Quando Vigevano Faceva Le Scarpe

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  • 7/21/2019 Quando Vigevano Faceva Le Scarpe

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    P&Vediz ioni

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    VIGEVANO HA SEMPRE VANTATO un artigianato le cui antiche origini si co-niugavano con una produzione quantitativamente e qualitativamente dirilievo.

    La creativit della popolazione non ha mai conosciuto limiti: le attivit la-vorative sono state esercitate in ogni settore che la fantasia possa sugge-rire: dalle attrezzature e macchine agricole alla selleria, dalle lavorazionimeccaniche non escluse armi e armature alla edilizia, dalle arti ti-pografiche alla arazzeria eccetera. per possibile affermare che per secoli avevano avuto la prevalenza lelavorazioni tessili, dapprima laniere (senza escludere una peraltro moltominore produzione coltivazione e lavorazione del lino) poi, dalle-

    t sforzesca, seriche.

    Allalba della rivoluzione industriale erano ancora lasse portante delle-conomia locale. Un poco pi tardi, prima della met dellOttocento, a es-se si aggiunse una intensa attivit cotoniera.Intanto, negli stessi decenni, in citt and affermandosi una lavorazionein assoluto non nuova per labitato ducale: quella delle calzature. Otti-mi ciabattini non erano mai mancati nellantico borgo, ma ora la lavo-razione della scarpe pass gradualmente dalle piccole produzioni indi-viduali alla organizzazione di piccoli laboratori che, grazie ai maggiori

    volumi produttivi, iniziarono a formare il primo nucleo di quella che, nelvolgere di un secolo, sarebbe diventata lattivit dominante e avrebbeconsentito a Vigevano di fregiarsi del titolo di capitale mondiale dellascarpa.

    LA NASCITA UFFICIALE della prima azienda industriale per la produzione discarpe datata 1872. In quellanno i fratelli Luigi e Pietro Bocca (ai qualisi aggiunse in un secondo tempo il cognato di Luigi, Madonini) avevano

    fondato a Vigevano il primo stabilimento industriale per la produzione e

    QUANDO VIGEVANO

    faceva le scarpe a tutti

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    il commercio allingrosso di calzature. Cinque anni dopo i tre soci si se-pararono, dando vita a tre nuove e distinte aziende.Il successo di queste prime ancora timide iniziative industriali gener il fe-

    nomeno dellemulazione.Altri imprenditori avviarono loro fabbriche; ope-rai esperti lasciarono progressivamente le aziende dove avevano impa-rato il mestiere e impiantarono personali piccoli laboratori.Piccoli e grandi opifici inziarono a sorgere un poco dovunque; ben prestola tradizionale creativit della nostra gente si rese conto che sarebbe sta-

    to un buon affare fabbricare in loco non soltanto le calzature vere e pro-prie, ma anche le attrezzature, le macchine e tutto quanto serviva per di-segnarle, produrle, finirle, imballarle e venderle.

    La meccanica, ovvero la fabbricazione di macchine per calzature, divennela seconda, per importanza, delle attivit lavorative vigevanesi. Pi tardi, nelsecondo dopoguerra, il settore si ampli con la produzione dei piccoli ac-cessori, dei prodotti chimici, di scatole e imballaggi.La citt tale titolo le era stato conferito fin dal lontano 1530, per vo-lere di Francesco II Sforza che laveva ottenuto dallimperatore e dalpontefice Clemente VII, insieme con lerezione del borgo a sede di dio-cesi divenne un fiorente centro industriale, con unalta densit lavo-

    rativa, incrementata dallinurbamento della popolazione del circondario(a danno dellagricoltura, che vedeva inesorabilmente diminuire il nu-mero degli addetti) e dai primi timidi flussi immigratori provenienti daaltre regioni della Penisola.Limmigrazione assunse dimensioni massicce dagli anni Cinquanta inpoi; labitato urbano si ingrand a dismisura e in proporzione aumentil benessere degli abitanti. Grande rilievo, in questi anni, assunse le-sportazione, sia per quanto riguarda la calzatura sia per il settore delle

    macchine.

    LA SMISURATA ESPANSIONE produttiva, economica e abitativa di Vige-vano aveva per in s i germi dellautodistruzione.I risultati dellampliamento delle attivit nella direzione di una copertura

    totale della produzione diretta e dellindotto furono la creazione di unastruttura economico-produttiva detta area-sistema. Oltre tre quarti del-la popolazione erano impegnati nellmbito calzaturiero.Allorch il setto-

    re, verso la fine degli anni Sessanta, diede segni di flessione, tutta larea vi-

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    gevanasca entr in crisi. Le difficolt divennero tangibili nel decennio suc-cessivo; la recessione fu inevitabile e inarrestabile.Fabbriche piccole e grandi, nomi storici e marchi gi assurti a fama inter-

    nazionale via via chiusero i battenti.Vigevano divenne un abitato grigio, in crisi di lavoro, di finanze e di iden-

    tit. Lombra della capitale della scarpa di soltanto pochi lustri prima.Le vicissitudini che hanno caratterizzato la vita della citt negli ultimi tredecenni son ben note e non necessario ripercorrerle in questa sede.Per ritrovare un trendeconomico positivo sono occorsi molti anni e una

    trasformazione quasi totale della mentalit cittadina. Oggi la situazione bench non sia il caso di lasciarsi andare a eccessivi entusiasmi lascia

    spazio a moderato ottimismo, ancorch rintuzzato dalla recente, e nonancora superata, crisi internazionale.

    CHE COSA RIMANE, OGGI, a Vigevano, di cotanto passato? Poco o nulla.Da quando la produzione calzaturiera, che era stata il fiore allocchiellodelleconomia cittadina, andata tramontando, si ripetutamente tenta-

    to di fare di Vigevano una citt turistica, cercando di destare, intorno aessa, un interesse pi approfondito per quanto di bello in grado di pro-

    porre. Peccato che, per quasi un secolo, si sia perseguito un obiettivo an-titetico. Per troppo tempo il tessuto storico cittadino stato progressi-vamente distrutto, prima per erigere fabbriche fabbrichette e fabbriconi,poi per costruire nuovi e migliori complessi abitativi che fossero il segnoevidente di un raggiunto benessere.Il risultato sotto gli occhi di tutti: il centro storico, a eccezione di qual-che angolo miracolosamente sfuggito alla furia rinnovatrice degli anni delboom, stato irrimediabilmente guastato e gran parte del patrimonio ar-

    chitettonico stato inopinatamente alterato. Per contro, ci che sembra-va costituire la maggiore ricchiezza del borgo i complessi produttivi, lefabbriche, le ciminiere eccetera nel frattempo in gran parte scom-parso, ingoiato da una situazione economica che andava sempre pi de-

    teriorandosi. Ci si cos ritrovati una citt che non n carne n pesce.Non pi una citt industriale (e, per fortuna, i maggiori complessi indu-striali oggi esistenti sono stati nel frattempo decentrati e spinti sempre piverso lestrema periferia), ma non pu nemmeno essere definita una cit-

    t darte poich, eccettuato larcinoto complesso Piazza Ducale-Duomo-

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    Castello, il pur rilevante residuo patrimonio storico-architettonico-artisti-co troppo sparso e quasi nascosto nella citt per poter costituire un ve-ro polo dinteresse turistico.

    Ben diversa era la situazione che, dagli inizi del secolo xx, si protrasse fi-no agli avanzati anni Sessanta.Vigevano era un coacervo di strutture produttive di ogni genere. Stabili-menti, fabbriche, manifatture, capannoni, opifici di ogni genere sorgevanoovunque, in pieno centro storico e ai margini dellabitato. Le foto depo-ca mostrano un tessuto urbano, forse eccessivamente grigio e poco at-

    traente, su cui le ciminiere regnavano sovrane, sentinelle avanzate di unprogresso pi apparente che reale, ma sufficientre a illudere i vigevanesi

    che il secolo in corso fosse quello che avrebbe definitivamente confer-mato la positiva evoluzione della citt verso il benessere e la ricchezzamateriale.

    DOVEROSO RIVOLGERE UN RICORDO alle maestranze, che dei fasti dellaVigevano industriale sono stati i veri protagonisti. inutile chiedersi se fossero migliori gli operai di un tempo o gli attuali;probabilmente, come avviene in tutte le cose che riguardano la vita uma-na, oggi come ieri ci sono i buoni operai e i cattivi operai. Certo, un tem-po erano ben diversi i rapporti che intercorrevano tra operai e datori dilavoro e anche tra gli operai stessi. Ma forse anche questa unafferma-zione discutibile. Erano diversi i valori che ispiravano le relazioni umane,perch erano diversi i tempi, era diverso il mondo.Che, a sua volta, era diverso da quello di oggi perch erano diversi i rap-porti interpersonali, dai quali erano inscindibili i rapporti tra i popoli e leculture. O, forse, tutto i tempi, il mondo, le ralazioni umane ugua-le, sempre; cambiano soltanto le sfumature di colore secondo langolazio-

    ne con cui si osserva linsieme o il particolare.Coloro che linesorabilit del tempo ha costretto a vivere altri tempi, al-

    tre et, altre situazioni avranno, in virt dellesperienza diretta, una visionedel passato diversa, se non antitetica, di quella focalizzabile da chi quellostesso tempo non ha vissuto. Questo potrebbe spiegare la nostalgia mo-strata dai sopravvissuti di epoche ormai lontane nel tempo.Ai loro occhile immagini riprodotte in ingiallite fotografie acquisiscono un rilievo parti-colare che, nella visione di oggi, appare tridimensionale, quasi facendo as-

    surgere i personaggi e le situazioni a nuova vita, sradicandoli dalla piatta e

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    ristretta collocazione cartacea per permettere loro di ripresentarsi vividie attivi al cospetto dellosservatore.Il fenomeno si evidenzia maggiormente quando si tratta di immagini di la-

    voro o di situazioni analoghe; in questo caso altri fattori intervengono adalimentare il meccanismo ideale: non soltanto la giovent perduta, maanche u