Supplemento 1 2015

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Il Supplemento alla Rassegna bibliografica 1/2015, attraverso un’ampia ricognizione degli studi sulla “famiglia” a partire dagli anni ’50 e ’60 del nostro secolo, affronta il tema specifico delle “famiglie fragili”, quelle con cui i servizi entrano in contatto, prevalentemente per questioni connesse alla dimensione della genitorialità.

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  • Centro nazionaledi documentazionee analisiper l'infanziae l'adolescenza

    Centrodi documentazioneper l'infanziae l'adolescenzaRegione Toscana

    Istitutodegli InnocentiFirenze

    Istituto degli InnocentiFirenze

    Supplemento della rivistaRassegna bibliografica infanzia e adolescenzaISSN 1723-2600

    NUOVA SERIEn. 1 2015

    Famiglie fragili: un percorso di lettura e filmografico

    Percorso tematico

  • Percorso di lettura

    Genitorialit e negligenza parentale: levoluzione di un costrutto complesso

    Paola Milaniprofessore ordinario di Pedagogia generale e sociale, Universit degli studi di Padova

    Ombretta Zanonassegnista di ricerca nellambito del progetto PIPPI Programma di intervento per la prevenzionedellistituzionalizzazione, Universit degli studi di Padova

    1. Un arcipelago di parole

    Molte parole costituiscono larcipelago lessicale oggi in uso per identificare le famigliecon cui i servizi entrano in contatto, prevalentemente per questioni connesse alla dimensione della genitorialit: si parla difamiglie vulnerabili, fragili, multiproblematiche, a disagio, negligenti, in difficolt, maltrattanti e abusanti, in situazione di svantaggiopsicosocioculturale, ecc.

    Ognuna di queste parole ha una sua specificit, stata studiata da autori diversi incontesti storicosociali diversi e, data lafunzione del linguaggio rispetto al pensiero eallazione, ognuna veicola culture e inducepratiche dintervento specifiche, in particolare nellarea dei servizi per la tutela e la protezione dellinfanzia, che sono i contesti istituzionali titolari della cura di queste famiglie. I criteri, infatti, secondo cui una famigliaviene definita in un modo piuttosto che in unaltro sono culturalmente e storicamente situati e, di conseguenza, anche la valutazionedelle cosiddette competenze genitoriali, cherisulta essere una delle pratiche pi spessocorrelate a tale definizione nelloperativit didetti servizi, interdipendente da essi e dallerappresentazioni personali e professionali degli operatori rispetto alla genitorialit che viene ritenuta adeguata e/o, per specularit,inadeguata.

    Di seguito si presenter pertanto una breve sintesi dellevoluzione recente delle teorizzazioni su queste famiglie, e sul concetto diparenting specificatamente, concettualizzazioni che si sono sviluppate in particolare a

    partire dagli studi in ambito psicologico sulledimensioni strutturali e dinamiche che caratterizzerebbero i gruppi familiari, e chehanno successivamente influenzato moltepratiche di intervento.

    2. La famiglia patologica e la diagnosi deimeccanismi disfunzionali di funzionamento:cenni storici

    Il primato cronologico degli studi sulla famiglia quando ancora questo termine era declinato al singolare attribuibile agli storici eagli antropologi ed soltanto dalla seconda met del secolo scorso che la famiglia diventataoggetto sistematico di analisi da parte di altrediscipline (Fruggeri, 2007). Precedentemente,la famiglia era presente nel quadro dellindagine psicologica prevalentemente come sfondo econtesto (nel senso di quello che sta intorno ae non di quello che si intreccia con) dello sviluppo individuale e veniva esplorata secondoun orientamento polarizzato tra la prospettivapsicoanalitica da una parte e la matrice strettamente ambientalista dallaltra. Dal punto di vista psicoanalitico, la famiglia era consideratarilevante come istanza simbolicoaffettiva delsoggetto e non come entit sociale, dal momentoche, secondo questo approccio teorico, ci chediventa significativo nel processo di crescita diuna persona sono soprattutto i modi e le percezioni soggettive con cui vengono interiorizzatele relazioni familiari. Daltro canto, la prospettiva ambientalista, fondata sullidea di un bambino che pu essere modellato dal mondo degliadulti, ha corso il rischio per alcuni decenni diridurre prevalentemente le pratiche di genitorialit al rapporto diadico madrebambino e di

    Supplemento alla Rassegna bibliografica 1/2015

  • postulare un modello causale lineare di responsabilit dei genitori, secondo il presupposto di base che quanto fa o non fa il genitoreche influenza in maniera determinante e ampiamente prevedibile la crescita del figlio.

    Tra gli anni 50 e 60 viene di conseguenzaintrodotta da parte di numerosi terapeuti(Ackermann, 1958 Bowen, 1959 Wynne et al.,1958) losservazione sistematica delle relazionifamiliari, per sottoporre a verifica empirica lipotesi di uninterdipendenza diretta fra i sintomidi un bambino e le dinamiche relazionali che siattivano nella sua famiglia, fino a includere inquesto modello interpretativo la genesi di patologie rilevanti come la psicosi, lautismo o lanoressia. Un contributo fondamentale allipotesipatogenetica familiare giunge dal gruppo di Palo Alto guidato da Bateson (1972), che propone, fra laltro, la teoria del doppio legame, secondocui la comunicazione allinterno di una famiglia con un membro affetto da schizofrenia sarebbe caratterizzata da livelli incongruenti deimessaggi che gli vengono rivolti e che lo pongono in una condizione di costante dilemma eindecidibilit, stati emotivocognitivi che a loro volta alimentano lescalation della patologia.

    Altri apporti hanno di seguito approfonditole variabili familiari di natura strutturale (identificati nei confini internoesterno, nella gerarchiaintergenerazionale e nei ruoli), tra cui qui si citano solamente la classificazione proposta daBowen (1979) tra famiglie differenziate e famiglie indifferenziate e la distinzione tra famiglieinvischiate e famiglie disimpegnate introdottada Minuchin (1976). Anche nel contesto italiano della terapia familiare (Selvini Palazzoli etal., 1975) stata proposta la lettura clinica delfunzionamento delle famiglie di una personacon un disagio psicologico come caratterizzatoda una simmetria (Watzlawick, Beavin, Jackson,1967) esasperata, vale a dire da una contrapposizione altamente conflittuale nella comunicazione tra i genitori e i figli, che in alcunesituazioni porterebbe allinstaurarsi di giochipsicotici tra tutti i componenti (Selvini Palazzoli et al., 1988). In questa cornice esplicativa,non solo i genitori di un figlio in difficolt vengono considerati come parte in causa, ma lintero nucleo familiare, date le modalit di interazionereciproca, ritenuto patologico.

    A partire dagli anni 80, lindagine sulla famiglia inizia a superare i confini strettamenteterapeutici per procedere allanalisi di nuclei icui membri non presentano quadri sintomatologici, fatto che ha introdotto la dotazione di criteri non clinici per la valutazione del funzionamento familiare. Vengono cos rilette le componenti relazionali delle famiglie secondo una prospettiva maggiormente dinamica e processuale,assumendo come oggetto di indagine anche lestrategie che un gruppo familiare adotta per farfronte agli eventi critici che costellano la suastoria. Allinterno di tale filone, diversi sono gliautori che hanno individuato un fattore determinante per linsorgere di forme di malessere dei figli nello sbilanciamento tra le tendenzeconservative e di chiusura della famiglia (aspettidi omeostasi) e i movimenti di trasformazione edi adattamento richiesti nel suo ciclo di vitadalla crescita dei suoi membri o da altri eventiinaspettati (aspetti di morfogenesi). Tra i diversicontributi, Olson e colleghi (1985) hanno elaborato il cosiddetto modello circonflesso, chepropone una classificazione delle famiglie secondo diversi gradi di disfunzionalit, che sono collegati al grado di coniugazione tra lacoesione, intesa come legame emotivo tra i diversi componenti, e ladattabilit, definita come la capacit da parte del sistema di cambiarele sue regole interattive a fronte di vari accadimenti e transizioni.

    Questi apporti hanno contribuito a focalizzare lattenzione sui meccanismi che generano ledifficolt familiari e, conseguentemente, sullemodalit pi efficaci per intervenire terapeuticamente per il loro sostegno. Nel contempo, elaborando riflessioni e indicazioni operative neicontesti prevalentemente clinici e di patologiaconclamata, hanno avvalorato per un lungo periodo la netta distinzione tra la normalit dialcune famiglie e la patologia di altre, con laconferma delle relative categorie diagnosticheentro cui collocare queste ultime.

    Percorso di lettura

    Supplemento alla Rassegna bibliografica 1/2015

  • Supplemento alla Rassegna bibliografica 1/2015

    BOX 1

    3. La famiglia problematica e il riconoscimento dei fattori di rischio e di protezione

    A partire dagli anni 80, dallevidenza che lamedesima patologia pu condurre a esiti nonsovrapponibili allinterno di diversi contesti familiari, lo studio delle famiglie denominatemultiproblematiche o complesse (MalagoliTogliatti, Rocchietta Tofani, 2002) si progressivamente ampliato al ruolo svolto dagli elementi presenti, oltre che nellorganizzazionedel nucleo, anche nel suo ambiente di appartenenza. La prospettiva ecologica dello sviluppodi Bronfrenbrenner (1979), spostando lassedai processi di disadattamento ai processi dicrescita del bambino, ha anche messo in luceleffetto positivo sulla crescita di un bambinodelle connessioni collaborative tra i suoi differenti contesti (micro, meso, eso e macrosistema) e di conseguenza il valore dellinterazione delle variabili contestuali con le caratteristiche del funzionamento familiare nelloriginare percorsi evolutivi o, al contrario, nel ridurre le forme di disagio psicosociale dei genitorie dei loro figli: secondo tale prospettiva i problemi di un bambino non sono del bambino odel genitore, ma sono sempre condivisi, essicio riflettono un disfunzionamento che si si

    tua non nel bambino, non nel genitore, manella relazione fra loro, ossia in quello spaziointerattivo che definito dallinsieme della relazione genitorefiglio con lentourage familiare complessivo, sociale, culturale e storico(Dumas, 2005, p. 63).

    Lorganizzazione di un gruppo fa