Alessandro Biral 1942 96 Conf 1990-01-20

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Una serie di corsi molto interessanti (Biral si era formato alla scuola di Marino Gentile...)

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  • Conferenza 20 gennaio 1990 Scrive O. Brunner nel saggio 'La casa nel suo complesso e l'antica economica europea': "nella politica

    greca ed ancora nei due millenni successivi, le forme di stato sono identiche alle forme di governo, di signoria. Ancora Montesquieu le chiama les trois gouvernements: monarchia, aristocrazia e democrazia con le rispettive degenerazioni ed infine il principio della costituzione mista, sono i principi di fondo in base ai quali per lungo tempo e in modo indiscusso si sono distinte le 'forme di stato'. A noi oggi questi concetti non dicono pi nulla. Aristocrazie non ce ne sono pi e democrazia significa qualcosa di completamente diverso che in tutto il pensiero politico antico. La democrazia moderna vuole essere, secondo la sua natura (non viene qui in discussione la sua realt) non signoria su uomini, ma amministrazione di cose. La democrazia antica invece governo del demos".

    Oggi non comprendiamo pi perch, secondo l'antica filosofia, la costituzione (politeia, civitas) prende il nome dal politeuma, dai governanti e per noi sarebbe insensato affermare che la costituzione italiana democristiana o si identifica con le 'forze' che sono al governo. Questa citazione del Brunner ha il merito di portarci direttamente nel cuore dell'argomento. Non comprendiamo pi cos'era il governo e cosa significava governare, anche se questo termine rimasto nel vocabolario e nell'uso; ha mutato completamente significato, perch completamente diversa ora la cosa stessa e il governare moderno, sin nella sua origine, si pone in diretta polemica con il governo antico che appare nel suo orizzonte costitutivo null'altro che oppressione e dominio dell'uomo sull'uomo. Non comprendiamo pi l'antico perch il moderno s'installa contro l'antico come potenza della sua rimozione . Noi infatti siamo bloccati nello stretto cerchio di un'unica alternativa circa le forme di Stato: lo Stato democratico-rappresentativo, rappresentativo a sovranit popolare e lo Stato non rappresentativo in disprezzo della sovranit popolare che prende il nome solo negativo di dittatura, di regime di violenza, di violazione normale di tutti i diritti dell'uomo, di non riconoscimento della volont popolare. Questo termine (dittatura) era, fino ad ieri, centrale per le democrazie popolari dell'Est ed aveva un significato pi nobile, di regime extra-costituzionale che doveva caricarsi del peso della realizzazione del comunismo, sostenere e distruggere tutte le tensioni e tutte le opposizioni interne al periodo di transizione, per scomparire tuttavia e lasciare posto ad una costituzione democratica, la pi democratica possibile, proprio nel momento in cui il traguardo fosse raggiunto. Dell'antica magistratura romana conserva la natura di strumento eccezionale e transitorio, anche se non pi uno strumento di conservazione e restaurazione dell'ordine, ma appunto trapasso ad un ordine completamente diverso, alla democrazia compiuta, perfetta, trapasso che esige la sospensione di tutti i diritti costituzionali ed un organo extra-statale quale il partito guida. Democrazia rappresentativa e sovranit popolare sono concetti derivati e poggiano su di un concetto base che si pu espri-mere cos: l'uomo soffre del governo, ripugna all'uomo esser governato dall'uomo, il dipendere da un altro uomo, da una volont estranea ed esterna. Anzi un crimine contro l'uomo, contro la natura umana, ogni rapporto di dipendenza tra uomini. Secondo natura, al contrario, necessario creare degli ambienti artificiali tali da garantire che gli uomini, disponendosi in essi, non possano pi cadere l'uno in dipendenza reciproca dell'altro, anzi non intrattengano tra loro una sola relazione personale. S'impone cos l'idea che governare secondo natura sia amministrare cose e creare istituzioni e strutture affinch cada signoria (Brunner) o governo dell'uomo. Le istituzioni debbono sostituire gli uomini e la loro regolamentazione indirizzata al fine di non lasciar spazio all'arbitrio di qualcuno, alla possibilit per qualcuno di far valere la sua volont particolare. La democrazia moderna si attua nelle istituzioni e nelle progressive riforme di struttura; ma questa strada poggia, a sua volta, sul concetto di uguaglianza. Gli uomini sono tra loro uguali, ma non uguali nella polis ,ossia uguali politicamente, come voleva l'antica filosofia politica e l'antica realt. Gli uomini sono, ora, uguali per natura. Non l'uguale politico che rinvia a relazioni di proporzione, ad una giustizia intesa come ricerca e ritrovamento della mediet che rende uguale ci che disuguale e tale permane, ma l'assolutamente uguale, che non am-mette disuguaglianza di sorta e che entra in opposizione polare, distruttiva, rispetto ad ogni forma di disuguaglianza: l'uguaglianza divenuta un principio che sta prima della politica e alla politica detta le sue condizioni. O, meglio, la politica assume le vesti di quell'arte che pone in essere, porta a realizzazione, l'uguaglianza in modo che ciascuno possa seguire la sua volont, usare dei suoi poteri per s soltanto, per il proprio bene, senza tuttavia divenire un ostacolo e un pericolo per la volont degli altri. Democrazia rappresentativa e democrazia diretta sono le soluzioni teoriche e storiche a questo problema.

    Ma dire che la politica si prende carico dell'uguaglianza per realizzarla, significa dire che l'uguaglianza non immediatamente data e ci che si presenta uno status entro cui gli uomini si trovano avvolti e soffocati secondo una matassa di rapporti di superiorit ed inferiorit, che si sono prodotte e si riproducono per tutto il tempo in cui non stata disponibile vera scienza dell'uomo e gli uomini non si affidano a questa scienza pur essendo essa ormai costituita. Senza l'ausilio della scienza, gli uomini, per natura uguali, sono trascinati dalla loro natura verso la disuguaglianza, al dominio. Ma perch allora non lasciarli nella disuguaglianza?

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  • Abbandonare l'uomo alla legge del suo agire, significa lasciarlo prigioniero di una situazione entro la quale le conseguenze delle sue azioni sono diverse da quelle calcolate ed egli non riesce mai a raggiungere ci che si propone, anzi ci cui perviene un risultato che non voleva e che non potrebbe mai volere. La disuguaglianza e rapporti di 'signoria' rendono ogni azione irrazionale rispetto al fine ed questa asserita catastrofe che genera lo spazio entro il quale si genera la filosofia della storia: gli uomini fanno una storia che non conoscono e non vogliono e la storia si svolge alle loro spalle contro i loro intendimenti; gli uomini non sanno quello che fanno. Ogni azione manca il suo scopo e quindi il bene, contrariamente alla legge che assicura che l'uomo vuole, di volta in volta, necessariamente il suo bene maggiore o, in situazioni sfortunate, il male minore. La disuguaglianza, verso la quale pure l'uomo inclinato naturalmente, contraddice la natura dell'uomo. Chi infatti nel suo agire pone in atto un riferimento agli altri in quanto inferiori, li costringe a diventare suoi nemici, perch viene a minacciare alle radici la loro esistenza, ossia a limitare pericolosamente fino a negare il diritto di usare tutto il loro potere in vista di ci che a loro appare bene, proprio mentre si arroga di questo stesso diritto in tutta la sua pienezza. Ma, avendo provocato la loro inimicizia, deve cominciare a temere per s ed attendersi la loro ferma disposizione a liberarsi dal giogo con qualsiasi mezzo, per comprendere immediatamente di non avere a disposizione i mezzi sufficienti per dare a tale lotta riuscita positiva ed impegnarsi in essa comunque un male, una piena disperante disutilit. Se l'inimicizia e una lotta insoddisfacente sono l'esito obbligato dell'assunzione di un rapporto di disuguaglianza, la non-ostilit guadagnata mediante il riconoscimento dell'uguaglianza, la quale tuttavia pu essere assunta come regola dell'agire solo perch a ciascuno consente di non sprecare potere e di poterlo applicare tutto utilmente per il proprio interesse. Le leggi che, assunte, realizzano un reciproco riferimento come uguali salvaguardano l'azione in quanto movimento di realizzazione dell'utile o dell'interesse e quindi in quanto movimento in se stesso e per sempre inconcluso, privo di un suo termine e soltanto questo tipo di azione. Il che significa che l'uguaglianza diviene legge quando assunto come naturale o normale un agire che si risolve nel calcolo dei mezzi idonei a raggiungere un presupposto risultato e delle possibili conseguenze che si dipartono dal risultato stesso, un agire che sprigiona preoccupazione per un possesso sempre pi esteso di mezzi onde non dover rinunciare a nulla di ci che si desidera ora o nel futuro e di ottenerlo secondo la via pi economica.

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