali devono sfamare e mantenere la famiglia. Prima avevano un fiume adesso hanno una pompa a mano per l’acqua. Chi è vittima del reinsediamento deve imparare di nuovo ogni cosa, le piccole come le grandi: dai bisogni corporali a comprare un biglietto dell’autobus, all’imparare una nuova lingua a capire l’uso del denaro. Devono imparare a compilare rimostranze scritte e presentarle ai vari comitati per i reclami. Se il reinsediamento negli stati di Madhya Pradesh e Maharashtra è stato sostanzialmente un fallimento la situazione non sembra essere molto migliore lungo il corso inferiore della Narmada, in Gujarat. Dal punto di vista normativo, il programma predisposto dal governo del Gujarat su indicazione del Narmada Water Disputes Tribunal si presenta come uno tra i più avanzati del mondo; per quanto riguarda l’attuazione pratica, invece, ha dato origine a molte controversie, in un intrecciarsi di apprezzamenti e di critiche. Il reinsediamento degli sfollati della diga di Sardar Sarovar può essere diviso in tre fasi. Una prima fase iniziò nel 1961 dopo il completamento della diga di Navagam. Gli abitanti di 11 villaggi furono trasferiti nella colonia governativa di Kevadia e ad essi vennero versati compensi in denaro per acquistare terre nei pressi del luogo; altri abitanti della valle vennero costretti a spostarsi nel biennio 1984-1985, in seguito all’annuncio di ripresa dei lavori per la creazione di una diga più alta; infine un progetto ancora in fase di sviluppo, che dovrebbe alzare la Grande Diga da 59 a 140 metri, porterà alla creazione di un enorme recevoir, costringendo gran parte delle 40.000 persone abitanti nel tratto della valle a monte ad abbandonare le proprie case. Nel caso del Sardar Sarovar Project il problema di irreperibilità delle terre per i nuovi insediamenti si è rivelato meno insormontabile. Il governo di Gandhinagar ha privilegiato la ”land for land compensation”182, pur mantenendo la facoltà di optare per risarcimenti in denaro. I tentativi di spostare interi villaggi sono stati perseguiti nel limite del possibile, soprattutto nella terza fase del progetto. Il risultato è stato però deludente. La popolazione dei 19 villaggi sgomberati in Gujarat è stata spostata in ben 175 villaggi dello stato, con il risultato di distruggere legami di parentela e di comunità fondamentali nell’India rurale e di sommare ai danni economici subiti dagli sfollati, anche gravi danni psicologici. Il governo del Gujarat ha esplorato altre vie di reinsediamento, comprese le possibilità di impiego nello sviluppo del progetto stesso e facilitazioni per cambiare occupazione e divenire camionisti o negozianti, senza però impegnarsi a fondo nella realizzazione di queste iniziative. Nonostante nelle regioni tribali non si perpetuino le differenze di casta, queste hanno comunque creato tensioni sociali nelle comunità di villaggio del Nimad. Le caste basse, soprattutto quella degli intoccabili, costituita da lavoratori della terra, hanno poca interazione. Anche se le relazioni non sono inimicali come nel Maharshtra e nel nord dell’India l’insicurezza e l’alienazione verso gli altri abitanti del villaggio rimane. Tra le prime iniziative dell’Andolan c’è stata proprio quella di iniziare un processo di dialogo tra questi due mondi.

181 Roy Arundhaty , La fine delle illusioni, Guanda Editore, Parma, 1999, pag.60 182 Forma di risarcimento introdotta in India negli anni ’50, al fine di supplire alle carenze dei risarcimenti monetari. In linea teorica avrebbe dovuto garantire ai proprietari di appezzamenti di terreno sfollati una pari quantità di terra. La legislazione varia però tra stato e stato e nei fatti molto raramente questa formula è stata completamente rispettata.

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La vita il lavoro e la sicurezza socio economica di queste caste di basso livello sono quelle più colpite. Durante le battaglie contro la diga il governo ha cercato di dividere le comunità portando alcuni degli sfollati delle caste riconosciute, in Gujarat. Ma molti di loro sono successivamente ritornati nel Nimad. La comunità di villaggio con tutte le sue imperfezioni, offre ancora sicurezza e sostentamento non ancora disponibili nei siti di reinsediamento. 3.2.6 Dighe e condizione femminile nella valle della Narmada Il 20 maggio del 1998 circa 200 adivasi impegnati nell’occupazione simbolica del cantiere della diga di Maheshwar, lungo il medio corso del fiume, vennero arrestati dalle forze dell’ordine183. Tra questi circa tre quarti erano donne. La massiccia presenza di donne nei movimenti di opposizione nei confronti delle Grandi Dighe è una dato costante e significativo. La partecipazione femminile a manifestazioni di protesta come satyagraha e scioperi della fame ha una lunga storia in terra indiana. Già durante la campagna di disobbedienza civile nella primavera del 1930, sotto la guida della moglie di Gandhi, Kasturbai, molte donne satyagrahin si distinsero per determinazione e coraggio, finendo per andare a riempire i reparti femminili delle prigioni del raj britannico. Questa presenza costituì un precedente per certi aspetti unico nella storia del paese, che non aveva mai visto movimenti femminili di massa. Nel caso dei movimenti nella valle della Narmada, la partecipazione femminile è addirittura maggioritaria. Le donne delle area adivasi e nella società conservativa del Nimad, sono state in prima linea nella lotta contro la diga. Loro contestano e discutono con gli ufficiali di polizia, conducono le manifestazioni e gli incontri. Donne tribali come Kamalajiji che io ho personalmente incontrato, hanno militato villaggi, hanno parlato in luoghi urbani e semi urbani sono andate in carcere affrontando le aggressioni da parte della polizia. Rukmi kaki e Kamla Didi hanno preso il ruolo di leadership e sono attive anche in nuove aree della valle. Le donne dell’Andolan hanno festeggiato il giorno della donna e hanno anche tenuto un workshop sulle donne e lo sviluppo nel marzo del 1995, ma devono ancora essere fatti molti passi avanti sull’emancipazione delle donne. Occorre soffermarsi brevemente sulle cause di tale novità. Innanzitutto la realizzazione di grandi opere pubbliche lungo il corso del fiume, pur comportando conseguenze per tutta la popolazione della valle, influisce maggiormente nei confronti delle categorie più deboli della società, tra cui le donne. Le differenze di genere sono state spesso un elemento trascurato nel considerare l’impatto delle Grandi Dighe. La divisione dei compiti tra uomini e donne è infatti una delle dinamiche basilari attraverso cui una comunità si organizza, spezzare l’equilibrio influisce sui rapporti tra i sessi. Secondo B.G. Verghese184 la realizzazione di dighe aiuterebbe le donne facendo loro risparmiare i tempi e i disagi della stagione secca che le costringe ad andare alla ricerca di acqua. E’ quasi sempre, infatti, compito della donna andare a piedi al pozzo o a specchi d’acqua, spesso situati a chilometri di distanza dai villaggi. I nuovi progetti idrici, portando l’acqua in numerosi villaggi, consentirebbe alle donne di impiegare il tempo in altre attività, più redditizie e meno faticose.

183 Sangvai Sanjay, The River and Life, people’s struggle in the Narmada Valley, Earthcare Books, Mumbai Calcutta, 2002 pag.145 184 Verghese B.G., Winning the Future, Konark Publishers PVT LTD, New Delhi, 1994, pag. 138

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Questo è certamente vero se prendiamo in considerazione i distretti di Kutch e Saurashtra, ma non nella valle fluviale. Se limitiamo la nostra analisi allo spostamento della popolazione, è evidente come le donne siano state ovunque più danneggiate degli uomini. Le mogli dei contadini sono state sistematicamente escluse da qualsiasi forma di indennizzo e non sono mai state consultate dalle autorità. Il Narmada Valley Project venne da più parti lodato per avere ammesso a godere del beneficio dell’indennizzo i figli maggiorenni dei contadini (diritto che era stato quasi sempre negato in precedenza), ma nessuno si preoccupò del fatto che le figlie femmine non furono, nemmeno prese in considerazione. Un altro fattore non trascurabile è la perdita di quei terreni “liberi” usati per attività svolte principalmente dalla comunità femminile, cancellarlo comporta una rottura del complesso equilibrio di divisione del lavoro e delle responsabilità della società adivasi. Se gli uomini possono riuscire ad ottenere un nuovo pezzo di terra, convertendosi in braccianti agricoli, le donne invece perdono il loro status. Viene introdotta così la dimensione più grave tra gli effetti dello spostamento della popolazione sulla condizione femminile lungo la Narmada: quella psicologica. A determinarla sono non solo il fattore divisione del lavoro, ma anche il fattore al matrimonio, il distacco dall’ambiente familiare, e l’inserimento in un contesto sociale che può rivelarsi profondamente diverso. Infatti, quando il reinsediamento sposta gli abitanti di un villaggio in luoghi diversi e lontani tra loro, per le donne diviene estremamente difficile trovare marito. I nuovi vicini, quasi sempre appartenenti a gruppi linguistici diversi e consci dell’alterità dei nuovi venuti, si sono dimostrati sempre restii ad unirsi in matrimonio con donne adivasi. Queste donne subiscono quindi tutte le conseguenze che derivano loro dall’impossibilità di sposarsi in una realtà come quella indiana che attribuisce enorme importanza al matrimonio. Secondo uno studio condotto da E. G. Thukral, la separazione dai parenti e spesso, dai figli rappresenta per le donne una grave fonte di preoccupazione e disorientamento. A ciò si aggiunge il fatto che le donne adivasi e dalit godono, di maggiore libertà e trasferendosi sono costrette ad adattarsi a una realtà a loro ostile dove la donna viene relegata solo all’ambito domestico. Particolarmente grave è poi la situazione delle donne sfollate costrette a trasferirsi nelle città, soprattutto Jabalpur e Vadodara. In alcuni casi la difficoltà di adattamento si è accompagnata a sopraffazioni e violenze, e vi sono stati casi di suicidio. Un aspetto positivo è invece da rilevarsi nell’aumento dell’alfabetizzazione tra le bambine adivasi trasferite nelle nuove colonie di reinsediamento, se si considera che solitamente il tasso di analfabetismo nei villaggi supera il 90%. Ma gli svantaggi sono sempre maggiori dei benefici e il fatto che le donne siano le prime a esserne colpite in parte spiega la grade partecipazione femminile all’oposizione delle grandi dighe e in particolare al Narmada Bachao Andolan. 3.2.7 Dall’intensa lotta 1990-1994 alla sentenza della Corte Suprema

Gli scontri si intensificarono nel 1990 –1994. Il 6 marzo 1990, oltre 10 mila persone bloccarono l’autostrada Bombay-Agra a Khalghat in Madhya Pradesh per 28 ore. Il primo villaggio in Maharashtra sarebbe stato sommerso con l’arrivo dei monsoni nel 1990, centinaia di tribali iniziarono il dharna dal 28 marzo in poi, il 5 aprile il governo del Maharshtra dichiarò che nemmeno un villaggio sarebbe stato sommerso sino a quando gli sfollati non sarebbero stati reinsediati come da accordo. Il digiuno si fermò.

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Il 6 aprile del 1990, le persone che protestavano a Badwani vennero brutalmente picchiate dalla polizia per poi essere imprigionate. Nel maggio dello stesso anno la polizia cercò di intimidire gli abitanti tribali, distruggendo i loro poderi e rubando il loro grano la reazione fu una lunga marcia nella valle Sangharsha Yatra, nel mese di dicembre. Il primo ministro del Gujarat Chimambhai Patel, dipinse la marcia come un’aggressione contro il Gujarat e spinse il popolo a una reazione di contro protesta. Dopo nove anni di lotta nei campi, nel maggio 1994, l’Andolan presentò alla Corte Suprema una petizione per la revisione del progetto dal punto di vista sia della costruzione della diga che dei diritti umani e quindi degli sfollati. La Corte nel dicembre ordinò all’FMG di rendere pubblico il prospetto, facendo riaprire il caso della Sardar Sarovar. La costruzione della diga venne fermata nel gennaio 1995 per via dell’insistenza da parte dei governatori del M.P., e del digiuno portato avanti a Bhopal nel dicembre 1994. La Corte Suprema sospese i lavori nel maggio 1995 per poi emettere il suo definitivo verdetto il 18 ottobre del 2000, dove autorizzava la ripresa dei lavori della diga. La principale ingiunzione del verdetto di maggioranza del giudice B.N. Kirpal e A.S. Anand, fu che la costruzione della diga Sardar Sarovar avrebbe potuto essere completata il più sollecitamente possibile, dando ai costruttori carta bianca nello sfollare la gente della valle. La corte basò le sue conclusioni sul materiale pubblicitario dei costruttori della diga e sul governo del Gujarat, i quali erano i difensori del caso. Inoltre dichiarò che la SSP era necessaria per risolvere il problema dell’acqua in Gujarat., giustificò tutte le grandi dighe costruite in India, sostenendo che non avevano creato nessun problema ambientale, che c’era stato un perfetto reinsedamento per ogni diga. Il Gujarat celebrò la vittoria e il primo ministro Patel affermò che si trattava di una botta di vita per il BJP. Il 31 ottobre i lavori ripresero. Lo stesso giorno l’ NBA sosteneva chiaramente che la maggior parte del decreto era illogico, contro la gente e anti costituzionale185. A seguito della sentenza, ci fu una grande dimostrazione di protesta , oltre 3.500 persone vennero arrestate a Badwani. Alcuni sostenitori dell’NBA e giovani delle comunità indiane all’estero protestarono in città come Londra, San Francisco e Città del Capo. Le argomentazioni messe in circolazione dall’ NBA non vennero minimamente prese in considerazione e menzionate nella sentenza della Corte. Il rapporto della Commissione Morse venne dimesso perché non accettato dal Governo Indiano e anche le dichiarazioni del MoEF o un’eventuale autorizzazione ambientale non vennero prese in considerazione. Se inizialmente il MoEF aveva dichiarato che prima di riempire i bacini occorreva prima riabilitare le persone, il Giudice Kirpal rispose dicendo: “completare prima che si riempia il bacino significa che la riallocazione sarebbe avvenuta pari passo”. Ma come può un temine esplicito come completare prima affiancarsi a di pari passo?186 Quando l’NBA chiese l’istituzione di un’agenzia indipendente per monitorare il reinserimento degli sfollati, la Corte rispose : “Non è possibile accettare che L’Autorità di Controllo della Narmada, venga vista come un’autorità indipendente. Chiaramente alcuni dei membri sono ufficiali governativi ma a parte l’Unione Indiana, gli altri Stati vengono rappresentati in questa autorità. Il progetto sta venendo intrapreso dal Governo e dalle stessa autorità governative viene portato avanti”187.

185Sangvai Sanjay, The River and Life, people’s struggle in the Narmada Valley, Earthcare Books, Mumbai Calcutta, 2002 pag. 84 186 Sangvai Sanjay, op. cit., pag. 83 187Ibidem

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3.2.8 Dal 2000 a oggi la lotta continua

Le persone della valle della Narmada reagirono in modo determinante, dopo la protesta di Badwani nell’ottobre del 2000, le persone portarono avanti dharna a Bhopal. Dal 7 al 15 novembre fu organizzata “La lunga marcia per la giustizia” organizzata per esporre la sentenza e per favorire i diritti delle classe soppresse. A Delhi la gente attaccò il Ministero delle Risorse dell’Acqua e chiese un confronto con il comitato dell’NCA sui falsi resoconti del reinsediamento e delle condizioni ambientali. Una delegazione incontrò il presidente indiano Mr.K.R. Narayanan il quale sembrò mostrare grande considerazione per diritti repressi delle classi tribali. Nel suo discorso alla nazione alla vigilia del giorno della Repubblica, il 25 gennaio del 2001, fu anche molto diretto pronunciandosi apertamente sulla la protezione dei diritti tribali nei progetti di sviluppo, e sulle nuove politiche nell’era della globalizzazione e dei capitali multinazionali.188 Sempre nel gennaio 2001 circa 100 tribali del Maharashtra iniziarono uno sciopero e il Ministro annunciò la formazione di due comitati, uno per controllare lo stato di riabilitazione e l’altro per revisionare i benefici della diga per lo stato. Dal 4 al 10 aprile durante il parikrama la gente reiterò la loro decisione di opporsi alla diga e alla dislocazione, opposizione rafforzata dal resoconto della Commissione Mondiale per le dighe, WCD, che si mostrò una tagliente critica alla sentenza della Corte Suprema. 189 La Corte Suprema facilitò lo sviluppo del nazionalismo della liberalizzazione, privatizzazione e globalizzazione. Tutti aspetti che hanno finito per cancellare gli spazi fondamentali per i diritti umani. In questo sfondo aumentò il carico di disprezzo verso Prashant Bhushan, Aundhaty Roy, Medha Patkar, per le loro azioni durante le manifestazioni di protesta fuori dalla Corte. Nel gennaio 2002 i giudici Patnaik e Sethi accusarono Roy dandole una simbolica punizione, un giorno di prigione e 2000 Rs di multa. Il risultato della Corte Suprema fu che nel 2001 circa 3.500 famiglie tribali da circa 70 80 villaggi vennero condannate ad affrontare l’emergenza monsone. Il Comitato di Revisione dell’NCA decise nell’agosto del 2001 di sollevare l’altezza della diga oltre i 100 metri. La reazione fu prima quella di un attacco a Bhopal nella casa del vice commissariato del Madhya Pradesh, successivamente per il 50esimo incontro per R&R dell’NCA a Bhopal, ci fu la proposta di un emendamento per la sentenza dell’NWDT per facilitare la ricompensa in denaro piuttosto che terra per terra. La lotta ormai va avanti da anni. L’8 marzo del 2006 l’autorità di controllo della Narmada ha approvato un aumento dell’altezza della diga da 110,64 metri a 121,92. Due giorni dopo il ministro Soz emise una dichiarazione in cui sosteneva che la decisione era prematura e si mostrava preoccupato per la riabilitazione delle persone del M.P., che sarebbero state sfollate dall’innalzamento delle acque. Medha Patkar inizò uno sciopero sino a quando il primo ministro Manmohan Singh decise di inviare tre delegati per accertarsi dello stato di riabilitazione.

188 Sangvai Sanjay, The River and Life, people’s struggle in the Narmada Valley, Earthcare Books, Mumbai Calcutta, 2002 pag. 87 189 Il resoncoto pubblicato nel 2000 a Londra vendicava i problemi portati avanti dalla gente affetta dalle grandi dighe nell’ultimo mezzo secolo. Affermando che le grandi dighe sono pianificate sostenute e giustificate senza il rispetto dei diritti umani. Richiedeva una nuova struttura per le decisioni sull’acqua e l’energia e raccomandava il consenso delle comunità prima dell’intraprendere un grande progetto nel futuro. Elencò, l’uguaglianza la sostenibilità, la partecipazione alle decisioni e all’efficienza come criteri di valutazione di qualsiasi progetto.

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Il loro resoconto del 9 aprile, come sempre, era che le persone non erano ancora state reinseriate. 4 luglio del 2007 l’ NBA inizia un’azione di occupazione delle terre che coinvolge decine di migliaia di sfollati a Badwani, in un sito di terre demaniali destinate alla sperimentazione di sementi. 25 luglio 2007: un’azione di repressione porta all’arresto di oltre 200 attivisti, tra cui Medha Patkar che viene rilasciata il 7 di agosto190.

190 Centro di Documentazione Conflitti ambientali, http://www.cdca.it/spip.php?article654

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Sit-in dell’ NBA a Indore di fronte alla sede Narmada Control Authority, 13 novembre 2007

3.2.9 Il miraggio dei benefici Glorificata come la linea della vita del Gujarat, la diga venne progettata per provvedere all’irrigazione, all’acqua potabile, all’elettricità attraverso il controllo delle inondazioni. Questi sogni erano racchiusi nei libri di testo di scuola e attraverso i media, nella psiche degli abitanti del Gujarat. La diga divenne il punto centrale della gloria e dell’Identità del Gujarat. Ma tutto questo era realtà? a) Il sogno dell’irrigazione e della gestione dell’acqua: Secondo un’analisi dettagliata la maggiore divisione dei canali d’acqua scorrerebbe verso zone già ricche di acqua come il corridoio che va da Vapi a Ahmedabad. Solo l’1,6%del totale coltivabile dell’area del Kutch e il 9.2% del totale coltivabile dell’area del Saurashtra probabilmente riusciranno a vedere i canali nel 2025191.Il progetto venne già cancellato da 4-5 anni prima dell’interruzione dei il lavori della diga del 1995. Oltre il 90% dell’area del Saurashtra , il 98% del Kutch e l’80% del nord Gujarat non ricaveranno benefici dalla SSP192. La fascia tribale a est e nord del Gujarat , con il 41% e 38% della popolazione in povertà, riceveranno solo il 6% dei benefici del progetto193 Solo il 7.7% dei villaggi del Kutch beneficeranno della SSp contro il 131,5% di quelli del Gujarat. Il distretto di Ahmmedabad è un 1/5 dell’area del Kutch , ma riceverà molta più acqua di quest’ultimo. Il reclamo circa i benefici deve essere visto in base al contesto politico. Secondo i politici del Gujarat l’acqua della SSP sarebbe servita soprattutto per l’irrigazione di larghe piantagioni di canna da zucchero che richiedono un uso intensivo di acqua. Di conseguenza, l’acqua della diga non andrà sotto l’area di commando di Mahi, togliendo acqua alla zona del Kutch, del Surashtra e del nord Gujarat.

191 Sangvai Sanjay, The River and Life, people’s struggle in the Narmada Valley, Earthcare Books, Mumbai Calcutta, 2002 pag. 111 192 Ibidem 193 Ivi, pag.113

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Inoltre proprio nella zona del fertile corridoio si sono avuti negli ultimi anni, grossi investimenti con la costruzione di industrie petrolchimiche che richiedono grosse quantità d’acqua; ragion per cui la SSNNL aveva creato un piano per vendere l’acqua della Narmada a queste industrie e alla municipalità di Ahmedabad. Le fattorie di canna da zucchero e il boom delle industre urbane divoreranno qualsiasi piccola spartizione di acqua destinate per le città a rischio di siccità. Per quanto riguarda la quantità di acqua disponibile non ci sono dati certi. L’unico elemento basilare è la supposizione dell’ NWDT194, poi diventata il nocciolo del contenzioso. Secondo il Governo del M.P. sostiene che l’attuale raccolta d’acqua basata su una serie di dati del flusso del fiume raccolti in 43 anni, è di 22 MAF195. I costruttori della diga sostenevano che il 60% sarebbe stata disponibile per l’irrigazione e il 75% per acqua potabile. Ma la capacità in India e in particolare nel Gujarat è sempre stata sotto il 45%. Nel resoconto della Banca Mondiale del 1995, la banca si dichiarava preoccupata, perché la disponibilità d’acqua era molto meno di quella stimata e che circa il 30% sarebbe dovuta cadere dall’area di comando. La disponibilità di acqua nei bacini è legata anche al tasso di sedimentazione e salinizzazione.Secondo degli studi parziali, più della metà delle aree di comando della SSP (55%) è tendente a questi due fenomeni196. b) Acqua potabile o mercato dell’acqua? Le autorità della diga per guadagnare legittimità sulla grande opera si aggrapparono alla promessa dell’acqua potabile. Affermavano che la diga avrebbe fornito acqua per 135 città e 8.215 villaggi. Dietro la proposta di dividere l’acqua con le industrie, la SSNNL ha proposto la vendita dei canali d’acqua al prezzo di 10-15 rupie per 100 litri. Le grandi case industriali, con necessità di grosse quantità d’acqua, sono in avvicinamento alla valle del Nigam. L’acqua lottizzata per le aree rurali è la metà di quella per le zone urbane, ma ancora più nascosto c’è un altro scandalo: non ci sono piani di allocazione e di responsabilità con la SSNNL per provvedere all’acqua potabile. I costi per la gestione dell’acqua potabile non fanno parte dei costi della diga, il Nigam deve solo rendere disponibile l’acqua nei canali. Il resto delle responsabilità spetta al Gujarat Water Supplì e Sewerage Board, che non ha soldi, infrastrutture e idea di come attuare un piano del genere. Nel marzo del 2001 il Governo del Gujarat pompò l’acqua dalla diga di 90 metri ai canali, sostenendo che fosse una vittoria, ma l’acqua venne fornita a metropolitane come Baroda e Ahmedabad. Un altro sogno che continua a essere rimandato cancellato e ripreso da governo a governo è quello della creazione delle condutture d’acqua. c) Elettricità, a che costo e per chi? La tanto pubblicizzata capacità di generare energia elettrica pari a 1.450 Megawatt, è solo la capacità dell’installazione, mentre la media stabile dalla SSP sarà, come sostiene il governo, di 425 Megawatt nella prima fase, riducendosi di soli 50 MW nel terzo stadio, nello sviluppo dell’intero sistema idrico197. La generazione di energia sarà

194 L’NWDT sosteneva che il fiume Narmada aveva una capacità d’acqua pari 27.24 MAF al 75% ripetibile. Sangvai Sanjay , op. cit., pag.115 195 Sangvai Sanjay, The River and Life, people’s struggle in the Narmada Valley, Earthcare Books, Mumbai Calcutta, 2002, pag. 116 196 La zona di comando per l’irrigazione è stata dIvisa in 13 zone agro climatiche delle quali solo il 20% è sopravvissuta ai parametri indicati da degli studi ancora da ultimare. Ivi, pag.117 197 Sangvai Sanjay, The River and Life, people’s struggle in the Narmada Valley, Earthcare Books, Mumbai Calcutta, 2002, pag. 121

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massima solo nei primi anni, quando i canali non saranno completamente costruiti, quando l’acqua verrà utilizzata anche per l’irrigazione, la creazione di energia andrà diminuendo. Le stime sulla creazione dell’energia, sono precedenti all’interruzione della costruzione della diga avvenuta nel 1995, di conseguenza oggi questi dati sono irrilevanti. Nel 2001 nonostante la diga non fosse finita e non era ancora stata effettuata la diversione delle acque, il governo del Gujarat aveva iniziato a pompare l’acqua. Inoltre, se la portata d’acqua del fiume è stata rivalutata, come mostra il governo del M.P., passando da 28 MAF precedentemente calcolati a 22 MAF, se ne deduce che la quantità d’energia sarà sicuramente minore. Secondo, se il Narmada Sagar Project, non è completato, i benefici dell’energia andranno a diminuire. Terzo, i fondi sono scarsi e non tutta l’energia può essere venduta dal momento che una parte serve al funzionamento della stessa diga. Infine, lo stato del Madhya Pradesh , il maggiore beneficiario di elettricità aveva , proposto una riduzione dell’altezza della diga rinunciando a una parte della sua energia, ma tale proposta non venne mai vagliata dalla Corte Suprema. Da qua alla fine dei lavori la fonte dell’energia, il letto del fiume, andrà progressivamente diminuendo, si saranno così spesi soldi e vite umane per una misera quantità di energia. Alla fine la vera motivazione sulla creazione di energia elettrica da parte della SSP è che sin da principio fu studiata per le nascenti città urbane per la vendita a livello nazionale e internazionale. Breve cronologia:

1969 Viene creato il tribunale per le dispute della Narmada 1979 Il tribunale annuncia la sentenza con le clausole per i R&R, l’acqua e la distribuzione dell’energia elettrica. La Banca Mondiale stanzia 10 milioni di dollari in prestito per la valutazione del progetto. 1985 Prima dimostrazione contro la costruzione della diga 1987 Il centro amministrativo libera il progetto 1990 La Banca Mondiale liquida 1200 core per il progetto, il Giappone sospende i fondi per le turbine 1992 Il comitato Morse viene istituito per la Banca mondiale e il suo ritiro dalla costruzione della Sardar Sarovar Project 1994 M.P. chiede la riduzione dell’altezza della diga. L’NBA archivia il caso contro la SSP. Luglio-Settembre: aumenta l’inondazione 1995 I lavori della diga si fermano per via del fallimento sul reisendiamento degli sfollati. La Banca Mondiale accetta il resoconto Morse. Inizia l’udienza finale dell’ NBA e la Corte rifiuta di concedere il permesso per iniziare la costruzione. 1997 Caso indirizzato alla magistratura costituzionale. La Corte sospende la costruzione della diga fino a maggio 1997

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2000 I sei anni di sospensione della diga vengono aboliti. La costruzione della diga rinizia tra forti proteste 2005 Sentenza finale della Corte, faccia a faccia sulla condizione R&R. Si stabilisce la differenza tra famiglie affette dalla diga temporaneamente e permanentemente. Rinforzamento delle clausole della sentenza del tribunale sul problema della terra per la riabilitazione 2006 Aumento della diga con conseguenti manifestazioni di protesta 2007 L’NBA inizia un’azione di occupazione delle terre che coinvolge decine di migliaia di sfollati a Badwani, in un sito di terre demaniali destinate alla sperimentazione di sementi.198

Quarto Capitolo

Le Soluzioni, Diritti, Globalizzazione e Cooperazione Internazionale

4.1 Soluzioni Eco-Sostenibili 4.1.1 Ecologia e tradizione induista I cambiamenti ecologici che avvennero in India durante il periodo industriale erano in larga parte la conseguenza di ciò che avveniva in Europa. Le scoperte tecnologiche resero possibile vendere una serie di oggetti per beni ricavandone profitti. Il legno che prima dell’era industriale veniva usato principalmente per bisogni domestici, veniva adesso trasformato in fogli o bruciato come combustibile per i trasporti. Quando i rifornimenti di questa materia prima finirono, i colonizzatori europei cercarono al di fuori fonti di sostituzione. Per mezzo dell’Indian Forest Acts del 1865-1878, il governo coloniale britannico, ottenne il monopolio di alcune aree dichiarandole “foreste chiuse”. Le persone non avevano più accesso a quei beni un tempo accessibili a tutti. Molte foreste vennero rimpiazzate, ma anche in questo caso, ciò avveniva soprattutto a scopi commerciali, cambiando specie di alberi e di conseguenza provocando l’estinzione di alcune specie. Questo cambiamento dell’ecosistema ha finito pian piano per marginalizzare le popolazioni tribali, soprattutto le donne. Ciò che si è registrato nel caso della valle della Narmada, non è stato un caso unico e isolato, in tutte le aree de territorio indiano colpite da degrado ambientale e dalla privatizzazione, la donna stata sicuramente la più colpita. Non solo per raccogliere l’acqua furono costrette a spostarsi per lunghe distanze, ma le donne anziane e i bambini non erano più in grado di aiutare nelle faccende di casa. La donna di casa si trovava così costretta a lavorare di più rispetto al passato, togliendo del tempo alla preparazione del cibo. Veniva inoltre provata di tutte quelle erbe che servivano come medicinali199

198Padmaparna Ghosh and S V Suresh Babu, 907 km from Parliament, Dow to Earth, 15 may, 2006 199 Inoltre i centri sanitari sono stati costruiti lontano dai villaggi e spesso sono aperti solo in determinati giorni dell’anno.

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Anche le donne incinta lavorano sino al giorno prima del parto, la conseguenza è il deterioramento sia del loro stato nutrizionale che della salute più di quello dell’ uomo. 4.1.2 Secolarizzazione ecologica L’uso dell’energia industriale in Europa è stato il responsabile della deforestazione e dello sfruttamento ambientale in India su larga scala. Le nuove tecnologie che arrivarono in India nel XIX secolo portarono con sé nuove nozioni, idee scientifiche e razionali del Rinascimento. Il risultato fu che l’India sperimentò trasformazioni sociali e culturali più estensive e irreversibili. La potenza di queste idee era che furono presentate come idee universali nella secolare struttura della lingua inglese. Vennero assimilate dalle più affluenti e ben educate sezioni della società indiana, soprattutto nel nord, e fu soprattutto da questi scaglioni che vennero stabilite le più importanti riforme religiose, sociali e politiche. La risposta del XIX secolo alla secolarizzazione è stata di tre tipi. Ci furono quelli che rigettarono del tutto la loro tradizionale visione del mondo. Altri adattarono il loro patrimonio culturale adottando qualcuna delle nuove idee. Il terzo gruppo tentò di mostrare che i pensieri indiani contenevano tutti gli elementi necessari per arrivare alle condizioni occidentali, ma queste dovevano essere in parte riviste. Queste tre categorie possono essere considerate di pari passo a particolari gruppi di pensatori religiosi. Colui che meglio si adattò alle tradizioni religiose è rappresentato dalla missione Ramakrishna e dal suo maggiore esponente Vivekananda200. Sri Ramakrishna201, rimase fedele ai metodi di meditazione induista come l’ hatha yoha e il tantra. La base del suo pensiero era un interpretazione delle Upanishads, basandosi su un’etica egualitaria dove le divisioni di razza, religione, casata e sesso, non avevano significato. Secondo Vivekananda la scienza è lo studio delle variazioni che sono state manifestate da Brahman e dal momento che Brhaman è fondamentalmente unico, tutti i rami della scienza e della vera conoscenza devono essenzialmente convergere. Nonostante la scienza fosse responsabile di molti interrogativi sui valori tradizionali, questa veniva usata da vari riformatori per riadattare le loro credenze. Il darwinismo202 che mal visto nell’Inghilterra Vittoriana, venne invece accettato dagli induisti senza nessuna difficoltà, dal momento che per loro gli esseri umani e gli animali venivano considerati molto più vicini gli uni agli altri.203 Non è difficile capire perché gli indiani dell’epoca reagirono differentemente rispetto agli europei, dal momento che per essi la reincarnazione e la tendenza di Dio ad assumere forme animali davano tale credenza per scontata.

200 Narendranáth Dutta (1863-1902),questo era il suo vero nome, fu uno dei maggiori filosofi dei Vedanta, colui che portò lo yoga in America e in Inghilterra. Gosling David L., Religion and Ecology in India and Southeast Asia, Routledge, London,N.Y. 2001, pag. 38 201 Nato nel 1836 era uno dei maggiori fedeli dal quale poi prese nome il movimento. Gosling David L., op. cit.,pag. 38 202 Per la prima volta nella storia della biologia veniva esposta con assoluto rigore scientifico, suffragata da solidi elementi e testimonianze, una teoria evolutiva che soppiantava l'assunto secondo cui ogni specie sarebbe il risultato di un atto autonomo della creazione dIvina. Secondo la teoria evoluzionistica di Darwin è l'ambiente che, subendo mutamenti, opera una selezione naturale graduale sulla grande variabilità che ogni carattere presenta nelle singole specie, scegliendo così le forme di volta in volta più adatte a lasciare una progenie in grado di sopravvivere più facilmente e le favorisce quindi rispetto alle altre. 203Non si trovarono articoli o citazioni sulla questione del darvinismo nemmeno nei due più importanti quotidiani dell’epoca. Il Tattvabodhini Patrika, un mensile fondato da Debendranath Tagore, conteneva una colonna di temi scientifici. Dal 1843 al 1880 non ci furono discussioni sul libro scritto da Darwin “L’origine delle Specie” sino al 1873.Gosling David L., op. cit., pag. 41

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Chandra Bose, ricercatore in scienze naturali e biologiche, mostrò come i pensieri filosofici indiani possono essere portati a sostenere i più avanzati problemi della scienza occidentale e nel 1917 scriveva : Nella della mia indagine, sono stato inconsciamente portato ai margini delle regioni della fisica e della fisiologia ed è stato stupefacente vedere che le linee di confine sparivano ed emergevano punti di contatto tra i regni del vivere e del non vivere….una reazione universale sembra portare assieme metallo, piante e animali sotto una legge comune204 Secondo Bose, gli scienziati dovrebbero imparare a evocare, ascoltare e guardare, piuttosto che provare ed analizzare a distanza, rifiutava quella che era la scienza europea da lui definita come in sensitiva. 4.1.3 Etica Gandhiana

Le idee gandhiane sono spesso la base di ispirazione per i movimenti ambientalisti moderni, ne è la prova l’importanza data alla visione di Gandhi205,“Sulla Terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti, ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi.” al Forum Mondiale del 1992. Gandhi, analizzò le forme di pensiero di Vivekanenda del karma-yoga per indirizzare i problemi sociali e politici verso un contesto spirituale. Reinterpretò il termine ahisma,che per i gianisti significa non violenza verso tutti gli esseri viventi, in pensieri parole e azioni, dandogli un valore meno stretto e sostenendo che qualche volta sia le mosche che gli essere umani potevano essere uccisi.Gli diede anche una connotazione positiva, come quella di cancellare la rabbia, la malizia la gelosia e tutto ciò che si oppone alla via dell’amore. Lontano dall’essere un concetto passivo, Gandhi descrive aihmsa come forza dell’anima. Il suo pensiero venne influenzato anche dal cristianesimo, con il quale entrò in contatto durante i suoi studi a Londra e dalla lettura della Bahagavadgita. Gandhi credeva che le opportunità per le iniziative personali vengono massimizzate con il panchayat, che consiste nella cooperazione volontaria tra i membri di uno stesso villaggio attraverso l’agricoltura: “In questa struttura fatta di numero villaggi….la vita non sarà una piramide con un apice sostenuto da un fondo. Ma sarà un cerchio oceanico il cui centro sarà l’individuo…la più lontana circonferenza non eserciterà il potere per schiacciare il cerchio centrale, ma darà forza a tutti quelli che stanno all’interno i quali prenderanno la loro forza dal cerchio”206 Questi villaggi sotto forma di repubbliche possono condurre una migliore relazione tra gli esseri umani e l’ambiente. Nel 1906, il Governo del Traansval, introdusse la legge per la registrazione degli asiati, con l’intendo di fermare l’immigrazione indiana in Sud Africa. Gandhi si oppose a questa legge e venne incarcerato. Fu qui che parlò per la prima volta di satyagraha, che letteralmente significa afferrare la verità. Egli sosteneva che dal momento che la verità arriva a far parte della vita di ciascuno, l’abilità nel ricercarla deve essere dedicata al

204 Gosling David L., op. cit., pag. 43 205 Mohandas Karamchand detto il Mahatma, “grande anima”( 1869-1948). Membro di una setta visnuita, fautore della dottrina giainica della non violenza, si impegnò sin dal 1894 in difesa delle minoranze. In India guidò campagne di disobbedienza( sathyagraha) alle leggi britanniche. Fu il principale artefice dell’indipendenza indiana (15-08-1947), nel clima di scontro fra induisti e musulmani fu ucciso da un fanatico indù. 206 Gosling David L., op. cit., pag. 47

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benessere del mondo intero. Il satyagraha, diventa così il veicolo per ahimsa, lo scopo per il quale tutto viene abbracciato: “Per riuscire a vedere faccia a faccia lo Spirito della verità universale e onnipresente, bisogna riuscire ad amare la più modesta creatura quanto noi stessi”207 In accordo con il suo concetto di sarvodaya( per il benessere di tutti), gandhi credeva che solo una organizzazione federale basata sull’autogoverno delle comunità locali era democratica, e usò il termine swaraj, per indicare la vera democrazia. Swadeshi denota il provenire dalla propria comunità in senso totale, includendo il senso di riallacciare le relazioni con il mondo naturale. Con queste idee, Gandhi cambiò la visione antropocentrica occidentale, secondo la quale l’uomo si arroga il potere di dominare il mondo naturale, rimpiazzandola con una visione cosmocentrica basta sul reciproco arricchimento culturale tra l’umanità e la natura. 4.1.4 Politiche ambientali per ristrutturare la società indiana

Dai primi anni settanta in poi, sotto la guida di Indira Gadhi seguendo la sua entusiastica partecipazione alla Conferenza di Stoccolma sull’ambiente, l’India venne sempre più coinvolta nelle politiche globali ambientali e giocò un ruolo fondamentale nel “Vertice della Terra”di Rio de Janeiro del 1992. Nonostante tutto il piano delle Nazioni Unite, il quale fu creato dalle nazioni industrializzate occidentali, fallì nell’indirizzarsi a problemi come: la deforestazione, la carenza di acqua potabile e il consumo delle risorse naturali. Nessuno dei partiti politici esistenti all’epoca nel paese apparve interessato ad affrontare questi problemi direttamente. Due programmi hanno cercato di ristrutturare la società indiana puntando sulla riduzione della povertà e il corretto utilizzo della natura. Il primo è quello di Madhav Gadgil e Ramachandra Guha208, il secondo è quello affrontato da Jean Drèze e Amartya Sen209, collegato all’economia ma se applicato su larga scala fornirebbe un corretto quadro per la risoluzione dei maggiori problemi.Entrambi gli autori danno un importante contributo al dibatto sull’ambiente e lo sviluppo, focalizzando: Il primo sull’ambiente, il secondo sullo sviluppo. Ghadgil e Guha si concentrano sulle contraddizioni tra l’India basata sugli ideali della cultura e della tradizione e la dura realtà che molte persone devono affrontare: “Alzandoci la mattina, speriamo di essere dimenticati dalla Terra Madre perché ci camminiamo sopra……” “O Terra, consorte di Vishui, il Signore della creazione, con montagne nel tuo petto, e oceani per vestito, dimenticami perché cammino su di te” Non solo non diamo importanza al fatto che camminiamo sulla terra, ma a mala pena tolleriamo i disastri come quello di Bhopal. L’ India ha dato alla luce Gautama Buddha, in un

207 Ibidem 208 Il primo è un affermato biologo, i secondo uno storico, nonché giornalista per il maggiore quotidiano indiano The Hindu. 209 Entrambi economisti, il primo di origine belga, il secondo indiano che vinse il Premio Nobel per l’economia nel 1998.

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bosco sacro di salici piangenti dedicato alla divinità Lumini, Buddha ha ricevuto la luce sotto un albero di ficus e predicò la dottrina della compassione verso tutte le creature della terra. Oggi stiamo tagliano gli alberi di banano e di ficus protetti da secoli, per cuocere mattoni che serviranno a costruire le nostre città e per incassare mango da spedire al Medio Oriente210. Gli indiani rispettano Gandhi come se fosse il padre della nazione, ma negli ultimi anni non si è visto altro un uso sbagliato del potere che ha leso soprattutto la gente dei villaggi, quella tanto difesa da Gandhi. Questi autori attribuiscono le difficoltà del sistema indiano a sei cause: 1) Le naturali risorse dalle quali la gente dipende stanno diventando sempre più circoscritte. Per esempio, le foreste naturali dalle quali le comunità traggono i bisogni di base vengono vendute sulla base del valore commerciale delle piantagioni di eucalipto e acacia. 2) La maggior parte delle persone ha poco accesso alle risorse, create dall’uomo, del settore dei servizi industriali Questo perché il lavoro in questo settore è cresciuto molto lentamente rispetto alla popolazione e perché l’educazione ha fallito nel fornire nozioni alla gente per lavori qualificati. 3) Il monopolio di stato ha creato capitale umano in modo inefficiente e senza la responsabilità pubblica. Le risorse naturali sono state sovvenzionate e i costi ambientali del capitale naturale sono stati scaricati ai poveri. 4) I ricchi, in contrasto con il potere politico, stanno stabilendo una sempre più forte presa sul capitale naturale. Per esempio, i rifugiati dalla diga della Narmada stanno venendo sfollati contro la loro volontà e senza appropriati piani di reisediamento. 5) Le persone che sono escluse dal capitale umano e dall’educazione non hanno incentivi per investire in qualità di prole e quindi produrne un gran numero. 6) La pesante dipendenza dalle importazioni tecnologiche e dai prodotti petroliferi, fanno aumentare le esportazione per poter mettersi alla pari con gli altri paesi, ma tutto ciò sta producendo una dispersione su larga scala che affligge soprattutto il capitale naturale, per esempio ferro e manganese che ostruiscono gli estuari minerali, un sovrapescaggio nel mare e una sovra pastorizia per produrre pelle da esportare211. Gli autori procedono poi associando a questi problemi tre particolari filosofie di pensiero politico. Quella gandhiana, quella marxista e quella neoliberale. Secondo la visione gandhiana i problemi ambientali sono causati soprattutto dall’ingordigia materialistica. La visione marxista sostiene che il degrado ambientale è il risultato dello sfruttamento capitalista sia della natura che della gente. Non vedono problemi nell’aumento dell’utilizzo della natura, perché utilizzata dallo Stato per soddisfare i bisogni umani. La scienza viene così incoraggiata come mezzo per promuovere questo fine.La visione liberal-capitalista, invece si asproccia ai problemi ambientali considerando la loro riduzione attraverso l’uso pulito di tecnologie che promuovono l’efficiente conversione delle risorse naturali in capitale umano. Ciascuna di queste tre filosofia ha dei punti di forza e debolezza. Il gandhismo conta su sul volontario contenimento, il quale è improbabile interessi la maggioranza delle persone senza forti elementi di interesse personale o ossessione. Il marxismo nell’est Europa e nella precedente Unione Sovietica aveva prodotto un’ immenso e inefficiente apparato di stato sia dal punto di vista economico che ambientale, il capitalismo liberale, attraverso scrutini più efficienti e aperti, è improbabile che porti a livello di

210 Gosling David L., Religion and Ecology in India and Southeast Asia, Routledge, London, N.Y. 2001, pag. 127 211 Ibidem

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responsabilizzazione che permettano alle persone comuni di guardare i loro interessi naturali. Gadgil e Guha sostengono che queste sei cause alla base del problema della degradazione ambientale, possono essere rimosse attraverso misure basate su componenti di ciascuna delle tre filosofie, ne identificano in particolare nove: 1. L’India deve praticare una forma di democrazia partecipativa, dove i campi politici

e i burocrati sono responsabili verso il popolo. Ciò implicherebbe la partecipazione di gruppi e assemblee di villaggio.

2. La gente locale dovrebbe avere più peso nei processi di controllo, pianificando l’esercizio dell’utilizzo delle risorse naturali. Dovrebbero essere incoraggiati a usare le loro tradizionali conoscenze212.

3. La gente locale dovrebbe beneficiare dei profitti realizzati dall’utilizzazione di risorse naturali come legname, granito,carbone e petrolio, che dovrebbero essere valutati a un prezzo realistico. Questo incoraggerebbe sensati metodi di estrazione ed efficienti usi delle risorse. Qualisiasi degradazione ambientale dovrebbe avere un suo prezzo, imposto da un’agenzia responsabile, e i soldi dovrebbero essere utilizzati per la promozione della consapevolezza ambientale nelle scuole e università.

4. I punti 1 e 3 possono essere raggiunti solo in una società più equa. In una società a predominanza agricola dove è necessaria una riforma.

5. L’esperienza dell’ Europa dell’est suggerisce che lo stato sociale è inefficiente. Il cambiamento attraverso le imprese private in India deve continuare, i sussidi statali dovrebbero essere rimossi e il meccanismo dei prezzi dovrebbe essere promosso incoraggiando politiche amichevoli dell’ambiente.

6. La scala delle imprese economiche, oggi costituita soprattutto da macro progetti, dovrebbe essere equipaggiata da processi partecipativi a livello decisionale. Piccolo non è necessariamente bello, ma con il senno di poi alcune delle grandi dighe indiane potrebbero essere rimpiazzate da un grande numero di progetti intermedi.

7. La comunicazione tecnologica potrebbe essere usata per migliorare lo scopo della partecipazione popolare nel monitorare l’ambiente. Per esempio, le immagini satellitari possono essere rese facilmente accessibili ai comuni cittadini aggiornando le informazioni sulla copertura forestale o il deposito di limo nei letti dei fiumi. I movimenti ambientali popolari come il Kerala Shastra Parishad213 dovrebbero essere incoraggiati.

8. La domanda umana di risorse naturali è aumentata, risultato dato dall’aumento della popolazione e di conseguenza dal consumo pro capite. Il cambiamento delle famiglie piccole si verificherà quando un più equo processo di sviluppo investirà più persone nell’ambito delle industrie moderne, dei servizi e dell’agricoltura. I ricchi devono accettare un freno nei loro livelli di consumo.

9. Gli alti costi esistenti in India, una mediocre qualità dell’economia, con la sua fiducia nelle importazioni di petrolio e armamenti militari, più il conseguente prestito del debito estero, devono essere rimpiazzati da nuove strategie per l’agricoltura e l’industria richiedendo bassi livelli di energia in entrata e un

212 La gente della collina di Manipur hanno deciso tra di loro di non sradicare i germogli di bamboo dalle loro foreste perché ne avevano bisogno per costruire le loro case. 213 E’ una ONG, istituita nel 1962 da un gruppo di scrittori e attIvisti per la scienza, con l'obiettivo di diffondere la scienza e la letteratura in malayalam "Scienza per la rivoluzione sociale” è lo slogan. http://www.kssp.org/

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miglioramento nelle relazioni internazionali che contribuiscono a ridurre le spese militari214.

Coerente con la loro visione di sviluppo, Jean Drèze e Amartya Sen sostengono la tesi per una ampia e partecipativa interpretazione dello sviluppo economico che prende in considerazione la necessità di espandere le opportunità sociali. Drèze e Sen riconoscono che quando esistono già le opportunità sociali, l’allargamento dei mercati non può far altro che contribuire ad accrescere queste ultime, ma riconoscono anche che molte persone vengono escluse dai benefici per carenza di alfabetizzazione ed educazione, possibilità si avere cure mediche, sicurezza sociale, parità femminile, diritti di terra e democrazia locale215. Permesso che l’India abbia fatto grandi progressi in alcune aree, ce ne sono altre che non sono nemmeno state toccate dal progresso, questo è vero soprattutto per quanto concerne l’educazione elementare. I paesi che hanno superato l’India economicamente hanno perseguito differenti politiche, oscillando dai mercati ad orientamento capitalistico (Corea del Sud, Taiwan, Tailandia) a quelli di stile comunista (Cuba, Vietnam e Cina) e socialista (Sri Lanka, Jamaica, Costa Rica) e una varietà di sistemi economici misti. Secondo questi due studiosi non è corretto attribuire i fallimenti dell’India all’aumento della popolazione, sottolineano invece che la pressione della popolazione sull’ambiente, e la qualità della vita delle donne sono molto più seri che non gli effetti nella crescita economica.216 Essi danno cinque ragioni del perché l’educazione e la salute sono componenti vitali per la della libertà umana: 1. L’educazione e la buona salute sono intrinsecamente importanti e l’opportunità di

averle accresce l’effettiva libertà personale. 2. L’educazione e la salute possono facilitare molte cose come la possibilità di

possedere un lavoro. 3. L’alfabetizzazione e l’ educazione possono promuovere pubbliche discussioni dei

bisogni sociali e incoraggiare le richieste collettive che possono a turno espandere le facilitazioni pubbliche.

4. Il processo scolastico può incoraggiare importanti benefici ausiliari come la riduzione del lavoro minorile e l’ampliamento degli orizzonti sociali, soprattutto per le ragazze.

5. Alfabetizzazione e buona educazione vanno a favore dei gruppi svantaggiati aumentandone la capacità di organizzativa e politica nel resistere all’oppressione.217

Nonostante i recenti successi circa l’utilizzo degli indiani per la tecnologia sui software dei computer, continua a esserci una grande quantità di poveri e di persone analfabete. I due studiosi fanno il paragone con il Sud Corea e la Cina, economie che sono riuscite ad allargare il mercato dei beni, senza la necessità di qualifiche universitarie, ma

214 Gosling David L., op. cit., pag.129-130 215 “Con circa la metà delle persone analfabete, di cui circa due terzi sono donne la trasformazione economica dell’india non è un facile obbiettivo….. il successo delle “Tigri Asiatiche”, e recentemente della Cina, è basato su un maggiore livello di istruzione rispetto a quello presente in India.” Ivi, pag. 131 216 Ivi, pag.132 217 Il Guardiano del Gange, Newton, uno scienziato per amico, n.3, 3 marzo 2007, pag. 109, Verr Bhadra Mishra (Mahant Ji), Il Guardiano del Gange, Newton, uno scienziato per amico, n.3, 3 marzo 2007, pag.114

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semplicemente attraverso l’educazione di base che permette alla gente di seguire precise linee guida e standard di qualità. “…Potrebbe essere meno affascinante fare semplici coltelli da tasca o sveglie piuttosto che creare uno stato basato sui software per i computer, ma il primo da ai cinesi poveri la risorsa di un reddito che gli ultimi non danno”218 4.1.5 Il guardiano del Gange

Uno scienziato induista si è dedicato a un’impresa impossibile, pulire le acque del fiume più popolato del pianeta, ma anche il più sacro. Religione scienza collaborano grazie a Veer Bhadra Mishra219, inserito dalla rivista “In Time” tra i sette eroi del pianeta. In un intervista apparsa sulla rivista Newton dice: “Per me e alcune migliaia di praticanti induisti che vivono a Varanasi, avere il darshan del fiume, cioè guardarlo con devozione e assorbirne la divinità, toccarne le acque e immergersi in esso, è diventata una parte irrinunciabile della vita. I praticanti induisti mantengono vivo il culto per la Madre Gange”. La cultura di questa fedele minoranza sparirà a causa degli scarichi da uso domestico e industriale. A inquinare il fiume sono circa 116 città, situate sui 2700 km di sponde, dall’Himalaya all’Oceano220.Quest’uomo, grazie al lavoro della campagna per il Gange pulito della Fondazione Sankat Mochan, utilizzando scienza e tecnologia relativamente semplici, sta cercando di impedire che anche solo una goccia di acqua inquinata si riversi nelle acque sacre del Gange. Un compito molto difficile dal momento che in India le masse popolari non hanno nessuna consapevolezza scientifica dell’inquinamento, e le autorità sono spesso vittime della propria mentalità ristretta e dei propri pregiudizi. “Le persone comuni in India non credono che il Gange sia sporco e inquinato, ma quando viene loro mostrato il luogo in cui gli scarichi si riversano nel fiume, questi si indignano”.221 L’amore e il rispetto che il popolo ha per il Gange possono sicuramente aiutare la campagna portata avanti da Mishra. Con l’aiuto di esperti di indiani e stranieri hanno studiato un progetto che basandosi sulla forza di gravità, e non sull’energia elettrica che è scarsa e intermittente, intercetta le fonti responsabili del 95% dell’inquinamento e le dirotta verso un sistema di quattro bacini di raccolta per il trattamento delle acque di scarico. Il primo bacino serve a realizzare la completa fermentazione anaerobica della materia organica, eliminando quasi del tutto il fango. Il secondo espone le alghe ai potenti raggi solari, per produrre gradi quantità di ossigeno, di cui hanno bisogno i batteri aerobici, quando le acqua assimilano gli agenti chimici inquinanti. Il terzo bacino crea le condizioni di calma affinché le acque possano depositarsi. Il quarto è un bacino di maturazione in cui l’acqua di scarico è mantenuta per un lungo lasso di tempo sufficiente a uccidere i batteri fecali. Questo sistema è stato sperimentato con successo in altre parti del mondo. C’è poi un 5% di inquinamento dato a cosiddette fonti non puntuali, di cui sono responsabili le comunità che usano il fiume direttamente. Per questo la gente deve essere motivata a prendersi cura del fiume. Questa è la parte spirituale del lavoro della

218 Ivi, pag.133 219 Laureato in ingegneria idraulica, insegna all’università di Benares (Varanasi). Oltre a essere scienziato è anche religioso, il Mahant (sacerdote di uno dei principali templi di Benares. Verr Bhadra Mishra (Mahant Ji), op. cit., pag. 109 221 Ivi, pag.118

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società: coinvolgere chi si bagna regolarmente nel fiume e chi vi lava i panni, barcaioli e tutti gli altri abitanti dei villaggi, donne, bambini, religiosi. “Quando sono diventato professore all’università di Benares, ho cominciato a indignarmi per il peggioramento delle condizioni del Gange. Così fede, impegno scienza e tecnologia, sono arrivati e a coesistere nella mia vita…. Fede e impegno da una parte scienza e tecnologia dall’altra, cono come le due rive parallele del flusso della mia esistenza. Non si incontrano ma assieme fanno si che il flusso della vita continui e possa rendermi felice e pienamente realizzato.”222

4.1.6 Alternative alla Sardar Sarovar

J.Wood nel suo libro Politics of Water Resource Development in India identifica tre alternative ai grandi progetti come quello Sardar Sarovar: 1)la ripresa dei tradizionali sistemi di raccolta dell’acqua, 2) le nuove tecniche e i nuovi programmi nella gestione 3) nuovi approcci sulla gestione delle acque adottati attraverso gli antichi progetti di irrigazione223. Per ogni alternativa seleziona tre criteri: l’efficacia, l’equità e la sostenibilità. Il criterio dell’efficacia cerca di determinare se i programmi alternativi o tecnologici distribuiscono l’acqua gli utenti in modo efficiente e in affidabile, minimizzando i costi e massimizzando i benefici. L’equità si basa sul problema della distribuzione. Quali villaggi ne devono beneficiare? Chi? è discriminatorio verso una parte della popolazione ? Infine la sostenibilità che punta sul lungo raggio di viabilità del programma, non solo se è applicabile dal punto di vista ecologico ma anche se può essere portato avanti localmente e quindi non deve dipendere da iniziative esterne, come appoggio finanziario o amministrativo. Per quanto riguarda la prima alternativa: il risveglio dei tradizionali sistemi di raccolta dell’acqua, è stata una delle prime emerse dai movimenti di protezione ambientale che si sono cimentati nell’investigare e documentare la grande varietà delle tradizioni indigene sulle pratiche di gestione dell’acqua nel subcontinente. Una parte del lavoro è stata principalmente di tipo archeologico, andando a ricercare i sistemi idrici risalenti ai tempi della dinastia pre-Harappa. Si è scoperto che molti dei sistemi tradizionali esistono ancora oggi anche se abbandonati a se stessi e la loro rinascita potrebbe essere la giusta soluzione al problema idrico indiano. Un particolare studio fatto dal CSE, Centre for Science and Environment, a Delhi, ha portato alla luce un catalogo con centinaia di sistemi tradizionali riscoperti in 15 regioni dell’India, dai kund224 del deserto del Rajastan, ai khul225 dell Himacal Pradesh, i phad226 del Maharashtra, e gli ery o vecchi sistemi di riserva dell’Andra Pradesh, Karnakata e Tamil Nadu. Per vari motivi, legati all’impoverimento dell’India rurale e all’abbandono delle tradizionali istituzioni dell’acqua in favore di quelle su larga scala gestiti dallo stato britannico, molte delle strutture indigene vennero trascurate.

222 Verr Bhadra Mishra , op. cit., pag.119 223 Wood R. John, The Politics of Water Resource Development in India, the Narmada Dams Controvesy, SAGE Publications, New Delhi, 2007, pag.196 224 Serbatoi sotterranei che immagazzinano l’acqua, e che durante i monsoni fuoriesce dai bacini artificiali. Wood R. John , pag. 197 225 Diversi canali che portano l’acqua dei ruscelli di montagna per l’irrigazione dei campi terrazzati. Ivi Ibidem 226 Gestione agricola di sistemi di irrigazione basata su sbarramenti di deviazione. Ibidem

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Esempi di tradizionali sistemi di raccolta dell’acqua si trovano in Gujarat, i virdas (bassi pozzi scavati in basse depressioni nelle zone desertiche del Kutch),come i vav (pozzi a gradino) e talav (serbatoi). Nel Bihar meridionale, vengono utilizzati per l’irrigazione delle risaie gli ahar e i pyne. I primi vengono costruiti sui rivoli di deflusso per raccogliere l’acqua, mentre i secondo sono usati per catturare l’acqua dei fiumi che scorrono da nord a sud del paese. Secondo V. Shiva, l’efficacia di questi sistemi è notevole, durante le grandi siccità della fine dell’ottocento, il distretto di Gaya riuscì a sopravvivere grazie ai suoi sistemi, il resto del Bihar, dove questi sistemi non erano in uso, fu colpito da carestia.227 Questi sistemi possono realmente essere un’opzione per il futuro? Il loro valore in base ai criteri elencati da Wood sembrano limitati. Inoltre non esiste ancora una vera e propria proposta politica. Possono passare il test dell’equità e della sostenibilità nonostante l’ultimo diventi problematico. Guardando l’efficacia, sembra che essi sopravvivano solo dove la moderna tecnologia non arrivi o non è sostenibile e da questo punto di vista sono un’alternativa da essere preservata. Ciò che incoraggia è che alcuni dei principi della tecnologia indigena, possono essere trovati nelle moderne tecniche che vengono applicate alla gestione delle risorse d’acqua nei tempi contemporanei. 4.1.7Nuove tecniche e nuovi programmi. Fornendo l’esistente flusso di superficie in base ai termine della sentenza dell’ NWDT, buona parte delle fattorie nella regione del Surashtra, Kach e nord Gujart, non hanno speranze di utilizzare l’irrigazione di base del fiume Narmada e delle altre risorse del fiume. Le esistenti falde acquifere che servivano da scorta stanno venendo svuotate a ritmi allarmanti. Ci si riferisce ai distretti aridi del Gujarat che hanno precipitazioni minime annuali che si aggirano attorno ai 400-300 mm annui228. A parte i bacini che vengono riservati per la raccolta delle acque della Narmada, il territorio si presenta paludoso e desertico. Nell’ultimo secolo buona parte delle coste periferiche del Gujarat hanno sofferto di un aumento della salinità e il maggiore sfruttamento delle falde acquifere ha permesso un ingresso sotterraneo di acqua di mare. Questo ha avuto disastrosi effetti nell’agricoltura locale e ha permesso un difficile accesso all’acqua potabile. La lotta contro la siccità in queste regioni è sempre stato un problema, ma negli ultimi anni ci sono stati dei progressi grazie all’aiuto fornito dalle agenzie governative, ONG, comunità locali e singoli individui, i quali hanno permesso di conservare e massimizzare l’uso dell’acqua presente nelle falde e quella raccolta con le precipitazioni. I nuovi progetti alternativi si basano sulla raccolta dell’acqua durante il periodo monsonico, che verrà utilizzata per ricaricare le falde acquifere che negli ultimi anni sono state seriamente esaurite con l’aumento dei pozzi e condutture sotterranea per l’irrigazione. Inerenti a questi progetti c’è la determinazione di aumentare la consapevolezza della comunità circa la partecipazione e la soluzione dei problemi di gestione. Dal 2003 ci sono stati due maggiori schemi a livello nazionale, il Watershed Development Project for Rainfed Areas (NWDPRA) e i Watershed Development Project (WDP)229. Nel 2003, questi e altri programmi correlati sono stati uniti sotto “Haryali” (verdeggianti) linee guida. Prima, i programmi del governo centrale affrontavano la siccità dando ai villaggi, cibo in cambio di lavoro. Tutti questi programmi avevano origini politiche e sono stati criticati per i loro scarsi risultati, solitamente attribuiti a spreco di soldi, lavori incompleti o cancellati, e

227 V. Shiva, Le guerre dell’Acqua, Feltrinelli, Milano, 2006, pag. 125 228 Wood R. John, op. cit., pag. 199 229 Wood R. John, op. cit., pag. 200

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insignificante partecipazione nel processo decisionale delle persone che ne avrebbero dovuto beneficiare. Nel caso dell’NWDPRA e del WDP si sono concentrati in un approccio integrato che promovendo la conservazione del suolo, dell’acqua e della vegetazione attraverso una serie di tecniche economiche, e sforzi sociali e amministrativi di sviluppo. La partecipazione locale e a livello di costruzione da parte del villaggio è spesso stata usata attraverso le ONG che hanno fornito non solo competenze ingegneristiche ma anche sociali. Il compito era quello di convincere tutti i membri del villaggio, dei potenziali benefici che possono derivarne da un’azione comunitaria in contrapposizione a quella individuale. Ciò che ci si chiede in questi progetti è quanto sia vera la partecipazione popolare nella creazione e progettazione di questi progetti. Da vari studi è emerso che i progressi sono avvenuti più per quanto riguarda il criterio dell’efficacia rispetto agli altri due. Per quanto riguarda l’efficacia è chiaro che in molti dei villaggi dove sono stati introdotti nuovi programmi, gli agricoltori individuali hanno risposto alle nuove opportunità attuando dei cambiamenti gestionali. Le strutture che hanno costruito e stanno mantenendo si sono dimostrate in grado di ricaricare le falde e hanno consentito di coltivare un secondo raccolto affiancato a quello tradizionale mantenuto con l’acqua dei monsoni. La salinità è stata ridotta se non eliminata, l’acqua potabile è più facilmente reperibile e ci sono notevoli progressi ambientali, come un miglioramento della biomassa e una minore degradazione del suolo. Un’altro fattore che può spiegare l’efficacia, è l’abilità e la volontà dei contadini delle zone aride, di pagare una quota dei progetti. Per quanto riguarda l’equità è chiaro che la gestione dell’acqua sta cambiando la gerarchia di villaggio basata sulle classi, il sesso e le caste. Le ONG sono inamovibili nell’insistere che la partecipazione di tutti i gruppi di villaggio è fondamentale affinché il progetto vada avanti. Molto spesso vengono fatti dei compromessi per rappresentare i gruppi emarginati ma i benefici del progetto vanno a coloro che hanno potere. Essendo infatti la gestione dell’acqua di grande interesse per i proprietari terrieri, questi sono i più veloci nel prendere vantaggi dalle nuove opportunità. Comunque ci sono vari fattori che sembrano promuovere l’equità oltre alla propaganda delle ONG. Uno è, che il lavoro dello sviluppo di un sistema di gestione dell’acqua partendo dalla catena montuosa procede verso il basso togliendo quindi la priorità ai grandi allevatori di deviare l’acqua per i loro usi. Secondo se le grandi fattorie possono beneficiarne del progetto nei primi anni, gli attivisti ONG discutono che questo può essere un prezzo che vale la pena pagare perché permette ai piccoli produttori agricoli di ottenere i loro meriti negli anni a venire quando il progetto sarà ultimato. Il terzo fattore è che la creazione di un raccolto in più, aggiunge al reddito dei lavoratori della terra anche il terreno. Infine se questi nuovi progetti riescono, le risorse di proprietà comune, come i terreni per la pastorizia possono migliorare. Per quanto riguarda la sostenibilità, questi progetti hanno il difetto di poter diventare troppo dipendenti dalle iniziative delle ONG e dai soldi del governo. Fino a oggi, solo il 27% delle terre del Gujarat è irrigata da progetti di irrigazione completati230. Molti di questi si trovano nel distretto centrale e meridionale del Gujarat, zone che hanno sempre avuto grosse quantità d’acqua per via delle abbondanti precipitazioni. Tuttavia, l’abbondanza di acqua creata con la costruzione delle dighe subito dopo l’indipendenza ha provocato dei cambiamenti. Il più grande cambiamento è quello del trasferimento dell’iniziativa e della responsabilità per la gestione dell’acqua, oltre a una maggiore divisione dei costi a scapito degli agricoltori.

230 Wood R. John, op.cit, pag. 205

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L’enfasi sulla gestione locale deriva dalla franca constatazione, non solo in Gujarat ma anche a Delhi e in tutta l’India, che il sistema di irrigazione portato avanti dal governo ha fallito. Le critiche mosse a quest’ultimo sono soprattutto da parte degli agricoltori che si lamentano della inefficiente irrigazione dovuto sia a un disinteresse da parte dei responsabili sia a una cattiva gestione, dal momento che l’acqua è spesso non disponibile quando i raccolti ne necessitano. La seconda protesta è che, se ci sono agricoltori che prendono l’acqua, sono quelli probabilmente che si trovano all’imboccatura del sistema di canalizzazione, quelli più vicini al principale sbocco, mentre coloro situati nella parte finale beneficiano di nessuna o poca acqua. La terza osservazione è quella della corruzione. I coltivatori devono quasi sempre pagare bustarelle per avere l’acqua per tempo. Complessivamente, la disciplina richiesta per una giusta allocazione di acqua è carente. C’è anche una quarta osservazione da fare, mossa però dal governo e dalle agenzie per la gestione statale come la Planning Commission di New Delhi; le tasse sull’acqua sono così basse che non coprono i costi di gestione dell’acqua, tanto meno i costi per i nuovi progetti. Un esempio di ritorno di gestione ai coltivatori, è quello attuato in Gujarat dove nel 1995 venne introdotto il PIM, Participatory Irrigation Management, che affidava le responsabilità di gestione dell’irrigazione all’amministrazione centrale mentre il restante del mantenimento del progetto veniva affidato ai Water Uses Associations, dove più del 50% era costituito da coltivatori. I proprietari dei canali e della distribuzione dell’acqua avrebbero continuato a investire nel governo e a provvedere una guida tecnica e assistenza finanziaria, ma i nuovi WUAs avrebbero rilevato operazioni di mantenimento. Le ONG sarebbero state intergate a livello di villaggio organizzando e motivando i coltivatori. Il PIM è diventato realtà in 13 distretti del Gujarat e i villaggi adesso coinvolti sono laboratori per coltivatori, ufficiali del governo e attivisti di varie ONG.231 Ma perché si è dovuti arrivare a creare dei programmi statali per far partecipare gli agricoltori quando una volta i sistemi di irrigazione erano gestiti da varie organizzazioni interne ai villaggi? Nell’ India prebritannica, in regioni come il Maharashtra, i sistemi di irrigazione erano responsabilità di comitati per l’acqua che si occupavano della manutenzione delle dighe e della pulizia dei canali. Nell’Andra Pradesh, i sistemi di gestione erano governati in gran parte da giovani, che fornivano il lavoro fisico più faticoso, e lo stesso avveniva nel Bihar232.

Come appena analizzato, nella società moderna e in paesi come l’India, si lotta soprattutto per poter partecipare sulle scelte da parte dei potenti di decisioni che ci riguardano molto da vicino. In particolare si lotta affinché avvenga la partecipazione di quella fetta di popolazione danneggiata, che tutt’ora continua a essere sottorappresentata. La simbolica consultazione alla quale gli organismi di finanziamento come la Banca Mondiale ricorrono occasionalmente è una procedura priva di significato, in quanto si dà per scontato che l’agenzia di sviluppo, una volta ascoltati educatamente gli oppositori, si ritenga libera di andare per la sua strada.

231 Wood R. John, op. cit., pag. 206 232 I goam infatti venivano gestiti collettivamente, gli abitanti dei villaggi erano responsabili della spartizione dell’acqua nella loro comunità, il sistema di parabandi regolava la distribuzione tra i villaggi dell’acqua proveniente da una fonte comune. Nei casi che comportavano lavori impegnatIvi, i diritti di ciascun villaggio venivano registrati ufficialmente. Negli altri casi la regolamentazione si rifaceva alle consuetudini e i conflitti risolti in base alle procedure locali. V. Shiva, Le guerre dell’Acqua, Feltrinelli, Milano, 2006, pag. 128

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Un termine nato negli anni novanta è quello di stakeholders, i cosiddetti portatori di interessi. La partecipazione di questi soggetti viene definita come: “un processo che coinvolge i portatori di interessi nel risolvere le problematiche nel processo decisionale e utilizza il supporto degli stakeholders per prendere una migliore decisione”233 Questa definizione mette in luce che la partecipazione degli stakeholders è un processo costituito da una serie di azioni, impatti e risultati e non una sola attività. Chiarisce come lo scopo ultimo della partecipazione degli stakeholders è unavdecisione migliore, nata da una maggiore informazione e avente carattere d sostenibilità. Fondamentalmente, la partecipazione dei portatori di interessi riconosce il ruolo del governo nel processo decisionale e cerca di chiarire i ruoli che gli stakeholders possono attuare per contribuire a una migliore decisione. I valori alla base della International Association for Public Partecipation (IAP2) sono sette e rappresentano gli standard minimi essenziali per un processo giusto ed etico.

• Gli stakeholders hanno la possibilità di farsi sentire sulle decisioni che vanno a intaccare la loro vita.

• Il contributo degli stakeholders influenza genuinamente le decisioni • Le decisioni sostenibili sono raggiunte incontrando le esigenze di tutti i

partecipanti, inclusi coloro che prendono le decisioni. • Il coinvolgimento dei potenziali affetti viene trovato e facilitato. • I partecipanti sono coinvolti sul processo intero. • Gli stakeholders vengono forniti con le informazioni di cui hanno bisogno

cosicché possano partecipare in modo significativo. • Gli stakeholders sono informati su come le loro scelte influenzino la decisione

come risultato della loro partecipazione al processo234.

4.2 Diritti, Globalizzazione e Cooperazione

4.2.1 La Banca Mondiale, il WTO e il controllo delle grandi aziende sull’acqua

Le grandi opere idrauliche nella maggioranza dei casi, avvantaggiano i potenti e impoveriscono i più deboli. Anche se il progetto viene finanziato da fondi pubblici a beneficiarne sono sempre le società di costruzione, le industrie e le aziende agricole commerciali. Ciò a cui si assiste nella società odierna è sempre un maggiore intervento statale nella politica dell’acqua, con sovvertimento del controllo della comunità locale sulle risorse idriche. Le politiche imposte dalla Banca Mondiale e le norme di liberalizzazione del commercio elaborate dalla World Trade Organization (WTO) stanno diffondendo la cultura dello Stato azienda. La Banca Mondiale235 ha sfruttato la scarsità d’acqua mondiale per trasformarla in un’opportunità commerciale per le imprese. E’ attualmente impegnata con 20 miliardi di

233 UNEP, DDP Secretariat, A Compendium of relevant practices for Improved decision-making on Dams and their Alternatives, Kenya, pag. 34 234 UNEP, DDP Secretariat, A Compendium of relevant practices for Improved decision-making on Dams and their Alternatives, Kenya, pag. 34 235 La Banca Mondiale nasce nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods e l’obbiettivo di ricostruire l’Europa dopo la II Guerra Mondiale. Oggi finanzia lo sviluppo attraverso politiche di aggiustamento strutturale, riduzione della povertà e riduzione del debito estero. E’ il principale braccio operativo per la realizzazione del Millennium Development Goals, con obbiettIvi di riduzione della povertà, protezione ambientale e accesso ai servizi sanitari ed educatIvi. Ravenhill J., Global Political Economy, Oxford University Press, 2006

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dollari in progetti idrici, di questi 4,8 riguardano impianti urbani e di purificazione, 1,7 sono destinati a progetti rurali, 4,5 a opere di irrigazione, 1,7 alla produzione di elettricità e 3 miliardi per la produzione di progetti ambientali legati all’acqua.236 L’Asia meridionale riceve il 20% dei prestiti della Banca mondiale per opere idrauliche. La Banca vede nel mercato dell’acqua una stima di circa 100 miliardi di dollari.237Tutti ormai sanno che la risorsa acqua sta diventando più lucrosa del petrolio. Grandi corporation come la Monsanto, stanno entrando in questo mercato spalleggiate dalla Banca Mondiale che ne favorisce la privatizzazione. La Monsanto si è alleata con l’International Finance Corporation ( Ifc) della Banca Mondiale e prevede che quest’ultima contribuirà con il capitale d’investimento e con le competenze sul territorio a far accrescere il suo dominio238. L’agenda progetta così di creare meccanismi non tradizionali, mirati all’istituzione di relazioni con i governi locali e le Ong e tramite altri strumenti come il microcredito239. Monsanto ha anche in progetto una joint venture con Eureka Forbes/Tata, un’azienda che opera nel settore della purificazione, saltando così le controversie locali e aggiudicandosi così il controllo gestionale sulle operazioni locali. La stessa azienda si è lanciata nel settore dell’acquicoltura in Asia per espandere le proprie competenze alimentari, giustificando il suo ingresso con lo sviluppo sostenibile che sappiamo bene non esserlo dal momento che La Corte Suprema dell’India ha vietato l’allevamento industriale dei gamberetti proprio per le conseguenze catastrofiche che apportava Privatizzazione. I progetti di privatizzazione finanziati dalla Banca Mondiale e da altri istituti vengono di solito denominati “partnership pubblico-privato”240. La dicitura la dice lunga sia per ciò che suggerisce sia per ciò che nasconde. Come fa notare Vanda Shiva, implica partecipazione pubblica, democrazia e affidabilità. Ma mette in ombra il fatto che gli accordi di parternership tra pubblico e privato fanno sì che i fondi pubblici vengano messi a disposizione per la privatizzazione dei beni pubblici. I contratti di gestione possono essere contratti di servizio a breve termine o di durata più lunga come gli accordi globali di acquisto d’ acqua, pagata dell’ente pubblico. Un po’ come nei contratti di acquisto per la privatizzazione e l’energia. Le partership pubblico-privato si sono moltiplicate essendo uno strumento efficace per attirare capitale privato e contenere l’occupazione nel settore pubblico. Attualmente le collaborazioni tra pubblico e privato ricevono milioni di dollari in aiuti. Denaro che per le aziende private che si contendono un contratto appare come sovvenzione, in India le collaborazioni di questo genere per i servizi idrici sono trenta e tendono a rimpiazzare il servizio pubblico.241 L’erosione del diritto all’acqua ormai è un fenomeno globale. Dai primi anni novanta, incoraggiati dalla Banca Mondiale sono sorti programmi i privatizzazione che colpisce sia il diritto della gente a utilizzare l’acqua , ma anche i mezzi di sostentamento e il diritto al lavoro di coloro che operano nella municipalità e nei sistemi idrici e igienici locali. I sistemi pubblici per una concessione idrica utilizzano in media cinque o dieci dipendenti mentre le aziende private ne impiegano due o tre. Le argomentazioni a favore della privatizzazione si basano per lo più sulle scadenti prestazioni delle strutture del settore pubblico, senza però prendere mai in considerazione il fatto che i risultati

236 www. worldbank.org. 237 Barlow Maude, Blue Gold, Earthscan, London, 2002, pag. 15 238 Monsanto calcola che il valore dell’acqua ammonti a miliardi. Nel 2000 l’approvvigionamento di acqua sicura avrebbe raggiunto 300 milioni di dollari in India e Messico. Questa è la cifra spesa da ONG per progetti di sviluppo idrico e per fornitura di acqua a livello di governo locale. 239 Shiva Vandana, Le Guerre dell’Acqua, cit., pag. 97 240 Ibidem 241 Ivi, pag. 98

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insoddisfacenti non siano dati dal personale in eccesso, bensì dall’inaffidabilità delle strutture. Non ci sono in realtà prove che garantiscano che le aziende private siano più affidabili, in realtà è quasi sempre il contrario dal momento che l’industria privata non ha alle spalle un tanti successi. Nonostante la sua impopolarità presso i residenti locali di tutto il mondo, la corsa alla privatizzazione dell’acqua è proseguita imperterrita. Molti paesi aventi grossi debiti, oggi sono costretti a privatizzare. Sia la Banca Mondiale che il Fondo Monetario Internazionale242 inseriscono la deregulation dell’acqua tra le condizioni di prestito.Tra i quaranta finanziamenti forniti dall’FMI nel 2000 tramite l’Ifc, 12 imponevano la privatizzazione totale o parziale della fornitura d’acqua e insistevano sull’introduzione di direttive per favorire “il pieno recupero dei costi” ed eliminare i sussidi. Ma oltre a questi due colossi internazionali, ce ne sono degli altri, come il WTO e il GATs. Il General Agreement on Trade and Tariffs (GATT) fu creato accanto alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario per gestire l’economia globale del dopoguerra. Il Gatt ha continuato ad esistere mantenendo la sua forma sino al 1995 quando, in seguito alle intese dell’Uruguay Round, fu istituito il WTO243. Prima del 1993 il GATT si occupava solo dello scambio di beni attraverso le frontiere nazionali ma con l’Uruguay Round, furono allargati i confini del commercio e il potere del GATT aggiungendo norme che vanno al di là delle merci e degli scambi internazionali. Vennero introdotte regole sulla proprietà intellettuale, l’agricoltura e gli investimenti, con il Gats anche i servizi vengono fatti rientrare nel commercio. Se la Banca Mondiale promuove la privatizzazione dell’acqua, il WTO persegue la stessa privatizzazione servendosi delle norme di libero scambio introdotte nel Gats. Promovendo il libero commercio, il WTO cerca di far passare il GATs, come un trattato “dal basso”, citando la libertà dei paesi di liberalizzare il commercio e deregolamentare diversi settori. In realtà il GATs non rispetta i processi democratici nazionali, impedendo ai governi di usare risorse e temi culturali nei negoziati con il WTO e opponendosi verso quei paesi aventi una politica opposta a quella del libero mercato. In India nel 1996 venne instaurato il Provision of the Panchayatas Act, riconoscendo così le comunità locali e tribali come autorità in che questioni di cultura, risorse e risoluzione di conflitti.244Le comunità dei villaggi (gram sabha) si vedevano riconosciute come organismi comunitari e avevano la prerogativa di respingere piani e programmi di sviluppo. L’importanza del controllo sulle risorse comunitarie era riconosciuto come necessità economica ma anche come criterio di identità culturale. Il Wto ha ignorato la Costituzione Indiana, ha ribaltato il decentramento democratico al quale aspiravano diverse comunità locali e ha contestato misure varate dai governi locali, centrali, regionali ed enti non governativi. Le sue regole sono state formulate da grandi aziende senza che ci fosse la partecipazione di ONG, governi locali e nazionali. Nel 2001 il WTO ha presentato una difesa nei confronti del Gats sostenendo che non viola il diritto all’acqua, alla salute o all’istruzione perché esclude gli esercizi forniti dall’autorità governativa e inoltre il GATs non obbliga nessun paese a deregolare i servi o ad aprire i proprio mercato. Ma analizzando meglio la dichiarazione del WTO si percepisce una diversa realtà. Esclude infatti i servizi forniti nell’esercizio dell’autorità

242 Il Fondo Monetario Internazionale nasce, come la Banca Mondiale, con la Conerenza di Bretton Woods e oggi conta più di 184 membri. Le sue funzioni sono quelle di vigilare il sistema finanziario internazionale, fornire assistenza finanziaria e tecnica. Ravenhill J., Global Political Economy, Oxford University Press, 2006 243 Il GATT sarebbe dovuto diventare l’International Trade Organization nel 1948 ma gli Stati Uniti ne bloccarono la trasformazione perché le regole commerciali avrebbero favorito il sud. 243 Shiva Vandana, Le Guerre dell’Acquacit., pag. 101 244 Ivi, pag. 102

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governativa. Il GATs specifica che questi servizi non devono essere forniti su base commerciale né in concorrenza con uno o più fornitori di servizi. A cosa si intende per base commerciale ? a questo punto anche la riscossione di imposte o canoni da parte di un governo può essere interpretata come un’attività commerciale e altri servizi essenziali potrebbero entrare nel libero commercio. La norma sul National Treatment proibisce ai governi di discriminare tra fornitori di servizi locali ed esteri,vieta inoltre ai governi di far si che le industrie straniere possano coinvolgere la popolazione locale, non possono inoltre porre limiti ai fornitori di servizi, al valore delle transazioni e delle attività di servizio, al numero delle operazioni e alla quantità di servizi forniti. Sull’agenda del Gats ci sono i servizi ambientali, nei quali rientrano le opere fognarie, lo smaltimento dei rifiuti, i servizi igienici, la depurazione dei gas di scarico, la protezione della natura e chiaramente c’è anche l’acqua. La Centralità dell’acqua ha richiamato non solo il WTO ma anche la Comunità Europea che sotto la dicitura servizi idrici, ha inoltre la raccolta, depurazione e distribuzione dell’acqua, facendo intendere il prelievo di masse d’acqua e l’estrazione dalle falde acquifere. Nel 2001 all’incontro del WTO tenutosi a Doha, gli Stati Uniti hanno introdotto il commercio dell’acqua nella Dichiarazione ministeriale. La sezione su commercio e ambiente parla della riduzione o eliminazione delle barriere tariffarie e non tariffarie sui beni e servizi ambientali, in poche parole commercio libero dell’acqua. Il WTO definisce il GATs il primo accordo multilaterale sugli investimenti, un trattato di libero commercio simile al North American Free Trade Agreement (Nafta). Grazie al Nafta, la società statunitense è riuscita a estorcere soldi al governo messicano attraverso la società per il trattamento dei rifiuti245. Il diritto di commerciare concesso alle grandi imprese come il Nafta o il GATs viene applicato ai casi di proprietà e controllo dell’acqua da parte delle aziende, afermando che le acque, sia naturali che artificiali, sono beni commerciabili. Tutta l’acqua viene trattata come una merce e vi si applicano tutte le norma dell’accordo che governano lo scambio di merci.

4.2.2 I Giganti dell’Acqua e la Privatizzazione del mercato L’acqua come abbiamo detto è diventata il petrolio blu e di conseguenza un grande affare per molte multinazionali. Le industrie principali sono le francesi Vivendi Environment246 e Suez Lyonnaise des Eaux i cui imperi comprendono circa 120 paesi. Altri giganti sono l’azienda spagnola Aguas de Barcelona eh domina l’America Latina, e la britannica Thames Water, Biwater e United Utilities. La privatizzazione dei servizi idrici non è altro che il primo passo per la privatizzazione dell’acqua. In alcuni paesi come il Messico, l’acqua potabile è così scarsa che i bambini devono Coca-Cola e Pepsi. Molte aziende, come appunto la Coca Cola, sanno che l’acqua è l’unica cosa capace di spegnere la sete, e cambiano rotta buttandosi nel business dell’acqua in bottiglia. In India la linea di acque della Coca-Cola di chiama

245 L’impianto di eliminazione dei rifiuti tossici della società Metalclad nello stato centrale i San Luis Potos era stato chiuso dalle autorità locali perché non garantiva la sicurezza dal punto di vista ambientale. Ma il Nafta ha permesso alle aziende di chiedere al tribunale di imporre il pagamento di un indennizzo al governo del paese la cui legislazione “espropria” futuri profitti dell’azienda. Metalclad si è appellato a governo messicano impugnando questa norma e ha vinto. Shiva Vandana, op.cit, pag. 104 246 Vivendi Environment si occupa di acqua trattamento dei rifiuti energia e trasporti, ha inoltre una joint-venture al 50% con una società della Repubblica Ceca, la Ctse d è previsto un fatturato netto di 200milioni di euro, una sussidiaria di Vivendi, la Onyx possiede la Waste Management Inc. Vivendi svolge servizi di smaltimento in diversi paesi, tra cui Hong Kong e Brasile.

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Kinley, ma è presente anche la Pepsi, la Terrier, la Evian, Naya, Poland Spring, Clearly Canadian, Purely Alaskan. Gli effetti della diffusione dell’acqua minerale vanno al di là dei prezzi esorbitanti e della qualità dell’acqua, l’industria dell’imbottigliamento provoca infatti un grosso deperimento ambientale. In India il maggiore produttore di acqua in bottiglia, Parle Bisleri, copre il 60% del mercato e si sta espandendo sempre più. Attualmente l’acqua in bottiglia rappresenta più del 14% dell’industria delle bibite analcoliche. Bisleri, Pepsi e Coca-Cola non sono le uniche nel mercato indiano, anche Britannia Industries e Nestlè spingono i loro prodotti. Britannia produce l’acqua Evian che costa quasi il doppio del minimo salariale locale. Più di 500 famiglie ricche in India spendono tra i 20 e 209 dollari al mese in acqua Evian247. Altre piccole aziende indiane sono entrate nel mercato e attualmente rappresentano il 17% del mercato. Queste sono Ganga, Oasis, Dewdrops, Minscot, Florida Acqua Cool e Himalayan. Il mercato indiano dell’acqua confezionata è stimata intorno ai 104,4 miliardi di dollari, con una crescita annua tra il 50 e 70%. In altre parole la produzione di acqua in bottiglia è destinata a raddoppiare ogni due anni. Tra il 1192 e il 2000 le vendite sono passate da 95 milioni di litri a 932 milioni di litri.248 Non c’è più il diritto di tutti per placare la propria sete , è un diritto che ormai tocca esclusivamente i ricchi. Lo stesso presidente indiano lamenta questa situazione: “L’elite ingurgita bottiglie di acqua minerale, mentre i poveri devono arrangiarsi con una manciata di acqua fangosa”.249 La vocazione della privatizzazione in relazione all’acqua è parte della filosofia dell’economia. Per quanto riguarda i beni industriali, sapone, acciaio, fertilizzanti, macchinari che non vengono prodotti dall’economia dello Stato, andrebbero lasciati al gioco delle forze di mercato (soggette alla regolamentazione), nel caso in cui tali prodotti venissero prodotti da aziende di proprietà dello stato dovrebbe subentrarne la privatizzazione. Per analogia la stessa cosa dovrebbe accadere con l’acqua, ma in questo caso ci sono alcune difficoltà. Primo, nel caso di consumatori o beni industriali, se il prezzo è troppo alto, o se la scorta fallisce per ragioni commerciali, noi per un po’ possiamo farne a meno e cercare dei sostituti, ma non possiamo stare senza acqua e non ci sono sostituti di quest’ultima. Non possiamo ridurre i nostri consumi di acqua sotto un certo livello. Mentre il prezzo dell’acqua deve basarsi ovviamente su certe considerazioni250, a nessuno dovrebbero essere negati questi bisogni di base soprattutto perché nessuno se li potrebbe permettere a pressi elevati. Secondo, sapone, acciaio e fertilizzanti possono essere lasciati al mercato, non c’è obbligo da parte dello stato a provvedere questi beni. Tuttavia, se l’acqua è un bisogno di base e perciò un diritto di base, lo stato ha la responsabilità di assicurare che a nessuno venga negato. Anche se la scorte è affidata a un’agenzia privata, la responsabilità dello stato non sparisce: in caso di fallimento da parte dell’agenzia privata, la responsabilità tornerà allo stato. Terzo, l’acqua è una risorsa scarsa e vitale della comunità, è una risorsa finita. Deve essere protetta dall’inquinamento, dalla contaminazione, dall’esaurimento e conservata per le generazioni future.

247 Shiva Vandana, Le Guerre dell’Acqua, cit., pag. 109 248 Ivi, pag.110 249 Discorso del presidente della repubblica Narayan del 1999. Ibidem 250 Per esempio, deve sostenere le scorte, scoraggiare l’uso inefficiente e promuovere l’economia e la conservazione. Iyer R. Ramaswamy, Towards Water Wisdom, SAGE Publications, New Delhi, 2007, pag. 137

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Ne consegue che l’argomento della privatizzazione non può essere immediatamente trasferito dal consumatore o dai beni industriali all’acqua. Mantenendo questo a mente, consideriamo cosa può significare la privatizzazione dell’acqua. Significa il trasferimento o il dare in appalto la fornitura d’acqua nelle aree urbane o rurali dalla municipalità locale o altri enti e agenzie allo stato o a un’azienda privata. Alternativamente, la privatizzazione può significare l’affidamento dello “sviluppo della risorsa acqua” WRD, Water Resource Development Project a un corpo privato, o l’autorizzazione di questo corpo per finanziare il progetto WRD, costruire dighe, bacini, sistemi di canalizzazione etc…, su un fiume o installare impianti ed equipaggiamento per l’estrazione dell’acqua da un fiume,dal letto di un fiume, da un lago o una fonte acquifera.. questo potrebbe coinvolgere una serie di domande sul controllo delle fonti naturali, come la conservazione della fonte e la sostenibilità, equità, giustizia sociale e così via. Si potrebbe dire semplicisticamente che privatizzare il servizio è accettabile ma non lo è privatizzare la fonte in sé251. Ma questa distinzione è difficile da mantenere. La privatizzazione del servizio di riserva d’acqua può condurre prima o poi all’acquisto del controllo della fonte. Anche se non è formalmente data, la proprietà della fonte dell’acqua, può costituire una forma di potere difficilmente annullabile, creando così una serie di complicazioni. Ci sono difficoltà anche con la privatizzazione dei servizi sulla fornitura d’acqua. Il primo motivo della corporazione privata è il profitto.La responsabilità della gestione è prima di tutto dell’azionista, non del consumatore o della comunità. Se le considerazioni sulla gestione del profitto entrano in conflitto con altre considerazioni, il profitto prevarrà. Ciò non significa che i ruolo dominante debba essere per forza quello dello stato, ma semplicemente che l’alternativa allo stato non è necessariamente il settore privato. Il diritto all’acqua non è la stessa cosa dei diritti d’acqua. L’ultimo termine si riferisce generalmente all’uso dei diritti nel contesto economico dell’acqua, come l’irrigazione e l’utilizzo industriale.Quando la WB o alcuni dei nostri economisti parla di titoli o diritti, stanno parlando di diritti di proprietà. Possiamo fare così diverse affermazioni: 1. E’ problematico che il diritto alla vita possa essere convertito in un diritto di

proprietà commerciale. 2. I diritti economici di alcuni non devono ledere i diritti fondamentali di altri. 3. Il principio della totale ripresa dei costi è applicabile agli usi economici ma non

all’acqua come supporto basilare per la vita. 4. Dobbiamo essere molto cauti nell’introdurre motivazioni commerciali nella sfera

della sostanza per la vita. 5. Lasciando a parte ideologiche considerazioni, la privatizzazione dei servizi

dell’acqua, se necessaria, non dovrebbe condurre alla privatizzazione delle fonti stesse.252

La prima di queste affermazioni necessita di una breve elaborazione. Tenendo conto della riserva d’acqua, possiamo dire che i cittadini hanno il diritto in questo frangente ma che tipo di diritto? Assumendo ipoteticamente che un individuo ha diritto a una quantità di 100 litri al giorno, e una famiglia di cinque membri a 500 litri al giorno, può un individuo o una famiglia essere autorizzata a vendere il proprio diritto a qualcun’ altro? Se il diritto all’acqua è parte del diritto alla vita, come può questo esser visto come un diritto di proprietà e quindi commerciabile? Questa asserzione sembra non avere risposta. I diritti dell’acqua di un contadino, o quelli industriali per uso industriale, diritti di proprietà, possono diventare commerciabili? I bisogni dell’acqua per scopi d’irrigazione possono essere definiti in riferimento all’area in questione o alle coltivazioni da attuare

251 Iyer R. Ramaswamy, op. cit., pag. 141 252 Iyer R. Ramaswamy, op.cit, pag. 143

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o per entrambi i fattori. In casi di scarsità l’acqua può essere allocata sia dallo stato che ad altre agenzie, responsabili dell’irrigazione. Il punto importante è che l’acqua venga in ogni caso fornita per l’irrigazione. Viene qualche volta sostenuto che i mercati dell’acqua sono la risposta ai conflitti dell’ acqua che nascono tra coloro che ne usufruiscono e le unità politico amministrative. Anche in India questa preposizione viene spesso esortata. In seminari e discussioni qualcuno ha sollevato tale argomentazione sostenendo che se i mercati dell’acqua prevarrebbero, lo stato dell’Orissa sarebbe stato preparato a un tantum d’ acqua di Mahanadi, il conflitto tra Karnakata e Tamil Nadu sulle acque del fiume Cauvery si sarebbe potuto attenuare, e sia gli industriali che gli agricoltori avrebbero potuto trovare una via d’uscita al loro conflitto. Il principioogenerale è stato che gli stati ripari bassi, hanno certi diritti e quelli alti hanno degli obblighi verso i primi. Questo fu racchiuso nelle regole di Helsinki per poi continuare nelle regole della Convenzione delle Nazioni Unite del 1997. Tale principio è presente anche nell’Indus Waters Treaty del 1960, tra India e Pakistan e il Trattato del Gange del 1996 tra India e Bangladesh. Affermando i poche parole, che gli stati ripari alti possono vendere l’ acqua ai bassi. A parte il negare i diritti degli stati ripari bassi introduce una motivazione commerciale, facendo capire che gli stati ripari alti possano utilizzare la risorsa nella maniera più smodata253.In realtà stati ripari alti e bassi, dovrebbero dividersi le acque attraverso accordi, trattati , conciliazioni e mediazioni e non vendendo e acquistando contratti. Il mercato dell’acqua tende a nascere soprattutto nel caso dell’estrazione dell’acqua dalle falde acquifere. Nella legge indiana, solo coloro che sono possessori della terra hanno il diritto sulle falde acquifere, le comunità, i tribali che hanno usato queste risorse naturali per secoli possono non avere questi diritti. Questa posizione legale, può però portare a iniquità di diverso genere: un ricco contadino può installare pozzi per l’estrazione nella sua terra andando a creare danni al vicino, può estrarre l’acqua privandone coloro che ne posseggono di meno, anche se questa proviene da una comune fonte acquifera, e può prosciugare la fonte estraendo troppa acqua. Se il diritto sulle falde acquifere venisse scisso da quello sul diritto della terra e quindi le falde acquifere fossero viste come i fiumi e i laghi, la situazione cambierebbe. Ma tutto ciò non è conosciuto dalla popolazione povera o tribale. Ecco perché le ONG lottano affinché ci sia comunicazione e informazione. 4.2.3 Mobilitazione sociale internazionale L’NBA è stata attivamente coinvolta nel creare the National Alliance of People’s Movements (NAPM254). Nel 1992, vari movimenti e unioni da diverse parti dell’India iniziarono un processo di alleanze che si basava su tre principali assi:

• opporsi ai prevalenti disegni di sviluppo ed evolvere pere perseguire gli alternativi modi di sviluppo;

• opporsi a ogni genere di fondamentalismo, comunalismo e sciovinismo politico; • opporsi alle nuove politiche economiche della globalzzazione, liberalizzazione e

privatizzazione.

253 Gli stati ripari alti possono vendere l’acqua a quelli più bassi solo dopo aver acquistato il controllo delle acque attraverso le strutture: in altre parole gli stati riparo alti prima fermeranno la discesa elle acque verso quelli più bassi, e poi venderanno l’acqua . L’inaccettabilità della proposizione è ovvia e non occorre venga elaborata. Iyre Y. Ramaswamy, op. cit., pag. 145 254 Sangvai Sanjay, The River and Life, people’s struggle in the Narmada Valley, Earthcare Books, Mumbai Calcutta, 2002 pag. 149

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L’alleanza iniziò e sostenne varie lotte. Il NAPAM ha appoggiato anche il caso Narmada in vari modi. Centinaia di attivisti e organizzazioni hanno partecipato alla battaglia e hanno diffuso il messaggio. Nello stesso periodo una serie di indiani residenti in America e in altri paesi divennero parte del movimento, questi gruppi progressisti formarono i “Friends of Narmada” portando programmi di supporto e campagne per gli Andolan. Gruppi tutt’ora coinvolti in politiche progressive, come opporsi alle corporazioni di potere, come la Banca Mondiale, o confermando le cause sociali e ambientali in India e in altri paesi. Lo stesso spirito ha portato l’Andolan a essere membro fondatore in the People’s Global Actio (PGA) contro la World Trade Organization e “free trade” sin dal suo inizio nel 1996. Il PGA è stato un movimento collettivo di gruppi in Europa, America, Africa, Asia e pacifico condividendo le aspirazioni democratiche, autonome e egualitarie delle persone nei loro paesi. Il PGA è contro qualsiasi forma di sfruttamento nazionale o globale. Si oppone al dominio del capitalismo rappresentato dalla Banca Mondiale e dal WTO e alle colonizzazioni interne attraverso le grandi dighe, come anche qualsiasi forma di dominio basata su classe, casta, razza e sesso. Crede nelle politiche di massa basate sul confronto255. La lotta contro la Banca mondiale, dal 1987 e il suo forzato ritiro il 1993 è stato storico per la Narmada Valley e per le persone indiane. E’ stato un cambiamento ideologico e strategico nelle politiche alternative e un diretto cambiamento per il multilaterale colonialismo che la Banca rappresenta e simbolizza. Molto prima dell’annuncio della Politica della Nuova Economia (NEP) nel 1991, del governo di Narsimha Rao, l’ Andolan aveva espresso la sua opinione, sostenendo che le politiche prevalentemente di sviluppo erano incentivate dall’economia globale e dalle forze politiche. Il NEP non era altro che il culmine della politica di sviluppo adottata dopo l’Indipendenza.Il governo indiano come anche la Banca Mondiale ne sono stati responsabili per la distruzione del terzo mondo. Sin dal 1987 l’ NBA ha fatto conoscere le violazioni della Banca e quindi portandola sulla sfera internazionale. L’Andolan non ha mai ricevuto aiuti finanziari dall’estero ma ha tessuto una nuova politica di solidarietà attorno al mondo. Le organizzazioni di giustizia sociale e ambientale all’estero hanno fatto pressione sui loro rappresentanti locali per distoglierli nel fornire appoggio alla Banca Mondiale. Il ritiro della Banca ha avuto un forte impatto in altre prospettive di aiuto finanziario per altri progetti. La lotta contro le grandi dighe adesso ha assunto una proporzione globale. La prima Conferenza Internazionale Contro le grandi dighe si è tenuta a Curtiba, in Brasile, nel marzo 1997. La Commissione mondiale sulle dighe che si riunì nel 1998 fu un tentativo di unione dei costruttori delle dighe, delle organizzazioni popolari e degli esperti, per compiere uno studio e porre delle revisioni sui progetti delle grandi dighe come veicolo di sviluppo. 4.2.4 L’Acqua in rete In tutti questi movimenti, hanno svolto un ruolo importante la comunicazione e i media. I media sono stati un potere già di per se e allo stesso tempo ha fatto sì che i problemi e i processi della lotta popolare raggiungessero il mondo esterno. Tutto ciò non solo rompe l’isolamento dei movimenti di resistenza, ma lavora anche come freno del potere repressivo dello stato e degli interessi acquisiti. I detentori del potere hanno nelle loro

255 NBA e NAPM hanno partecipato alla Carovana intercontinentale in Europa contro il WTO nel giugno e novembre 1999, con la marcia a Seattle, e poi a Praga nel settembre del 2000. Ibidem

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mani tutte le armi per legittimare e propagandare le loro politiche, i loro paradigmi e progetti, l‘NBA ha cercato di ostacolarli anche attraverso i media. Spesse volte gli stessi giornalisti si sono trovati ad affrontare situazioni spiacevoli non potendo mettere in luce la realtà dei fatti. Ma c’è anche da dire che alcuni giornalisti consci del problema, nonostante le difficoltà di viaggio e di alloggio, al di fuori della loro professionalità etica, sono andati nei villaggi della valle e hanno sostenuto attivamente il gruppo. Nel nuovo contesto tecnologico l’americana Friends of Narmada ha creato un web-site www.narmada.org, che funge come fonte di informazioni, di supporto e mobilitazione per differenti sezioni. Eminenti scrittori, artisti e letterati hanno contribuito a supportare il movimento attraverso libri, discorsi, incontri campagne e partecipazione diretta come il caso di Arundhaty Roy, che nel 1999 scrisse una forte accusa della diga nel libro “Per il Bene Comune” e ha sostenuto e partecipato alla “ manifestazione per la valle”. Spiegando il problema dell’Andolan al mondo e ai villaggi, ha affrontato per ben due volte il carico di disprezzo da parte della Corte Suprema. Un numero esponenziale di artisti, attori e pittori dalle piccole città alle metropoli come Calcutta, Baroda, Delhi e Mumbai sono usciti fuori in supporto della lotta in vari modi. 4.2.5 I Social Forum La parola latina forum designava, durante l’Impero romano, spazi pubblici aperti, destinati a riunioni civiche e cerimonie religiose e militari. Incorporatosi successivamente in quasi tutte le lingue (con il plurale fori, anche questo molto usato), il termine è passato a indicare grandi incontri per discutere temi specifici. I forum sociali hanno una caratteristica comune, il carattere deliberativo, quelli nati all’inizio di questo secolo, lottano contro la globalizzazione e il neoliberismo, come il primo Forum Sociale mondiale svoltosi nel 2001 a Porto Alegre in Brasile. Questo termine non è stato definito in modo aleatorio o casuale dagli organizzatori del Forum di Porto Alegre. La sua scelta è stata un’azione politica, in contrapposizione al Forum economico mondiale che da più di 30 anni si tiene nella città svizzera di Davos256. Nel trionfalismo dei difensori del neoliberismo e della logica del mercato, il Forum di Davos è diventato il principale strumento di comunicazione di quello che i critici hanno cominciato a definire il “pensiero unico”257. L’informazione dei grandi mezzi di comunicazione di massa ha fatto sì che il mondo sapesse ciò che si stava pensando o pianificando dall’alto delle piramidi del potere economico e politico. Dopo alcuni anni dalla caduta del Muro di Berlino la protesta ha iniziato a manifestarsi con proteste come quella del G7 nel 1994. In quest’ottica, i Forum sociali svolgerebbero una funzione specifica , ma allo stesso tempo limitata: quella di essere uno strumento per moltiplicare le azioni fornendo una maggiore coordinazione tra le organizzazioni. Il tutto partendo dal principio che chi cambierà il mondo sarà la società e non i Forum, i quali non potrebbero costituire un nuovo movimento. Anche se il forum sociale può essere definito come una convenzione, nessuno può impedirne la sua manifestazione, tant’è che oggi aumentano sempre più.

256 In questo forum vi si riuniscono le più alte sfere del sistema di potere dominante nel mondo (grandi imprenditori, dirigenti politici e intellettuali ) per fare affari e discutere di temi di loro interesse, legati all’espansione e al consolidamento del capitalismo. Questo spazio, ha conquistato una posizione centrale dopo la caduta del muro di Berlino, quando si è cominciato a sostenere che il mercato avrebbe assicurato il progresso dell’umanità e risolto tutti i problemi. 257 Espressione attribuita al giornalista Ignacio Ramonet in un editoriale di “Le Monde Diplomatique” del 1995 sulla proposta della moneta unica europea. http://www.transform.it/forum-sociale-mondiale/view

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Tra questi quello che, per l’argomento trattato n questa sede, interessa più di tutti è il Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile (Johannesburg, 2002), il Terzo Forum Mondiale sull’Acqua (Kyoto, 2003), il Forum Universale delle Culture (Barcellona, 2004) e il World Social Forum svoltosi a Mumbai nel 2004. In quest’ultimo sono state descritte le strategie per espandere l’attivismo a livello globale e cercare di costruire dei social forum a livello nazionale come già accaduto in Brasile, New York, Ghana e Firenze. Una delle aree di lavoro su cui si ci si è preposti di lavorare è una maggiore partecipazione con i governi per proteggere l’acqua investendo in quelli che sono i sistemi pubblici. Il Contratto mondiale sull'Acqua258, ha portato attraverso i vari forum alle proposte del Manifesto per un Contratto mondiale, redatto da Riccardo Putrella, che si basa su quattro idee chiave: 1. fonte insostituibile di vita, l'acqua deve essere considerata un bene comune

patrimoniale dell'umanità e degli altri organismi viventi 2. l'accesso all'acqua, potabile in particolare, é un diritto umano e sociale

imprescrittibile che deve essere garantito a tutti gli esseri umani indipendentemente dalla razza, l'età, il sesso, la classe, il reddito, la nazionalità, la religione, la disponibilità locale d'acqua dolce

3. la copertura finanziaria dei costi necessari per garantire l'accesso effettivo di tutti gli essere umani all'acqua, nella quantità e qualità sufficienti alla vita, deve essere a carico della collettività, secondo le regole da ella fissate, normalmente via la fiscalità ed altre fonti di reddito pubblico. Lo stesso vale per la gestione dei servizi d'acqua (pompaggio, distribuzione e trattamento)

4. la gestione della proprietà e dei servizi é una questione di democrazia. Essa é fondamentalmente un affare dei cittadini e non (solo) dei distributori e dei consumatori.259

Diverse di queste proposte, in particolare quelle contenute nelle dichiarazioni durante i Forum di Caracas e di Bamako, sono state accolte e inserite nella Dichiarazione finale dei Movimenti di Città del Messico. Il Contratto dell'acqua continuerà a ricercare la collaborazione di alcune istituzioni, come ad esempio i Parlamenti e gli eletti locali, rispetto a una nuova politica dell'acqua attraverso il sostegno e la richiesta, accolta dallo stesso Parlamento Europeo, per la creazione di una nuova Agenzia mondiale dell'acqua. Questo nuovo soggetto, secondo alcuni, dovrebbe essere collegato al mondo della società civile e alle istituzioni parlamentari ed essere in grado di progettare un cambiamento nei contenuti della politica del governo delle risorse idriche. In questa prospettiva l' Assemblea Mondiale dei cittadini ed eletti per l'acqua, che si è svolta a Bruxelles nel marzo del 2007, costituisce una prima occasione per costruire la progettualità coinvolgendo i cittadini. Di fondo al centro della soluzione per l’inquinamento che propone il mercato c’è il presupposto che esiste una disponibilità illimitata di acqua. Il fatto che i mercati, per ridurre l’inquinamento, agevolino la deviazione dell’acqua in un’altra area non fa altro che aumentarne la scarsità in un’altra ancora. Dalle comunità in lotta contro l’inquinamento industriale è nata la proposta per la Dichiarazione dei diritti ambientali, che comprende il diritto a un’attività industriale pulita, alla sicurezza contro l’esposizione a sostanze tossiche, alla prevenzione, all’informazione, alla partecipazione, alla protezione e ai vincoli, agli indennizzi e agli

258 Il "Contratto Mondiale dell'Acqua" costituisce la proposta centrale del "Manifesto dell'Acqua". Il manifesto é stato redatto nel settembre 1998 da un Comitato Internazionale. 259 http://www.contrattoacqua.it/public/journal/

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interventi di pulizia. Questi sono i diritti basilari per una democrazia dell’acqua, dove il diritto ad avere acqua pulita sia garantito a tutti i cittadini. Vandana Shiva elenca i nove principi che stanno alla base della democrazia dell’acqua260: 1. L’acqua è un dono della natura. E nostro dovere nei confronti della natura usare questo

dono secondo le nostre esigenze di sostentamento, mantenerlo pulito e in quantità adeguata. Le deviazioni che creano regioni aride o allagate volano il principio della democrazia ecologica.

2. L’acqua è essenziale alla vita. Tutte le specie e tutti gli ecosistemi hanno diritto alla loro

quota di acqua sul pianeta. 3. La vita è interconnessa mediante l’acqua. L’acqua connette gli esseri umani e ogni parte del

pianeta al suo ciclo.le nostre azioni non devono provocare danni ad altre specie e ad altre persone.

4. L’acqua deve essere gratuita per le esigenze di sostentamento. Poiché la natura si concede

l’uso gratuito dell’acqua, comprarla e venderla per ricavarne il profitto viola il nostro insito diritto al dono della natura e sottrae ai poveri i loro diritti umani.

5. L’acqua è limitata ed è soggetta ad esaurimento. L’acqua è limitata e può esaurirsi se usata

in maniera non sostenibile. Nell’uso non sostenibile rientra il prelevarne dall’ecosistema più di quanto la natura possa rifonderne e il consumare più della propria legittima quota, dati i diritti degli altri a una giusta parte.

6. L’acqua deve essere conservata. 7. L’acqua è un bene comune. Non è un’invenzione umana. On può essere confinata e non ha

confini. E’ per natura un bene comune. Non può essere posseduta come proprietà privata e venduta come merce.

8. Nessuno ha il diritto di distruggerla.nessuno ha il diritto di impiegare in eccesso, abusare,

sprecare o inquinare i sistemi di circolazione dell’acqua. I permessi di inquinamento commerciabili violano il principio dell’uso equo sostenibile.

9. L’acqua non è sostituibile .E’ per sua natura diversa da qualsiasi altra risorsa. Non può

essere trattata come merce.

La democrazia non è semplicemente un rituale elettorale ma il potere delle persone di forgiare il proprio destino, determinare in che modo le loro risorse naturali debbano essere possedute e utilizzate, come la loro sete vada placata, come il loro cibo vada prodotto e distribuito, quali sistemi sanitari e di istruzione debbano avere261. Come disse una volta Ghandi “La Terra ha abbastanza per la necessità di tutti, ma non per l’avidità di pochi”. L’acqua ci connette tutti e da essa possiamo imparare il cammino della pace e della libertà.

260 V. Shiva, op. cit., pag. 49-50 261 Shiva Vandana, Le Guerre dell’Acqua, cit., pag. 15

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Quinto Capitolo

La sacralità dell’Acqua A chi appartiene l’acqua? E’ proprietà privata o bene pubblico? Quali diritti hanno o dovrebbero avere le persone? Quali sono i diritti dello stato? Quali quelli delle imprese e degli interessi commerciali? Oggi ci troviamo davanti a una crisi planetaria che minaccia di aggravarsi nei prossimi decenni. Nuove iniziative ridefiniscono i diritti sull’acqua, l’economia globalizzata sta cambiando la definizione di acqua da bene pubblico a proprietà privata, una merce che si può estrarre e commerciare liberamente. L’ordine economico globale chiede la rimozione di tutti i vincoli e le normative sull’uso dell’acqua e l’istituzione di un mercato di questo bene. Coloro che sostengono il libero commercio sono coloro che vedono come alternativa alla proprietà statale la proprietà privata. Ma l’acqua più di qualsiasi altra risorsa, deve rimanere un bene pubblico e necessita di una gestione comune. Testi antichi come le Istitutiones di Giustiniano indicano che l’acqua e altre fonti naturali sono beni pubblici: “ per legge di natura questi elementi sono comuni a tutta l’umanità: l’aria, l’acqua dolce, il mare, e quindi le sponde del mare”262. In paesi come l’India lo spazio, l’aria l’acqua e l’energia sono tradizionalmente considerati esterni ai rapporti di proprietà. Nelle tradizioni islamiche la Sharia, che originariamente connotava il “cammino verso l’acqua”, fornisce la base fondamentale per il diritto all’acqua. Gli stessi Stati Uniti hanno avuto molti sostenitori dell’acqua come bene comune. “L’acqua è un elemento mobile itinerante, e deve pertanto continuare a essere un bene comune per legge di natura”, scriveva William Blackstone, “così che io ossa averne solo una proprietà di carattere temporaneo, transitorio, usufruttuario.”263 Le nuove tecnologie stanno soppiantando i sistemi di autogestione, le strutture democratiche di controllo da parte delle popolazioni si deteriorano e il loro ruolo nella conservazione si riduce. Con la globalizzazione e la privatizzazione delle risorse idriche si rafforza il tentativo di soppiantare la proprietà collettiva con quella delle grandi aziende. Il fatto che la radice del termine urdu, abadi, che significa insediamento umano, sia ab, acqua, riflette lo sviluppo degli insediamenti umani e civiltà lungo i corsi d’acqua. La dottrina del diritto ripario, il diritto naturale all’uso dell’acqua da parte degli abitanti che fanno capo per il sostentamento a un determinato sistema idrico, soprattutto un sistema fluviale, nasce anch’essa da questo concetto di ab. I diritti all’acqua non nascono con lo stato, ma scaturiscono da un determinato contesto ecologico dell’esistenza umana. In quanto diritti naturali, quelli sull’acqua sono diritti di usufrutto, l’acqua può essere utilizzata ma non posseduta. Gli esseri umani hanno diritto alla vita e alle risorse, perciò anche all’acqua. Il suo essere indispensabile alla vita è il motivo per cui, secondo le leggi consuetudinarie, il diritto ad accedervi è stato accettato come un fatto naturale e sociale. I diritti ripari su cui si basano i concetti di diritto usufruttuario, esistono da sempre, come per esempio in India il canale sul Kaveri presso il fiume Ullar risale a mille anni fa ed è ritenuto la più antica struttura idraulica di controllo del flusso di uno dei fiumi indiani. Nel Maharashtra le strutture di conservazione erano note con il nome di bandhara. Anche i sistemi ahar e pyne di Bhiar, rappresentano l’evoluzione di un concetto ripario.

262 Shiva Vandana, op. cit., pag. 33 263 Ivi, pag. 34

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Nel nuovo millennio, l’importanza dell’acqua come risorsa scarsa è emersa come mai prima. La rapida espansione internazionale e le iniziative nazionali sull’acqua, incluso il costituirsi del Forum Mondiale sull’acqua, riflette una crescente ricognizione che amministrare, terra e biomassa, sta portando a un cambiamento critico per il futuro della crescita economica e della sostenibilità ecologica. Se vivere è un diritto sacro lo è anche quello di avere a disposizione l’acqua. Sacralità dell’acqua intesa come qualcosa a cui noi diamo un valore. Come ho analizzato nel primo capitolo, sacro è tutto ciò che a cui noi diamo un valore. Valore termine che viene dal latino valere e significa “ essere, forte, valido” Nelle comunità in cui l’acqua è sacra il suo ruolo si fonda sul ruolo e la funzione di forza vitale per animali, piante e ambiente. La mercificazione riduce il suo valore esclusivamente a quello commerciale. L’idea di assegnare valori di mercato a tutte le risorse come soluzioni per risolvere e crisi ecologiche è un po’ come offrire la malattia come cura. Oggi ogni valore è sinonimo di valore commerciale, mentre la portata spirituale, ecologica, culturale e sociale delle risorse viene cancellata. La crisi idrica come dice V. Shiva scaturisce dalla spaccatura creatasi nell’identificazione del valore con il processo monetario. A volte le risorse hanno un valore altissimo pur non avendo prezzo. Per garantire la protezione di risorse vitali è necessario il recupero del sacro e del concetto di bene comune, fenomeno che pian piano riacquista il suo valore soprattutto in paesi come l’India. Perché lo Stato in fondo non può costringere i devoti a venerare il mercato dell’acqua. Sono proprio i miti le leggende, la devozione e la cultura della celebrazione a permetterci di salvare e spartire l’acqua. Pensare la storia dell’acqua significa avere senso e memoria di come l’umanità abbia saputo rapportarsi al bene suo più prezioso, considerarlo, rispettarlo. Un nuovo sentimento dell’acqua, che oggi appare necessario, non può che ripartire da qui: dalla necessità di ricordare che noi siamo anche luogo, corpo e acqua, che navighiamo in un più vasto mondo di responsabilità e solidarietà condivise, e che resteremo tali fino a quando sapremo garantire a tutti gli altri le nostre stesse responsabilità. Forse non ci sono déi e demoni che, come nella mitologia indiana lottavano per avere la brocca con l’acqua primordiale, ma ci siamo noi esseri umani, responsabili che l’acqua di quella brocca, l’acqua della vita, venga salvaguardata e mantenuta sacra.

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