L'educazione nell'ombra - riassunto

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LEDUCAZIONE NELLOMBRA INTRODUZIONE La condizione che sperimentano gli educatori e gli operatori della cura lessere a confronto con la fragilit nella quale spesso non si intravedono luci o possibilit di futuro. Vi sono diverse risposte a questo: c chi rimanda ad uno spazio interiore e sociale in cui poter rielaborare limmersione nella fragilit, altri ad una autodifesa che porta a tenersi distanti e altri ancora allessere sorpresi e amareggiati, soli, nel momento in cui si tocca con mano che la societ non vede, si ritrae e delega la sofferenza umana a professionisti delleducare e del curare. Sembra che sbagliare, inciampare, stare male, trovarsi smarriti in una colpa o in un errore, siano calamit naturali da evitare. Allo stesso tempo prende forma su queste frontiere critiche un vincolo di fraternit tra sconosciuti, qui colta, sviluppata e serbata e che pu diventare un orientamento per lesercizio di saperi esperti, per luso di risorse e lorganizzazione di servizi, per il funzionamento delle istituzioni della convivenza, per la definizione di un quadro di diritti e di obbligazioni e, infine, per la proposta e la formazione di un nuovo ethos civile planetario. Nel lavoro educativo come in quello di cura abbiamo bisogno di tecniche e strumenti, come di regole e procedure, tuttavia se ci si chiude in queste ci si perde. Per reagire sembra indispensabile maturare un pensiero che centri la verit della vita per reggere il tempo e il peso degli incontri. Spesso la formazione stessa dentro e fuori la luniversit che rischia di fornire vie di fuga esaurendo il proprio compito nelloffrire solo le metodologie, le tecniche, il controllo dei saperi specialistici. Cos chi si sente incerto cerca rifugio e lo trova l dove gli vengono fornite risposte immediate. Risposte non immediate sono invece quelle che filosofe e filosofi (come Simone Weil, Maria Zambrano, Emmanuel Lvinas e Paul Ricoeur) hanno attraversato e restituito nelle loro riflessioni: una testimonianza della possibilit di entrare nellincontro in maniera responsabile. Con lumilt e la tenacia di domandare, di attendere, di non pretendere subito il passaggio al concetto. una tendenza molto diffusa quella di cercare riparo nelloggettivit, nel controllo di un linguaggio o di una tecnica che non obbliga a mettersi in gioco. E invece lattenzione che si posa sulla relazione ci che apre uno sguardo pedagogico. Fa parte della competenza pedagogica leggere gli eventi umani nella prospettiva della possibilit (non delle necessit) ed entrarvi operativamente, anzi meglio generativamente. Ritrovarsi nella fragilit vuol dire accettare lincompiutezza e, pi a fondo, accettare di iniziare, di nascere e di morire e con questo arrivare al punto di poter dire che cos bello vivere che si pu anche morire. Essere fragili significa essenzialmente capire che si figli, che si nasce da qualcuno. Il nostro corpo allinizio un corpo di affetti. E di cure, per cui esposto al rischio: ora in quanto figli siamo consegnati gli uni agli altri, una consegna reciproca ineliminabile. Prendere consapevolezza di essere figli significa allora essere, divenire fratelli, vedere fratelli intorno a s. E viviamo in una societ che ha affievolito questa consegna, questo affidamento reciproco. Essere fragili un pesante vincolo? Per rispondere a questa domanda basti pensare alle riflessioni di Paul Ricoeur negli ultimi suoi mesi sulla malattia, la cura, la morte. La fragilit dice nella struttura stessa della vita: bisogna trasformare levidenza della fragilit in sentimento di vulnerabilit. E luomo fragile deve porsi come uomo capace: capace (capax) significa recettivo, che si fa riempire, che coglie e serba. Ed proprio vivere la fragilit e assumere la propria capacit quello che fa delluomo un essere vulnerabile, che sa che pu essere colpito e che lunica risorsa di fidarsi daltri e di giocare la propria affidabilit per altri. Lonnipotenza, la perfezione non delluomo: luomo tale anche perch vive non debito che non pu, non riesce a corrispondere, tanto che ne fa una sorta di colpa antecedente, originaria. Si tratta invece di acquisire la consapevolezza del limite, che anche un dono e pu aprire al per-dono. Luomo onnipotente invece abbruttisce nel risentimento, incapace di perdonare e si pensa imperdonabile. Si diffuso in questi tempi il mito della perfezione, dellautonomia piena, fine a s stessa, autosufficiente, un autonoma che incapace di incontrare laltro. La nostra natura invece ci consegna

gli uni agli altri: grazie ad altri possiamo tornare a uscire da noi stessi, fuori dalluniverso chiuso della colpevolizzazione e della perfezione, del merito e della colpa. Il luogo del vero incontro educativo della cura tra donne e uomini il luogo dove si vive. La vita infatti pi ricca delle sue rappresentazioni: offre meno contorni netti e per questo la si sente pi fragile. La relazione con laltro espressione continuamente originaria del pensare s stessi, del disegnare il rapporto col tempo e con la realt. Su entrambi i lati della relazione: proprio per questo educativa. Ecco allora perch cos difficile trovare leducativo in una procedura, in un trattamento, nellapplicazione di un protocollo: in queste dimensione il tempo e la realt sono sotto controllo. le istituzione nascono spesso per rendere sostenibile la fragilit, poi a volte pensano di cancellarla del tutto. Le persone che vivono ai margini allora rivelano questa dimensione inabitabile, insostenibile nella convivenza istituita. vero che i nostri servizi ospedalieri ospitano gli utenti, lassistente sociale va a incontrare le famiglie in difficolt, gli insegnanti fanno corsi di recupero, lextra-scuola rivolge particolare attenzione a chi non riesce a integrarsi: ma perch queste persone dovrebbero venire via dai margini, farsi aiutare, fidarsi, ascoltare? Gli esclusi che resistono alle nostre buone intenzioni e azioni rompono limmagine salvifica e redentrice dellazione educativa e di cura. Ci che prova a salvare a volte la forma della convivenza istituita, le sue regole, le sue norme, i suoi meccanismi. Lazione educativa vuole scommettere sulla forza della nascita e dellinizio delle persone, anche quando si toccata la vulnerabilit estrema. sulla forza generativa della relazioni nella cura che fronteggiamo resistenze e rinunce. Ad ogni educatore, ogni operatore della cura non si pu che augurare di riuscire a sentirsi (almeno una volta nella vita) nel posto in cui deve essere: non pu che essere l, dove pu cogliere il valore benefico della bellezza che alberga in ogni possibilit umana. 1 UNA CURA EDUCATIVA SENZA DIMORA Simone Weil afferma che non possiamo trasformare noi stessi, possiamo solo essere trasformati, ma lo possiamo soltanto quando lo vogliamo con tutte le nostre forze. Ci sono vite di uomini e di donne che paiono essere rattrappite nella necessit, nella sopravvivenza. Vite in difficolt, quasi nella paralisi della volont, ai margini delle citt, delle relazioni, degli affetti: cura, incontro educativo, possibilit dun nuovo inizio paiono impossibili. C una forte resistenza al riconoscimento delle biografie dellabbandono, e questa viene dalla citt dei giusti, citt che non vuole riconoscere come sua la sofferenza urbana. Nelle ns citt crescono insieme SVILUPPO e POVERTA: i dati della Banca mondiale e lOMS dicono che negli ultimi 10 anni nelle citt del Nord del mondo i due fenomeni sono cresciuti insieme, e che la povert si concentra nelle aree urbane. la povert, inoltre, uno dei maggiori fattori di rischio per la salute delle persone: i problemi di salute mentale e di salute pi in generale saranno sempre pi problemi di salute e sofferenza urbana. Questa sofferenza segnata, nelle sue diverse forme, da stigma, discriminazione, abbandono, colpevolizzazione e violazione dei diritti. E lo con tanta + evidenza quanto + cresce e si afferma diffusamente LA CULTURA DEL MERITO E DELLA COLPA:questa cultura in un certo modo produce e d forma a una sofferenza urbana istituzionalizzata: contenuta in istituzioni DEFINITE e visibili (carceri, campi, strutture per la salute mentale) o in istituzioni INDEFINITE (strade, stazioni, periferie). I senza dimora vivono prevalentemente in queste ultime istituzioni indefinite ma dalle regole rigide e dai confini continuamente riscritti sulla spinta di interventi pubblici, dalla carit e assistenza. Le persone che vivono in queste aree di sofferenza sono prese in una delle identit forzate (disagi adulto grave, pluridipendenza, disturbo della personalit) nelle quali le citt chiudono quanti, senza nome proprio, finiscono ai margini. E la societ li nasconde nelle pieghe dove al pi possono provare a sopravvivere e coltivare relazioni chiuse, la citt nega agli individui le loro dinamiche collettive. Solo nella comprensione di una dinamica complessa, prodotta da adattamenti reciproci tra i soggetti senza dimora e lambiente, il contesto di vita pu aprire spazi e credibilit, per elaborare queste sofferenze in nuove relazioni. A questo devono indirizzarsi gli sforzi degli operatori sociali, degli

educatori e dei politici per spingere i soggetti a provare alcune competenze nuove, di cura di s e di progetto. Mentre insieme, sforzi paralleli si devono rivolgere alla cura degli ambienti di vita e di politiche + accoglienti. La citt mostra molti segnali di uninfelicit che non deve sussistere, questa viene espulsa dalla citt viene addebitata a capri espiatori. La citt nota Franco Riva- conosce la paura, vive le violenze, ma non le insegnano nulla circa se stessa e la propria intima disperazione. Nella citt della globalizzazione linfelicit scopare: in quella visione gli infelici o sono incapaci (ed colpa loro) o sono sfortunati ( e vanno assistiti). Opera delicata = produrre un po di attenzione per essere capaci di cogliere le reali possibilit delle persone, per evitare il circuito della delusione innescato da offerte senza ascolto delle storie. Le storie dellabbandono vanno pazientemente e faticosamente ritessute per coglierne questioni di senso, uscendo dalle identit-prigione che producono cronicit. Nelle storie di abbandono si perduta la fiducia di base per riuscire a tessere autonomia, mancano capacit esistenziali e relazionali. Sono storie spesso classificate nelle diagnosi di disturbo della personalit. La specificit di ogni uomo e ogni donna va riconquistata. Individuare la serie di micro-fratture nelle biografie, le mancate rielaborazioni, le forzature e le deviazioni non immediato e facile. Si incontra la multifattorialit in questi percorsi: la perdita di fiducia negli altri, la perdita dellautostima, la perdita di un rapporto costruttivo tra s e il mondo. Le nostre metodologie a volte strutturano con queste persone un campo comunicativo non abitabile, non adeguato. Un patto iniziale un primo obiettivo per cui lavorare, tenendosi liberi da aspettative troppo alte. Ciascuno cresce solo se sognato scriveva Danilo Dolci, ma sognare laltro non chiuderlo dentro un sogno, piuttosto viverlo e accompagnarlo a viversi come sogno, come essere in possibilit. C un nucleo che giace al fondo di tante storie di vita. La difficolt esistenziale si pone come categoria euristica volta ad indirizzare la ricerca del significato racchiuso in quelle azioni, atteggiamenti, stili di vita con cui ogni singolo individuo traduce quella difficolt. La rielaborazione delle difficolt e della sofferenza, che viene cercata nelle forme della vita di strada degli uomini e delle donne senza dimora, va colta nella sua specificit unica; si tende a cogliere il tessuto ampio e complesso di relazioni nel quale assumono significato tratti di personalit, relazioni famigliari disfunzionali, esperienze di istituzionalizzazione, e tutto quello che abbia provocato lo scivolamento nella marginalit. Il punto di vista della persona, il significato che uomo o donna danno al loro essere nel mondo, nella relazione ad altri, ai suoi vissuti, nel confronto con fatti ed eventi: tutto questo decisivo per la lettura della vita in strada. E serve ad orientare verso un lavoro educativo con le persone senza dimora. La vulnerabilit quando si mostra in passaggi difficili ci fa paura, e preferiremmo proiettarla su altro. La vulnerabilit un luogo dombra nel quale decidere di s, giocare la libert: ogni vulnerabilit circondata da sentimenti ambigui e ambivalenti. Da una parte ci pu essere un sentimento compassionevole, cio di condivisione. Dallaltra vi un senso di accusa, o verso s stessi o verso altri. Cos diventa decisivo che ognuno offra un contributo significativo alla costruzione del proprio modello di interpretazione del mondo e di azione del mondo. Il comportamento di chi vive in strada forma di un agire comunicativo per capire il quale occorre un approccio interpretativo: cos si sceglie di concentrarsi e di puntare sul contributo del soggetto, sulla sua possibilit di prendere parte. Si vuole richiamare nelle persone la forza della nascita, dellinizio, la forza generativa delle relazioni educative e di cura. Nei soggetti che vivono la strada il rapporto con la realt e lattivit intenzionale della coscienza hanno certamente assunto nel tempo piegature particolari. - si pu parlare di PERDITA DI INTENZIONALITA = le persone non riescono + a riconoscere la struttura intimamente relazionale della realt, non vivono la possibilit di dare senso e significato alle cose una sorta di rinuncia della soggettivit, a dare forma al tempo uomini che vivono una sorta di arresto della genesi attiva di s di rinuncia a concepirsi origine dei comportamenti e scelte. In piena rinuncia, in annullamento. Quando la vita si

smarrisce e manca lo scopo ci trova in ci che i francesi chiamano DEVIVRE (de-vivere): cessare di vivere, pur senza morire. Come uno sfinire. - Ci sono casi in cui si pu parlare di intenzionalit distorta, di ECCESSO DELLIO = la realt diventa una sorta di preda, in un rapporto cos elementare che pare istintuale. La realt con le sue diversit, le molte presenze, le relazioni, la complessit viene negata. Resta limmaginazione di un s solo e quasi onnipotente, nel rifiuto della comunicazione. Lo scarto tra s ideale e reale pu condurre a una specie di paralisi nel rapporto con la realt, con le azioni. Lincontro con queste biografie non pone la questione di riabilitazione alla vita sociale esprimendo una critica implicita degli elementi anti-sociali dei comportamenti assunti da chi vive in strada. Non si tratta di operare una presa di controllo, o di sviluppare unazione di bonifica e di repressione, e neppure di sottoporre a giudizio i comportamenti e le scelte di chi giunto sulla strada cercandone la redenzione. Occorre piuttosto provare lINCONTRO, e la possibilit di evoluzione non autodistruttiva di quelle forme di coscienza di s e del mondo che paiono segnate da svuotamento, da cristallizzazione difensiva, da profonda rinuncia. Ma come recuperare un poco la fiducia di base perduta? Le persone che vivono la strada e labbandono per lo pi non leggono la loro sofferenza, la avvertono confusamente e si mettono in fuga continua da essa: hanno elaborato e consolidato una visione del mondo, un agire rituale, delle cristallizzazioni di paesaggi interiori che no vivono come disadattive una struttura dura, difficile da aprire alla domanda e alla riflessione, anche perch non si tratta di una struttura originaria ma prodotta dai movimenti e dalle diverse stagioni di una biografia. Una struttura che ha sostituito e risolto la crisi delle visioni e delle relazioni di prima, inabitabili perch piene di sofferenza ed espulsive. Come si pu far aprire per riconoscere questa complessit? Con il contributo delle stesse persone senza dimora. In che modo? Riscrivendo nel contesto territoriale vite, comportamenti, difficolt. Questo attivarsi e provare a ricercare, rigenerando i mondi della vita dentro, attorno, fuori dai servizi, confrontandosi con politiche urbanistiche e sociali, con leconomia e la comunicazione. La possibilit di definire una comunit in grado di non sentirsi in colpa o turbata dipende dallo stretto legame mantenuto tra la comunit e i suoi membri, anche con quelli pi deboli. Questo legame misura di civilt. cura contro lemorragia di senso diffusa in tutti gli ambienti di vita. lavoro delicato che di mediazione delle rappresentazioni dei problemi e di pratica della libert, di responsabilizzazione, di confronto e di iniziativa politica e culturale. Non farlo rischia di produrre effetti di insignificanza, di nascondimento, di immunizzazione morale. Linsignificanza sociale dellesperienza della marginalit o della difficolt pu esprimersi: - per ESCLUSIONE = esclusione sociale realizzata silenziosamente attraverso un rinforzo dellistituzionalizzazione e con la creazione di una sorta di trattamento sottovuoto, affidato a competenze specialistiche o a luoghi e a istituzioni di contenimento o cura. Finalizzata in primis ad assicurare i cittadini medi, e a confermarli nel loro essere senza responsabilit alcuna, quindi immuni e sollevati da ogni domanda e coinvolgimento. - Per INCLUSIONE = la registriamo negli atteggiamenti e nelle scelte nei confronti delle diversit, dei deficit, delle devianze: attivit assistenzialistica etica compassionevole prospettiva di omologazione delega a iniziative sociali e volontarie, di inserimento sociale. Quindi la sfida che le donne e gli uomini senza dimora rivolgono alla pedagogia, e alla possibilit di una relazione educativa, si colloca almeno su 2 livelli: 1. lINCONTRO = tra donne e uomini, tra generazioni, che assume la forma di unalleanza nella quale prende forma un tempo nuovo trasmissione, consegna, rivisitazione dei patrimoni e delle tradizioni culturali, della testimonianza. Lalleanza educativa sempre lavoro sulle resistenze come dice Andrea Canevaro. La relazione con laltro espressione continuamente originaria del pensare s, del mettere a fuoco lorientamento di vita, del disegnare il rapporto

con il tempo e la realt. Ma quando la relazione con il tempo di un uomo e una donna fortemente compromessa, al punto che i momento paiono vissuti disegnati quasi solo da coazione o da reattivit aggressiva oppure dalla chiusura in mondi interiori cristallizzati e con scarsa presa sul reale, allora si ha la sensazione che un incontro che abbia tratti della relazione educativa sia impossibile. Qui sono importanti le dimensioni DARE TEMPO e LASCIARE TEMPO. Colte e coltivate dallesercizio di sensibilit e di pensiero complessi, recettivi e attenti, capaci di muovere delicate e attive vicinanze. Questa la prima sfida educativa, ed la sfida decisiva: lavorare insieme sullesperienza del tempo. 2. COSTRUZIONE CONOSCENZA TRA LORO E CHI LI INCONTRA: le resistenze di fronte alle quali ci si trova sono molto grandi. Educare lottare, sostenere, trovare strategie, aggirare e, alla fine, tutti vengono trasformati da questo lavorio. Le resistenze ci lasciano, cos, avendo elaborato qualcosa di nuovo: una terra comune di conoscenza. Questo rivelo dunque che leducazione sempre coeducazione. Non possiamo certo dire allaltro chi , n entrare e tantomeno esaurire il suo mistero: possiamo forse solo tenacemente provare un accostamento che accompagni laltro nella sua crescita e nel suo divenire, perch lui dica chi . E questo richiede veglia, un esercizio di continua messa in crisi de proprio sforzo e del proprio posizionamento, una sorveglianza su di s. Lascolto viene dopo. una resa? In un certo senso si, allimpossibilit di possedere laltro, di poter tracciare il suo destino, di salvarlo. Il concetto di QUALITA della VITA viene spesso richiamato in campo sanitario e socioassistenziale, anche con riferimento alla grave emarginazione. Marco Ingrosso, in un recente e stimolante contributo sui paradigmi della cura, ne raccoglie molte e diverse declinazioni in termini di BENESSERE da attivare allinterno del sistema dei rapporti di cura tessuto attorno alle persone fragili o ferite. Ed evidenzia un ambiguit nel temine. Parla di BENESSERE: - CORPOREO = non solo fisico e di come il soddisfacimento dei bisogni fisiologici si accompagni a un senso di agio, calma, apertura ad altre dimensioni e possibilit. - SECURITARIO = sicurezza e custodia e di come esso si leghi alla regolazione dei contatti con lesterno, al clima di fiducia e di rassicurazione. - AMBIENTALE = frutto di una buona interazione negli spazi e nelle situazioni. - PSICOLOGICO = o emozionale, che richiede il riattivarsi di una capacit autogenerativa del soggetto, sostenuta adeguatamente dal sistema di relazioni e di cura (autonomia, padronanza ambientale, adeguatezza, capacit, scopo della vita). - SOCIALE = attraverso la costruzione di relazioni di appartenenza, di inclusione, di reciprocit tra i soggetti che agiscono nella rete della cura. In esso va distinto (vedi sotto) - COMUNICATIVO = in cui importante laspetto dellascolto, del consenso informato e partecipato, della gestione partecipata delle informazioni e delle conoscenze. - ORGANIZZATIVO = derivato da un progetto assunto e condiviso. Se tutte le dimensioni del benessere avranno mosso relazioni e scambi allora per ognuno delle persone coinvolte ci sar uno sviluppo del BENESSERE ETICO-SPIRITUALE, che legato al riconoscimento della coerenza degli scopi, dei valori, dei principi del soggetto. Il percorso oltre la sofferenza elaborata in fissazioni e dipendenze chiede di riavviare una capacit di narrare la propria storia, di riaprire il tempo personale come storia. Il racconto di ogni individuo inizia da quello che lui ritiene lavvenimento pi significativo della sua auto percezione di esistere. Gli avvenimenti cos si aggregano attorno ad eventi che svolgono la funzione di elemento catalizzatore. Tra le persone senza dimora questi fatti sono segnati da dolore e sofferenza (abbandoni e fratture relazionali). Fino a che non si prover di nuovo affetto in una relazione affidabile nel tempo, non si supereranno le fissazioni e gli stili di vita nelle marginalit, caratterizzati da dipendenza, utilitarismo, incapacit di rapportarsi con alcuni dati di realt, a volte di violenza. La dipendenza da altri costante, il tempo ristagna e le dimensioni del tempo (pas, pres, fut) si trovano aggrovigliate. In questi casi la possibilit di aprire strade nuove per il percorso personale pu passare solo attraverso un

periodo di morte individuale, durante il quale un senso di vuoto e di smarrimento crea timore e non di rado una regressione ai vecchi e rassicuranti comportamenti, agli stili di rapporto e stratagemmi della strada. La resistenza in questo passaggio molto forte: atteggiamenti oppositivi e sfiducia o voglia di rivalsa per il senso profondo di sconfitta e fallimento. Il blocco del tempo sulla giornata, sulla reiterazione di gesti e atteggiamenti. proprio delle persone che si trovano sulla strada: bisogni urgenti da soddisfare, trovare cibo, dormire, procurarsi sostanze sono le attivit che danno la forma al giorno. Ogni giorno. Paralisi del tempo. La deriva verso la cronicit va contrastata rompendo questa quotidianit, pi volte perch una volta non basta. E ci vuol dire in una prima fase provocare disorientamento e pu smuovere strati non ancora emersi di sofferenza. Questo agire chiede quindi attenzione, pudore e progressivit: va avviata una rivisitazione, una rinegoziazione tra passato e futuro. Che forse permetter di sentire possibile il futuro. Non dimenticando per il passato, semmai affrontandolo quando sar possibile. Ci vuole un attenta gestione pedagogica del processo di cambiamento, un azione educativa radicata nella condivisione della vita quotidiana, nella costruzione della cada e del tempo, dei gesti reciproci e dei significati, delle norme minime di convivenza condivise con altri. Lesperienza della strada, sperimentata dopo altre esperienze di vita (lavoro, famiglia, viaggi, responsabilit, relazioni, ecc) a volte viene romanticamente letta come unesperienza ulteriore di libert. Nulla di pi lontano dalla realt. Essa non si relaziona, segna unestraneit, unimpossibile interazione: porta a rinchiudersi in una rete di esperienze ossessivamente simili, che inaridiscono sempre pi lattivit intenzionale della persona, gli spazi di esperienza, i modi del sentire. Non si vive nessuna messa in discussione di scelte ed esperienze, nessuna possibilit di un tempo diverso, un s rigiocato. Lesperienza di abbandono cos dura e forte da segnare una profonda solitudine: tutto si risolve nella sensazione di appartenere al nulla. Come costruire una riapertura? Lipotesi che il confronto con esperienze diverse, lincontro plurale e diversificato con le persone e contesti di vita, promuove riformulazioni e ampliamenti nelle capacit soggettive di leggersi, di investire di senso la realt, di incrinare la cristallizzata visione e la pratica del rapporto con il tempo e con il mondo della strada. Ed esso non pu che avvenire in un dramma. Il dramma del ricordo e del confronto con le esperienze di s e del mondo precedenti e significative, nelle quali hanno avuto origine le fratture, le ferite e i dolore. Questo dramma va reso sostenibile, e va riconosciuto che lavorare con i senza dimora fa loro male. Linstaurarsi di una relazione educativa incontra subito la barriera rappresentata dalla stretta di un senso di colpa, una colpa senza riscatto, non elaborata. La frattura stata cos profonda che stato necessario un distacco emotivo per reggerla. E lintervento non pu che mettere in crisi questo distacco, facendo emergere situazioni, figure, parti avute nelle storiee con queste sofferenze, nostalgie..senso di colpa difficile da governare. Un risveglio emotivo pu aprire una maggiore percezione della propria responsabilit nelle scelte compiute, sentendosi da questo schiacciati. Lo stigma sociale viene allora vissuto come legittimo. Come fronteggiare queste resistenze? Come aiutare a portare questa pesantezza? importante conoscere, ricostruire linsieme delle rappresentazioni cristallizzate della realt per poi elaborare una presa di distanza critica, un rinnovato rapporto col passatoma questo viene alla fine del percorso. un lavoro complesso e interpretare e vivere in altro modo la realt presente-futura limpegno prioritario. Vi sono forti oscillazioni tra una delega passiva agli operatori, un distacco da loro, un contrasto verso le loro indicazioni. come una danza. E su queste resistenze si gioca lapertura al possibile. Non si possono prevedere n definire i tempi segnati dal continuo tornare e retroagire delle percezioni di s nel presente e nel passato. Il periodo di ospitalit e di vita di una persona senza dimora nel servizio per lemarginazione grave a volte riesce a caricarsi di un valore simbolico, importante dal punto di vista pedagogico. Le nuove pratiche quotidiane che su danno in questo altrove assumono un valore quasi iniziatico e gi permettono di destrutturare, di far prendere distanza dal precedente ultimo modo assunto di stare nella citt, nei suoi margini. Un conflitto delle interpretazioni dentro di s da danzare bene, gestendo gli effetti collaterali: conflitti delle emozioni, le abitudini relazionali che riaffiorano, lincapacit di leggere e capire il nuovo contesto. Dando tempo

allapparente sosta sulla soglia. Occorre un lavoro di recupero e di definizione delle proprie abilit cognitive, sociali, affettive. Stando con altri in modo nuovo. Riconoscendoli oltre il proprio egocentrismo, e riconoscendosi attivi nel costruire relazioni con loro. Il dolore, la sofferenza, il male e la bruttezza stanno spesso nei sedimenti interiori di queste persone e andr mostrato loro come questo non riesca a soffocare del tutto la capacit di sentire e di fare bellezza. Lesperienza va dilatata anche in altre direzioni, quella delle prove da sostenere, delle difficolt e dei limiti da accettare e superare. Con laiuto di altri ma nella chiarezza del proprio contributo. Gli educatori, operatori, sono occasioni desperienza, lo sono parimenti le cose concrete organizzate, valorizzate e portatrici di senso relazionale, lo infine lorientamento al futuro che attraversa questo gioco del presente. Per restare dentro una situazione di marginalit estrema una persona deve costruire rigide barriere di difesa, meccanismi psichici di protezione (proiezione, resistenza, negoziazione). Per questo occorre indebolire questi meccanismi costruendo un contesto di relazioni. La strada produce appartenenza ad un tempo bloccato, ma non scelta, esito di rotture e scivolamenti. Il luogo daccoglienza rompe lappartenenza ma ripropone la questione dei luoghi affettivi e dei legami cui prima, un tempo, si apparteneva. Il rancore o il senso di colpa dilagante, la necessit di aggrapparsi a un po di dignit, una ripresa possibile sono dimensioni ad cogliere, da elaborare, da orientare verso la costruzione e non la distruzione. Un nodo critico che spesso si rivela insuperabile. Bisogna pensare la condizione di queste persone non solo come incapacit e patologia ma come una ricerca di equilibrio possibile. Nei servizi di prima accoglienza emerge il confronto tra diverse appartenenze: quella della realt dellaccoglienza che allontana dalla rete delle relazioni del passato recente; quello della strada con le sue regole, le sue etiche, le sue regolazioni delle relazioni. Appartenenza questultima nella quale si costruito un equilibrio psichico legato alla marginalit, che ora viene chiesto di lasciare. Occorre allora che prenda forma una richiesta di aiuto: non si avverte subito la necessit di un lavoro su di s. Una crisi depressiva il costo pi frequente da pagare. Oppure d ancora spazio alla devastazione psichica, quella per la quale ci si legge sempre e solo portatori di distruttivit. Liter pedagogico individuato da chi lavora nellaccoglienza descrive il succedersi e lintrecciarsi di passaggi sui quali ci siamo soffermati: lo svelamento dellorganizzazione psichica del soggetto, il riconoscimento di s e delle proprie risorse, lorientamento verso un nuovo orizzonte identitario. Al primo passaggio fanno ombra le resistenze a immettere le svolte dolorose, le memorie faticose, nella propria biografia. Ricomporre i contenuti biografici dunque decisivo, perch permette di riappropriarsi di risorse ideative e progettuali. Il recupero di abilit e capacit precedenti a volte durante laccoglienza rapido e sorprendente. E da qui pu nascere qualche orientamento. Per rilanciare una nuova realt occorrono per esperienze e contesti reali e aperti, che il territorio sia ricco di configurazioni di convivenza diverse, segnate da cura responsabile, ricchezza di significati, fraterne ed accoglienti. Non comunit chiuse, non istituti, ma esperienze in relazione e interazione con i contesti di vita, le politiche, le iniziative sociali, economiche e civili. Il passaggio pi delicato della biografia di n senza dimora il cominciare a fidarsi. Fidarsi un movimento originario che d priorit allaltro: affidarsi, mettersi nelle mani dellaltro, lasciarsi cogliere e conoscere. rischiare di farsi rifiutare e abbandonare: sempre esporsi. Gli operatori e gli educatori irrompono e sorprendono il momento di donne e uomini spesso devastati e fragilissimi: se chi irrompe non sente che anche un entrare nel proprio momento, se non vive ci a fondo, pu violare quelle donne e quegli uomini. Nel momento di questi uomini si coglie spesso nostalgia, nostalgia di quando si era di qualcuno, di quando ci si sentiti degni, fieri di s. una nostalgia che in ognuno trattiene e insieme delinea una possibile buona promessa sui giorni. Anche se lattesa un po sospesa nel vuoto. Queste biografie disordinano i nostri paradigmi, scientifici e ideologici: impediscono approcci solo specialistici o settoriali. Vincenzo Bonandrini insisteva sul fatto che si deve ben verificare che il

proprio agire politico, amministrativo o professionale, non rivolga domande di cambiamento allaltro, senza interrogarsi mai sulle proprie incapacit di esplorare o sulle proprie cecit. Passando cos dal parla pi forte, non ti vedo al se non faccio silenzio non ti vedo. Bonandrini rileva come il silenzio inteso come inattivit, prefigurazione di assenza e di morte, ci fa paura, procura panico. Allora parliamo per esternare ci che vive in voi, per dare nome alle cose che ci circondano; portatrici del nostro nome esse diventano le nostre creature, vivono della nostra vita, vivono dopo di noi e oltre noi. In loro noi pensiamo di vivere oltre il nostro tempo. Eppure pu esserci anche unaltra esperienza: quella del silenzio dellattesa, dellascolto, della contemplazione, della visione. Della visitazione: perch laltro nascente, chiamato e salutato, si risvegli. Il tempo presente vive la crisi di ogni senso compiuto e garantito. Per questo il senso va colto e diretto da dentro i luoghi vitale (lacerazioni, squarci di luce) resi visibili dal crollo di sicurezze passate. Tra le macerie. 2 LE VIRTU DELLA COLPA Ci che avviene in un istituto di pena, in carcere, ha una grande rilevanza per chi prova a guardare la relazione di cura, come incontro nel quale si pu generare una FRATTURA INSTAURATRICE nella biografia di una persona, o nelle relazioni familiari, comunitarie. Nel carcere si vive un attraversamento importante dellavventura umana segnato dalla fragilit e dalla colpa, rilevante per la prova cui sottomette lazione educativa. Lesperienza di anni mostra come sia vera quella riflessione attorno alla relazione educativa che ne sottolinea la dimensione sempre anche drammatica, di tensione, di confronto tra resistenze. Lincontro con laltro sempre in qualche misura una ferita. Perch vi giochiamo un esercizio di forza. Non a caso alcuni pedagogisti parlano delleducazione come dello SFORZO PER ROMPERE INSIEME DELLE RESISTENZE PER POI INSIEME COSTRUIRE: tutti e due i movimenti la costituiscono. Nel lavoro educativo nel carcere si incontrano alcune resistenze specifiche come pure alcune linee di costruzione delicatissime e difficili. RESISTENZE: 1. Resistenza dellistituzione, della sua logica, dei suoi paradigmi dominanti CLAUDIA MAZZUCATO scrive che in essa lastrazione giuridica prende il posto della sostanza del reato: in qualche modo la pena sostituisce la colpa la prima resistenza da rompere nasce dalla sostituzione dellastrazione giuridica alla sostanza del reato, alla realt e alla storia della relazione ferita. In questo luogo inevitabile fare i conti con la difficolt dei detenuti a rendersi disponibili a farsi carico di s stessi. Eppure anche dentro le mura del carcere si riesce a maturare linterrogazione su ci che vale, la maturazione morale, il recupero della memoria e lassunzione di un impegno (consegna) verso i figli,la madre, le vittime, lattesa di comportamenti nuovi per la propria biografia. Non sappiamo bene come nasce tutto questo. E non sappiamo mai dove porter. Eppure si d. Fa parte di quelle realt che si danno come lamore o il perdono. Si d allinterno di forti resistenze, prendendo respiro nel confronto duro con condizioni difficili, che rischiano di soffocare, con la resistenza di mentalit e culture. Claudia Mazzucato propone una filosofia politico-criminale del fare piuttosto che del subire che con il dischiudersi di possibilit riparative consenta allautore del reato di giocare ancora la carta mobilitante delle proprie capacit, conoscenze e competenze: sollecitandolo a mettere di nuovo in campo quelle risorse personali che la pena detentiva finisce, invece, per rinchiudere (insieme al corpo del condannato). Un richiamo ad attivarsi volontariamente con un ragionevole impegno di segno opposto ( e anche senso) a quello negativo e offensivo espresso con il reato. 2. resistenza della societ del merito e delle colpe lascia pochissimo spazio al legame e alla responsabilit, allassunzione personale della colpa e allattivazione del riscatto, della riconciliazione. Esci dalla colpa solo col riequilibrio, meritandoti qualcosa, restituendo,

pagando. Ma lo squilibrio che resta: la ferit rester comunque. La tua vita cambia, sia che tu sia vittima o che tu sia colpevole. Dovrebbe cambiare anche per loperatore che incontrando il colpevole, qualche volta la vittima, scopre che pu incontrarlo davvero soltanto se non si ritiene innocente, soltanto se lo muove anche un senso di debito, in qualche modo un senso di colpa originaria. Quella che porta allattenzione dellaltro, al sentire nel profondo dellaltro, non ci fa sentire giustificati. Servono uomini e donne che non facciano finta che nulla sia successo e non collaborano a creare rimozioni ma che curano la possibilit di nuovi inizi. 3. resistenza sulla soglia del pentimento, al confine di una trasformazione personale. Resistenza che impedisce la conquista di una complessit e di unapertura, la lettura di un tempo altro per s. Trasformare il cos stato in cos ho voluto, passaggio necessario e duro, per niente immediato e semplice. Occorre maturare che contano altre cose nella vita, che la prepotenza ingiusta, che ingiusto violare, recidere legami, ingannare, fare male. Su questa soglia si registra anche quanto lo stesso pentimento possa minare la fiducia: chi si pente svela la sua ambivalenza, il suo doppio, la sua ambiguit. C bisogno dunque di relazione, che altri credano con me, altrimenti del pentimento non ci si fida, anche quando lo si prova. Certamente non aiuta lisolamento nel quale si trova uno spazio pedagogico in un penitenziario. Nelle strategie tratta mentali, di rieducazione e reinserimento (termini della normativa) ogni operatore deve avere ben presente che si rivolge a donne e uomini autori di reati, di comportamenti devianti, con un portato di esperienze e di distorsioni relazionali e nella struttura di personalit, con una debole possibilit di immaginare altri tipi di vita possibili. Lo spazio pedagogico penitenziario pare piegato da altri paradigmi lontani da quello pedagogico: quello della sicurezza, quello del trattamento in chiave biomedica o psichiatrica, quello delle procedure giuridiche. Lindirizzo e il coordinamento di un paino personalizzato non in realt assunto da una figura educativa ma pare risultare piuttosto da una composizione di interventi di figure diverse (assistenti sociali, psicologi, educatori, medici, insegnati) con una certa confusione tra cura educativa e terapia. Il reinserimento viene pensato spesso in modo formale e meccanico. Losservazione della personalit del ristretto non pu che rischiare di raccogliere informazioni superficiali se ridotta a procedura burocratica, tesa a cogliere solo le regolarit di condotte, adesioni alle attivit tratta mentali, atteggiamenti collaborativi conformati, omologati, acritici, propri di detenuti che non danno fastidio. Lesperienza di detenzione non pu essere vissuta come una parentesi che riporta in parit i conti, da chiudere al pi presto. Senza un minimo spazio per una risignificazione del proprio vissuto. Occorre progettare un percorso riabilitativo con un patto stabilito con il detenuto stesso, nel coinvolgimento di tutte le aree: educativa, medica, della sicurezza. Con un forte rapporto tra i circuiti negli e tra gli istituti di pena, le misure alternative, le situazioni di messa alla prova, i luoghi della mediazione e della riconciliazione. Nella condizione segregativa del carcere, il continuo scontro con le strette limitazioni alle possibilit di scelta e di espressione di s, le esperienze della dipendenza da altri sono una costante. E si ripropone la faglia del punto di partenza e il ripetersi della nascita, che non la prima nascita senza passato, ma piuttosto un des-nacer, disnascere, risentimento della vita, sentire ancora loriginariet. E accettare di dover nascere, di non essere del tutto, di andare essendo prendere il rischio di essere altro da quanto intravisto, di essere uno, solo, e farsi visibile a s e agli altri. Occorre che da una condizione segregativa possa maturare unesperienza di avvicinamento a condizioni di bisogno e di limitazione, di dipendenza e non autosufficienza, di vulnerabilit. Preziosa occasione per una prova di s, di nuovo inizio, di scoperta di risorse ancora possedute e duna inedita, e non ancora provata, dimensione desperienza responsabile e dedicata, da dedicare, da destinare di nuovo. In dignit. La relazione caratterizzata dal verbo educare, che mette in risalto la dimensione del contrasto e dellesercizio di forza. prezioso e importante sentire di questo esercizio della forza le dimensioni di COLPA, di DEBITO, di RESPONSABILIT. Responsabilit sentita da chi di noi educa e assume cura, chiamando alla relazione e chiedendo allaltro di esporsi, di seguire e di affidarsi. Debito

avvertito verso chi d fiducia e si offre, e che insieme ci chiama a giocare di noi quanto portiamo come risorsa e valore, riconoscendolo come, allorigine, ricevuto da altri. Educare si svela sempre come un ritrovarsi in narrazioni che ci precedono, e che si sono tessute attorno e attraverso noi. Ma dentro queste narrazioni, che mostrano sofferenza e fragilit, a volte insuperabili, e nelle quali si incontrano anche ingiustizie, toccare insieme la propria impotenza e la propria forza attiva un sentire particolare: la COLPA. Questo sentire il riflesso della fatica, del mutismo, dellincapacit o della disperazione di chi ti sta accanto. Si sente anche la colpa per uninevitabile presa sullaltro e questa presa non si sa se sar buona. Non si pu assicurare che la fiducia non verr tradita, che il nuovo sar stabile, che lesposizione non coster ferite. Ma finch si sente, si guarda in faccia, si da parola a questo sentire si potr stare nella relazione educativa serbandone la dimensione della cura. Siamo colpiti e chiamati alla prossimit alla vittima e al colpevole perch siamo noi nati per la pienezza, per la felicit. Il tempo nasce dalla cura, dalla cura nascono e tornano a nascere le donne e gli uomini. quando le donne e gli uomini di trovano nella colpa che vivono lesperienza che Weil riassume con non possiamo trasformare noi stessi, possiamo solo essere trasformati, ma lo possiamo soltanto quando lo vogliamo con tutte le nostre forze. La condizione della vittima e del colpevole appaiono accomunate da questa impossibilit di iniziativa tesa alla trasformazione di s. Come se quello che non doveva prendere forma nel tempo (violenza, inganno, asservimento, abuso) paralizzasse il tempo e paralizzasse nel tempo compiuto o subto quegli uomini, quelle donne. La vita comune si vede segnata da un debito nei confronti della vittima, viene toccata dalla colpa: reagisce collocando la vittima in una situazione ambigua, di marginalit, di vittimizzazione. Anche ben assistita ma certo rinchiusa. E la vita comune ha pure ospitato il colpevole, il suo tradimento delle norme di convivenza e la lesione da lui inferta allaltro. Lesione inferta anche a quella fiducia di base che, promossa e garantita nelle relazioni di prossimit e nelle relazioni sociali, dovrebbe permettere di segnare una certa distanza dallistintiva guerra di tutti contro tutti per il possesso. Questa ferita totalmente addebitata al tradimento del colpevole che rende insicura la convivenza, fa reagire la convivenza stessa rinchiudendo il colpevole nellombra dellistituzione di una pena. Il tempo sociale pare inaridirsi attorno al colpevole e alla vittima: li riduce ai margini o fuori dai luoghi della nascita, dellinizio e dellazione. Questi stessi luoghi invece sono luoghi vitali della convivenza che si aprono, dove uomini e donne ritrovano e rinnovano s stessi nella loro individualit, nellidentit di genere, nellappartenenza generazionale. Donne e uomini segnati possono voler trasformare s stessi. Possono per cercare di trasformare s stessi cadendo in un corto circuito: chi autore di reato pu semplicemente cercare di negare le parti oscure di s nelle quali non si vuole riconoscere, ridimensionandone forza e portata. Ma per chi si avvia su questo sentiero rinuncia anche a cercare ci che porta in s di non ancora espresso, che non negato o compromesso dal reato: laltro da s possibile. Per cogliere che si , si pu essere, altro da s fino a ora manifesto occorrono 2 condizioni: o che si guardi in faccia ci che si gi espresso; o che si colga su di s unattesa, di novit, una fiducia esigente ancora offerta, perch laltro dentro di s non sar mai sondato e fatto nascere se non sar atteso, evocato e richiamato. Volere trasformare s stessi ricorrendo alla negazione di parti di s pu prendere due strade diverse: 1. la Negazione di quel s che si manifesto nellatto violento e nei suoi moventi: cercando giustificazioni, cause esterne, pressioni ambientali, ci si presenta come vittime. 2. la Riduzione di s alla maschera assunta nellatto criminale, continuamente ribadita dallo stigma sociale e dal dispositivo della sentenza. Esporr al rischio della reiterazione. Procedere su questi cammini vuol dire stare continuamente attenti a non sentire laltro, a non vedere la sua presenza e la sua domanda, a non ascoltare la sua richiesta di attenzione e di affidamento. Per non sentire la colpa. Gli uomini e le donne che si fan carico di s stessi assumendo la cura daltri, si impegnano invece ad indebolire, a depotenziare il senso di colpa, ad accomiatarsi da una sua forza esagerata. La colpa non cancellata ma una via per andare al fondo di s stessi. Qui si scende da soli e a un certo punto

nellabbandono. Il senso di colpa portato in piedi, nella libert, denuncia la retorica del merito e della colpa che tutto misura su ci che si dovrebbe fare o essere. Nelluniverso chiuso, proprio di chi passa la vita a cercare di meritare dessere accettabile, vivendo ogni momento come in unalternanza continua di condanna e di assoluzione, lottando contro il senso di colpa per negarlo o per vederlo pareggiato dai meriti. Nessun perfezionismo pratico potr colmare il fondo scavato dalla colpa. un fondo da attraversare, sul quale riuscire a restare con lucidit e coraggio per poi andare verso chi, ancora, pu serbare unattesa su di noi. Grazie ad altri siamo nati, grazie ad altri possiamo tornare a uscire da noi stessi, fuori dalla portata, fuori dalluniverso chiuso della colpevolizzazione e della perfezione, del merito e della colpa. Certo in un certo punto saremo soli ma non perch possiamo da soli salvarci e tornare a nascere, bens perch con tutte le nostre forze dovremo lasciarci trasformare. Le donne e gli uomini a volte sentono in s la colpa per qualcosa di cui non sono imputabili. Il senso di colpa riguarda infatti eventi e situazioni cui non hanno partecipato, persone distanti nello spazio e nel tempo. Basti pensare ai sopravvissuti che non reggono la memoria di coloro che sono rimasti vittime e provano senso di colpa o indegnit nei loro confronti (Primo Levi); le vittime della violenza che maturano in s un senso di vergogna e di colpa; i piccoli che subiscono la violenza o la durezza dellindifferenza forse perch hanno la grande capacit di sentire il sentire dellaltro; e studenti e studentesse che sentono un senso di colpa orientativo o regolativo quando studiano il Novecento, la Shoah, i totalitarismi, o quando incontrano la profondit delle disuguaglianze e della miseria, della malattia e delle ferite dei corpi, dopo lunghe e impegnative esperienze di tirocinio o di volontariato nei campi profughi (Bosnia, Kosovo, Ruanda), sentendo la colpa per quello che vivono o hanno dovuto vivere tanti uomini e donne. Per chi vive questo non solo presa di coscienza rivelazione che si responsabilit. A volte non sono toccati dallimputabilit eppure c la capacit di costruzione della propria identit, di assumere la colpa e di vivere unazione responsabile e conseguente, pena sentirne lomissione. una sfida educativa quella di fare in modo che questa insostenibile colpa non diventi senso di colpa onnipotente, legato a un sottile perfezionismo, che pu diventare paralizzante. Certamente di molto non abbiamo responsabilit diretta ma il solo fatto che si dia la violenza, la mancanza di cibo, lasservimento di uomini, la distruzione dellambientedefinisce una colpa da sentire. Colpa imperdonabile e insostenibile perch non c possibilit di unazione risolutiva e proporzionale capace di lenirla, n richiamabile unimputabilit giuridica. Eppure tali condizioni possono essere addebitate allordine universale: chiedono risposte. Lio che prova un senso di colpa verso esse nasce alla sua unicit nella responsabilit, che gli fa dire nessuno pu rispondere in vece mia. Lampiezza della responsabilit non paralizza, anzi pu diventare la trama di gesti, stili di vita e di relazione, capaci di ospitare la dimensione dellannuncio, dellattesa. Cercando giustizia nella convivenza. Consapevoli dessere figli del tempo, di un tempo donato nel nostro corpo, figli del dono ricevuto, di una benedizione. Una benedizione che ci precede, che ci coglie e orienta il sentire. Nella prospettiva della benedizione il tempo non lineare, non va solo dal passato al futuro. Non tempo (solo) di progetti e di realizzazioni, tempo dellintraprendenza e del portare a termine. Chi vive a contatto con la malattia psichica o con la terminalit vede bene che i tempi non sono gi dati una volta per tutte. Racconta che i tempi possono essere di nuovo detti, con parole buone, come fossero in attesa: i giorni di adesso, nonostante la ripetitivit e i fantasmi della mente che li rendono duri e fragili, e i giorni ormai dati, possono essere ridati in nuove parole e nuovi gesti. Ci pu essere resistenza alla benedizione, perch chi consumato e sfinito, chi ormai porta in s la cristallizzazione di un paesaggio interiore chiuso, pu temerla, temere il tradimento. Vi sono persone che vivono come ultima strategia di resistenza del s quella di non far entrare nessuno, di non farsi aiutare, decise a stare nel loro dolore, quasi fosse lultimo contatto che hanno con s.

Il senso di colpa va ben indagato e va letto nella trama delle relazioni e delle rappresentazioni sociali e culturali e nei processi di colpevolizzazione. Le scienze psicologiche e umane hanno ampiamente sondato e colto anche i meccanismi che generano i sensi di colpa nella sfera interpersonale e nelle dinamiche socioculturali: i sensi di colpa che nascono dallevidenza del limite; quelli che generano dallidealismo inconscio, oppure da un bisogno damore non soddisfatto, quello legato alla vergogna e fallimentotutto questo e altro si intreccia certamente al senso di colpa come fonte dellatteggiamento morale e della cura responsabile di cui abbiamo parlato. Ognuno di questi elementi pu distorcere il senso di colpa, pu piegarlo alla rinuncia a s stessi, alla propria vita di desiderio, di possibilit, di nuova nascita. La propensione a prendere su di s la colpa dellaltro pu avere la funzione di proteggere la convivenza da quelle colpe, di preservare le relazioni, oppure di non farsi trascinare nella spirale dellodio che il contagio del male avvia. Ma il costo alto! Cos i bambini per esempio si sentono colpevoli della separazione dei genitori se non dato loro modo di manifestare la loro ribellione e impotenza del passaggio sofferto. Mentre per le vittime di abuso e violenza sessuale importante esternare i sentimenti negativi che le abitano, altrimenti possono essere rose dalla colpa e dalla vergogna. Il senso di colpa diviene un verme roditore del cuore come scrive Franoise Dolto, e un bambini, una donna, un uomo cercano nellautoaccusa quel che resta di un esercizio di potere, vissuto nellimpotenza. Occorre rompere il meccanismo della colpevolizzazione. Occorre rinunciare allo sforzo di mantenere il controllo sulla colpa, presidiando la ricerca del proprio essere, di s. Un senso di colpa di carattere individualistico proprio di chi vuol farsi figlio a s stesso secondo lindicazione sociale prevalente, per non riconoscersi figlio delluomo. Questo senso di colpa avvelena, impedisce di vedere il volto dellaltro, la relazione di fiducia. Fa ricadere nel peccato del giusto. Peccati dei figli della coazione sociale, della convivenza del disprezzo e del misconoscimento. La psicoanalisi e la psicologia sociale e dinamica si sono ampiamente occupate delle colpa, del senso di colpa, del meccanismo delle colpevolizzazione. La psicologia dinamica distingue anzitutto la colpa come attribuzione, il giudizio di colpa, e il sentimento di colpa, il senso di colpa. Del senso di colpa coglie una sorta di dimensione originaria, non legata a imputazioni specifiche. Per Giovanni Jervis il senso di colpa , per lo pi, tormentoso e oscuro, spesso non permette neppure di mettere a fuoco se vi sia qualcosa di cui si realmente colpevoli. Sentire la colpa per nulla, per nulla di distinto e specifico, porterebbe cos, inevitabilmente a stati di depressione o a una cattiva educazione del bambino. Il senso di colpa scivoloso: va superato. Alla colpa-sentimento deve sostituirsi la maturazione di responsabilit, definite e ampie: il problema della colpa non pi un problema di tormento interno, diventa un problema operativo, quello che uno pu imparare a fare per comportarsi meglio. Il senso di responsabilit a differenza di quello di colpa , secondo lo psicologo, un senso sereno, costruttivo: non basato sulla paura, basato sulla soddisfazione per le cose che fa. E rispetto alla costruzione del senso morale Jervis parla del sentimento di colpa come di uno dei suoi numerosi elementi. Alcune riflessioni critiche: una contrapposizione cos netta tra il senso di colpa e il senso di responsabilit come quella proposta fa riferimento a una concezione della responsabilit disegnata nel circuito chiuso del rispondere dei propri gesti, del portare le conseguenze delle proprie azioni e del costruire s stessi in libert e autonomia, nello scambio e nella competizione. Responsabilit che lascia lio autoreferenziale solo, e la convivenza senza legami, senza consegne e cura del futuro. Non spiega la forza della convivenza, della fraternit e del legame tra le generazioni. Questa forza, questo legame hanno a fondamento lintreccio tre senso di colpa e senso di debito, tra senso di responsabilit e attenzione alla cura e dedizione. Il rapporto tra le generazioni lamore, il debito e la gratitudine, come pure la sofferenza avvertita empaticamente, son tutte dimensioni che mettono al centro lesperienza dellaltro, lalterit. Altro da riconoscere superando la pulsione che ci spinge a possederlo, a ridurlo a noi, oppure a negarlo e distruggerlo. Solo se viene colta come nostra la colpa pu divenire un terreno di lavoro ricompositivo e riconciliativo, orientando la dimensione espiativa in termini di costruzione e di relazione.

A porre la questione della dignit umana sono, in primo luogo, le condizioni di vita fisiche, relazionali, comunicative, di chi vive nel suo corpo deficit permanenti, a volt progressivi. La dignit umana cos come pensata da filoni forti del pensiero occidentale si esprime ed riconoscibile nella libert, nellautenticit, nellautonomia, nella razionalit dellindividuo. Non pu certo cos intesa rispecchiarsi nella figura di uomini e donne segnati da limiti, imprevedibili, dipendenti, difficili da capire, inaffidabili. Donne e uomini dalla vita non degna o di scarsa qualit agli occhi di molti. A volte anche ai propri occhi. Se per ascoltiamo le grandi tradizioni sapienziali e morali conservate nei testi e nei miti antichi della nostra cultura sentiamo richiamare a una dignit degli uomini e delle donne che va rispettata e riconosciuta non tanto l dove questi presentano le qualit e i tratti pi elevati e nobili. L gi rifulge. La sapienza antica chiede piuttosto di serbarla, di ricercarla, di richiamarla con forza proprio l dove uomini e donne perdono la loro altezza, perdono la loro forma umana, dove sono deturpati dalla miseria o dallo smarrimento esistenziale o dal reato commesso, dove sono prostrati dalla malattia o resi incapaci dallinvalidit. Queste condizioni sono specchio della nostra costitutiva vulnerabilit. La forma umana quando so sfigura del tutto affidata: alla sollecitudine di altri uomini e donne e alle istituzioni di convivenza che essi si danno per la cura e per la giustizia. la nostra comune indegnit. La debolezza e il degrado che sono nelle nostre possibilit e nella nostra realt: questo che ci pu far incontrare in una relazione che riconosce e manifesta e d dignit. Degno di qualcuno e degno con qualcuno. La dignit una relazione. Sentire la fraternit, e la colpa che lavora, sentire il legame tra esseri vulnerabili eppure chiamati a (e capaci di) una prossimit responsabile trova un altro luogo costitutivo della dignit umana nella relazione tra le generazioni. C un legame profondo tra sentire la colpa e sentire la paternit, un legame non semplice: lavorando nel tempo sul senso di colpa i padri possono sentire a un certo punto rimesse le loro colpe e sostenibile la loro paternit, la responsabilit. Questo lavoro su s stessi e sulla relazione coi figli ha la forza delicata di una fioritura in identit, in un tempo nuovo. Si da forma buona al potere di disporre della vita, al possesso, al controllo competente, al dominio sullaltro. Come Abramo (Genesi 22) che sale sul colle Moria per sacrificare il figlio Isacconon sa se il sacrificio si compir, pu solo credere o sperare che sia sospesocos ogni padre sente ad un certo punto di esporre il proprio figlio/a al sacrificio mentre lo dona accompagnandolo alla vita. E lo cresce avvertendo presto che non suo, non lo controlla, resta impossibile da proteggere pienamente: esposto. Il padre, Abramo, sa che questo inevitabile e che il figlio, ogni figlio di generazione in generazione, condurr questo attraversamento in solitudine, quasi in abbandono. Il padre apprende ad accompagnare e a lasciare. Anche secondo unaltra lettura Abramo che porta il figlio al sacrifico possiede un bene prezioso e lo usa per ingraziarsi la divinit, per negoziare con la vita e la morte, come fa chi usa il figlio per protendere s nel tempo, nelle possibilit oltre il limite. Di fronte al sacrificio ecco risvegliarsi il senso di colpa che ne impedisce il compimento. Forse il ricordo riemerso del proprio essere (stati) figli grazie ad un padre, senso di debito, gratitudine e colpa generano il riconoscimento del figlio. La paternit ne trasformata: tensione al compimento di una buona consegna. Il senso di colpa trova la sua origine nel mancato riconoscimento del dono ricevuto, nella rottura dellaffidamento, nel non corrispondere alla promessa e al legame originario. Il confine tra il giusto e lingiusto, tra amico e nemico, dopo sar meno definito, meno rassicurante: sentire la colpa scoprire e abitare lambivalenza e la complessit. Anche nelle condizioni estreme. Primo Levi ne I sommersi e i salvati si chiede: vivo invece datri? E nega a s linnocenza. E del campo ricorda che il nemico era intorno ma anche dentro di noi e che il noi dei prigionieri perdeva spesso i suoi confini: la frontiera era tra ciascuno e ciascuno e allinterno di ciascuno. Tra innocenza e colpa non c spazio vuoto ma una zona grigia.

Il senso di colpa segna la fine dellinnocenza, o del presumersi innocenti, dellautocentratura e dellirresponsabilit: luscita dalla stagione del solo affidamento alle cure e al dono. Un passaggio dal senso di protezione al senso di debito. Siamo chiamati a rispondere da dentro la nostra vulnerabilit. Il legame tra colpa e perdono non di successione temporale o di sostituzione: colpa e perdono sono compresenti, maturano luna grazie allaltro, nella simmetria di relazioni in cui ci si affida e si dipende reciprocamente. La colpa non avvelena proprio grazie al perdono. Il perdono trovato e provato grazie al senso di colpa che impedisce il giudizio sommario. Nessuno si libera da solo della colpa, una volta incamminati fuori dallinnocenza. Occorre che vegliamo gli uni sugli altri e ci richiamiamo oltre reciprocamente, sostenendo una presa di distanza costosa e impegnativa dal male compiuto. Presa di distanza e ricomposizione che non si risolvono nella condanna, nella sentenza e nella pena scontata. Anche perch a monte vi una chiara inattingibilit del grado di colpevolezza di un comportamento. Come inattingibile il grado di virt. Latrofia del sentire permette di violare il corpo dellaltro, guardato senza risonanza come se fosse un oggetto, oggetto di piacere o di sfogo e padroneggiamento. Ma cos si riduce anche il corpo ad un meccanismo, e il s negato come essere vivente capace di amore e libert, capace di rendersi conto dellaltro. Simone Weil chiamava questa facolt sperimentazione dellestraneo, diverso eppure avvertito nel suo sentire. Su un altro cammino Edith Stein scriveva della esperienza della empatia. Simone Weil in LIliade, il poema della forza parla della capacit di de-realizzazione che possiede la violenza, che porta allannientamento di chi toccato. Solo il riaffermarsi della realt, il ritrovarsi faccia a faccia, gli uni delle mani degli altri nei luoghi della vita reale, pu, forse, rompere lincantamento duro della violenza. Negli ultimi decenni si sviluppata una sensibilit per la vittima, anche lontana, a cui si contrappone una rinforzata genesi dellinattenzione e della durezza del sentire. Genesi che produce atti di rimozione, di cecit morale. Seguendo la lezione di Edith Stein, si pu parlare oggi di un modo di vedere la realt evitando di accoglierla, di un modo di costruire la conoscenza evitando di assumere le sue conseguenze e le sue implicazioni, evitando di lasciare che prendano piede nella propria vita, nellinteriorit, negli orientamenti alle scelte. Roberta De Monticelli nota come laccesso alla conoscenza di situazioni, di cose, di storie cariche di valore e disvalore, pregne di esigenze a cui rispondere dato dalla capacit di sentire in profondit. Non arrivare al fondo delle cose non conoscere il fondo di s stessi. La tentazione del riequilibrio assegna alla pena il compito di esprimere e rendere percepibile la gravit della colpa. Ma evidente che la pena produce altro: insoddisfazione nelle vittime, vittimizzazione negli attori di reato. Produce smarrimento quando la pena sospesa o non comminata. Il riequilibrio avvenuto, il debito pagato: eppure soprattutto chi commette reato che viene ferito, che fa agire il male, che entra in condizione i fallimento. Ed la vittima che rischia lo schiacciamento e labbandono nel suo dolore, nella sua ferita. Solo se il colpevole protagonista, e non oggetto passivo, della vicenda sanzionatoria, solo se si apre nel tempo la possibilit di ritrovare s stessi nella forza e per la forza della colpa, si evita quella astrattezza e impersonalit, quella solitudine passiva che cristallizza e svuota le persone autrici di reato e il loro tempo di vita. dentro questo svuotamento che il castigo produce infamia, come afferma Borges. Proprio quella infamia che vorrebbe punire e cancellare. Si costruisce fraternit da donne e uomini con il senso di colpa: non da innocenti, e con nuova attenzione, in un tempo nuovo della vita, il tempo dellattenzione dice Simone Weil. 3 NELLO SGUARDO DELLE VITTIME Nelle baracche e tra le baracche di un campo profughi (es. della guerra di Bosnia a Vi, Lubiana, Slovenia) una rete di gesti, molto concreti o legati ai bisogni e alle necessit, costituiscono una trama fitta e densa sulla quale restano sospesi i silenzi, gli sguardi di memorie dolorose, le attese di un ritorno trattenute tra denti serrati, qualche pianto silenzioso. Tempi e biografie lontanissime, altre, a noi straniere non solo nella lingua. Ne avverti, dalla lontananza, il grido muto, le fratture profonde. E

con le cose si scambia qualche racconto, un po di memoria. I ragazzi e le giovani donne parlano del partire, dellandare lontano. Qualche volta, poche, del ritorno. come se piano la presenza reciproca, lessere l accanto luno allaltro, cominciasse ad essere accolto e il tempo prendesse piano una struttura. Tempo vissuto insieme, tempo comune. Dalla lontananza, dallestraneit: tempo donato, tempo nel quale si apre uno spazio discreto per lincontro dentro la ferita, il dolore denso e sordo, profugo. Si provano a vivere alcune cose insieme. Il dono del tempo un dono di ospitalit perch nel tempo donato si accolgono, si ospitano esperienze ed eventi delle vita di donne e uomini, tutte le esperienze e gli eventi. Dare, offrire tempo, invitare ad abitarlo ancora, provare un poco a stare insieme nel tempo, anche quando questo vuol dire stare nel ristagno del tempo con laltro. Si prova a restare l, si prova a togliere le ragioni alla violenza, di provare ad attenuare il legame con la violenza. Se la giustizia, ma soprattutto il lavorio contro il veleno della violenza chiede la presenza inedita e imprevista di un terzo, n vittime, n colpevole, condividere lodio mimeticamente, nega questa presenza stessa. Nel tempo dato pu svolgersi lesperienza della ricapitolazione: lesperienza del riprendere tempi e passaggi della vita, prendere un po di distanza e ritessere i fili. Siamo resi capaci di futuro grazie ad atti di fiducia e di cura. Riunificare i tempi doloroso perch la memoria dolorosa e il futuro non luogo di speranza e fiducia. Si pu solo sperare di sperare, mentre il presente s di solitudine e di amarezza, si pu provare, forse, a resistere, a incontrare con un po meno di diffidenza. Come tornare a sentire la speranza contro levidenza? Si spera ci su cui non si ha potere o controllo. Si spera quando si sente ancora uno sguardo su di s, unattesa. memoria di futuro, come diceva Pascal noi non viviamo mai ma speriamo di vivere. E ci sono storie di uomini e di donne e passaggi nella vita di ogni donna e uomo, in cui non resta che la speranza, da tenere in mano con altri perch possa essere qualcosa di nuovo. Entrare nel presente dellaltro ferito nella dimensione del donare DARE TEMPO e guardare a lui come essere-per-il-futuro , ristabilendo un qualche rapporto con quello originario suo essere valore vivente, che passato nella prova del tradimento. un movimento di prossimit che cerca di indebolire la paralisi del dolore e richiamare allo stesso movimento: dare-ricevere. sostenere che nellavventura umana il male, il negativo non originario, non atto primo: siamo colpiti e chiamati alla prossimit alla vittima e al colpevole perch siamo nati per la pienezza, per la felicit. Le ferite possono divenire esperienze conoscitive e di approfondimento del sentire a patto che non venga rubato il tempo. E il tempo viene rubato in tanti modi. Quando si strappati dalle memorie, dalle cose, dai luoghi, dai riti che serbano i racconti che ci hanno accolto, oppure quando si svuotano i giorni dalle dedizioni, dalle cure e dalle consegne verso chi figlio o a noi affidato. Il tempo rubato quando si spezza il filo col passato e col futuro. E il tempo rubato anche quando il presente ridotto ai bisogni e alle necessit, quando laltro solo minaccia o peso fastidioso: quando non si da tempo allincontro, il volto negato, la misura della giustizia persa. Recuperare ci che si perso o ci stato strappato, recuperare il tempo perso. I nostri gesti sono anche momenti di inizio: il volontariato che viene atteso periodicamente, nello stesso giorno, per fare le stesse cose, offrono al fragile un nuovo inizio. In un gesto che gli permette di tornare a una quotidianit un po intollerabile e faticosa. Ci pu anche essere resistenza a questo: da chi porta in s la cristallizzazione di un paesaggio interiore chiuso, nel ripiegamento dellestrema resistenza al dolore, pu non voler sentire. La sola prossimit alle vittime a volte fa loro male. Ed naturale che si crei una resistenza da parte di chi vive un dolore molto forte che essendo riportato a s stesso e al suo corpo dal dolore non riesce ad accettare che qualcun altro pretenda di essere al suo posto. Il volontario, linfermiere, lo psicologo non potranno mai essere al posto di chi soffre: al pi possono essere dettati loro dallaltro sofferente i passi per farsi un po pi prossimi. importante riconoscere questa resistenza, e provare ad accogliere il senso di sfida che avvertiamo quando cerchiamo di legittimare la nostra presenza di fronte alla diffidenza, alla distanza di chi non si lascia aiutare, di chi si cos irrigidito da aver paura ad aprirsi alla relazione.

Altre volte le resistenze crollano improvvisamente e si arriva alla delega totale, alla richiesta di sostituzione e ci non un bene. Come si detto, vi sono persone che come ultima strategia di resistenza del s non fanno entrare pi nessuno, non si fanno aiutare, decise a restare nel dolore, quasi fosse lultimo contatto che hanno con s. Nel tempo crudo dove c paura e reattivit immediata. Provare a essere uomini di pace nella ferita, perch non di rado incontrare le vittime ti fa anche incontrare chi ha fatto loro del male. Il malvagio, che ci ha colpito, di fronte a cui ci si trova, chi in pena, chi soffre disgraziato, sfortunato, e non bisogna ante-porci a lui, ma a porgli di noi un altro, diverso. Nessun mimetismo (schiaffo contro schiaffo), nessuna conferma del suo gesto, che segnerebbe il suo abbandono nella ripetizione consentita. Lasciando noi perfetti e sacrificati di fronte a lui rappreso nella colpa e nel giudizio per la sua violenza! Noi non possiamo negare il gesto, cancellarlo, ma restare sul suo terreno e rappresentare lalterit. C la legittima difesa ma c anche un agire che prova a rendere ancora possibile la relazione di alterit con chi soffre e fa soffrire. Con il disgraziato non metterti faccia a faccia, mettiti da unaltra parte, sii volto dalterit, alito di alterit, cammino dalterit. La posizione buona nelle relazioni educative sapersi presentare come altro, prossimo e straniero. Accettando che laltro non sia me, mio, come me, che non sia noi, nostro, come noi. E anche accettando che, a volte, laltro non sia pronto a riconoscere qualcuno nellalterit. La vulnerabilit, di chi ferito nel corpo, di chi scosso nei sentimenti e nelle relazioni, ma anche di chi porte saperi, tecniche e capacit raffinate, richiama a una grande sobriet del fare, del conoscere e del sentire. Sobriet nella quale si gioca il valore, il significato e la giustizia, in una parola lumanit delle presenze, dei gesti, dellincontro tra donne e uomini. Sentire laltro: attenzione anzi discesa ai luoghi pi segreti dellessere. E a volte sentiamo nel fondo di noi stessi una sorta di senso di colpa senza colpe imputabili o responsabilit. A volte lo sguardo sulla vittima sa gi cosa cercare, a volte, troppe volte, ben definito. La scienza, la medicina, il diritto, le scienze umane vorrebbero prendersi carico delle vittime, a volte vorrebbero assumere il male, e volere il bene. Non bisogna pretendere di assumere e vincere il male, di volere il bene, richiama Simone Weil: non ci si pu appropriare del bene n del tutto liberarsi e liberare dal male. Lo sguardo della vittima svela limpossibile assunzione del male. Il male inguardabile, irraggiungibile mentre la vittima lo ha riconosciuto, come enigma e come possibile. I saperi, le tecniche, le terapie, le politiche, le didattiche, le cure si trovano a doversi declinare, e a declinare, come mezzi, come cammini di prossimit, come forme dellapprossimarsi perch, forse, si possa dare qualche nuovo inizio, qualche altra abitabilit del tempo. Provare a restare nel vivo del tempo e dellincontro con laltro dopo la ferita, dopo il tradimento, comporta sofferenza, chiede di tornare a sentire. E a sentirsi. Dopo, nel riscatto, prendere per mano s stessi, provare a governarsi, a gestirsi nel volere e nel sentire, sar sempre un cammino, una ricerca. Ci si interroga in questi anni intorno al destino del sentire: sono evidenti i segni di unatrofia del sentire, di unincapacit di provare affetti che alimentino legami tra donne e uomini, di un appiattimento del sentimento. Invece sentire la parola, flebile o trattenuta a lungo, di chi prova a comunicare dalla dura novit duna vita ferita chiede attenzione. Ci chiede capacit di non attaccamento, di rispetto, di generosit; di comprendere e percepire nello stesso tempo. Capacit coltivata in un lavoro di formazione di s volto al non attaccamento e alla decreazione, al ritirarsi per accogliere laltro da s nei molteplici piani dellesistere, tra il dolore, che perdita del mondo, e ritorno a s e gioia, che contatto con il mondo e sentimento di realt. Occorre un ritrarsi, un fare spazio, un porsi in rispetto alla realt degli altri. Allora pu nascere unesperienza di conoscenza. Esperienza di conoscenza non solo riconoscere il valore di qualcosa o di unopera ma contemplare, non solo considerare la bassezza di un comportamento ma indignarsi, non solo esprimere apprezzamento per una donna o uomo ma amare. Lo sguardo della vittima chiede tutto perch ci che le stato tolto tutto. E prima di tutto la fiducia originaria che nella fragilit e nella vulnerabilit avrebbe potuto contare sulla cura, o almeno sulla

tutela, la giustizia. Scopertasi in mani daltri, nella esposizione totale alla violenza, ha colto e svelato il lato oscuro della vulnerabilit: quella di essere in bala della forza e del disprezzo, violato ogni pudore. Quelli delle vittime sono sguardi ormai fissi solo in Altro, paino invasi dallombra, sulla quale lincontro con laltro sempre sospeso e rischiato, e nella quale il tradimento li ha precipitati. Oggi la grande sfida sociale pare proprio quella di costruire una convivenza a partire dalla condizione di vulnerabilit, in un gioco di riconoscimento, legame e dipendenza, cui partecipi ognuno. Lestrema vicinanza di chi si affida ferito pu paralizzarci, farci sviluppare una facolt anestetica: sentita come necessaria alla sopravvivenza dello stesso operatore, soccorritore, e al mantenimento dellintegrit del suo sapere esperto. Togliere lo sguardo dal corpo interrompere la possibilit di un suo farsi presente a me, ma togliere la parola al corpo, negare la richiesta che la sua sola presenza mi rivolge, non coglierne il testamento. Il corpo ci che distingue e rende unici ed ci che comune tra noi. In esso si esposti e ci si espone agli altri. Lo sguardo della vittima disfa il nostro sguardo, quello sguardo competente e benevolente dei soccorritori, non di rado senza vera attenzione. Il nostro sguardo viene disfatto anzitutto perch si trova nella incapacit di costruire la realt, la condizione della vittima. Non riescono a dare forma e rappresentazione a ci che la vittima vive, ha subto, pu sentire. Il nostro sguardo si disfa perch viene ricondotto a un sentire che precede il suo sapere costitutivo, il suo saper leggere ed esaminare. Il nostro sguardo quando non accetta di essere disfatto pu rivolgersi alla vittima per prenderla in cura e volerla sanare, ponendosi come inizio di una nuova narrazione. Presunzione! Stare riflessivamente attenti a chi incontriamo specie di fronte a chi ferito ci chiama ad un atteggiamento della mente sobrio e pudico, quello proprio di un conoscere come presenza distesa della realt. Presenza che lascia essere. Lo disfa per indirizzarlo verso un agire in ascolto e pensoso, un fare nel debito. Disfa il nostro sguardo lo sguardo della vittima, lo attira a s, lo colpisce, lo indebolisce. Spinge su un tragitto sul quale, noi che non siamo vittime, ma che pure originariamente siamo esposti, dobbiamo liberarci dal nostro sguardo. La vicenda di Abramo e Isacco (salita sul monte, sacrificio sospeso) la vicenda di una paternit obbediente che accetta lesposizione del figlio nella salita sul monte. Salita che, forse, potrebbe significare il sacrificio del figlio e che ne segna lofferta e il distacco, la non propriet, lunicit e lautonomia. Ed la vicenda di una filialit che saffida alla promessa della vita. Quale padre oggi non avverte ansia nelloffrire alla vita un figlio o figlia nel nostro dellincertezza? Sentire lobbedienza vivere riconoscimento e ascolto: ric. di quella che sar la libert e il cammino proprio, vulnerabile del figlio. Non eviteremo loro come Abramo la durezza della salita, n la possibilit del sacrificio. Che ne sar di loro? La tenerezza materna, del corpo della madre, stata la forma concreta della promessa: la sentiranno i nostri figli? Non come nostalgia ma come traccia riconoscibile negli incontri, negli sguardi, nel mondo della convivenza. Tra una decina di anni i nostri figli ci chiederanno come sia stato possibile crescere figli, amarsi e sognare negli anni in cui crescevano, gli anni delle guerre tecnologiche, del terrorismo, della morte per fame e di stragi, dei diritti negati e dei fiumi di profughi. Il nostro tempo anche il tempo in cui emerge e si diffonde una particolarissima preoccupazione per le vittime, per gli uomini feriti, per la vita che nasce nellabbandono, non solo le proprie vittime, anche per quelle lontane. Limpossibile si fatto reale e lingiusto si fatto possibile: occorre agire una rottura instauratrice che riaffermi anche limpossibilit morale della sua lesione, capace di instaurare. Rendere vittime non pu ridursi a una spiegazione, a un passaggio allatto di un possibile, neppure lincontrare donne e uomini resi vittime riesce a essere ridotto a questo. La vittimizzazione, la costruzione di categorie di vittime, di un riconoscimento sociale per le vittime, rischia sempre di far scivolare nelloblio e nellomissione il portato di elezione-denuncia che esse ci rivolgono.

Non stata evitata la violenza: risponderne assumere una colpa e ristabilire una promessa. Solo noi ora qui di fronte possiamo assumere responsabilit, noi che portiamo la capacit della violenza e dellindifferenza, insieme alla vulnerabile esposizione alla forza. Alleanza tra vulnerabili: nessuno pu essere lasciato solo. Alleanza al limite dellimpossibile, sul limitare di un mistero, di una radicale distanza che permane tra noi. Agire morale: prima nello spazio pubblico poi nelle carte e nel diritto. Alleanza esposta e fragile. La resistenza dei volti svuotati delle vittime va accettata e ascoltata: anche se d da pensare e fa soffrire, anche se ci lascia allo scoperto, sempre in difetto e mancanti, nella condizione di chiedere perdono per linadeguata forza della nostra presenza. Perdono per il nostro chiedere molto a chi fragilissimo e ferito: chiedere di lasciarsi avvicinare, di fidarsi, di collaborare, di farsi ancora toccare. Chiediamo loro di provare ancora a prendersi cura del proprio avvenire, di una novit di vita e di una abitabilit del tempo. Certamente rispondere al tradimento della fiducia originaria, alla violenza arrecata e subita, non pu ridursi solo alla contrapposizione alla violenza nella denuncia e nella cura degli effetti, nella restituzione e nella condanna del colpevole se pure si tratta di passaggi necessari. Neppure pu ridursi a stabilire una sorta di continuit con un prima. Con gesti di ricostruzione e di sutura, di riabilitazione e di ridimensionamento, che si collocano al limite dellamnesia. Pare atteso piuttosto un altro gesto, un nuovo gesto, dapertura al tempo. Un tale gesto indeducibile da una teoria, da una dottrina: si d tra donne e uomini, certo da dentro gli ambiti e le strutture dei loro incontri, le forme della convivenza e delle culture, dentro un tempo dato, un incontro con il volto dellaltro quasi dissolto, sepolto sotto la perdita della figura, sfigurato dal male. Laltro deve restare di fronte a me nel suo valore proprio e nella sua differenza. La relazione una avvicinanza continuamente aperta mentre la distanza realt di un movimento, di un agire, di un soffrire e cercare, non un misurare, n un definire. La relazione svela la sua sostanza e la sua danza specie quando appare pi forte la mia disuguaglianza dallaltro. Le vittime non sono da comprendere, da capire, tanto meno da studiare: avvicinandosi ad esse, nel rispetto dellindicibile e del non rappresentabile, possiamo forse solo tratteggiare una qualche compatibilit che accoglie e collega i distinti. La forza delloffesa pu essere entrata a fondo, pu aver reso quasi impossibile anche il lamento. Oppure la rabbia pu colpire anche chi si fa vicino. Molti dominati vivono una sequenza che li vede offesi, protestare per loffesa e venire duramente ripresi per la protesta. Come rendere dicibile la sofferenza e vulnerabilit? Il legame tra offesa fatta e offesa subta si radica nel profondo: rivivere loffesa passaggio importante per vivere dentro di s la rimessa del proprio debito. Altrimenti portare loffesa subta, taciuta, e poi subta come colpa, impedisce di amare laltro e s stessi. Nellesperienza dellesilio Mara Zambrano scrive che la prima cosa nellessere umano non guardare quanto sentirsi guardato. Le vittime non di rado si ritraggono da un sentir s ormai devastato, e si ritraggono cos anche nel sentire. Non possono sentire senza sentirsi minacciate o ferite, nel risucchio del nulla. Gli occhi delle vittime della violenza e del dolore sono svuotati non riescono pi a vedere. C chi sostiene a ragione che la posizione del potere sia segnata dal vedere senza essere visti (G. Orwell 1984). Proteggendosi dalla relazione, dal rispondere al altri, dal sentire la loro presenza, la loro domanda. Questo rende cieco il potere. Sottratti allo sguardo altrui, non esposti, si pu godere di un esercizio del proprio sguardo che scruta senza che laltro lo sappia e possa sottrarsi. lo sguardo di un potere impudico. Uno sguardo cieco perch senza pudore e orientamento, senza capacit di riconoscimento e rispetto, senza recettivit e contemplazione. Senza sentirsi e divenire umani sentendo. Il potere cieco fa vittime, uomini e donne presi nella loro debolezza esposta, non vogliono non riescono pi a vedere e lo stesso per sentire. Per non essere disumano il vedere deve essere tenuto in intreccio inseparabile con lessere visto, cos va rideclinato come inscindibile il sentire col sentirsi.

Come apprendere a scendere nelle sue entranas (entragnas) per poi essere tratti fuori a respirare, compiendo ancora la nascita? La vittima chiama ancora forza, altra forza a sostegno e come diritto. Chiede tutto. Non si pu reggere la presenza di chi chiede tutto, non lo si pu deludere. Eppure allo stesso tempo nello sguardo della vittima, che attende dalla vita quello che attendiamo noi, a volte vediamo una pretesa esagerata. Come se una vittima non potesse pi pretendere di desiderare quel che desideriamo noi. Come se si dovesse accontentare dessere salvata e curata, esprimendo gratitudine: che ci chieda di raggiungerla nel suo luogo ci pare troppo. Daltra parte la tentazione di accorciare la distanza subito agendo nasce spesso dal non accettare quella distanza come insuperabile, dal viverla come insopportabile. Abitare la distanza dalla vittima, senza farsi estranei, senza porsi dietro il paravento della tecnica di soccorso o della compassione, accettare lambivalenza, la fluttuazione e lincertezza. Fare della vittima un eroe, il protagonista della rivalsa sul male subito, permette di non interrogarci troppo sulla nostra non piena innocenza nei suoi confronti, sulle nostre paure e debolezze. Nelleroe si materializza il nostro desiderio dessere narrati: vittime che scompaiono non narrate ci fanno sentire langoscia di poter scomparire, soffrendo nel nulla. Il sentimento di contiguit, la vergogna del sopravissuto ( la riflessione sulla zona grigia di Primo Levi) fa sentire segnati comunque dal contatto con la colpa e con il male. Ci che va forse ricercato presso la vittima non linnocenza, piuttosto la ricostruzione del patto di unaffidabilit gratuita, primitiva e originaria. La vittima non va sacralizzata, cristallizzandola. Non la sacralit delle vittime ma la loro umanit, la loro dignit di nuovo ricostruibile, un ancora possibile respiro della loro libert ad essere in gioco. Qualche volta la narrazione pu essere accolta da altri, serbata. Restituendo un volto umano alla vittima. ancora lincontro con laltro che pu rompere e ridisegnare il rapporto col tempo. Il volto dellaltro dice sono affidato a te mio eletto e io lo so: non mi colpirai. La mia responsabilit prioritaria e senza condizioni. Sono chiamato, eletto in responsabilit e capacit. Lavvenire laltro come sostiene Lvinas in il tempo e laltro, da un lato perch esposto oltre, su un a-venire, del ferito non possiamo appropriarci, daltro lato perch allaltro che diamo tempo, che siamo chiamati a dare tempo. Generando, curando, ascoltando, educando si d (il) tempo. Jacques Derrida ha colto con acutezza il carattere di irriducibilit del pratico al teorico e la correlata eterogeneit tra lesercizio della responsabilit pratica e la sua tematizzazione teoretica. Nelle condizioni di confine non raro incontrare una sorta di eccesso di sapere, proprio della tradizione europea, che porta a deduzioni anticipate di programmi, protocolli, di didattiche e terapie per la strutturazione efficace dellincontro. Cos la dimensione di evento non scontata dellazione e della responsabilit della decisione viene negata e resa residuale. Vi una possibilit dellazione che si disegna dentro il movimento non compiuto della sua impossibilit teorica. Le prove cui siamo chiamati nella cura, quella concreta e organizzata dei saperi sono: o la consapevolezza della limitata controllabilit del patrimonio tecnico-scientifico, dei speri delluomo e delle relazioni; o la fatica di mantenere aperto un rapporto con lattesa, il mistero, la mancanza; o la memoria della colpa, della ferita subta e inferta. Volta a volta affrontiamo queste prove, ritrovando origine e densit di valore dellincontro, fuori dai generici richiami a universali formali. Se tutto si riducesse a un programma di cura, alla spiegazione, alla diagnosi, alla esplicitazione di patologie e terapie, allesecuzione di una prassi, tutto diventerebbe tecnologia. La ferita, la violenza diverrebbe concepibile, spiegata nellinterazioni di variabili e resa trattabile, sanabile, e in qualche modo, superabile. Ma la condizione della vittima non riducibile. Mara Zambrano sostiene che delle situazioni estreme della vita umana non possibile alcuna concettualizzazione.

Solo con lintelligenza della piet ci si pu approssimare agli abbandonati. La piet non solo quel sentimento di dolore causato dalla vista di qualche male. Riprendere il senso che la piet avrebbe potuto avere per il pensiero e che potrebbe tornare ad avere, nella storia tragica del XX secolo che svela la radice guerriera di tutta la cultura occidentale, riprenderne lessenziale funzione di servizio e mediazione del pensiero. Non questione di sentimento, ma di un movimento del pensare e del sentire verso quella realt e quellincontro; movimento nel quale ci si trova visti e giudicati, in cui si nello stesso tempo laltro, gli altri e in relazione ad essi. La piet si riconsegna al pensiero come sua possibilit proprio quando questo tocca il suo limite e il suo fallimento: non ha salvato, n protetto, o tutelato; ora non guarisce, non lenisce, non ripara. Il pensiero occidentale nel suo sforzo di sconfiggere la morte ha rivolto particolare attenzione a che la piet venisse a rappresentare, nel suo mantenere la relazione con laltro, un passato definitivamente sconfitto, e non una possibilit del pensiero. Eppure nota Zambrano, Socrate insiste fino alla morte nel dire che la sua intelligenza rispondeva a unispirazione. Fino alla morte appunto. Un sapere che non perda lintelligenza della piet sa operare vicino alla vittima, e al colpevole, come davanti a uno straniero che sopraggiunge, ospite che bisogna saper accogliere e trattenere perch non sparisca lasciando qualcosa di peggiore del suo vuoto. Sono i bambini a sentire a festa originaria: non cercano parole-concetto ma un linguaggio aurorale. La loro fragilit e la loro forza: esposti allesercizio della forza su di loro e insieme capaci di perdono, di nuovo credito, di fiducia e senso del legame, anche a lungo e contro ogni evidenza. Esposti e cocciuti nel restare nellattesa dei segni della buona promessa anche in chi assente, arido o violento con loro. Dobbiamo stare attenti a questa loro fragilit e reimparare un poco quella loro forza. E certo a molti padri e madri e a molti educatori capitato di cogliere i bambini nella loro intensa seriet. i bambini che passerebbero tutto il loro tempo a giocare, che credono che tutta la vita sia giocare, sono perfettamente seri. () pi che sognante passa dal gioco al raccoglimento, cade in quegli stati di vuoto in cui sembra quasi intontito: lo chiamano e non risponde, si nasconde nel pi remoto angolo di casa, dove lascia o lascerebbe passare le ore morte senza preoccuparsi di nulla, assente, estraniato. Ed allora che appare pi bambino, pi fragile, pi estraneo al mondo dei grandi: come un enigma del destino. I bambini si immergono nel sogno, nel gioco, in storie che non possono raccontare perch le stanno vivendo mentre alluomo maturo, cui a volte accadono tante cose, in realt non accade nulla. A questultimo serve tornare ad ascoltare la meraviglia e il timore dellinfanzia: limmaturit appare la via per la saggezza. Crescere le piccole e i piccoli come soggetti morali chiede di attivare la possibilit di diventare soggetti morali forti, sperimentando relazioni nelle quali il riconoscimento della propria debolezza e del proprio bisogno degli altri non si sia vissuto come una pericolosa esposizione allesercizio della forza e delliniziativa autointeressata di altri. La felicit chiede anche la capacit di provare dolore e di poterlo manifestare, evitando risentimento e invidia, amor proprio e insoddisfazione. La pensosit in cui li cogliamo, soli anche tra altri ci sorprende: pensosit in cui pare di vedere una consapevolezza pena e ultima, e trasaliamo e restiamo senza fiato. Ci incute soggezione o ci trafigge con una nostalgia di cui a volte vorremmo proteggerci. C forse un rinvio profondo tra infanzia, innocenza e sofferenza. La sofferenza come via di scavo, di riduzione allessenziale, a una nuova possibile e ridonata innocenza. In chi soffre a lungo a volte cogli, nelle pause lasciate o conquistate dal soffrire immediato e, a poco a poco, irriducibile, lemergere della domanda, della parola, del racconto innocente: da bambino. 4 LINCONTRO NELLA CURA Ci sono condizioni di vita, o transazioni biografiche, che ben rappresentano un non riuscire a nas