Occhi d’aprile

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Storia di un amore che valica i confini della “normalità”, travagliata e fatta di piccoli drammi interiori. Alessandra vive una vita tranquilla, quasi routinaria. Un’esistenza serena forse nella sua monotonia, fatta di affetti familiari ed un amore quasi “dovuto” nei confronti del mite e premuroso fidanzato Lorenzo. Tutto sembra essere destinato a scorrere lungo questi binari, fino a quel giorno di aprile che modificherà il suo destino ed il suo modo di vivere il mondo. Un nuovo lavoro come fisioterapista in un centro riabilitativo per autistici la porterà a conoscere Mattia, giovane disabile di cui Alessandra si innamorerà mettendo in gioco la sua vita ed il suo concetto di normalità. Una conoscenza che sconvolgerà la pacata esistenza e l’anima della giovane fisioterapista, tanto da spingerla a mettere in discussione affetti ed amori un tempo considerati immutabili.

Text of Occhi d’aprile

  • OCCHI DAPRILE di Massimiliano Guerriero

    La voce del silenzio non disperder mai parole al vento ed emozioni alla sabbia.

    LIBRO DIGITALIZZATO DA:

    www.ibookpad.it

    ibookpad@gmail.com

  • I CAPITOLO

    Un foglio bianco, a righe, per scoprire quegli occhi daprile, giada, da togliere il fiato. Una

    profondit senza termini di misura. Ricordo, come fosse ieri, il sapore di quellintensit mai

    vissuta. Acerba, lieve, commovente. Tutta mia, da urlare a voce bassa, da proteggere

    nella mia anima affannata. Era il mio primo giorno di lavoro in quel centro. A ventottanni

    immaginavo di aver avuto tutto dalla vita. Fisioterapista, votata alla riabilitazione dei

    ragazzi diversamente abili, una famiglia che mi aveva sempre sostenuta nelle mie scelte

    ed un ragazzo che mi adorava. Ed invece mi sbagliavo. Pochi istanti mi avrebbero

    cambiato la vita, ma allora non potevo saperlo. O forse non volevo. Dubbio che non ho

    mai sciolto per la famosa teoria dello struzzo: meglio insabbiare la testa che esporla

    orgogliosamente al giudizio altrui. Mattia aveva sedici anni. Capelli di grano al sole, alto,

    dalle spalle larghe e dalla muscolatura solida. Insomma un bel vedere. Allapparenza

    mostrava molti pi anni. Forse venti, ventidue. Non so. Quel che certo era il suo sguardo

    fisso, quasi severo, ma docile, tanto da imprimere involontariamente quel volto nella mia

    testa, nel mio corpo, in ogni riflesso, anche un semplice gesto.Il gruppo era formato da

    otto ragazzi. Tutti, in varie forme, affetti da autismo. Difficolt di parola, di pensiero e di

    movimento. Ma tutti accomunati da una grande voglia di vivere, da quellespressione

    interiore che non ha bisogno di alcuna voce per dialogare e farsi sentire.Era un pomeriggio

    di nuvole dAprile. Anzi, era il 23 Aprile, impossibile dimenticarlo. Il primo impatto con loro

    fu drammatico, non lo nascondo. Sarebbe stupido e soprattutto falso. I libri sono un

    universo subdolo, a volte anche mistificatore, la realt unaltra cosa. Daccordo, lo si dice

  • sempre, ma per capirlo bisogna viverlo sulla propria pelle. Mi avevano avvertito che non

    sarebbe stato facile. Ma io ero animata da quellentusiasmo di mettermi alla prova, di

    realizzare un progetto di vita. Il mio sogno, e quando arriv la raccomandata non riusc a

    trattenere la lacrime. Al settimo cielo. Finalmente qualcuno mi stava per dare una

    possibilit. Laurea triennale e poi una infinit di tirocini. Era giunto il momento di mettermi

    alla prova. Senza alcun tutor, senza alcun custode. Lappuntamento era per le otto. Arrivai

    con venti minuti di anticipo. Una giacca nera in lino, una camicia bianca ed un jeans. E le

    mie inseparabili scarpette da tennis. Odiavo i tacchi e odiavo le frasi di mia madre che

    iniziavano con :Ti rendi conto che... Quella mattina fu il turno di vesti come un

    camionista?. A me non importava. Avevo sempre privilegiato la comodit e poi di certo,

    quella mattina, non ero stata invitata ad un matrimonio. Ciao, tu dovresti essere

    Alessandra. Prima un giro per il centro e poi subito al lavoro. Maria era il guru delle

    fisioterapiste. La pi anziana. Dispensatrice di consigli utili ma di pochissime parole.

    Quelle stanze erano dipinte di bianco, ampie, con tavoli e sedie abbinate, color verde. Un

    ambiente luminoso, reso amaro, subito dopo. Quei ragazzi tutti in piedi, come ad attendere

    chi potesse dar loro una spinta verso il futuro. Avevo gi avuto qualche esperienza in

    passato. Ma ora avvertivo una responsabilit vera, forte. Non pi di bambina che

    favoleggia e fantastica sul futuro passando da una nuvola allaltra, ma di donna che

    devessere allaltezza di un compito difficile.

  • II CAPITOLO

    Il mio gruppo era formato da quattro ragazzi. Silvia, Marco, Giacomo e Mattia. Dai dodici ai

    sedici anni. Tutti gi adulti. Tutti con storie apparentemente normali, genitori normali,

    nessun dramma ereditato o vissuto. Avevo setacciato le loro cartelle cliniche. Non volevo

    farmi trovare impreparata. Ad accompagnarli, ogni giorno, dalle quattro alle sei del

    pomeriggio, i volontari di unassociazione locale. A bordo di un pulmino color canarino,

    armati di zainetto e con tute variopinte. Una scena che da l a breve sarebbe diventata

    straordinaria quotidianit condita dallattesa e dalla speranza di vedere lui. Solo e soltanto

    lui. Un sano egoismo che comunque non mi avrebbe impedito di svolgere nel migliore

    dei modi il mio lavoro. Mai. Ognuno di loro aveva problemi leggermente diversi anche se

    con uniche radici. Gravi alterazioni nelle aree della comunicazione verbale e non verbale,

    dellinterazione sociale e dellimmaginazione. Silvia e Marco presentavano disagi

    comportamentali che spesso si trasformavano in auto-aggressivit. Il primo impatto non fu

    dei migliori. Giocavano tra loro, non si erano girati un attimo per conoscere la loro nuova

    fisioterapista. Allimprovviso vidi Silvia prendere qualcosa, non ricordo bene , fu un istante.

    Forse una matita, un oggetto contundente che si ficc nel braccio fino a far uscire del

    sangue. Mi lanciai su di lei strappandole quelloggetto appuntito. Avevo il fiatone e non per

    la corsa di due metri ma per la paura. Maria era rimasta l, ferma. Si gir e prima di

    lasciarsi alle spalle la porta dellaula, disse: Devi abituarti a gestire ogni situazione. Qui

  • non siamo mica a scuola e possibilmente cerca di non farti venire un infarto!. Medicai

    Silvia. Per fortuna era solo un piccolo taglio. Nessuno si muoveva mentre le disinfettavo e

    fasciavo il braccio. Marco spostava le braccia a penzoloni, quasi fosse un orologio a

    pendolo, Giacomo girava su se stesso, senza fermarsi un attimo e poi Mattia. Stava l,

    immobile. Appoggiato alla parete bianca con un foglio tra le mani. Fu un istante. Gli scivol

    sul pavimento. Era poco distante da me. Mi piegai e lo raccolsi. Alzai la testa e per la

    prima volta incrociai quegli occhi. Non so cosa accadde. Non me lo sono mai saputa

    spiegare. Il mio cuore divenne una scheggia pronta a schizzare via, impazzita, senza

    alcun controllo. Solo un attimo per dimenticare il disagio, langoscia, la paura di non

    essere allaltezza. Solo quegli occhi mi servivano. Una sorta di medicina che

    paradossalmente lui dava a me. Fu una giornata pesante. Tante piccole emozioni scandite

    da un tempo interminabile. Me ne andai distrutta a bordo della mia Citroen Sax blu,

    compagna di mille battaglie. Mia madre mi aspettava attraverso i vetri di una casa di

    campagna, anche se a pochi chilometri dal centro, costruita in quattro lustri tra sacrifici,

    acciacchi e speranze. Un terzo grado che dur per tutta la cena. Come andata?

    Perseverando tra una cotoletta ed una mozzarella di bufala Raccontami dei tuoi pazienti -

    lei cos li chiamava- E i tuoi colleghi?. Le mie risposte a monosillabi scatenavano ancor di

    pi la sua voglia di sapere ed io, seppur irritata, cercavo di trattenermi facendomi forza per

    non mandarla a quel paese. Per carit le volevo un bene esagerato, ma non ho mai

    sopportato linvadenza delle persone. Per questo adoravo mio padre. Nessuna domanda,

    un orso dal cuore tenero. Bastava uno sguardo per abbracciarti o rimproverarti. Bastava

    solo quello.Anche se non ne avevo assolutamente voglia avevo promesso a Lorenzo, la

  • mia met, che sarei uscita con lui a bere qualcosa per festeggiare il mio primo giorno di

    lavoro. Fu una di quelle serate assenti. Non riuscivo a comprendere cosa mi stessa

    accadendo. Diedi la colpa alla stanchezza, a quel bicchiere di vino. Ma quegli occhi non

    abbandonavano la mia testa confusa.A raccontarlo mi avrebbero preso tutti per matta. Ne

    sono sicura. C qualcosa che non va?. Disse allimprovviso Lorenzo, quasi a svegliarmi

    da uno stato catatonico in cui ero piombata. No, nulla. E solo stata una giornata un po

    pesante. Mi sento a pezzi. Dai, non ti preoccupare. Ci farai labitudine e poi sei sempre

    il mio meraviglioso fiore. Sempre dolce e comprensivo con me. Forse questo era il

    problema. Mai una discussione, mai un litigio. Quella pacatezza che spesso contrastava

    con la mia voglia di evadere, esplorare nuovi universi, ritagliare uno spazio vero ai miei

    pensieri. Anche se potrebbe sembrare assurdo , non avevo pi la volont, forse non

    lavevo mai avuta, di sentirmi assecondata. Avevo conosciuto Lorenzo cinque anni prima

    durante una cena tra amici. Carino, garbato ed intelligente. Lavorava come ingegnere

    presso unimpresa edile. La sua delicatezza mi aveva conquistato, nascosta fra rose, inviti

    a cena e galanterie. Un rapporto solido che per vacillava ogni qualvolta si parlava di

    matrimonio. Ogni suo timido tentativo veniva bloccato dalle scuse del momento: let, lo

    studio ed il lavoro. E cos ci aveva quasi rinunciato. Probabilmente aspettava che a riaprire

    largomento fossi io. Ma non ero pronta. Forse confusa. La classica stagione della vita in

    cui non si n carne n pesce. Forse era stato proprio Mattia, in tutta la sua

    inconsapevolezza ed innocenza, a far riemergere in me uno stato danimo che altrimenti,

    avrei sopito per sempre. Quella sera volli tornare presto a casa. Stanca s ma anche

    pensierosa. Troppo per non dover dare spiegazioni a Lorenzo.

  • III CAPITOLO

    Ragazzi oggi si inizia a lavorare sul serio. Le mie parole cadevano nel vuoto. Granelli di

    sabbia al vento. Nelle mie mani quattro palline, molto simili a q